Drith stava in piedi vicino al letto. Non riusciva ad allontanarsene, come se qualcosa la trattenesse. Suo padre s’era addormentato sulla poltrona, come quando vegliava sua madre e c’era Hiccam vicino a lei. Era tornato debole e fragile dallo scontro con Woos, ma era ancora lì. Cupo. E fissava insieme a lei il corpo nel letto, come se non avesse scelta.

«È strano vedere con gli occhi dei morti...» disse Drith.

«Non sei ancora morta» ribatté Hiccam.

«Lo sarò presto. Guardami» sollevò le mani lei.

«Vedo» le disse.

Drith lo fissò. «Ciò che dovevo fare l’ho fatto» mormorò.

Pensò a Roni, che era stato lì per riferire le novità a suo padre. E a Deva, che era stata a trovarla ed era rimasta pallida come la morte accanto al letto, senza dire nulla, i lividi e una cicatrice dello scontro con i Serpenti di fronte alle porte della città a ricordarle ciò che era accaduto solo una settimana prima.

L’elmo, la Corona di Guerra, si era spaccato, aveva detto Roni. L’ultima della stirpe dei Pugno era morta e la città la piangeva. La profezia e con essa la condanna dei Pugno aveva trovato la sua fine. L’anno era persino stato rinominato come l’Anno dei Pugno e ogni casa aveva appeso un nastro rosso alla porta per salutarla.

Drith sentiva come un’eco lontana la sua gente, di fronte al fuoco dei caminetti mentre i temporali iniziavano a squassare Marca, a raccontare dei suoi voli spericolati come se vi avesse partecipato, e della morte dell’Occlumsaac come se vi avesse assistito; ma la verità era che, nonostante le trattative fervessero, nelle tende approntate sotto le mura, non erano ancora stati stipulati accordi decenti con i Dragoni. La verità era dura da accettare, la Mano e il Viceré spostavano le loro pedine su una scacchiera che valeva la vita dei soldati e una vita, ora, era preziosa come e più di prima. Erano stati scambiati ostaggi ed esperti. Deva era stata inviata al campo dei Dragoni e alcuni Dragoni erano stati ammessi, sebbene sotto sorveglianza continua, tra le mura della Bassamarca.

Ma la città non aveva riposato neppure un giorno perché, come Drith aveva anticipato, nel momento stesso in cui Woos aveva lanciato il suo grido sovrannaturale al cielo, svegliando vivi e morti, la Coracca aveva preso vita, vomitando centinaia di Occlumsaac contro i baluardi di Bircym. E ora tutti sapevano cosa fosse un Occlumsaac e cosa questo significasse.

Nella luce del sole, Hiccam aveva visto gli Spettri che lo avevano aiutato contro Woos consumarsi come si consumava lui, aveva visto i loro volti dissolversi in un’espressione serena, come se finalmente avessero avuto ciò che volevano mentre strappavano e dilaniavano gli Spiriti Morti liberati dal corpo morente di Woos. Come se fossero esistiti solo per questo. E quando tutto era finito si era reso conto di essere ancora lì. In piedi. A difesa di Drith e del suo spirito giovane; più debole, ma con talmente tanto odio ad alimentarlo che era ancora lì. Non dissolto come quegli Spiriti, non in pace come se la porta degli Antenati non avesse bisogno di Eclissi e di luna, ma solo di una morte che avesse un significato per essere aperta.

E ora la tormentava. Come l’aveva tormentata dover salutare raenth Taglialegna, weir Cavicchi, Geco di Marca, o gli stupefatti Echi raenth Aspi e raenth Manoferma, che conosceva appena. Persino il pensiero di Leonerbo, morto durante l’inutile assalto dei Serpenti alla porta sud, la tormentava.

«Hai dato una possibilità a Marca e alla Landa. Ma l’Assedio non è ancora finito» le disse Hiccam, strappandola a quei pensieri.

«L’elmo si è spaccato.»

«Tuo padre e Roni l’hanno spaccato usando l’unico modo conosciuto per rompere il certes. Alchimia, forgia, altro certes e forza bruta. Ora tutti credono che si sia spaccato per magia.»

Lei sorrise, divertita. «Hanno usato una profezia che non esisteva per liberare la città dal suo legame con i Pugno. C’è dell’ironia in questo, non trovi?»

«No. Perché non lo hanno fatto per questo, ma per liberare te» la contraddisse.

Drith scosse la testa priva di peso. «Sono già libera.»

Hiccam le gettò un’occhiata calma. «Davvero?» chiese.

«Davvero» annuì Drith.

E lui emise una risata commossa e crepitante. «Mi sbagliavo, figliola. Ho sempre pensato che tu fossi come mio figlio, ma non è così. Non somigli a Weru. Non gli somigli affatto.»

Drith lo guardò. «No?»

«Somigli a me» dichiarò lui. Sembrava calmo ma c’era qualcosa di impellente nella sua voce.

«Lo dici come se fosse un difetto» gli sorrise.

«Lo è se usi la tua forza per lottare dalla parte sbagliata.»

«Tu non l’hai fatto.»

«Io ho messo insieme una famiglia al ritorno dalla Coracca solo perché speravo che non sarebbero stati come me. Weru invece ha osato quello che io non potevo. Lui sapeva. Eppure ha dato sangue alla stirpe» ribatté Hiccam. «Perché ci fossi tu, oggi.»

«Ed è morto cercando di salvarla, la sua famiglia» sospirò lei.

«Ha condotto tuo padre al rotra. Anche se io non volevo ascoltarlo. Forse aveva ragione lui, dopo tutto, a sperare.»

«La speranza non era la sola follia?»

«Guarda il tuo viso» le disse lui.

Drith obbedì di malavoglia. L’impacco di rotra era caduto sul cuscino e la parte sinistra del suo viso era segnata da ragnatele bianche e slabbrate simili a quelle che aveva sulla mano sin da bambina anche se più leggere, appena visibili. «La carne si è rimarginata, non si è disfatta. Non è diventata insensibile al tocco.»

Lei distolse gli occhi, infastidita per quel che vedeva e con una strana sensazione di rabbia e pena. «Non sono io, quella.»

«Raccontati ciò che vuoi, figliola. Ma non sei ancora morta. Il tuo corpo è ancora aggrappato a te e te a lui, per questo non riesci ad allontanarti da questa stanza.»

«Perché?» gli chiese lei.

Hiccam increspò le spalle. «Questo puoi saperlo solo tu. C’è qualcosa per cui il tuo corpo sa che vale ancora la pena di lottare, forse» disse. «E vivere.»

«Sconfiggere gli Occlum per sempre» mormorò lei.

«Forse, o forse non è qualcosa che puoi fare per Marca. Ma per te stessa» suggerì lui.

In quell’istante un gran vociare venne da fuori la porta, suo padre trasalì, qualcuno bussò e la porta si aprì. «Conservatore, mi spiace disturbarvi ma...» disse l’ormai anziana Menia.

Chori Acuto balzò in piedi, sentendo la voce di Roni fuori dalla porta e scivolò rapidissimo oltre la soglia, con gli occhi cupi. Ma si bloccò. «Perché siete qui?» disse la sua voce. «Avete problemi sulle mura?»

«Sono qui per quello che nascondete» disse una voce che Drith non si aspettava di sentire.

«No. Non puoi farlo entrare! Non voglio che entri!» gridò a suo padre.

Lui però non poteva sentirla e disse: «Perché lo avete portato qui, Roni raenth?».

«Perché aveva capito, Conservatore» ribatté l’Orso.

«Sappiamo a malapena chi è e francamente...» ribatté suo padre.

Ma la voce tornò a saettare dal corridoio. «Vi potete fidare di me come di quelli a cui già vi siete affidato. Non hanno detto nulla, ma il loro comportamento parla per loro. E il vostro per voi. Dovreste essere là fuori e siete rintanato qui... So che era vostra figlia, che l’avete cresciuta. Voi sapete che lei si è fidata di me. Mi avete aperto le mura solo perché ve lo aveva detto Drith, credo. Avete chiesto di me per questo. E io devo sapere la verità. Non ne farò parola. È morta come si dice o è a lei che fate la guardia come dannati cani-volpe?» borbottò.

«Ha dato la vita per Marca come tutti i Pugno» disse rigido Chori Acuto. «Ciò che era è morto. Deve esserlo.» Tacque un lungo momento sotto gli occhi acuminati del Dragone, infine disse: «Mi promettete il segreto?».

«No, padre!» gridò Drith.

Ma nessuno poteva sentirla e gli uomini entrarono nella stanza, il suono della gamba di Aric che ricordava incredibilmente quello dello spettro del vecchio Hcontor. «Vive ancora, quindi?» disse la sua voce, posandosi sul corpo inerte nel letto.

«No...» mormorò lei. «Non è giusto, questo.»

«Per quanto vale, respira ma non so per quanto lo farà ancora. Se non ricomincia a mangiare invece che ingoiare solo preparati dell’Apotecariato... Siamo riusciti a limitare i danni del sole, con il rotra e la mistura che avevo fatto concentrare, ma temo di aver usato le mie conoscenze troppo tardi.»

Aric si avvicinò al giaciglio e Drith chiuse gli occhi per non vedere la sua espressione. La porta si chiuse alle loro spalle. Si voltò per dire a Hiccam “andiamo”, per fuggire via, ma si rese conto che non era più lì e il vuoto le serrò lo stomaco.

Sentì i passi di Aric fermarsi. «Non potete fare niente altro?» mormorò.

«Oltre a quello che ho già fatto? No. No. O non credete che l’avrei fatto?» ribatté suo padre, il dolore che filtrava dalla sua voce come da una piaga aperta.

Aric non disse nulla e Drith si rese conto di aver riaperto gli occhi e di non poter distoglierli. Gioia, confusione, dolore, dubbio, sollievo aggredirono il suo spirito...

Aric aveva solo una cicatrice, a lato del viso, ma stava bene. In piedi sembrava ancora più alto e massiccio e la stanza sembrava minuscola intorno a lui e Roni insieme. E soprattutto era vivo. L’aveva saputo e si era detta che le bastava saperlo, ma ora si rese conto che non era così.

«Forse i nostri specialisti possono fare qualcosa per svegliarla...» tentò lui. Le parole gli uscirono come uno sputo.

«Ne dubito. Non sapevate nemmeno che la Condanna esisteva, prima di incontrare mia figlia. Inoltre avete dato la vostra parola» mormorò Chori Acuto.

«Se sapessero che è viva...» disse Roni.

«E vorreste lasciarla morire davvero per fingere che sia morta?»

«Temo che il male non sia più in questo, ora... È come se la sua anima avesse abbandonato il corpo» mormorò suo padre.

Il volto di Aric si tese. «Cosa state dicendo?»

Il suo tono piatto, determinato e teso colpì suo padre quanto lei. Chori Acuto aggrottò la fronte e il suo sguardo divenne quello di quando aveva appena svelato un enigma. «Quanto sapete di lei...?» domandò.

«Quanto basta per sapere che non si arrenderebbe.»

Lei trasalì. Non si stava arrendendo, pensò risentita, ma il ricordo dell’unico bacio che lei e quell’uomo si erano scambiati sembrò immobilizzarla e costringerla a chiedersi mille altre cose. Gli vide sollevare il mento e girare lo sguardo nella stanza, come se la cercasse e potesse vederla. Non c’era nulla di quello che aveva temuto in quegli occhi febbrili, solo una luce intensa, come se guardasse qualcosa che non c’era più. O se potesse vederla davvero. Ma i suoi occhi le passarono attraverso e Drith si sentì sola come non mai.

Tentò di strappare via quello che restava di lei in quella stanza e in quel corpo, ma ancora una volta non ci riuscì.

«Non è il momento» disse lui, parlandole come se la vedesse. L’aveva fatto anche suo padre, l’aveva resa infinitamente triste, ma non aveva scosso la sua certezza. La voce di Aric invece la fece vacillare.

«Mi hai sentito?» disse, avanzando fino al bordo del letto. «Non è questo il modo. Abbandonare tutto non funziona. Mai. Io lo so» aggiunse. «So anche che sei stanca, ma lo siamo tutti. Tu conosci gli Occlumsaac, tu devi tornare. Marca è sotto attacco e lo è anche la Landa.»

Le afferrò la mano e il dolore parve dilagare ovunque intorno a lei. «Marca può benissimo andare avanti senza di me» si sentì dire in un mormorio confuso. «Ora che è unita ai Dragoni, gli Occlum verranno sconfitti e io...» “non servo più” stava per dire, ma si bloccò e sollevò la mano spettrale, fissandola frastornata.

Sentiva il calore e la stretta micidiale della mano dell’uomo. La sentiva come sentiva vivamente ancora il sapore delle sue labbra nei suoi ricordi. Guardò davanti a sé e vide che la stringeva davvero. Sentì il calore della sua pelle e improvvisamente provò freddo. Un grande incredibile freddo.

Aveva vissuto per Marca così tanto che ora non sapeva come fare diversamente, che aveva paura di fare diversamente. Guardò il proprio corpo steso e vide ciglia piene di lacrime che brillavano alla luce delle candele.

Aric non sembrava averle viste. Irrigidì le mascelle, si abbassò sul suo viso di carne e d’ossa, con durezza, facendola sussultare di nuovo. «Devi lottare, Drith. È per questo che sei nata. Ma non sei sola» disse pesando ogni parola.

E Drith ricordò le parole di sua madre, tanto tempo prima. E capì cosa aveva inteso dirle Hiccam. Così smise di lottare. Contro se stessa. Si arrese, si sentì trascinare di nuovo verso la vita e stavolta non oppose resistenza. Aveva paura, ma il suo corpo si aggrappò alla mano del Dragone per resistere. Alla sua anima fulgente. Certa che fosse la cosa giusta da fare. L’unica possibile.

Si sentì di nuovo rinchiudere in quel piccolo mondo compatto che era il suo corpo, circondare da dolore, intontimento, fu invasa dalla nausea, dal male agli occhi che forse non avrebbero più visto bene, sentì il sapore amaro degli intrugli dell’Apotecariato e il calore della mano di Aric. Che quando la sentì muovere, ebbe un sussulto.

Poi tutto divenne confuso. Solo la mano non la lasciò.

Indistintamente Drith sentì qualcuno parlare e poi abbandonare la stanza in fretta. Sentì qualcuno cambiarle le pezze di rotra. Ma la mano, la mano di Aric non si ritrasse. E fu aggrappandosi a quella che Drith tornò indietro.

Qualche mese dopo, verso la fine di un inverno gelido, finalmente gli accordi tra Dragoni e Markenn furono conclusi, e cominciarono ad accadere cose strane. E a girare strane voci, tra le mura di Marca e fuori.

Qualcuno nell’ombra iniziò a sussurrare che l’ultima dei Pugno non era morta e che in realtà era corsa a difendere il Baluardo di Bircym insieme al Dragone che sapeva costruire le spingarde; altre sostennero che era scomparsa, in volo verso le terre inesplorate oltre la Conca, là dove era scomparso Weru, alla ricerca di un modo per sterminare gli Occlumsaac una volta per tutte. E qualcuno sostiene ancora di aver visto, allora, carri di montaggio dei Pipistrelli viaggiare verso il Baluardo e che, a ben contare, alla fine di quell’inverno, dall’aviorimessa mancava una macchina. Così in molti per anni aspettarono il suo ritorno.

Quel che è certo è che le spingarde furono poste a difesa del Baluardo, insieme agli specchi in grado di riflettere la luce del sole; che il Conservatore Acuto si spostò alle spalle del Baluardo e che nessuno vide mai più Drith. Molte esplosioni, negli anni a seguire, scossero le terre barbare, ma nessuno giunse a Marca dalla Conca se non urlanti Occlum e atroci Coracche che sorgevano dal nulla come oscuri termitai.

Almeno questo fu ciò che accadde per i successivi trent’anni... poi qualcosa cambiò.

Ma questa è un’altra storia e quanto c’entri tutto ciò con l’ultima dei Pugno e il suo Dragone in pochi lo sanno davvero. L’unica cosa innegabile è che Aric di Ooterham capì in quel gelido inverno di aver avuto sempre ragione: ogni cosa che ha un inizio ha anche una fine.

Ma per fortuna ogni fine non è che un nuovo inizio.