TENEBRA NELLA
TENEBRA
Anno dell’Acqua Grigia – 603° dall’Inizio
dell’Assedio
Drith vide il Quartiere oscurarsi all’improvviso, le lanterne cieche vennero chiuse una dopo l’altra, i falò soffocati con barili di terra. La luna stava per scomparire del tutto e dovevano essere stati avvistati i Pipistrelli in volo. Entro breve, il cielo in direzione di Marca si sarebbe riempito di traccianti.
Il fumo che si sollevò dai focolari spenti era acre e resinoso e, in quella nebbia improvvisata, Drith sgattaiolò verso il gruppo di tende più vicine. Ora non sentiva più alcun ronzio, Woos doveva aver avvertito la sua presenza e doveva essersi spostato e nascosto, a quanto pareva aveva trovato il modo, ma lei lo avrebbe scovato. Era certa che non si sarebbe mosso verso la battaglia e non sarebbe neppure fuggito dal campo perché questo lo avrebbe reso più facile da individuare per lei. Doveva essersi preparato all’eventualità di scontrarsi con uno dei Pugno e se era sopravvissuto per secoli doveva essere prudente e capace. La scelta più logica era restare alle spalle della battaglia ma ancora all’interno del campo, vicino ai soldati di scorta alla Mano, cui avrebbe potuto chiedere aiuto.
Drith aggirò il campo cercando di superare le palizzate e le guardie nello stesso modo in cui faceva Nortigaar. China a terra, con le gambe che le dolevano e i muscoli che tremavano per la tensione, scivolò per un lungo tratto in avanti, si nascose dietro alcuni barili e rimase lì mentre sentiva soldati correre e un paio di guardie parlare nell’ombra della luminosità lunare.
«E tra poco comincerà lo spettacolo...» disse il primo.
«Spettacolo?»
«Lasciano che si avvicinino e poi faranno partire i razzi» ribatté l’altro con uno sbadiglio.
Ci fu uno sbuffo. «Non li colpiranno mai. Non si può prendere un accidente di mira con quegli affari. Rombano come uccelli del malaugurio ma per il resto...»
«Qui li usano per illuminare il cielo, così possono usare balestre e archi. E poi non si sa mai. Magari bucheranno un’ala e ne abbatteranno uno. Mi piacerebbe vedere uno di quegli aggeggi.»
«Macchine volanti!? Gli uomini non sono fatti per volare. E di notte, poi. Come ci vedono?» borbottò l’altro, poi partirono i primi razzi.
Ruggenti scie di fuoco dalla coda di fumo e la criniera di scintille s’innalzarono dalla base delle colline e schizzarono verso l’alto, artigliando l’oscurità per curvare improvvisamente in traiettorie erratiche che illuminavano a tratti i movimenti dei Pipistrelli in cielo e i due si zittirono, scossi. Furono accese le prime frecce incendiarie e iniziarono a partire colpi di balestra.
Approfittando della luminosità rossastra che dardeggiava in cielo scavando ombre nelle altre ombre, Drith scivolò nel perimetro del Quartiere non vista e si accoccolò, scrutando a fatica nella mezza oscurità. Vide lo spettro di un Dragone con la testa sventrata esitare vicino a un focolare e passò oltre, senza un fiato. Scivolò per un tratto ancora fangoso e qualcuno passò correndo così vicino che Drith fu costretta a ripetersi ciò che Nortigaar le aveva insegnato per restare immobile. Il soldato la superò senza vederla e lei si tirò di fianco. Era facile perdere l’orientamento in quell’oscurità, ma una sorta di sesto senso la guidava, insieme ai lampi di luce che venivano da nord-ovest, verso le montagne.
Ci fu un boato fiammeggiante, grida, e uno di quelli che i Dragoni chiamavano cani-volpe gannì angoscioso nell’oscurità, dando il via a un caos di latrati, poi Drith lo sentì di nuovo, breve e appena percettibile: il ronzio. Era come se una vespa fosse intrappolata all’interno del suo cranio. Come se ci fosse qualcosa alle sue spalle che, per quanto si fosse voltata, sarebbe sempre rimasta alle sue spalle.
Capì di essersi avvicinata alla sua preda e, nonostante desiderasse solo sfuggirgli, seguì quella flebile traccia, addentrandosi nel campo, finché non raggiunse il retro del carro coperto accanto alla tenda della Mano.
C’era silenzio e si chiese se Nortigaar fosse passato all’azione e se la Mano potesse essere davvero Woos, come Hiccam aveva supposto, perché se il silenzio nella tenda significava che l’aveva già ucciso, allora non era lui Woos. Realizzò che in quel caso, tornando al punto di incontro con lei, a missione compiuta, il Serpente non l’avrebbe trovata. Si maledisse. Non sarebbe riuscito a pilotare il Vespertillo e non sarebbe potuto tornare a Marca, ma Drith serrò i denti scacciando quei pensieri. Nortigaar era l’uomo più capace che avesse mai conosciuto. Se la sarebbe cavata.
E l’intermittente debole ronzio non veniva dall’interno della tenda ma dal carro; vicinissimo. Era attutito dal legno, ma c’era. Trattenne il fiato. Uccidere Woos era compito dei Pugno. Spettava a lei, pensò, e si rese conto di desiderare ucciderlo con la stessa forza con cui lo voleva Hiccam, con lo stesso disprezzo, lo stesso rancore e la stessa tenacia che aveva sentito pervadere lui sin dal loro primo incontro. Un tracciante saettò goffo sopra la sua testa, con la sua luce bianca e le roche scintille fumose, sibilando come uno Spirito Morto. La luna era ormai stata inghiottita, uno spettro blu in cielo, e fu solo quella luce improvvisa a salvarle la vita. Scintillò su una fibbia dorata, di fianco a lei, un’ombra si mosse, e la lama balenò nell’oscurità.
Drith rotolò di lato e il colpo mancò l’obiettivo.
Non era addestrata come i Serpenti, ma aveva ottimi riflessi e anche i Pipistrelli venivano allenati un po’ al corpo a corpo. Inoltre, da quando lavoravano insieme, Nortigaar le aveva insegnato qualcosa: punti deboli nelle armature, punti dove ferire perché un solo colpo fosse sufficiente ad azzittire la vittima cogliendola di sorpresa. Collo, gola, trachea, per evitare urla. Polmoni. Colonna vertebrale. Era sembrato inevitabile imparare. Adesso però sembrava inutile, perché non aveva dalla sua la sorpresa. Lo aveva saputo avvicinandosi, nessuno degli Occlumsaac poteva essere colto di sorpresa da un Pugno, men che meno quell’Occlumsaac. Per questo aveva sciolto il proprio Morso Vermiglio in un po’ di saliva e l’aveva spalmato sulla lama con attenzione. Un suggerimento di Hiccam. Una semplice ferita e, se il Morso non avesse ucciso Woos, l’avrebbe almeno rallentato, dandole una possibilità in più.
«Maledetto Pugno!» scandì la voce dell’aggressore.
Drith poteva sentire il suono del suo respiro raspare nell’oscurità ed estrasse il pugnale dalla lama arrossata. «Woos...» sibilò.
Non era cambiato granché dai tempi di Hiccam, capì grazie al riflesso di un lontano tracciante. Non era particolarmente alto, era tozzo come un barile e al tempo stesso quasi scheletrico, con un lungo naso dritto ma sgraziato, la mascella prominente, i capelli neri e lunghi tirati indietro e una cicatrice che scendeva dallo zigomo al mento, l’unica che Hiccam fosse mai riuscito a lasciargli. Una creatura apparentemente così ordinaria da dare l’impressione di non essere pericolosa. Ma l’aspetto era l’unica cosa umana che gli era rimasta. A parte gli occhi, simili a due voragini nere e distanti.
Ci fu uno scoppio e una folata di vento portò loro una nube di fumo e di grida, ma rimasero entrambi immobili.
«Vedo che la tua genia ricorda ancora... confesso che ne dubitavo» sibilò lui.
«I Pugno mantengono le promesse, dovresti averlo imparato» ribatté Drith. Scoprì di avere la voce roca e di rabbrividire per la tensione. Il ronzio era ancora basso, appena percettibile.
«Promesse» sputò lui. Nella mezza luce la smorfia della sua bocca scoprì qualche dente spezzato. «Ci siete costati un’infinità di tempo, voi e le vostre promesse, a me siete costati un’infinità di tempo, ma è tardi, ormai. Alla fine proprio tu mi aiuterai, crepando in questo letamaio e aizzando questi idioti e finalmente la tua preziosa cittadella annegherà tra escrementi e sangue come avrebbe dovuto fin dall’inizio.»
Drith sentì il cuore accelerare i battiti. Combattere era sempre stata una necessità. Uccidere per non essere uccisi. Ora però desiderava uccidere Woos e quel desiderio così ardente la metteva a disagio. Come quel flebile ronzio alla base del cranio. Sottile ma presente. «Maledetta carogna Occlumsaac» sibilò.
Woos abbozzò un sorriso sulla faccia, bianca come marmo. «Tu non puoi uccidermi e lo sai, ma anche se ci riuscissi non otterresti nulla. Solo la tua stessa morte. A cosa servono quindi le vostre squallide promesse, Pugno?»
Drith serrò i denti. Era una provocazione ma era vero. Solo una cosa avrebbe davvero ucciso Woos, e gettare quel rifiuto umano nel fuoco avrebbe attirato l’attenzione. Avrebbero salvato lui e ucciso lei. Si sentì traboccare di disgusto e angoscia e Woos ne approfittò e le si lanciò contro, affondando la lucida e corta spada dentellata verso il suo ventre. Sapeva che l’ira l’avrebbe resa temeraria, che avrebbe agito mossa dall’impulso, e che un pugnale perdeva sempre contro una spada e voleva approfittare del vantaggio. Ma anche Drith lo sapeva.
Da qualche parte nella sua mente la voce di Nortigaar le ricordò di agire freddamente. S’inarcò schivandolo, sentì il sibilo della lama fischiare accanto all’orecchio e mosse il braccio in uno slancio cieco, convulso, che tracciò nell’oscurità un feroce fendente. Woos però fu inaspettatamente lesto e il pugnale intaccò solo la stoffa della sua mezza tunica. Lei roteò sulle gambe per riprendere l’equilibrio, e ronzii, echi di urla, latrati, scoppi che parevano tuoni si confusero con il silenzio in un caos pulsante.
«Io» ringhiò «non sono solo una promessa.»
«Tu sei uno solo, Pugno» sputacchiò Woos. Sembravano due cani che tentavano di mordersi la coda l’un l’altro.
La luce bianca di un tracciante forò l’oscurità sopra di loro, abbagliandoli, e Drith si mosse di nuovo. Si slanciò verso di lui e quando gli vide sollevare la spada per parare il colpo, cambiò bruscamente direzione e, ruotando con forza la mano disarmata, lo colpì in faccia. Il pugno lo sorprese, come se avesse dimenticato che aveva due braccia, o come se non si aspettasse tanta forza. La testa si piegò di lato e Drith sentì crepitare l’osso della sua mandibola. «Anche tu» sibilò ma esitò un istante di troppo.
«Qui ti sbagli» disse Woos, e contemporaneamente mosse la sua lama.
Tentò di trafiggerle lo stomaco ma la leggera lamina di certes cucita nella divisa le salvò la vita, deviando la punta. L’acciaio però le squarciò l’interno del braccio destro e Drith arretrò ringhiando. Sentì il sangue colare ma non il dolore. Non ancora.
E la voce stridula di Woos tagliò l’oscurità. «Aiuto! Allarme! Nemici nel Quartiere!» strillò con voce acuta, balzando indietro con un sogghigno. Drith si rese conto della propria stupidità.
Woos era il solo Occlum da quella parte della frontiera, ma non era davvero solo. I Dragoni lo conoscevano, erano dalla sua parte. E non avrebbe mai lottato lealmente contro di lei. Ci fu un’inevitabile esplosione di grida. Passi martellarono nel fango e tre delle guardie della Mano comparvero dal nulla alle sue spalle, come se non avessero aspettato altro fino a quel momento.
Woos lasciò cadere la lama facendosi indietro con un patetico uggiolio e uno degli uomini le si avventò contro. Drith parò il colpo appena in tempo, con goffaggine, facendo tintinnare la lama, poi ruotò sulle caviglie e si chinò, per evitare l’affondo di un altro, ma il terzo le sferrò un colpo con il piccolo scudo che portava al polso che la fece arretrare pesantemente.
Si sentì la bocca inondata di sangue e rimpianse di non essere un Serpente. Di non aver parlato a Nortigaar e di aver voluto fare tutto da sola. Era finita, era stata sconfitta, e così stupidamente da provare un’immensa vergogna. L’ultimo dei Pugno sarebbe morto in un campo dei Dragoni, da incapace qual era, ucciso da altri uomini, e Marca sarebbe finita. Spazzata via.
Sarebbe dovuta fuggire ma era circondata e uno degli spadini che veniva tanto irriso dai Dragoni Rossi saettò e le trafisse la spalla. Drith rimase infilzata, sconcertata. Nemmeno questa volta provò dolore, non subito, solo uno strano senso di estraniamento, così si lanciò goffamente contro uno dei soldati che le volteggiavano intorno come corvi.
L’uomo, per quanto sembrasse mezzo ubriaco, riuscì a parare l’affondo ma non abbastanza da evitare un taglio sul viso; un altro le afferrò il braccio per fermarla e Drith si voltò e gli assestò una gomitata al costato, poi riuscì a divincolarsi quanto bastava da conficcare il suo pugnale alla cieca.
«Uccidetelo! Massacratelo! Fatelo a pezzi!» sentì gridare a Woos con voce stridula, dall’ombra in cui si era rintanato.
Arrivarono altri Dragoni. Due. Rossi. Uno di essi doveva essere appena morto. La guardia della Mano fu colpita sotto la barba, la lama conficcata nel collo con la precisione di un boia recise la giugulare e inondò la mano di Drith di sangue caldo e vischioso. Lei si liberò della sua presa ma un colpo sferrato di taglio con uno scudo la raggiunse allo stomaco, facendola piegare su se stessa senza fiato. Cercò di reagire ma il soldato morto cercò di colpirla, forse pensando di essere ancora vivo, e la testa di Drith si riempì di confuso livore e della luce accecante che doveva averlo ucciso. Brancolò, confusa, le parve di sentire la voce di Nortigaar e per un istante lo vide, tra i volti intorno a lei. Poi ricevette un violento colpo di spalle che la fece crollare a terra, le sferrarono un calcio in pieno petto con un calzare di metallo e il dolore esplose tutto insieme, ululando.
«Uccidetelo!» sentì gridare ancora a Woos e un altro calcio, stavolta al viso, la proiettò indietro, nel fango. Qualcuno gridò qualcosa ma non capì cosa.
L’odore metallico del sangue riempì tutto, un Dragone le schiacciò la mano per strapparle il pugnale e le sue ossa crepitarono. Il mondo vorticava e prima di perdere i sensi, mentre l’oscurità si diradava lentamente e nel cielo la luna tornava a occhieggiare, Drith sentì solo la rabbia, il dolore e la frustrazione. Aveva sempre pensato che la morte non fosse altro che un passaggio. Che quando avesse varcato quella soglia avrebbe potuto rivedere sua madre e Hcontor; invece, temette in quel momento, a lei non sarebbe accaduto.
Sarebbe diventata uno Spirito Morto.
Le specie di cani dallo sguardo verde acceso e la pelliccia rossiccia che riempivano le gabbie intorno a Drith uggiolarono e lei rimase immobile, con gli occhi chiusi.
Sentivano gli spiriti, come tutti gli animali, e avevano paura.
Anche lei sentiva Nortigaar che la fissava in silenzio, ma ogni muscolo era di piombo e i pensieri intorpiditi e non voleva parlargli. Non era morta. Qualcuno aveva fermato i soldati e aveva fatto in modo che restasse in vita. Non era morta, ma era come se lo fosse; bloccata nel momento in cui l’aveva visto, in piedi tra i Dragoni. Sbigottito.
Neppure il dolore riusciva a scuoterla. Non da quando aveva riaperto gli occhi, in quell’angusta gabbia per cani in cui l’avevano infilata, nel fetore di quella cella improvvisata; sentiva le ossa della mano che mandavano feroci lampi, il braccio e la spalla che mordevano, la testa pesante, le costole doloranti e ogni muscolo che gridava vendetta, ma era come se appartenessero a qualcun altro.
Aveva sperato fino all’ultimo di aver solo sognato. Di non aver visto davvero Nortigaar in mezzo al caos di Dragoni che la martellavano di colpi. Aveva sperato che fosse riuscito a fuggire. Ma Nortigaar raenth Curaro non era fuggito. Era rimasto lì. Invisibile. Morto. Come ora era di fronte a lei.
Si mosse, facendo tintinnare le catene che la imprigionavano. «Mi dispiace così tanto...» mormorò.
Lui rimase immobile. Non si era ancora reso conto che lo vedeva, ma quando incrociò i suoi occhi, trasalì. Il suo volto era rigato dello spettro del suo stesso sangue e, dove era stato colpito, la metà del suo viso appariva orribilmente fracassata. Le uscì dalla gola un ringhio spezzato e lacrime di rabbia, dolore e impotenza sfidarono il fango e l’unguento che le coprivano il viso.
Nortigaar fece un passo verso la gabbia, stranito, e i cani uggiolarono nevrotici. «Tu... mi vedi...?» La sua era stata una domanda, ma c’era ben poco di interrogativo nella sua voce. «Come? Sono morto e non...»
Drith si costrinse ad affrontarlo. Glielo doveva. Così raccolse le forze e ricambiò il suo sguardo. «Hai davvero bisogno di chiedere?» mormorò con voce tanto flebile che fu quasi certa di non essere stata sentita.
Nortigaar esitò, aggrottò la fronte. «Tutte quelle vecchie storie... sui Pugno perseguitati dai morti...» rifletté a voce alta, facendo due incorporei passi di lato.
«...non erano storie» concluse Drith, roca.
Lui si mosse e le unghie delle bestie slittarono nelle gabbie, cercando di scavarsi una via di fuga mentre con i denti mordevano instancabili le sbarre. «Non credevo che ti avrei mai vista piangere» osservò tagliente. Parte del turbamento sul suo viso era stato soppiantato da un’espressione di accusa e risentimento.
Avrebbe dovuto esserci qualcosa da dire, qualcosa capace di cambiare quella sua espressione, ma Drith non sapeva cosa. Il suo mondo era improvvisamente vuoto e il dolore e il senso di colpa le mozzavano il respiro, annullando tutto. «Mi dispiace infinitamente» ripeté, come se bastasse.
Lui fece una breve risata, amara come fiele. «Ti dispiace?» ringhiò. «E a che serve, Drith? A che serve ora? Marca cadrà per colpa tua!» gridò, fuori di sé. Si avvicinò di due passi, nauseato e sibilò: «Chi li avvertirà adesso? Perché non hai obbedito ai miei ordini? Non potevi? Era troppo per un Pipistrello abbassarsi a obbedire agli ordini di un maledetto Serpente?» tuonò.
Fu come essere investita da una tempesta di ghiaccio.
«Che io sia maledetto! Che siano maledetti i Landiani!» tornò a rivolgersi a se stesso. «Mi hanno colpito alle spalle prima che riuscissi a portare a termine la missione! La Mano sopravvivrà, e ho solo guadagnato disonore e vergogna per Deva e morte in catene per mia figlia...» sputò, l’ira che gli incendiava lo sguardo.
Drith non riuscì a trovare la forza di ribattere e Nortigaar continuò: «Com’è potuto accadere? E perché tu sei ancora viva? Sapevano del nostro arrivo, è così? Echi! I maledetti Echi devono averli avvertiti!» ragliò furente, prendendo a camminare avanti e indietro.
Drith non disse nulla nemmeno allora. Non voleva mentire ma non voleva nemmeno dire la verità.
Nortigaar era spaventosamente vicino a trasformarsi in uno Spirito Morto, come lei lo era stata quando aveva creduto di morire, e non voleva che si perdesse del tutto. Avrebbe voluto offrire a Deva almeno la consolazione di dirle che lo avrebbe rivisto oltre il Passaggio e, ammise con se stessa, non voleva perderlo. Ma la constatazione successiva fu come un fulmine a ciel sereno.
«Te l’hanno strappato prima che tu ci riuscissi, vero? Si sono presi anche il Morso, quei bastardi! Non è così? Deve essere così. Sapevano... che siano tutti maledetti!» ribollì. «Ma tu non avresti dovuto essere così vicina... e ora Marca cadrà. Moriranno tutti. E sarà solo colpa mia.»
Le catene tintinnarono di nuovo. «No» sussultò Drith. «Non per colpa tua.»
Gli occhi folli dello spirito di Nortigaar guizzarono su di lei. «Ho portato a morire il miglior Pipistrello di Marca e uno dei Pugno. L’ultimo, forse» scandì. «Non è forse così?»
Drith ricambiò il suo sguardo. «Marca non è un solo Pipistrello, non è mai stata nemmeno i soli Pugno» ribatté, cercando di convincersene lei stessa. Poi aggiunse lugubre: «E io non sono ancora morta».
Ma Nortigaar non l’ascoltava. «Spianeranno il contrafforte» borbottò fuori di sé. «Distruggeranno il Collo di Vipera con quelle dannate macchine da guerra e una volta spazzato via quello, potranno puntare direttamente trabucchi, catapulte e le loro maledette bocche da fuoco sulla città! Restando fuori dalla nostra portata di tiro!» esclamò angosciato. «Tu stessa hai sempre detto che quelle... cose... avrebbero abbattuto anche le mura più solide!» sibilò, gli occhi sgranati fissi su quella terrificante visione del futuro «...e solo per colpa mia...»
Drith sentì un fiotto di rabbia trapassarla come fuoco. «E credi che non lo avrebbero fatto se tu avessi ucciso la Mano?»
«Avrebbero lottato tra loro, avrebbero...» cominciò lui.
«Non sai cosa avrebbero fatto» schioccò Drith. «Avremmo guadagnato forse una stagione, non molto di più. Ed è colpa tua se hanno sviluppato armi tanto efficienti? Se hanno un piano per spazzare via un contrafforte che non renda necessario avvicinarsi tanto da cadere vittima delle nostre trappole e dei nostri archi e delle balestre?» sibilò. Poi prese fiato e l’aria le perforò il torace come un pugnale di ghiaccio e fuoco. «Siamo stretti d’assedio da così tanto da aver dimenticato cosa significa. Cadere. A meno che non ci dimentichino o non decidano che non ne vale la pena.»
I cani uggiolarono di nuovo, rannicchiati nell’angolo più lontano dallo spettro con la coda tra le gambe, le gigantesche orecchie triangolari ripiegate.
«Ma non faranno nulla di tutto questo; non finché sarò viva» disse Drith e il suono rabbioso della sua stessa voce la stupì ricordandole Hiccam.
Nortigaar però sembrava non ascoltarla. Curvo su se stesso e sulla propria rabbia, alzò la testa di colpo e sembrò rabbrividire, come se d’un tratto avesse capito tutto. «Viva...» esclamò, sputando la parola come un osso. «Tu sei viva per questo, è così?!» tese il dito in tono di accusa. «Nessuno ti ha impedito di...» non riuscì nemmeno a finire la frase e Drith non replicò, si sentì solo morire. Aveva usato il veleno del Morso Vermiglio per strofinarlo sulla lama della sua corta daga, ma non era servito a nulla e la vergogna che provava fu rinfocolata come un falò sul punto di spegnersi.
«Che gli Antenati ti perdonino...» sbuffò disgustato Nortigaar. «Se mi avessero detto che tu, proprio tu tra tutti, avresti tradito Marca, io non ci avrei creduto.»
Il peso di quelle parole sembrò schiacciarle il petto come un macigno. «Non ho tradito Marca» mormorò in risposta.
Un sorriso corrosivo trapanò il volto sfigurato di Nortigaar. «Sei una Pugno. Lo farai» disse, duro. «Lo avresti fatto comunque, ma quando ti interrogheranno e ti tortureranno parlerai, tutti parlano sotto tortura... per questo la gente viene torturata. Per questo esiste il Morso!»
La sua voce mordeva come i denti di una delle bestie nelle gabbie. «Ma finché sarò viva ci sarà qualcosa che posso fare» ribatté straziata dalle sue parole.
«Morire rivelando ciò che sai, ecco l’unica cosa che potrai fare!» urlò Nortigaar. Il suo viso rovinato sembrava essersi fatto di pietra, gli occhi da spettro freddi e inespressivi come sassi. «E pensare che Alanera dubitava di me... voleva essere certo che avrei usato il Morso!» imprecò. «Mentre tu, tu morirai rivelando dove hai nascosto il Vespertillo. Le tattiche di volo. Le posizioni dei tunnel che conosci, e come funziona Marca. Quante armi ha, quante risorse... quanti uomini e quanto potremo resistere! Rivelerai i punti deboli delle mura esposte, ciò che temiamo e ciò che potremmo fare per difenderci! Credi di poter resistere? I Serpenti vengono addestrati a resistere a quasi tutto... quasi, Drith, ma anche a loro viene fornito il Morso. Il veleno è...» esitò «...una benedizione. L’unica cosa che ti assicura che morirai come un uomo, non come un animale. Ti verrà strappata ogni cosa: orgoglio, determinazione, forza, dignità... non sarai più nessuno, né soldato né donna... né Pugno. Ti porteranno via ogni cosa, diventerai solo un grumo di dolore, vergogna e degradazione e purché finisca, Drith, purché finisca farai tutto e dirai tutto quello che vorranno. Non avrà più importanza nulla... nessuno. Dirai anche ciò che non sai pur di farli finire... e peggio ancora gli sarai grata quando ti getteranno via come immondizia. Grata!» ringhiò Nortigaar, la voce ruvida che scorreva come una corda attorno al collo di Drith.
Lei sapeva già ogni cosa, la ricordava da ciò che Hiccam aveva passato e senza che lui dovesse ricordargliela, ma quelle parole, dette proprio da lui, insieme alla sensazione della gabbia e del fallimento le tagliarono il respiro. Appoggiò la testa contro le sbarre e chiuse gli occhi.
«Facciamo quel che dobbiamo come possiamo, Nortigaar. Non ho avuto scelta. Tu sei morto, io non ho potuto» mormorò.
«Perché? Perché sei l’ultima dei Pugno? Hai voluto esserlo!» tuonò lui con esagerata ferocia. «Tu sola!»
L’accusa rimase sospesa nel silenzio e nell’aria fetida, ma Drith in qualche modo trovò forza in quelle parole. Se Nortigaar non capiva era perché lei aveva fatto in modo che non capisse. Se non si era mai fatta avanti era perché sapeva cosa pensava dei Pugno, perché temeva ciò che avrebbe detto lui più di ciò che avrebbe detto l’intera Marca. Le tornarono in mente le parole di Sari e abbassò gli occhi. «Salvare Marca è la ragione per cui sono nata. Farò quel che devo e niente altro ha importanza. Nemmeno che tu mi creda» si ripeté, come cercando di convincersi lei stessa.
Il gelo che spirava dalla figura di Nortigaar vorticò, l’ira che lo scuoteva come uno stendardo al vento. «Anche tuo... l’uomo che sostiene di essere tuo padre» si corresse, stomacato «ha sempre mentito! Come te. Dicevate di rispettare Marca, di credere in noi, in tutti noi... ma erano menzogne! Pure e semplici menzogne!»
Con gli occhi della mente Drith rivide suo padre e rabbrividì. «Il Conservatore è mio padre» sibilò rattristata. «Forse non potrai mai capire, ma anche se non ho mai avuto il loro stesso sangue, lui e mia madre hanno fatto per me più di quanto avrebbero dovuto. Mi hanno accolto sapendo ciò che ero e mi hanno permesso di vivere libera; mi hanno insegnato a non arrendermi» disse facendo per aggrapparsi alle sbarre. Ma la mano martoriata mandò un dolore straziante, così si fermò.
«Tu non appartenevi a loro!» ruggì furente lui. «Non eri una loro responsabilità o un loro fardello! Appartenevi alla città!»
«Appartenevo?» scoppiò Drith. La forza che aveva messo nella parola le provocò una ragnatela di fitte lancinanti.
«Tu non...» ricominciò lui, ma Drith era così delusa che non lo lasciò finire. «Avrei dovuto farmi avanti per essere rinchiusa dove non potevo fare nulla, a parte arrogarmi il diritto a comandare chi non avrebbe mai accettato ordini da una miserabile Pugno, non è così? Accettare di essere trattata come una codarda, figlia di gente che per generazioni non aveva nemmeno provato a combattere e che non aveva mai personalmente visto nemmeno un campo di battaglia?» ansimò poi, scoppiando a tossire. Nortigaar tacque e lei prese fiato. «Chi sei per giudicare? Tu credi di dover pagare per un tuo fallimento; io devo farlo per me e per generazioni di Pugno che hanno avuto paura e si sono arresi! Per cosa dovrei odiare mio padre? Per avermi mostrato per cosa valeva la pena combattere?»
Gli animali nelle gabbie ulularono e abbaiarono di nuovo, con quel verso che somigliava a quello delle volpi.
Il rancore di Nortigaar era palpabile e il freddo che lo spettro esalava faceva condensare il respiro di Drith in minuscole nuvole bianche. «Così hai preferito fingere di essere uno di noi» mormorò aspro. Il disprezzo, la delusione e il disgusto in quelle parole la ferirono più di quanto avessero fatto i Dragoni. O il pensiero della sua morte. E aprirono un baratro, lasciandoli in bilico sui due fronti opposti.
Una parte di lei capiva le sue ragioni; era offeso e si sentiva insultato perché gli aveva mentito, da sempre. Drith aveva saputo che avrebbe detto le cose che le stava dicendo anche prima che le pronunciasse, e in parte erano la verità. Era per questa ragione che aveva tentato di costruirsi una sua reputazione, sperando che avrebbe contato qualcosa, per lui e per Marca, quando fosse stato il momento. Tuttavia, proprio perché la conosceva, perché avevano lavorato insieme, rischiato la vita insieme, perché sapeva chi lei fosse, non sarebbe riuscita a perdonarlo per averle pronunciate davvero. Nortigaar più di altri avrebbe dovuto essere dalla sua parte... ma in fondo era colpa sua. Solo colpa sua, pensò, mentre le tornava alla mente una conversazione che aveva avuto con Hiccam, in una notte piovosa, nella cripta. «Le persone ci deludono solo quando ci aspettiamo da loro qualcosa che non possono darci» si era lamentato. «Quando le vorremmo diverse.» Drith si era chiesta se parlasse di suo figlio o di suo padre, ma Hiccam non l’aveva detto. «Tuttavia siamo quello che siamo e facciamo ciò che dobbiamo» aveva aggiunto. “Come possiamo” avrebbe aggiunto lei.
Solo ora capiva che Hiccam si era riferito a se stesso. E, ora, a lei. Le ultime parole di Nortigaar echeggiarono in quel ricordo, taglienti, “hai preferito fingere di essere uno di noi”, e Drith sussultò, rifiutandosi di accettarle. «Sono sempre stata una di voi. Sono una di voi» disse, cercando di fargli capire che non aveva mai mentito, non sulle cose vere.
Ma il Serpente non si voltò a guardarla. «Allora, come una di noi hai tradito Marca» insisté.
Drith serrò le labbra, le catene ai polsi tintinnarono. «No» disse. «Non se tu mi aiuterai.» Poi sollevò il viso a sfidare lo spettro: «Aiutami a finire quello che ho cominciato. Possiamo ancora salvare Marca. Deva e tua figlia. Hai più paura di cadere nella Bocca del Lupo o di aiutare uno dei Pugno che tanto disprezzi?».
Gli occhi ardenti di Nortigaar rimasero sospesi nella mezza oscurità della tenda, come gelide stelle. Per un lungo momento il tempo rimase sospeso, poi l’uomo scosse la testa. «Non posso» disse.
E il mondo si fermò. Tutto ciò su cui Drith aveva sempre contato, tutto ciò che le aveva sempre dato forza svanì come l’ombra sotto la luce ardente del sole sulla Conca. Sapere che gli spiriti sopravvivevano, crescere con loro, avere la certezza che avrebbe rivisto Hcontor, sua madre, persino Nortigaar un giorno, le aveva sempre dato sicurezza. Speranza. Si era detta che ci sarebbe sempre stato un momento in cui poter dire tutto. Rivelare ogni cosa. Chiedere scusa e comprendere. Ma non era così.
Forse Nortigaar aveva ragione, non era davvero mai stata come loro, una di loro; non aveva mai temuto la morte, ma poteva esserci qualcosa di peggiore della morte.
Voci spigolose fluttuarono all’esterno ma non avevano alcuna importanza; riusciva a pensare solo allo sguardo di Nortigaar, alla sua disgustata disapprovazione e al proprio cuore che sanguinava e, quando riaprì gli occhi, lo spettro era scomparso. Come se non fosse mai stato lì.
Il lembo della pesante tenda si sollevò e, nel riverbero della luce del sole, tre uomini alti con delle lise insegne rosse entrarono all’interno del sudicio padiglione insieme a uno con la mezza tunica verde, lo sguardo maligno e un volto giallastro dai denti storti. «Coraggio ragazzi, vediamo come sono fatte le donne di quella dannata fortezza!» li incitò. «Svestitela.»
«Rischiamo di prenderci la rabbia» ridacchiò un altro.
«Carina...» sillabò il terzo, avvicinando la faccia alla gabbia.
Drith avrebbe dovuto essere terrorizzata, ma provò solo un infinito senso di perdita. Le bestie gannirono e lei chiuse di nuovo gli occhi. Avrebbe voluto essere morta, invece doveva sopravvivere. Perché era ancora un soldato. E una Pugno. L’ultima.
Nortigaar si precipitò all’esterno della tenda ribollendo di rancore come mai gli era accaduto e nel riflesso abbacinante ma privo di calore del sole, vide uno dei soldati di guardia alla tenda sparire in direzione delle latrine, tenendosi i calzoni. C’erano voci che venivano da un gruppo di uomini che si stava avvicinando. Forse andavano a controllare il perché i cani-volpe abbaiassero e si agitassero tanto, ma qualcosa che somigliava a una scaglia di metallo lucente, oro forse, lampeggiò in aria, scomparendo nella mano dell’altro soldato, che posò la testa contro uno dei pali della tenda e Nortigaar sentì la rabbia e l’angoscia strappargli un ringhio sordo, che trapassò il campo come vento senza produrre alcun risultato.
Erano lì per lei. Perché era ancora viva. Nortigaar sapeva quel che sarebbe successo, e il solo fatto di non poter fare nulla lo fece allontanare quasi di corsa. Drith aveva deciso molto tempo prima quale fosse la sua strada e non poteva farci nulla, si ripeté.
Si allontanò, nella vana speranza di non sentire né vedere e si rese conto di come improvvisamente solo ora riuscisse a comprendere tutto con chiarezza. Solo la morte gli mostrava finalmente la verità. Su Drith, ma cosa ancor più terrificante, su di sé. Aveva sempre guardato indietro, in qualche modo si era sempre chiesto cosa sarebbe accaduto se avesse scelto lui e non la città di Marca. Ma lei non aveva mai esitato. Era sempre stata più consapevole e decisa di lui al sacrificio. Più di ogni altro Markenn. Ora che sapeva perché, sapeva anche che aveva ragione lei: non sarebbe riuscito mai ad accettare chi era davvero.
Anche adesso era confuso e pieno di rancore.
Certo, Drith non meritava quel che le stava per accadere, nessuno l’avrebbe meritato, disgustose carogne landiane... ma lui non poteva fare nulla. E, in un certo senso, provava un ignobile desiderio di vendetta nei suoi confronti. Qualcosa che lo atterriva ancor più del suo destino. “Sarebbe dovuta morire,” pensò biecamente “è colpa sua ciò che le accadrà ora.” Come era a causa sua che lui aveva trascurato ciò che aveva; anzi, il dolore più atroce gli veniva proprio dalla consapevolezza improvvisa di aver amato Deva più di quanto avesse mai creduto e da quella ancor peggiore di non poterla più abbracciare; di averla condannata a un destino tremendo.
Aveva sperato di essere un uomo migliore di quel che era stato, quella era la verità. Un fiotto di disprezzo scosse tutto il suo essere. Senza più il cuore che gli batteva nel petto tutto ciò che restava di lui erano emozioni. Nude e vive. Che spiccavano nel gelo di un mondo distante e indifferente. Talmente forti da esserne squassato come una foglia in balia del vento. Si chiese se Drith sapesse come si sentiva adesso, quanto sapesse degli spettri come lui.
E quasi nello stesso istante, nel mondo cinereo e freddo in cui vagava, un mormorio spezzato interruppe il silenzio e Nortigaar si fermò, rendendosi conto che era appena passato attraverso la solida figura di un uomo. Questi si ritrasse trattenendo il respiro, come se avesse ricevuto un colpo e Nortigaar dimenticò qualsiasi altra cosa.
Era un uomo imponente, la pelle del suo viso era abbronzata, aveva capelli e barba scuri e rasati, uno spruzzo di piccole cicatrici nerastre sul viso che gli davano l’aria di un boia e l’uniforme grigia era schizzata di sangue, ma non fu per questo che lo riconobbe. Furono i suoi occhi. Perché erano quelli l’ultima cosa che aveva visto. Quello era l’uomo che l’aveva ucciso.
Lo vide portarsi una mano alla gamba con una smorfia e l’odio che si agitava in lui s’infiammò. Fu sul punto di avventarglisi contro ma una voce incredibilmente vicina lo fece trasalire.
«Succede quando passi attraverso qualcuno che ha ancora la carne attaccata alle ossa. L’unico modo di farci sentire, direi» ridacchiò. «Le vecchie cicatrici sono i punti migliori» osservò.
Era una voce scura e pastosa e il Serpente si voltò di scatto per trovarsi davanti la visione infernale di un uomo anziano, con i capelli che spiovevano come se fossero bagnati su ciò che restava della testa e della spalla maciullate, e che lo scrutava con espressione interessata con l’unico occhio ancora incapsulato nel cranio. «E lui ne ha un bel po’ di vecchie cicatrici.»
Nortigaar non disse nulla e tornò a fissare il suo assassino. Lo vide allontanarsi zoppicando e lo seguì.
«Tu sei quello che ha cercato di far fuori la Mano, eh? Non ho mai conosciuto nessuno della fortezza» disse il suo interlocutore, incuriosito.
«Chi è?» ripeté roco lui. L’odio crepitante nella sua voce non spaventò lo spettro, che mosse invece la mano con noncuranza.
«Uno che fai bene a odiare, perché sarà lui a distruggere la tua città» disse, inorgoglito.
Lo sguardo di Nortigaar rimase teso sul proprio assassino e quando notò che cambiava direzione per dirigersi verso la tenda di Drith, emise un ringhio. Con un senso di disgusto Nortigaar lo vide raggiungere il soldato che si era finto addormentato e quando ringhiò una domanda, la sentinella sussultò perdendo la sua baldanzosità.
«Si è sentito male» gli sentì biascicare. «È alla latrina.»
L’uomo fu sul punto di colpirlo, ma si trattenne. «E tu ti addormenti di guardia al prigioniero?»
Nortigaar corrugò la fronte. Forse stava solo sognando. Uno strano, orribile incubo a occhi aperti.
«È in gabbia! Dove diavolo volete che se ne vada...?» sbuffò il soldato con una sfacciataggine che a Marca sarebbe stata punita con almeno una settimana di consegna.
«Ci hanno già colti di sorpresa una volta! Vuoi forse...» cominciò il suo assassino. Ma proprio in quell’istante dall’interno della tenda al caos di latrati e guaiti si aggiunse un altro suono simile a un grido, poi il tintinnio del metallo e l’espressione sul volto della guardia divenne sfuggente. Lo spettro ridacchiò di nuovo, divertito, e d’istinto Nortigaar scattò ma il Dragone era più vicino e, imprecando, si precipitò all’interno.
Si sentì un gemito raschiante, poi il primo degli uomini che erano entrati di nascosto rotolò di peso fuori dalla tenda, sollevando una nube di polvere e finendo tra i piedi di Nortigaar. Si contorse e lui si scostò, mentre altri due lo seguivano, uno con il naso che buttava sangue e l’altro di corsa mentre un terzo, più piccolo e con l’espressione viscida e la giacca lisa, fu strattonato e si limitò a piagnucolare perché il Grigio lo lasciasse andare. Blaterò delle scuse sul fatto che aveva frainteso ma finì comunque a terra, con uno stivale sulla trachea.
Stavolta Nortigaar era così vicino che sentì perfettamente.
«Trasgredite ancora a un ordine, Garoth, e foste anche il figlio del Darlingar in persona, vi farò fuori con le mie stesse mani» ringhiò il suo assassino a bassa voce.
«Non potete farmi nulla, storpio bastardo, non potete...» sogghignò l’altro.
Nortigaar sentì l’odio che provava concentrarsi su quella schifosa creatura ancora viva.
«Davvero?» disse il suo assassino. «Non mettetemi alla prova. Farò in modo che pensino che siate fuggito e quando troveranno il vostro corpo sarà stato spolpato dagli avvoltoi, dagli sciacalli e calpestato dai bisonti. Morirete come lo schifoso ratto che siete e farò in modo che siate considerato un disertore. La vostra famiglia non riceverà nessun indennizzo e vi maledirà per la vostra codardia fino alla fine dei tempi. Quanto a me... vi posso assicurare che nessuno arriverà a me, Garoth. Nessuno» sibilò in modo che solo lui sentisse.
«Fianco, ha una bellissima cicatrice sul fianco» gli suggerì lo spettro alle sue spalle. E Nortigaar gli sferrò un calcio proprio contro il fianco mettendoci tutto il suo odio e provocando un gemito contorto. Gli occhi di Garoth sprizzarono rancore, fu sul punto di dire qualcos’altro, ma lo stivale si premette con più forza sul collo, mozzandogli il respiro.
«Abbiate la buona grazia di non mentire. Quello che mi interessa è che abbiate capito. Il prigioniero non si tocca. Non finché la Mano non l’avrà personalmente interrogato. Questi sono gli ordini. Sono stato abbastanza chiaro?» scandì il Grigio.
«Sì, schifosa carogna, sì!» rantolò l’uomo, con gli occhi sul punto di uscire dalle orbite.
«Signore, Garoth. Per voi signore!» ringhiò l’altro. Lo stivale si storse in modo innaturale e le vene sulla fronte del Verde presero a pulsare furiosamente.
Rantolò ancora: «Signorsì, signore...» e non ci fu traccia di rispetto in quelle parole, ma il Grigio decise di accontentarsi, alleggerì la pressione e fece un incerto passo indietro.
«Non imparerà mai...» sospirò con aria divertita e rassegnata la voce alle sue spalle e Nortigaar rabbrividì.
Nel Quartiere nessuno sembrava essersi accorto di quel che era accaduto. La sentinella sputò a terra un grumo di foglie masticate e scosse la testa ma Nortigaar guardò il proprio assassino e, stavolta, non riuscì a provare lo stesso odio di poco prima. Non aveva più desiderio di tormentarlo e ucciderlo. Un’altra verità sgradevole ma innegabile gli era balenata in testa; non poteva incolpare quell’uomo di qualcosa che lui stesso avrebbe fatto al suo posto.
Erano in guerra. Aveva conosciuto i rischi della missione quando l’aveva proposta ed era lui che non avrebbe dovuto farsi scoprire. Lui a cui sarebbe dovuto bastare un solo colpo. Lui che aveva sbagliato.
Non poteva dare la colpa del suo fallimento a quel Dragone.
O della propria stupidità a Drith.