INFEDELTÀ
Anno
dell’Acqua Grigia – 603° dall’Inizio dell’Assedio
La luce dei fuochi stendeva una patina vermiglia sulle tende del Quartiere, abbastanza lontano da Aric da sprofondarlo in un pozzo buio e silenzioso. La luna sorta nel primo pomeriggio era tramontata presto ed erano rimaste solo le stelle, ma sembravano troppo distanti per fare luce.
Se ne stava accasciato a terra, come un cane a cui avessero spezzato le zampe, con il suo moncherino che mandava dolori lancinanti. Era per quello che, nonostante fosse a pezzi dopo l’intera giornata trascorsa sotto il sole cocente a chiedersi se e quanto Drith lo avesse ingannato, non era riuscito a chiudere occhio.
O forse perché si aspettava una visita di Woos. Anche se immaginava di non valere nemmeno una parola, dopo tutto. Di certo quell’uomo, o quella cosa, non aveva alcun bisogno di parlargli o di ucciderlo prima del tempo, visto che lo avrebbero fatto altri per lui.
Tuttavia continuava ad aspettarsi una lama nella schiena, così quando vide il riflesso delle stelle guizzare su un’ombra ai margini dell’oscurità, sul suo viso si dipinse un sorriso. Si chiese se non potesse usare la catena che lo imprigionava per difendersi, ma dubitava che si sarebbe avvicinato tanto e anche in quel caso la voce di Drith emerse dai suoi ricordi per dirgli che non sarebbe servito a nulla, visto che non c’erano fuochi alla sua portata, e nemmeno il sole. Si chiese se anche quella fosse la verità, ma ormai non aveva molta importanza. Con assurdo rammarico pensò che avrebbe voluto aver baciato quella strana donna più a lungo, ma un sussurro lo strappò a quel pensiero.
Woos era stato più rapido di quanto avesse creduto. «Fermo» gli intimò.
«Perché? Se dessi l’allarme probabilmente nessuno verrebbe a curiosare, si limiterebbero a lanciarmi degli orinali pieni...» sogghignò Aric, caustico. A pensarci bene l’idea non gli sarebbe dispiaciuta troppo se avessero centrato anche Woos. «Un tanfo che si toglie male di dosso in questo periodo senza acqua da sprecare.»
«Non ne dubito» ribatté la voce, dura. «Ma se preferite posso sempre rivedere la mia posizione in merito alla necessità della vostra presenza per manovrare e posizionare le spingarde. Visto che avete già istruito in parte gli uomini, Ooterham.»
Solo a quel punto il tono e la frase gli fecero capire che non stava parlando con Woos, ma con la Mano. Stupefatto, scosse la testa. «Non abbastanza da non commettere stupidaggini solo per compiacervi, facendo esplodere l’intero campo» borbottò.
La voce rimase silenziosa per un attimo. «Avete idea di cosa significasse ciò che mi avete detto oggi, consegnandomi il sigillo?» chiese poi, gelida.
Aric dette una spallucciata, pensando in fretta. «Ho solo riferito le ultime parole di un uomo, ma evidentemente non è stato sufficiente a evitarmi la corte militare e questi» disse, facendo tintinnare debolmente i ceppi di metallo.
La Mano emise uno sbuffo, forse un sorriso. «Sufficiente a farmi essere qui adesso, però.»
«E da farvi ritenere che fosse meglio che il povero zoppo sembrasse la spia» osservò lui con sprezzo.
«Una buona strategia sfrutta la tranquillità del nemico, come le sue spie» ribatté lui. «Le stesse parole di Odar suggerivano questa condotta. Personalmente ho sempre dubitato che sareste intervenuto per salvarmi la vita se foste stato un alleato della fortezza. Vi sarebbe bastato lasciar fare all’assassino e avreste ottenuto quel che volevate. Restando per di più fuori da ogni sospetto e ottenendo comunque ciò che i vostri supposti alleati volevano: la mia morte e ciò che ne conseguiva...»
«Sempre che questo fosse ciò che volevano» ribatté Aric. Era così sfinito che tremava e per un attimo, mentre la Mano taceva ancora, pensò di aver immaginato la sua presenza alle sue spalle. Poi però la sua voce rigò di nuovo il silenzio: «E cosa volevano, invece?».
Aric abbozzò un sorriso grave nella pozza di oscurità che li circondava, domandandosi se fossero ascoltati e se il dolore alla gamba dipendesse dagli Spettri. Poi, siccome non poteva saperlo, si arrese. «Alleati» rivelò con voce roca. «So che è assurdo, ma era questo che cercavano.»
Quasi si aspettava che scoppiasse a ridere, ma la Mano emise uno sbuffo aspro. «E pensavano di ottenerne, uccidendomi?»
Aric lanciò un’occhiata verso il carro coperto. «Qualcuno li aveva convinti di questo» disse. Non era abituato a ciò che Narram avrebbe definito la danza delle menzogne, ma ciò che Odar gli aveva insegnato in quei pochi giorni era che la credibilità di una storia era a volte più necessaria della verità stessa. Ancora una volta si chiese se stesse facendo la cosa giusta, e dovette ripetersi che non aveva scelta e che, se Drith aveva ragione, quella menzogna sarebbe stata la salvezza della Landa.
Il silenzio che aveva inghiottito le sue parole parve vibrare di collera e Aric si chiese se il suo interlocutore si fosse accorto che gli aveva mentito. «Ho bisogno di sapere come stanno esattamente le cose» gli intimò invece, spostandosi di lato per poterlo studiare con il suo volto rapace. «E cosa aveva scoperto Odar.»
Aric chiuse un istante gli occhi, cercando di restare lucido, poi parlò. Disse ciò che poteva, evitando le parti che riguardavano spettri e promesse di vita lunghe seicento anni e la mostruosità di nemici sconosciuti e calcando invece su ciò a cui un uomo ragionevole avrebbe potuto credere. Mentì il meno possibile, mostrò le cose in modo che sembrassero più verosimili della verità, ma alla fine, ugualmente, la sua voce gli sembrò elencare solo assurdità. E quando rivelò chi era caduto nella trappola di Odar, sentì il silenzio della Mano farsi ancora più gelido.
«Ah» disse soltanto.
Con in bocca il sapore del fiele, Aric si chiese chi fosse davvero il traditore. Mentire alla Mano intenzionalmente lo metteva a disagio e non si aspettava di essere creduto, in fondo. Odar aveva sentito Woos con le proprie orecchie, ma lui non aveva prove da portare a quest’uomo brillante, che avrebbe potuto distruggere le sue teorie improbabili con un soffio. Ed era così abituato a dover portare prove per essere ascoltato, sempre, che rimase stupito quando la Mano raccontò: «Odar sosteneva che le terre a nord delle montagne fossero circondate dall’oceano ed era arrivato a supporre che questa gente fosse alleata con gli Accavi e le loro dannate navi cacciatrici» sibilò come parlando a se stesso. «Ho sempre pensato che avesse torto perché l’assedio durava da troppo, ma questo non significa che la sua supposizione fosse del tutto inverosimile... Forse si tratta di un’alleanza recente. Se questi Occlumsaac ammassati dietro le montagne fossero alleati con i nostri nemici, questo spiegherebbe molte cose» ragionò tra sé mentre la sua voce si spegneva. C’era qualcosa di così inquietante nella sua pacata fermezza, di così freddo nella sua voce metallica, che Aric serrò la mascella. «Cosa vi ha detto la prigioniera su di loro?» chiese l’altro con lentezza.
«Non molto.»
Gli inquietanti occhi della Mano tornarono su di lui con fare inquisitorio. «Questo non ha senso. Ma forse non ne ha parlato con voi ma con Odar» ragionò. «Tuttavia “non molto” non significa “nulla”» lo sollecitò gelido.
Aric scosse la testa. «Ha detto che hanno dei punti deboli.»
«Quali?»
Lui fece di nuovo spallucce. «Sole. Fuoco. Ma sembrava convinta che avremmo dovuto vedere personalmente per capire.»
Gli occhi della Mano si ridussero a due fessure lampeggianti. «Non mi piace. E come intendeva mostrarcelo?» mugugnò.
Aric annuì. «Tramite la spia. Immaginate cosa accadrebbe se abbattessimo la fortezza e così facendo aprissimo la strada che le montagne hanno sinora bloccato... a nemici che sanno tutto di noi e di cui noi non sappiamo nulla.»
La Mano rifletté. «Questo fronte è sempre stato ritenuto poco rilevante, a parte questo Quartiere non ci sono forze schierate a proteggere il cuore del paese, Ooterham... Dilagherebbero quasi inarrestabili, come a Hullis, dove sono giunti nel cuore della città risalendo il fiume con le barche, annientando le difese prima che fosse anche solo dato l’allarme e rivolgendo le armi della città contro la città stessa...»
Aric annuì stancamente. «E tolti di mezzo noi avrebbero anche le nostre armi da fuoco, e la polvere da carica.»
La Mano fece una smorfia. «Entrambe potrebbero distruggerli se tentassero di usarle senza sapere come, ma con un traditore tra i nostri ranghi, proprio qui, potrebbero aver raccolto informazioni sufficienti... Narram ci teneva aggiornati costantemente e Odar temeva qualcosa di simile» mugugnò di malumore, gli occhi che guizzavano nell’oscurità. «Per questo vi ha chiesto di riferirmi quelle parole. Per ricordarmi di Hullis e dell’intrigo che ne aveva causato la caduta e quasi la sua morte...»
Aric attese il resto, che non venne, e scosse la testa. «Alla fine, alleati con gli Accavi o no, perdere questo scudo di confine potrebbe rivelarsi davvero fatale.»
La Mano gli rivolse uno sguardo smanioso. «Voi le avete parlato... pensate che stringendo un’alleanza con la fortezza potremmo usufruire del loro certes, e convincerli a cederci i progetti delle loro macchine da difesa, e dei loro Pipistrelli? Personalmente,» sorrise poi «dubito che sarebbero ansiosi di condividere i loro progetti con noi; conquistando la fortezza li avremmo comunque e una volta liberatici del traditore...» suggerì.
«Ma non riusciremmo a conquistarla senza poterla abbattere. Non senza uomini, molti uomini, come sostiene il Primo Rosso. E anche riuscendo, una volta persa ogni speranza distruggerebbero macchine e progetti e alla fine non otterremmo nulla, se non soldati morti e una fortezza di confine allo stremo» osservò Aric.
La Mano fissò il contrafforte scheggiato di cui restavano ormai monconi irregolari. «Io stesso preferirei una trattativa, ma sono seicento anni che combattiamo contro di loro» sibilò con ribrezzo. «E seicento anni non si cancellano di colpo.»
«Vero, ma anche loro, pare, hanno bisogno di noi e un buon diplomatico potrebbe ottenere molto.»
La Mano tacque per un lungo momento, infine aggiunse: «Create armi e volete diplomazia. Siete un uomo insolito, Ooterham. Ma le vostre considerazioni pongono anche molti dubbi» osservò. «Il primo dei quali molto semplice: credete che la prigioniera abbia detto la verità? Che una donna fosse davvero in grado di valutare esattamente la portata degli eventi? O di promettere alleanze?»
Aric sospirò, con la testa che pulsava. «Non ha promesso, come non ho promesso io, né ha fatto Odar. Ma ci ha provato che quel che diceva sugli Occlumsaac era vero, e che avevamo qui una loro spia. Da anni. Quanto al resto, la donna si considerava un soldato come gli altri e di certo parlava come tale» ammise, ripensando al suo viso tagliente e bellissimo. «Ma confesso che sono lieto di non dover essere io a decidere una strategia, in base a quelle parole» disse.
L’altro emise una sorta di breve risata smorzata. «Forse,» sibilò «ma in effetti avete già deciso molto. Avete deciso di contravvenire ai miei ordini, parlandole prima che lo facessi io...»
«Odar aveva...» protestò lui, ma la Mano lo interruppe seccamente. «E l’avete lasciata andare, presumibilmente uccidendo voi stesso il vostro Secondo perché non vi fermasse, senza consegnarlo a noi perché fosse interrogato» lo pungolò gelido. Aric avvampò ma quando tentò di negare l’altro lo fermò recisamente. «Non mentite. Non adesso. Ditemi, quindi: cosa vi ha indotto a lasciarla andare?»
Per un istante Aric tacque, cercando di scacciare i dubbi che lo assalivano. «Da morta sarebbe stata solo un numero in una lista,» disse alla fine «da viva poteva essere l’unico mezzo valido per far avere un messaggio tra le mura. L’unico cui c’era una possibilità che credessero» concluse con riluttanza.
Le sopracciglia della Mano si sollevarono in un’espressione pungente. «Un messaggio» disse guardandolo intensamente. «Quello di Odar. Trattate o spazzeremo via la vostra fortezza» mormorò accennando alla grande spingarda. «Lo consegnerà?»
E sul viso di Aric prese forma uno stanco e rigido sorriso. «In cambio ha chiesto solo una cosa...» disse.
La forma cenciosa scattò dall’ombra brandendo un pugnale e Drith riuscì a spostarsi appena in tempo. La lama le fischiò vicino al braccio e Roni, dietro di lei, emise un ringhio feroce e si scaraventò contro l’aggressore, afferrandolo per un polso e schiacciandolo contro la parete. Ci fu un verso acuto, il tintinnio della lama che cadeva a terra e uno scalpiccio dentro le celle.
Ma nella luce delle torce, l’ombra si rivelò un vecchio scheletrico con la faccia deturpata da cicatrici nere e la tunica lunga degli Scrittori gualcita, macchiata d’inchiostro e arrotolata intorno alle braccia. «Via di qui, assassini degeneri!» soffiò con voce acuta, mentre Roni lo teneva sollevato da terra quasi senza sforzo.
«Cosa...?» brontolò lui, non appena si rese conto quanto fosse ridicola la minaccia.
Ma il vecchio fremette e si divincolò come un’anguilla, cercando di liberarsi. «Non vi permetterò di uccidere altri innocenti! Il Viceré li deve ancora vedere! Non è stato emesso alcun giudizio! Alcun giudizio!» sibilò riuscendo a colpirlo con un ginocchio ossuto.
La corazza da Orso mandò un suono metallico e Roni lo scosse di nuovo. «Drith, lui è Agradus raenth Calamo, un dannato Scrittore convinto, a quanto pare come tutti loro, che scrivere di lame li renda maestri nel maneggiarle» disse, poi si rivolse a lui: «Hai idea, vecchio idiota, di chi sia la persona a cui hai appena cercato di ficcare un pugnale in petto? Meriteresti di starci tu, dietro quelle sbarre» ringhiò.
Il vecchio smise di agitarsi di colpo e strizzò gli occhi alla luce delle torce. «I Pugno sono morti... morti tutti, tutti finiti nella Bocca del Lupo» disse, piantando gli occhi folli su Drith con odio, poi chiocciò: «Avrei dovuto affondare il pugnale con più forza per mandarci anche voi! Lo strumento del potere, un mattone delle mura e un anello della catena che ci intrappola tutti!» sputò a terra.
Drith gli si avvicinò. «Per ordine di chi siete qui?» chiese.
Il vecchio fece una risatina e Roni lo sollevò di nuovo come un pupazzo. «Spuntato? Pennatorta? Parlate!» latrò.
«Nessuno» sputacchiò il vecchio, emettendo un lamento e non riuscendo a impedirsi di tremare. Drith posò una mano sul braccio di Roni e lui allentò la presa, anche se a malincuore.
«Echi» suggerì lei. Gli occhi del vecchio lampeggiarono. «Eravate qui per i prigionieri» disse allora Drith. «Per farli fuggire, sbaglio?» Il vecchio sbuffò con la bocca mezza sdentata e lei aggiunse: «Non siamo qui per assassinare nessuno».
Roni le gettò un’occhiata e Drith si chinò a raccogliere il pugnale, poi gli fece cenno di lasciarlo andare. Lui si mosse come se si aspettasse di sentirle tirar fuori una velata minaccia o le parole strazianti di qualche morto, come aveva fatto per convincere Caetren weir e Lorag raenth a lasciarli passare. Drith però guardò il vecchio che si ricomponeva, magro e curvo ma alto, e lasciò che fosse lui a parlare: «Non merita di morire solo perché non crede nel vostro sogno. Nel vostro “morire per Marca” o “resistere a ogni costo”» contestò con aria lamentosa.
«Razza di codardi!» bofonchiò Roni, disgustato.
«Vi prego, non fategli del male...» intervenne a quel punto la voce di Deva, in fondo al budello. «Vuole solo che tutto questo si fermi. Che la guerra si fermi.»
«È questo idiota folle e sdentato che ti ha convinto a tradire?» sillabò lui, continuando a tenere d’occhio il vecchio.
«Ciascuno di noi fa le sue scelte, Roni. Io ho fatto la mia» disse Deva. Poi rivolse un’occhiata triste a Drith, e lei avanzò verso la cella in cui era chiusa l’amica e si accucciò. Rannicchiata contro l’apertura dalle sbarre fitte, il suo viso sporco era rigato di lacrime.
«E così eri tu... sei sempre stata tu» sospirò Deva. Drith annuì e lei strinse le labbra. «E Nortigaar è... è davvero...?»
Drith non ebbe il coraggio di sostenere il suo sguardo. «Non sono riuscita a salvarlo» mormorò.
Deva si voltò di scatto, torcendo le mani. «E come avresti potuto? Era così determinato... così determinato a essere un eroe!» esclamò con sprezzo. «E a che servono gli eroi, Drith? A cosa? Io non volevo un eroe, volevo mio marito, volevo il padre di mia figlia...» s’interruppe con un singhiozzo. Poi chiuse gli occhi. «Lo sapevo, sai? L’ho sentito. È stato la notte stessa della partenza...vero?» chiese, ma non attese la risposta e continuò con voce rotta: «La bambina si è svegliata e piangeva così forte, così disperata che ho capito...».
Drith posò la mano sulla grata e scosse la testa, turbata. «Voleva essere forte per te, Deva, per te e la bambina.»
«Era quello che diceva, sì; era ciò a cui mi piaceva credere. Ma mentiva a se stesso prima che a noi!» ribatté amara Deva. «Voleva essere onorato tra i Markenn e magari celebrato in qualche canzone... perché li alleviamo così i nostri figli, Drith. E voleva essere ammirato da te» sillabò con la voce che si riduceva a un sussurro. Lei scosse la testa con calma.
«No. Voleva solo non deludere se stesso. E te. Non mentiva.»
Deva ridacchiò pungente. «Come lo sai?»
«Perché gli Spettri non mentono. Mai.»
Lei esitò, sgranando lentamente gli occhi. «Tu lo hai...? Ed è qui?» balbettò tremando. Drith si sentì stringere il cuore, scosse ancora la testa e pensò a Nortigaar. Poi ad Aric, sentendosi in qualche modo in colpa.
«Forse è meglio così... Non avrebbe mai capito» mormorò desolata Deva.
«Voleva salvarti, darti un domani migliore; e voleva che tu sapessi che il suo cuore sarebbe sempre stato tuo, qualunque cosa fosse accaduto. Tuo e della bambina. Mi ha chiesto di dirtelo ed è molto più di quanto tanti altri abbiano avuto» le disse.
«Qualunque cosa...» sibilò Deva, poi però la sua voce tornò amara. «Ma non questo. Non ora che la mia piccola, la sua piccola sarà sola e bollata come figlia di uno degli Echi. Non potrebbe mai perdonarmi questo.»
«Perdonarti cosa? Di aver cercato di salvare tua figlia da questa inutile guerra senza fine?» sputacchiò il vecchio.
«Non dovrà perdonarti nulla, se mi aiuterai» lo ignorò Drith.
«Crederesti al sangue Pugno?» continuò lo Scrittore alle sue spalle. «È solo una trappola! Un’altra trappola per zittire gli Echi, per annullare le loro voci, ma non si spegneranno mai!» grugnì prima che Roni lo afferrasse per una spalla ossuta, ringhiando.
Sotto la volta la sua voce sembrò quasi un tuono, il vecchio si zittì e lui trasse da parte Drith. «Che vuoi fare? È una di loro, ormai, non puoi fidarti di lei!»
E, per una strana ironia della sorte, negli occhi chiari di Roni lei rivide il padre, l’Orso dalla testa spiccata, e risentì le sue parole in testa, che si mescolavano con quelle di Woos. «Tua sorella non ha tradito, in fondo, come non hai tradito tu. Nemmeno Spuntato pensa di tradire ma di agire per il bene della città...»
«Oltre che per il suo, vuoi dire» borbottò aspro lui.
«Crede davvero che sarebbe una guida illuminata» continuò Drith. «Crede che arroccarci in posizione di difesa ci salverà. Ma è disposto a metterci gli uni contro gli altri, esattamente come gli Echi. Ed è questo che ci tradisce. Non ne usciremo senza correre rischi. E non sopravvivremo divisi, lottando anche tra le nostre stesse mura. Dobbiamo fare in modo che Marca sia una sola. Di nuovo» gli disse lei. «E per farlo abbiamo bisogno anche degli Echi. E di Deva.»
«Cribbio, sei seria» fece stridere i denti Roni, attonito.
«Gli Echi non aiuteranno mai un guerrafondaio Pugno! Mai!» gorgogliò il vecchio Scrittore. «Mai!»
«E cosa otterremmo gettando le armi davanti ai Dragoni? Diciamo loro che ci arrendiamo e pensate che ci metteranno al collo collane di fiori e imbandiranno banchetti?» ringhiò Roni.
Ma Calamo lanciò uno strillo acuto e Roni lo colpì, mandandolo lungo disteso nel corridoio umido, svenuto.
Il silenzio si dilatò come un’onda e gli occhi di Deva, arrossati e stanchi, scrutarono Drith a lungo, confusi. «Non riuscirai a farmi uscire di qui. Il Viceré non consentirà mai che anche solo un sospettato...» cominciò.
«Ma se ci riuscissi? Ti fideresti di un Pugno?» gli chiese lei. Deva la fissò a lungo, come misurando le sue parole, e disse: «No», poi prese fiato e aggiunse: «Ma mi fido di te. Cosa vorresti che facessi?».
Sul viso di Drith balenò un mezzo sorriso da lupo. «Ho bisogno che tu mi tradisca» disse con pacatezza.
«Cosa?» gracchiarono insieme fratello e sorella.
«Dirò al Viceré che ti eri infiltrata negli Echi per mio conto. Che eri lì per raccogliere informazioni per me. Che nemmeno mio padre ne sapeva nulla. Mi crederà. E nel frattempo tu... mi tradirai» disse Drith.
«Tu sei pazza» borbottò Roni, risentito.
«Io sono il simbolo della guerra, Deva, della snervante resistenza di Marca. Sangue Pugno. Hai sentito il vecchio... E tu mi conosci, sai che io sono folle, che porterò alla morte la città. Non seguirebbero mai me e nemmeno una leggenda. Nemmeno se fosse la loro unica salvezza. Perciò, non appena sarai uscita di qui, mi tradirai» disse. «E farai in modo che seguano te.»
«Cosa? Io non sono te. Non sono un condottiero!» gemette disperata Deva, pallida come la morte con il viso premuto contro le sbarre e gli occhi sgranati.
«È la tua occasione di far sì che ci sia un colloquio tra Dragoni e Markenn e sei l’unica in grado di farlo. Tu sai cosa pensano. Parlerai ai loro cuori. E di te si fideranno. Non seguirebbero un condottiero, non mi crederebbero nemmeno se dicessi la verità, ma ascolteranno una madre e una moglie che ha perduto suo marito per colpa dell’ultima dei Pugno...» rincarò Drith.
Il viso di Deva divenne grigio e Roni borbottò di nuovo, abbassando la voce a poco più di un sussurro: «Tu sei pazza».
E Drith scoppiò a ridere. «Lo sono, sì. Ora che lo sai... sei ancora con me, Roni? Sei libero di decidere.»
Lui scosse la testa arruffata di capelli biondi. «Non so cos’altro hai in mente, ma sarà come cavalcare due cavalli nello stesso momento. Ciò che ti chiedo è: che accadrà se ti sbagli?»
«E cosa se non mi sbagliassi?» ribatté lei.
L’Orso gettò un’occhiata alla sorella in gabbia, emise un sospiro ringhiante e affondò gli occhi in quelli di Drith. «E va bene» decise. «Vedi solo di non farmene pentire.»
«Signori! Sapete cosa fare!» tuonò lo spettro di Odar, nel grigiore di una lattescente e limpida alba, e il piccolo manipolo di Spettri ai suoi ordini dalla notte precedente si dileguò, scomparendo nel fumo.
Dopo una laboriosa operazione di carica che aveva occupato quattro uomini terrorizzati che maneggiavano l’arma come se potesse morderli, la spingarda aveva cantato, scomparendo in un turbine di fumo che aveva avvolto tutto come un sudario. Il Collo di Vipera aveva tremato fin nelle fondamenta, gemendo e crollando in una nube di martoriati frammenti. Nonostante questo tutto sembrava solo un lontano crepitio, in quel mondo freddo e spettrale, appena distinguibile da un soffio di vento e Nortigaar si avvicinò al suo impensabile alleato guardando attraverso il fumo illuminato dai primi raggi di sole.
«Non sembra che abbia funzionato» gli disse.
Odar non si voltò nemmeno. «Al contrario» replicò.
Nortigaar sollevò il sopracciglio sano. «Sciocchezze. Il vostro uomo ha parlato ed è ancora in catene. Quella bestia è ancora libera e la vostra arma funziona perfettamente.»
«Mi sarei stupito del contrario.»
«Farà ciò che deve, e lo farà anche Ooterham. Non è così che avevate detto? Che avevate visto dal suo sguardo che aveva capito il vostro messaggio? Balle!» sbottò disgustato lui, la mano sul pugnale dragone. «Lei non avrebbe dovuto credervi...»
«Via, via, figliolo, non siate sciocco!» lo apostrofò Narram, comparendo alle sue spalle solo con un breve preavviso nell’aria di ghiaccio. Sembrava onnipresente, anche se riusciva sempre a non comparire fino a che non voleva lui.
«Sciocco?» sibilò lui. «Lei rischia la vita e la sua città per mantenere la parola, ma voi non avete mai avuto intenzione di mantenere la vostra. Non è forse vero?»
«E cosa ne dite di Ooterham? Sembrate dimenticare che anche lui fa parte del piano... uno dei nostri» ribatté Narram in tono disinvolto.
«Dei vostri? Forse. Dei suoi?» indicò Odar. «Ne dubito. Cosa significa per lui uno zoppo? Siete voi stessi che l’avete messo al bando, e voi che lo lasciate lì come una bestia!»
«Ooterham sta solo facendo la sua parte» intervenne Odar.
«Seduto sotto il sole, ad aspettare che qualcun altro metta a posto le cose per lui. O che lo uccida.»
«Vedete, figliolo, ecco la ragione per cui siete morto. Siete impulsivo. Troppo» lo pungolò disinvolto Narram.
«Non chiamatemi figliolo» scattò ancora lui.
«Allora comportatevi da uomo» lo rimproverò seccato Odar. «Cosa pensavate che avrebbe fatto, la Mano? Liberato lui, imprigionato Woos e che avrebbe marciato sventolando una bandiera bianca sotto le vostre mura in modo che i vostri fanatici lo uccidessero prima di fargli aprire bocca?»
«I nostri fanatici? E che mi dite dei vostri?» ringhiò Nortigaar.
«Oh, il mondo è pieno di gente che non vede oltre il proprio tornaconto immediato» trillò la faccia deturpata di Narram. «O il proprio illusorio ideale.»
«E voi non siete di quelli...» sibilò ironico lui.
«Siamo morti. Vedete illusioni in questo mondo? O un tornaconto?» ridacchiò lo spettro. «Pensate a che fine farebbero in due contro quell’uomo e i suoi complici. Crentar non era l’unico... e il Primo Rosso saprebbe portare i suoi anche in mezzo al fuoco, se pensasse di ricavarne onori e promozioni, al ruolo di Mano, magari...»
«Uno di quei due uomini è la Mano. Nessuno oserebbe violare i suoi ordini» ribatté aspro Nortigaar.
«Al rischio di compromettere la propria posizione? Avete ragione. Ma potrebbero trovare il modo di rimuoverlo dalla sua carica...» disse Odar.
«Per salvargli la vita, s’intende» ridacchiò Narram.
«...se il suo medico lo ritenesse malato, ad esempio. Gravemente. O confuso, dopo le ferite riportate» borbottò Odar, voltandosi finalmente verso di lui e fissandolo con gli occhi simili a due schegge di ghiaccio. «Chi oserebbe mettere in dubbio il parere del suo medico, qui? Soprattutto se lo sentissero parlare di trattative con gli assediati? Proprio ora che possiamo distruggere le fortificazioni? Chi non darebbe del folle alla Mano?»
Nortigaar rimase in silenzio. «Dunque come potranno mantenere la parola» borbottò alla fine «un prigioniero e un uomo che non può muovere un passo in libertà?»
«Senza dimenticare la loro posizione di inferiorità» ribatté sibillino Odar.
«Come non dobbiamo dimenticarlo noi» annuì Narram.
Nortigaar seguì il suo sguardo, vide la Mano avvicinarsi alla bocca da fuoco mentre veniva ripulita e raffreddata prima di essere preparata a un nuovo tiro, e fare un cenno alle sue guardie personali, perché gli avvicinassero Ooterham sotto il sole. Cercò Woos, ma non lo vide. Non sotto il sole e nemmeno nelle ombre nette che la luce ritagliava sul campo. Sentì invece uno Spirito Morto gridare nell’aria immobile e scosse la testa serrando le dita sulla gelida elsa del pugnale, sotto la luce accecante del sole.
La torre tremava.
Era un lieve tremore, accompagnato da un sibilo lontano e, in piedi in cima alla torre di Segnalazione, Drith si teneva aggrappata alla vecchia lancia che ornava il tetto di quasi ogni edificio di Marca. Da lassù, mentre il giorno sorgeva, le ombre sembravano muoversi come belve gigantesche che correvano a nascondersi, scacciate dalla luce del mattino. L’aria era fresca e la brezza portava il profumo della rigogliosa vegetazione della stagione soleggiata, ma c’era qualcosa di inafferrabile e inquietante nel paesaggio. Guardò a sud, ma il cielo era limpido e le stelle stavano scomparendo; si voltò verso nord e, alle spalle del minuscolo lembo del Baluardo di Bircym, vide le cime più settentrionali sfiorate e circondate da tentacoli di nubi nere e vorticanti, strappate a tratti dal vento e squarciate da lame di luce che foravano le dense nubi. E si rese conto che l’aveva quasi dimenticato.
La Stagione della Pioggia era alle porte ma stavolta l’oscurità delle nubi non sarebbe stato un dono né una dichiarazione di libertà. Incurante del giorno che sorgeva, cercò con lo sguardo l’ombra della Coracca, appena visibile da dove si trovava, e quasi gli Occlumsaac potessero sentire i suoi pensieri e ridessero di lei, la terra tremò più forte, fino a fare ondeggiare la torre; il ronzio montò e la travolse come un’onda, trapanandole il cervello e mozzandole il respiro. Si aggrappò alla lancia, contorcendosi, ma il fischio crebbe e crebbe ancora, annullando qualsiasi cosa e qualsiasi pensiero. Il rombo oscillò e parte del tetto si squarciò, crollando. Drith scivolò, per un istante rimase aggrappata alla lancia ma poi anche quella si piegò e... si svegliò di soprassalto, madida di sudore, con la sensazione orribile di cadere e senza capire dove si trovava.
«L’ultimo colpo della giornata» le disse suo padre, cupo.
Lei gli gettò un’occhiata e rabbrividì, chiudendosi nella coperta in cui doveva averla avvolta, quando si era addormentata sulla poltrona davanti al camino del Palazzo, riacceso dopo anni. Non era mattina ma sera e il tremito che l’aveva scossa veniva dalla grande spingarda, non dagli Occlum, o non ancora. Non c’era ronzio, mentre il rombo aveva fatto tremare anche la stanza in cui si trovava, nel Palazzo dei Pugno. Quel posto le era del tutto sconosciuto e la soffocava. Non dipendeva dal fatto che non c’erano finestre, ma dall’atmosfera che si respirava; Dagon era impazzito, lì dentro, come molti altri prima di lui. Tuttavia era il Palazzo dei Pugno e dopo che avevano bruciato i resti di Hiccam e sparso le sue ceneri al vento, era lì che aveva dovuto prendere il suo posto, anche se non si era seduta sul seggio, né aveva indossato la corona di guerra.
Tutti avevano borbottato, ma non avevano osato dire nulla, nemmeno Spuntato. Così l’elmo era rimasto posato sul trono, irto delle punte di certes che gli avevano procurato il nome di corona; e da lì fissava come un teschio vuoto chiunque entrasse nella sala, improbabile come corona tanto quanto lo era lei come Comandante. Solo Hiccam, finalmente libero di uscire dalla cripta, aleggiava intorno all’elmo e al seggio come se volesse impedirle di toccarli. E continuava a borbottare.
«Notizie da Bircym?» chiese lei, con la voce impastata.
Chori Acuto sospirò. «Nessuna novità. La Coracca cresce a vista d’occhio. È già quasi diventata una cittadella... gli attacchi non hanno sortito un grande effetto e il messaggero dice che il vento porta un odore indescrivibile...»
«È così che fanno, così che hanno sempre fatto. Si preparano. Ma stavolta sono silenziosi come piattole sotto il pavimento... tanto da far sembrare il suono dei miei stessi pensieri simile a delle urla! Nemmeno tu li senti, non è così? Nessun ronzio, nessun sussurro, nulla» ringhiò lo spettro.
Drith si passò la mano sul viso, come per snebbiare i pensieri. «Aspettano» mormorò, rispondendo con una sola parola a entrambi. La guardarono fissare le fiamme che crepitavano stancamente nel camino e lei aggiunse: «La Stagione della Pioggia. Le nubi che oscurano il cielo. Le giornate che diventano più corte. Il sole che è meno potente...».
«L’oscurità maledetta quanto il sole» bofonchiò Hiccam, piegando il volto sfigurato in una smorfia di puro odio.
«La stagione degli Occlumsaac» mormorò nello stesso momento suo padre, citando il diario di Weru. Hiccam gli rivolse un’occhiata scarna e lui aggiunse: «Se non altro potremo provare il nuovo concentrato di rotra con più calma...».
«Ma abbiamo bisogno del sole...» scosse la testa Drith.
«Bisogno?» sbuffò suo padre. «No. Non ne abbiamo bisogno.»
«Ha ragione» disse Hiccam, con voce assente. «Hai il fuoco. Puoi uccidere il bastardo con il fuoco.»
«Tutti bruciano con il fuoco. No, bisogna mostrare la vera natura degli Occlumsaac, non è questo che volevi, Hiccam?» ribatté lei, fissando lo Spettro. «Ai Dragoni, che non ne hanno idea, e anche ai nostri, che non ne vedono da anni... Se non riusciremo a convincerli del pericolo che rappresentano saremo comunque finiti e l’unico modo è il sole!»
«Vuoi sconvolgerli? Usa il fuoco ruggente» interloquì suo padre, avanzando di un passo verso di lei. «Tenteranno di spegnerlo senza riuscirci. Gli getteranno addosso dell’acqua e il fuoco ruggirà, infuriando peggio di prima. Non lo abbiamo mai usato con i Dragoni, non lo usiamo da anni nemmeno a Bircym, e potresti ottenere ciò che vuoi. Scuotere a sufficienza il tuo pubblico!»
«Non come con il sole» ribatté Drith.
«Con il sole il vostro Woos non si avventurerebbe mai sul campo di battaglia! Mai!» schioccò suo padre. «Per non parlare del rischio che correresti tu!»
«Abbiamo quel tuo infuso di rotra, ora...» gli disse.
«Che non sappiamo se funziona! O come, esattamente.»
Drith sospirò. Aveva pensato e ripensato ma non trovava alternativa al muoversi in fretta. Appena il contrafforte fosse caduto, aveva promesso Aric, sarebbero stati pronti. Chissà come. Avrebbero avuto bisogno di nubi, per portare Woos allo scoperto, e del sole, per smascherarlo. Ma non c’era modo di avere l’uno e l’altro. Nessun modo, si scosse alzandosi in piedi e gettando la coperta sulla poltrona.
Con un brivido chiuse gli occhi e si ritrovò catapultata di nuovo nel sogno, con la terra che le tremava sotto i piedi, le nubi nere che aggredivano le montagne e le lame di luce che tagliavano improvvisi squarci. Sole e nubi, pensò. Poi d’un tratto qualcosa scattò e il fuoco nel camino si spense in un sibilo roco. Le torce lo seguirono l’istante successivo soffocate in una nube di polvere grigiastra.
«Giù!» l’avvertì suo padre balzando in avanti. Ma un sibilo trapassò l’aria, e lo proiettò a terra con un lamento.
«Hiccam!» chiamò Drith, odiandolo per non averla avvertita per tempo e girandosi per soccorrere suo padre. Ma lo Spettro, l’unica fonte di luce in quell’oscurità impalpabile, disse: «Ferma finché non te lo ordino... lo hanno preso solo di striscio e non è veleno» la tranquillizzò con voce dura.
Drith sfiorò con le dita il braccio di suo padre. «Fermo» gli sussurrò. E lei stessa rimase immobile, in mezzo alla sala, cieca nell’oscurità improvvisa, lottando contro la voglia di reagire. Un altro grilletto da balestra scattò e l’avvertimento di Hiccam le arrivò appena in tempo. Drith guizzò a sinistra di un passo e il bolzone la mancò. Lo sentì fischiare vicino alla testa e schiantarsi contro il pavimento di pietra. Ci fu un sussurro da qualche parte, in alto, e un suono sibilante nell’oscurità oppressiva. Di nuovo Hiccam le lanciò il suo avvertimento e di nuovo il bolzone la mancò, conficcandosi contro la poltrona.
«Non riuscirete mai a colpirmi, lo sapete? Non uno dei Pugno» sfidò gli assassini, cercando di abituare gli occhi all’oscurità e di mantenere la voce tranquilla. Ci fu un suono graffiante, un colpo, un gemito e poi un tonfo sordo. «Sono stupita che abbiate pensato che sarebbero bastati tre di voi per uccidermi. Ora siete solo in due» sbuffò, voltandosi in direzione di uno dei due tiratori rimasti.
Un altro bolzone scattò, forando il silenzio soffocante e Drith si abbassò appena in tempo, ruotando su una caviglia e sentendo la corta e solida freccia schiantarsi contro una delle colonne.
Fece schioccare la lingua contro il palato. «Di nuovo cilecca» sillabò, con il cuore che le martellava in petto, ma cercando di innervosirli e distrarli. «Non capisco perché Spuntato vi abbia scelto per un incarico così delicato, se non sapete neppure prendere la mira come si deve...»
Ci fu un altro movimento, ma stavolta il suono che seguì fu quello di una carrucola che scorreva; ci fu il tramestio di una balestra che rovinava a terra e un gemito acuto. «E finire dritto in una trappola!» schioccò insolente Drith. «Non ci sono più i Serpenti di una volta...»
Ci fu il tonfo attutito di un corpo che atterrava sul pavimento, con grazia. «Avanti, sono qui!» allargò le braccia Drith, voltandosi verso il suono con un brivido. «Siamo uno contro uno. Nortigaar non avrebbe fallito!» esclamò.
Poi sentì il suono di un respiro, sottile, e il coltello partì nello stesso istante in cui Hiccam lanciò il suo richiamo. Per la frazione di un istante Drith colse un debole riflesso sulla lama e in quello stesso istante un’idea le passò in testa come un fulmine. Il sole e le nuvole. In quell’istante tutto sembrò chiaro. E persino troppo semplice. Finché si rese conto della traiettoria del pugnale.
«A sinistra!» le ordinò Hiccam, ma lei si spostò di scatto, all’indietro, facendo invece da scudo a suo padre. Il Conservatore gridò un “no!”, ma lei gli piombò addosso con tutto il suo peso e ci fu un gran trambusto, un ringhio, un colpo sordo, un lamento.
Poi due torce sfrigolarono e si accesero di nuovo.
«Drith?» domandò Roni avanzando a larghi passi verso di lei.
Chori Acuto la sollevò, cercando con le dita una ferita, fremendo di rabbia e facendo rotolare a terra la corta lama a due punte dei Serpenti. La punta storta testimoniava che era giunta a segno, anche se contro una leggera ma resistente striscia di certes.
«Sto bene» disse Drith, cercando di mettersi seduta. «Sto bene, ho detto. È la tua spalla che sanguina, padre.»
Avrebbe voluto rimproverarla ma il sollievo era tale che non riuscì a impedirle di alzarsi in piedi. Così sbuffò. «È solo un graffio. Sono morti?»
Roni li raggiunse annuendo e guardandosi intorno con espressione truce. «Non ce ne sono altri, vero?» le chiese, la gigantesca mano posata ancora sulla sua ascia che gocciolava di sangue.
«No» rispose lei dopo un istante.
Il giovane e gigantesco Orso serrò le labbra, a disagio. Guardò un istante nella direzione in cui aveva guardato Drith senza vedere nulla, ma la voce di Tirras raenth Cuspide che scoppiava a ridere dall’alto, lo fece girare. «Ah-ha!» esultò, balzando giù dall’arcata dove era stato appostato sino ad allora con il suo arco stretto in pugno. «Sei stata incredibile, Drith! Incredibile! Scansare i bolzoni come se sapessi perfettamente da dove venivano e quando sarebbero arrivati! Semplicemente fantastica!» ripeté, imitando i movimenti di lei.
«Questo come ovvio perché lei sapeva perfettamente da dove venivano e quando sarebbero arrivati, testa dura d’un Aquila! Anzi, grazie messer Pugno, ovunque voi siate: i miei omaggi!» esclamò Hcevac raenth Mordenti uscendo dall’oscurità nella sua tenuta da Ragno. «Anche se nessuno di noi ha vinto la scommessa... ne abbiamo preso uno per ciascuno, pare!» aggiunse rassegnato, guardando la trappola penzolante in cui era imprigionato l’unico aggressore sopravvissuto e tirandogli un colpetto. «Idiota traditore doppiogiochista di un Serpente!»
«Ottuso Ragno! Te ne tornerai presto nel tuo buco, vedrai!» ribatté con voce roca quello, agitandosi nella rete come un pesce. «Ne arriveranno altri, altri si sveglieranno quando si renderanno conto che non saranno le leggende a farci sopravvivere, come non lo hanno fatto finora!»
Hcevac roteò gli occhi, poi lo colpì in viso, tramortendolo, e fece spallucce. «Tanto diceva solo sciocchezze.»
«Sciocchezze?» obiettò Roni, cupo. «Spuntato non contava certo solo su questi tre. Ne ha addestrati altri e ben presto avremo altri assalti, qui o altrove. E saranno meglio organizzati.»
«E noi avremo ancora messer Pugno che ci avverte per tempo, no?» fece Hcevac allegramente.
«E un bel po’ di frecce» annuì Tirras.
I vecchi amici di Drith si erano fortunatamente rivelati alleati anche adesso, ma Chori Acuto non poteva fare a meno di chiedersi per quanto e fino a dove l’avrebbero seguita.
«Potrebbe non andare sempre così bene!» osservò in tono brusco. Gli Spettri si dissolvevano, aveva letto sulle carte di Weru, e poi c’erano i Pugno. «Anche i Pugno muoiono.»
La frase cadde in un silenzio pesante.
«Già... e se l’ultimo Pugno muore davvero? Senza figli? Senza...» s’interruppe Hcevac. «Abbiamo bisogno dei Pugno. Ora più che mai, con quella cosa che cresce nella Conca come il ventre di una capra gravida. Abbiamo bisogno dei Pugno» ripeté, incespicando nelle parole.
Chori Acuto lo fissò, lieto che almeno qualcuno capisse la sua preoccupazione. Degli amici di sua figlia quel giovanotto permaloso dalla faccia allegra era l’unico che aveva preso con entusiasmo la sua reale identità. Anche se probabilmente troppo. Forse, pensò con un guizzo di divertimento, dopo la morte di parto della giovane moglie, raenth Mordenti avrebbe voluto proporsi a Drith in una veste diversa dal Ragno. Ma lei era una Sposa dell’Arma.
«Drith non morirà» cercò di alleggerire l’atmosfera Tirras, alludendo ai bolzoni scansati miracolosamente poco prima.
E lei batté le palpebre. «Oh, sì che morirò. Prima o poi» lo contraddisse con semplicità. «Ma se accadesse prima del tempo... i Pugno non moriranno con me.»
«Cosa?» gemette Tirras.
Suo padre trasalì violentemente e lei sollevò un sopracciglio, un sorriso grave ma determinato sul viso aguzzo. «Non fatevi strane idee. Sarete voi gli ultimi Pugno» sospirò guardandoli uno a uno in viso. «Questo sono i Pugno, gente che sa e non dimentica. Non molto altro. Per questo Hiccam è qui, perché non voleva che dimenticassimo. E per questo ci sono anch’io» confessò, fissando con aria di scusa nel vuoto. «Questa è la condanna vera dei Pugno. Non poter dimenticare perché in quel caso Marca morirebbe, il suo spirito andrebbe perduto e la sua speranza si spegnerebbe. Quindi, ecco, finché qualcuno saprà tutto quel che c’è da sapere, be’, non ci sarà mai un ultimo dei Pugno. Sangue o no» concluse, stringendo una bendatura di fortuna intorno al braccio scalfito dalla freccia di suo padre.
«Bel discorso, ma non vediamo gli Spettri, noi» borbottò Hcevac. «Come potremmo salvare Marca se non schivando frecce e parlando con i morti?»
«Vuoi dire anche: non bruciando al sole, senza essere tormentati dal ronzante stridio degli Occlumsaac e senza dover evitare gli Spiriti Morti?» sogghignò lei. «Forse sarebbe troppo facile...?»
Il giovane ridacchiò e Chori Acuto incrociò gli occhi di Roni, che lo fissava come se si chiedesse cosa pensava; si domandò lui stesso che cosa gli passasse per la testa. Non era mai riuscito a capire cosa rimuginasse quel suo viso tirato ma sembrava turbato. «State bene, Conservatore?» chiese.
«Non c’era veleno. Ed è davvero solo un graffio, fortunatamente» disse Drith, finendo la sua medicazione.
«Già,» ripeté il Conservatore «ma i tuoi amici hanno ragione. Non avresti dovuto farlo. Cosa sarebbe accaduto se avessero colpito te?» non riuscì a trattenersi dal rimproverarla.
Lei gli lanciò un’occhiata sollevata e sfolgorante di una luce strana, come se cercasse di controllare un pensiero, di assicurarsi che fosse vero. «Non potevo lasciare che ti uccidessero» ribatté.
«L’importante era che ti salvassi tu, non io! Eravamo tutti qui per questo. Perché sapevamo dell’attacco. Ma non lasciare che mi usino per arrivare a te! Non lasciarglielo fare!» l’ammonì.
Drith abbozzò un sorriso. «Allora non farti uccidere.»
«Non fingere di non capire.»
Ma lei si risentì e scattò. «Non fingere tu. Abbiamo già avuto le nostre discussioni sulle responsabilità e i doveri. Ho salvato mio padre, è vero, ma se l’idea non ti piace pensa che ho salvato il Conservatore della Società Sperimentale. Sono rivestita di certes come un pesce, non rischiavo granché. E che ti piaccia o no, tu non sei un uomo qualunque. Non potremmo farcela senza di te» esclamò, pallida nella fioca luce delle due torce. «Men che meno adesso. Tu sei l’unico che può fare l’impossibile.»
«L’impossibile?» domandò perplesso Hcevac. «Ancora più impossibile che parlare con gli Spettri?»
Drith gli sorrise, poi guardò nel nulla, fissando ancora in viso Hiccam Pugno. «Più impossibile ancora, sì. Perché finalmente ho capito come.»
«Come cosa?» chiese Roni, a denti stretti.
«Fermare i Dragoni e usare le loro spingarde contro gli Occlum» rispose lei.
Chori Acuto li guardò.
Nessuno di loro aveva sentito il discorso che Drith aveva tenuto alla Consulta e nessuno poteva sospettare cosa intendesse fare per riuscirci. Persino lui, quando gliene aveva parlato, si era dovuto sedere, e Tirras e Hcevac fischiarono entrambi, sbalorditi da quella dichiarazione.
Solo Roni emise uno sbuffo sordo, scrutandola di nuovo con il viso cupo, come se già sapesse. «Credevo avessi le idee chiare» borbottò in tono d’accusa.
«Sapevo cosa dovevo fare; ora so come» disse lei. «Il sole e le nuvole» disse con un’energia che suo padre non le aveva visto nemmeno una volta da quando era tornata dal campo nemico.
«Sole e nuvole?» fece Tirras aggrottando le sopracciglia.
Drith scoppiò a ridere. «Esatto! Prima che arrivino le piogge, signori, avremo ai nostri ordini sia la luce del sole sia l’ombra delle nuvole» annunciò poi e, posando la mano fresca sul braccio di Chori Acuto, gli occhi calmi e scuri su di lui, concluse: «Perché il Conservatore farà in modo che marcino al nostro fianco».
E, mentre iniziava a spiegare come, Chori Acuto la fissò a bocca aperta. Perché forse Drith aveva il sangue di Hiccam nelle vene, ma a quanto pareva era anche sua figlia.
Forse non sarebbe stata una cattiva idea far arrivare un intero esercito di Dragoni Rossi dalla capitale come aveva chiesto il Primo Nero, ma Aric dubitava che il Darlingar avrebbe distaccato così tanti uomini per un solo Scudo di confine, non con le frontiere tormentate dagli Accavi e meno che mai per la fortezza che era la loro vergogna, la prova della loro incapacità. Era per questo che tutti avevano preferito dimenticarla, come la pecora nera della famiglia. Fingere che non esistesse. Darla in pasto a uomini che ritenevano incapaci e a cui dare la colpa di secoli di fallimenti.
Ora però la Mano era lì e c’era dell’ironia in ciò che stava facendo. Come ce n’era nel fatto che lui, Aric di Ooterham, stesse manipolando la Mano. D’altronde era stato Odar a suggerire quella linea di condotta, sostenendo che sarebbe stata l’unica a convincere la Mano.
Aveva avuto ragione. Per quel che lo riguardava, Aric dubitava seriamente che gli oscuri Occlumsaac di Drith fossero alleati con i predoni che perseguitavano la Landa come aveva lasciato ipotizzare alla Mano, tuttavia preferiva continuare a pensare alla fortezza come a uno scudo e preferiva che quello scudo tenesse. Come preferiva pensare di avere degli alleati all’interno delle sue mura.
Il ricordo dell’unico di quegli alleati con cui avesse mai parlato gli fece chinare la testa sotto il sole cocente, con le vertigini. Chiuse gli occhi per scacciare quello sciocco pensiero e invece vide di nuovo il viso affilato di Drith, il suo sguardo profondo, e sorrise di se stesso e della propria situazione. Desiderava un’alleanza eppure aveva progettato, migliorato e resa operativa l’arma che stava per distruggere la fortezza.
«Ma guarda. Avrei pensato di sentirvi inveire contro la Mano o contro Snoret, non certo di vedervi sorridere...» lo sorprese una voce, avvicinandosi di lato.
Aric scrollò le spalle. «Tra poco potrei mettermi a cantare» ribatté aspro. «Vi consiglio di allontanarvi.»
Il Primo Nero ridacchiò e gli si avvicinò ancora, chinandosi per porgergli la borraccia. «Per un po’ d’acqua potreste risparmiarmi l’ennesima pessima esecuzione di Mia bella lavandaia. Che ne dite?» suggerì.
«Acqua, signore? Perché all’ultima razione...» bofonchiò.
L’altro fece una smorfia. «Questa è acqua, leggermente corretta con zucchero e sale e un po’ di grog per disinfettarla, s’intende. Anche se calda com’è a volte non la distinguo io stesso dall’urina» sospirò. «Non vi lasciano in pace, eh?»
Aric stava morendo di sete così aprì gli occhi, prese la borraccia, annusò il contenuto, e bevve un sorso. Poi un secondo. E un lungo terzo. La sensazione di avere la gola tagliata si attenuò. «Mi stupisco di essere ancora vivo. Sono un traditore» osservò.
«Davvero?» fece il Primo Nero.
Aric cercò di fissarlo, nell’accecante luce del sole. «Che volete? Una confessione?»
«Non siate stupido. Volete la mia opinione? Sareste potuto fuggire con la donna soldato, ne avreste avuto la possibilità. O verso la capitale. In ogni direzione avreste avuto migliori probabilità che qui, Ooterham. O avreste potuto far esplodere quel mostro ringhiante mille volte, correggendo i vostri uomini.»
«Forse sono stupido» sibilò lui.
«O forse solo leale.»
«Perché? Non è la stessa cosa?»
Il Primo Nero sghignazzò con aria infelice. «Domani abbatteranno l’ultimo pezzo del contrafforte che ci impediva un’offensiva decente, pare» osservò.
Aric cercò di guardare il panorama, anche se vedeva solo macchie bianche. «E credete che basterà a sconfiggerli?»
«Credo che dovremmo spostare quel vostro coso e usarlo per creare una breccia nelle mura, ma credo anche che il Primo Rosso non voglia aspettare. Non che abbia tutti i torti: tra un po’ se la fortuna assiste i montanari, arriveranno le piogge e l’umidità ci farà rallentare. Alcuni dei vostri hanno suggerito di usare le spingarde più piccole per liberare l’area da gran parte dei difensori e la polvere esplosiva sotto le porte, per farle saltare.»
Aric ci pensò. «Potrebbe funzionare se il bersaglio non fosse troppo in alto e se non ci fosse quell’enorme controscarpa. E sempre che li lascino avvicinare per piazzare le cariche, cosa di cui dubito.» Chiuse di nuovo gli occhi nel riverbero.
Il Primo Nero sbuffò. «Li spaventeranno comunque. E conoscete Snoret. Va avanti a testa bassa. Se ha ragione, non ci sarà molto da fare per la cavalleria» aggiunse mesto. Aric sapeva cosa significava quanto lui. «E la Mano gli dà spago, e continua a ordinarmi di tenere d’occhio le linee arretrate, con i falconi di giorno e le stridie di notte... Come se aspettasse qualcosa, ma dal lato sbagliato.» Aric rimase in silenzio. «Vero è che da quando la donna è fuggita non ci sono stati altri attacchi. È come se... volessero risparmiare le forze. Che ne dite?» lo pungolò l’altro.
«Che siete qui perché vorreste che la spia vi confermasse le vostre idee. Idee che già avete.»
L’altro rise piano. «Sbagliate, anche se non del tutto. Sono qui perché la Mano mi ha ordinato di prepararvi per un viaggio.»
«Ah» sibilò Aric.
«Ma penso che non ci sarebbe nulla di male nel sentire l’opinione dell’uomo che credeva ci fossero dei sabotaggi anche quando gli altri li ritenevano soltanto incidenti» confessò l’altro, sferragliando la catena cui era legato con un gesto nauseato. «Sapete, credo di avervi sottovalutato sin da quando vi conosco, Ooterham.»
«Quindi siete qui per scusarvi con me, in realtà» rispose acido lui. Voltandosi distinse a fatica la gabbia che lo aspettava e si maledisse per la debolezza e il tremore che si sentiva addosso. E per aver pensato che la Mano gli avesse creduto. «Per questo mi porterete con quel bel carro in una delle case di frontiera, dove potrò farmi un bagno, cambiarmi i vestiti, mangiare qualcosa di decente e dove una bella donna si prenderà cura di me...»
Il Primo Nero scoppiò in una risatina acuta. «Più o meno» disse, mentre i suoi uomini lo sollevavano di peso per infilarlo nella gabbia.
Aric lottò, ma non avrebbe avuto molte speranze nemmeno se fosse stato sano e con le mani libere; gli misero un cappuccio in capo, quasi soffocandolo, e furono sufficienti un paio di colpi per chiuderlo in trappola. Ringhiò cercando di far rotolare la gabbia, ma gli uomini risero, lo scaraventarono su un carro e lo portarono via. Verso sud-est.
L’unica cosa cui Aric riuscì a pensare fu Drith. Non avrebbe potuto vederla di nuovo.
A quanto pareva, infatti, la Mano pensava di poter fare senza Aric di Ooterham. Il carro scricchiolava e ondeggiava verso sud-est e lui stava per morire. Dove andava, infatti c’era solo una cosa: i buchi delle Termiti Bianche.