IL VOLO DEL VESPERTILLO
Anno dell’Acqua Grigia – 603°
dall’Inizio dell’Assedio
L’uomo passò correndo, incespicò e cadde.
Dal suo punto di osservazione Drith trattenne il fiato e non vide Nortigaar finché non fu su di lui. All’ombra delle tende aggiunte da poco più di un mese al quartiere dei Dragoni sembrava solo un’ombra tra le altre nello sventolio della notte che stava per finire. Nemmeno le piogge torrenziali che avevano fermato attacchi e incursioni per due lunghi mesi lo avevano arrugginito.
Drith lo perse di nuovo, un’ombra tra le ombre. Guardò il cielo, coperto ancora in parte da nere nubi notturne, preoccupata di un altro scroscio improvviso che li avrebbe bloccati lì, ma intravide alcune stelle tra i lembi strappati e tornò a cercare Nortigaar.
Era la terza incursione che compivano dopo le piogge e l’acqua aveva fatto metà del lavoro; il fieno si era inzuppato ed era ammuffito, il legno si era impregnato d’acqua, i cavalli avevano gli zoccoli in pessime condizioni ed erano nel migliore dei casi deperiti, molti degli uomini del Quartiere si rimettevano solo ora da febbri e malanni, e il terreno era ancora una palude di fango nero, ma Nortigaar non sembrava nemmeno accorgersene. Drith osservò i movimenti scomposti dello spettro di un cavallo che nitriva innervosito al suo passaggio e lo vide appena, che si muoveva cautamente.
Provò quasi pena per i Dragoni; in meno di otto mesi il Tenebra, con un’unica squadra di volo, era diventato uno strumento quasi perfetto. Lei e Nortigaar avevano subito trovato uno strano equilibrio e quella muta intesa che era sempre passata sottopelle tra loro li aveva resi una minaccia letale. Avevano iniziato con piccole azioni di disturbo, erbe che provocavano dissenteria aggiunte nel cibo dei cavalli, topi affamati liberati nei depositi di cibo. Poi, prima delle piogge, Drith aveva cosparso i campi intorno al Quartiere di semi di theros giallo, un fiore che con la pioggia si sviluppava e fioriva in pochi giorni e che avrebbe attirato sciami di vespe nere. Quando le vespe erano arrivate, era stato sufficiente cospargere alcune tende di un preparato dell’Arte degli Apiai e gli insetti velenosi avevano invaso il quartiere dei Dragoni, inferociti, rendendo loro impossibile combattere per giorni e uccidendo un buon numero di soldati.
Da allora l’interesse nei confronti del Tenebra da parte dei Capi Arma si era accresciuto, così come quello di Drith per i Dragoni. Le richieste si erano fatte allora più audaci e gli ordini di Alanera e delle Armi più rischiosi. Avevano trovato un punto debole nella fortificazione di legno e pietra in cui i nemici si riparavano, e avevano manomesso i trabucchi corrodendo le corde; poi, durante uno scontro, erano riusciti ad appiccare un incendio, che aveva richiamato i Dragoni a spegnere le fiamme e che aveva permesso loro di rubare dei progetti per nuove bombarde, facendo credere a tutti che fossero stati distrutti dalle fiamme.
In conseguenza di questo molti Dragoni erano stati degradati o frustati per non aver controllato armi o fuochi, abbattendo il morale e rendendo ancora più tesa l’atmosfera tra superiori e sottoposti.
Questo però non li aveva resi nemici meno difficili da tenere a freno, e così, appena suo padre aveva suggerito loro come, non avevano esitato a danneggiare la grande bombarda a canna lunga che nel frattempo aveva abbattuto parte della Rocciatorre Nord. Il sabotaggio era stato così perfetto che era esplosa quando aveva sparato il colpo, seminando panico e morte tra gli stessi Grigi e scatenando festeggiamenti in tutta Marca.
Subito dopo erano iniziate le piogge e Nortigaar aveva avuto l’idea di danneggiare uno dei depositi di polvere per la ricarica delle armi esplosive; e ora c’era da scommettere che la polvere fosse talmente zuppa da impedire di usare quelle armi per mesi.
Tuttavia Drith non si sentiva ottimista come Nortigaar. Non aveva ancora trovato tracce Occlumsaac. Non avvertiva la presenza di Woos, come Hiccam aveva sempre sostenuto, e non sapeva se esserne felice o meno. Nessun sussurro oltre la soglia dell’udibile, nessun brivido spettrale significava che non era lì o che era morto; d’altronde, se l’avesse avvertito avrebbe dovuto temere che anche lui potesse sentire la sua presenza. Hiccam non aveva saputo dirle con certezza se sarebbe accaduto; un tempo Woos aveva potuto avvertire lui, ma nel sangue di Drith la Condanna poteva essersi indebolita e forse poteva passare inosservata.
Questa però era una preoccupazione che torturava lei sola. Quella di cui era stato più facile parlare con Alanera era che subito prima delle Piogge che avevano dato il nome a quell’anno, qualcuno nel Quartiere si era insospettito per tutto ciò che era accaduto negli ultimi tempi. I superstiziosi avevano fatto arrivare degli Officiatori, che avevano appeso rami di piante e recitato formule che sembravano aver funzionato al contrario viste le piogge che il cielo aveva rovesciato su di loro. Altri non erano stati così sciocchi. E quello che la preoccupava di più era un Dragone Grigio, alto, dalla testa completamente rasata, lo sguardo tagliente e una gamba zoppa. Un Grigio come quello che aveva ucciso Sari. Aveva iniziato a tenerlo d’occhio perché lo aveva sentito discutere a voce alta e, nonostante in seicento anni la lingua dei Dragoni e dei Markenn fosse cambiata, era ancora comprensibile. Non era stato difficile capire che sospettava qualcosa. E prima o poi avrebbe potuto essere ascoltato.
Per fortuna non era al comando delle truppe e sembrava avere conti in sospeso con il Generale Comandante, come lo chiamavano i Dragoni, ma Drith si era convinta che proprio a causa delle sue insistenze fossero stati richiesti rinforzi per i quali ora erano state montate nuove tende e aumentate le guardie. Lo aveva visto vicino a un fuoco quella notte stessa, gli aveva sentito prendere accordi per far depositare i barili di polvere esplosiva asciutti che erano stati trasportati fin lì e si era chiesta quanto sarebbe trascorso prima che si rendessero conto che quel Grigio aveva ragione e c’era qualcosa che non andava.
Nella notte fangosa e gelida, con i falò che scoppiettavano nella foschia, Drith pensò che i nemici sembravano di più e il silenzio più grave del solito. Quando aveva esposto i propri dubbi i Capi Arma avevano detto che non c’era nulla da temere, che erano sempre arrivati rinforzi a rimpolpare le file dei Dragoni. Anzi, l’avevano preso come il segno che Marca faceva ancora paura. Alanera invece era rimasto pensieroso; forse aveva pensato che i nemici si stessero preparando per qualcosa. Ma non sapere cosa la faceva sentire come un animale braccato, ansioso di fuggire ma incapace di capire da quale direzione provenga il suo nemico.
Come se non bastasse, mentre erano obbligati a restare a terra, era nata la piccola Drith e, da quando era accaduto, Nortigaar si era fatto più temerario. Per questo ora era lì in mezzo al campo nemico, da solo. E per questo lei era lì, oltre il recinto di protezione, costretta dal suo ordine diretto a guardargli le spalle e a chiedersi quando sarebbe diventato del tutto irragionevole.
Drith sentì lo sferragliare dei passi di almeno due paia di stivali a scaglie avvicinarsi, imprecò e lanciò un sassolino contro alcune casse. I passi si fermarono, una voce dal pesante accento ordinò di controllare in quella direzione e questo dette al Serpente il tempo di eclissarsi. Con il cuore in tumulto Drith vide le sagome dei soldati voltarsi, separarsi, poi tornare indietro. Poco dopo sentì l’ombra di Nortigaar scivolarle accanto prima ancora di averlo visto.
«Stavolta ci sei andato vicino! Cos’è? Hai deciso di farti ammazzare?» lo accolse a bassa voce tenendo d’occhio i nemici che si allontanavano.
«Sono ancora vivo.»
«Ancora» gli ringhiò sottovoce lei.
Ma la ignorò. «Aveva un dispaccio per il Capo Dragone. Dovevo sapere cosa diceva prima di lui. Era importante. Lo sai quanto me» ribatté con voce secca.
«E tu sai che se ti avessero preso avrebbero ucciso te, probabilmente me, distrutto il Vespertillo e soprattutto messo in pericolo Marca più di quanto già non sia!»
«Non se tu avessi obbedito ai miei ordini» la ammonì.
Drith scambiò con lui un lungo sguardo rabbioso. L’ordine di lasciarlo a morire per volare via con le informazioni che avevano raccolto era sensato, ma lei non riusciva nemmeno a concepire l’idea. Entrambi sapevano cosa c’era in ballo eppure non sarebbe stato facile come lo faceva sembrare Nortigaar. «Almeno ne è valsa la pena?» gli chiese alla fine.
«Avevi dubbi?» sorrise lui, pacato.
Drith gli rivolse uno sguardo ancora più cupo. «E quando troveranno quel tizio morto a nessuno verrà il dubbio che qualcuno che non doveva abbia letto quel messaggio...»
«Mi hai preso per un novellino? L’ho solo stordito. Potrebbero pensare a una spia, ma non penseranno mai a dei Markenn. Non qui, in mezzo a loro.» I denti bianchi brillarono in un sorriso di sfida sulla faccia annerita. «E questo potrebbe tornare a nostro vantaggio. Sono già nervosi e litigiosi e finché cercheranno tra sé non cercheranno noi» aggiunse.
«Quel Grigio sospetta qualcosa...» borbottò Drith.
«Ma non sa nemmeno lui cosa. E nessuno gli crede. Hai sentito intorno al fuoco come parlavano di lui.»
«Sì. Be’. A quanto pare questo non lo ferma.»
«Passa per un pazzo visionario.»
Drith emise un sospiro frustrato. «Ma se scoprono che ha ragione diventerà un eroe.»
Nortigaar sbuffò, seccato. «Ho solo fatto lo sgambetto a quel dannato messaggero, Drith! Non mi ha nemmeno visto; e l’ho graffiato con una punta soporifera, così quando si sveglierà si troverà con un bernoccolo, un graffio, un livido alla caviglia e la sensazione di essere inciampato e scivolato in quel fango. Per di più il dispaccio lo ha ancora lui, e non era nemmeno sigillato. Lo consegnerà e tutti saranno felici.»
Drith scosse la testa. «E...?»
«Aspettano visite. Un tizio che chiamano la Mano del Darlingar; per l’inizio della Stagione Lucente. Dal modo in cui era scritto il messaggio immagino si tratti di una specie di stratega, o di un capo di qualche tipo. “Valutare i progressi” diceva» rispose Nortigaar. «Se fossi ottimista penserei che dopo tutti gli incidenti e dopo seicento anni di spese di guerra senza alcun ritorno, il Darlingar e i suoi stiano finalmente pensando di lasciarci in pace.»
Drith batté le palpebre, riflettendo. «E gli uomini appena arrivati, allora?» disse con un breve cenno al campo che avevano visto montare all’esterno del Quartiere fortificato. «No. La Mano, hai detto...?» mormorò aggrottando la fronte.
Nortigaar la fissò come se si aspettasse qualcosa. «Potremmo avere finalmente l’occasione di dare una scossa ai Dragoni.»
L’espressione negli occhi di Nortigaar le fece correre un brivido lungo la schiena. «Una scossa?»
«Tagliagli la testa e il cinghiale sarà morto.»
«Ma qui non abbiamo un solo cinghiale. E se ne uccidiamo uno, gli altri del branco ci caricheranno. Ci esporremo. Forse peggioreremo la situazione» obbiettò lei.
«Pensi davvero che possa peggiorare?»
«Se i Dragoni ci sentono ancor più come una minaccia e aumentano i loro sforzi per ucciderci tutti, sì» esitò, muovendosi finalmente per tornare al Vespertillo.
Nortigaar la seguì in silenzio per un po’, poi il suo sorriso incise di nuovo il nero della notte. «Ma non se tutto apparisse come qualcosa di interno» suggerì appena si fermarono. «Pensa alla possibilità: uccidere questa Mano e incrinare un equilibrio. Il Darlingar si sentirà attaccato. Se poi fosse uccisa con un’arma dei Dragoni penseranno a un complotto interno. Il dominio del Darlingar è basato su un’Alleanza di stirpi di origine diversa, ognuna delle quali governa territori diversi. Sono uniti da secoli, ma mantengono le loro differenze, lo hai sentito anche qui al campo. Si insultano come bambini.»
Drith lo guardò. «E...?»
«Ci devono essere interessi per il potere come ce ne sono a Marca per la carica a Capo Arma o Conservatore. Ci devono essere gelosie, rivalità e vendette» ragionò lui.
«Non ne conosciamo i dettagli.»
«Anche senza dettagli le diverse fazioni trarranno da sole le conclusioni, sospettando l’una dell’altra...»
«E noi potremo approfittarne» mormorò Drith, trovandosi ad assentire. Era un buon piano. Sarebbe piaciuto ai Capi Arma e ne fu in qualche modo orgogliosa, ma cosa avrebbero guadagnato a lungo termine? Se fossero stati molto abili e fortunati le Darkalant sarebbero finite in una guerra intestina e avrebbero lasciato da parte Marca, forse. Per qualche tempo. Abbandonandola sul confine, contro gli Occlumsaac.
Con un po’ meno fortuna non ci sarebbero state variazioni di sorta. E se fossero stati sfortunati, sapere che dei Markenn avevano ucciso la Mano, avrebbe dato loro una maggior giustificazione per far crollare la città. Valeva la pena tentare?
Il piano era intelligente, ma trascurava... cose che un Pugno non poteva trascurare. Cosa avrebbe fatto il vecchio Occlumsaac nascosto tra le file dei Dragoni se non era morto? Seicento anni prima i suoi simili avevano diviso i propri nemici per renderli più deboli. Avevano separato i Markenn dai Landiani per poter schiacciare gli uni e solo dopo gli altri... il piano di Nortigaar avrebbe ampliato ancor più quella divisione. Ma cos’altro avrebbero potuto fare? E che ne sarebbe stato del piano di Hiccam se lei non riusciva a trovare Woos?
Drith si rese conto per la prima volta in vita sua che da quando lo aveva conosciuto aveva accolta e fatta propria l’idea di Hiccam. E prima di conoscerlo quella di Hcontor. Rispettare i Dragoni e la loro abilità in guerra, l’idea che fossero antichi fratelli, e che avrebbe potuto liberarli dall’ottenebramento in cui Woos li aveva circondati per farli tornare a combattere al fianco di Marca... ma d’improvviso guardava le cose da un altro punto di vista: perché sebbene fosse un’idea buona, forse l’unica in grado di funzionare, era vecchia. Antica quanto Hiccam e probabilmente impossibile da attuare. Era passato molto tempo da quando era vissuto lui. Le cose erano cambiate.
A Marca in pochi, pochissimi avrebbero condiviso e accettato anche solo di valutare un’alleanza con i Dragoni. Non in un periodo in cui gli Occlumsaac stavano rintanati nelle loro Coracche, dimenticati e sottovalutati. I Dragoni erano i nemici. Da anni. Troppo sangue era stato versato. C’era troppo desiderio di vendetta. E come corvi in attesa di una carogna, gli Occlumsaac aspettavano proprio questo. Avevano manipolato tutti loro per questo.
Dunque se anche il piano di Nortigaar avesse funzionato, Marca avrebbe forse guadagnato cinquanta o cento anni, ma alla fine tutti sarebbero stati indeboliti e questo avrebbe favorito proprio gli Occlumsaac.
Drith rabbrividì. Assorbita dal silenzio e da cupi presentimenti, liberò con Nortigaar il Vespertillo dalla vegetazione in cui l’avevano nascosto, raggiunse la sua postazione, si allacciò il cavo di sicurezza e, mentre il Serpente faceva lo stesso, avviò il sistema di risalita.
L’ormai familiare sibilo gorgogliò nelle serpentine della macchina volante come un soffio di vento. Pochi istanti dopo, con un lieve scricchiolio, iniziarono a sollevarsi, poco più che un’oscura ombra nel nero dell’ultimo spicchio di notte.
«No» disse per la quinta volta Hiccam.
«Non ne ho mai avvertito la presenza! Mai!» ribatté Drith con una rabbiosa disperazione nella voce. Si rese conto che da quando avevano iniziato quella discussione non faceva che andare su e giù di fronte al suo sarcofago sommerso di carte, così si costrinse a fermarsi. Era esasperata. Capiva perfettamente perché Weru non avesse parlato con lui della sua idea per sconfiggere la Condanna. Né della sua partenza per le Terre Selvagge o di chissà cos’altro. Hiccam riusciva a vedere solo una cosa.
«Potrebbe essergli accaduto qualcosa che non aveva considerato...» tentò.
«Allora gli Occlum ci avrebbero attaccato. Non capisci? La loro calma a Nord è la prova che ho ragione! Mi fu consentito di fuggire perché erano attratti dai racconti dei prigionieri, erano affamati e volevano sapere delle terre fuori della Conca e lui fu mandato con me per questo!» ribatté Hiccam, sollevando la mano per puntarle contro un dito.
«Allora perché non è al Quartiere? Perché andarsene?»
Hiccam emise un verso acre. «Ha qualcosa in mente.»
«O la Condanna potrebbe essersi indebolita così tanto da non permettermi di sentirlo. Dovresti considerare almeno la possibilità...»
«No, Drith. No. Tu sei Pugno. Mi vedi. La tua pelle grida vendetta alla luce del sole e ne hai la prova. La Condanna non si indebolisce, nemmeno mischiata al sangue sano... No. Tu sapresti se fosse lì. Se fosse stato vicino l’avresti sentito... La verità è che, i Markenn mi perdonino, non so cosa voglia quella sua mente malata e distorta. Sarei dovuto morire appena arrivato qui, ma non riuscì a uccidermi. Fui il suo errore... avrei potuto capire, anticipare le sue mosse. Ma riuscì a giocarmi lo stesso. Voleva che le Porte di Marca si aprissero per gli Occlumsaac, tuttavia io glielo impedii. Sapevo che non potevano passare oltre le montagne in alcun modo se non usando il passo e il passo è stato sorvegliato sempre da Marca. Sapevo che non possono arrampicarsi, dal momento che si impiegano giorni sulla nuda roccia e con la luce del sole verrebbero uccisi, ma sapevo che avrebbero potuto osare, con le nubi invernali. Con piogge simili a queste. O che potevano trovare qualche grotta dove ripararsi per avanzare lentamente... Per questo noi abbiamo sempre sorvegliato tutti i punti critici. Li sorvegliamo ancora, vero?» scrutò Drith come un lupo.
Lei annuì, pensando che gli antichi ordini dati da Hiccam ancora venivano rispettati, anche se nessuno ricordava più per quale ragione.
«Lo facciamo... certo. Ma la gente si stanca. Il nemico sembra diverso e magari...» s’interruppe lui. Era come se improvvisamente avesse sentito la stanchezza nelle sue stesse parole, quelle che continuava a ripetere da secoli.
Drith lo fissò, le spalle curve e la testa china, la smorfia sul viso lacerato.
«Ma perché aspettano? Non l’ho mai capito. Se ci attaccassero mentre anche i Dragoni lo fanno non potremmo sopportare la pressione. Non a lungo» mormorò Drith lasciandosi crollare a sedere sul pavimento gelato, sconfortata.
Hiccam tacque per un po’. «Hanno vite lunghissime e resistono quasi a tutto, ma non sono immortali» disse infine. «Non c’erano bambini nella Coracca. Prendevano i nostri uomini e li trasformavano. Quelli li chiamavano Figli. Senza di noi a combatterli, senza il nostro sangue ad aggiungersi al loro saranno a caccia, forse tra altri Clan a nord se ne esistono ancora o semplicemente... aspettano. Se ci attaccano guadagneranno nuovi Figli ma i Figli impiegherebbero anni per essere Occlumsaac abbastanza potenti ... mentre combattere contro di noi significherebbe di sicuro perdere molti soldati già abili...»
«Ma...»
«E se anche ci annientassero, si troverebbero davanti altri uomini bene armati dopo aver perduto buona parte dei loro... impiegherebbero tempo a mutare Marca, tutta la città, tutti noi...» mormorò, quasi parlasse a se stesso.
Drith posò i gomiti sulle ginocchia. «Dunque finché sanno che siamo attaccati, aspettano.»
«E ne deducono che la loro maledetta spia è ancora viva.»
Drith lo fissò e rabbrividì. «Se hai ragione...»
«Se ho ragione?» ringhiò lui, allucinato.
Ma Drith continuò. «...sarà comunque un fallimento. Il piano di Nortigaar è buono da ogni altro punto di vista a parte il tuo. Verrà accettato e non potrò impedirlo. Se funzionerà indebolirà i Dragoni. Se non funzionerà ce li rovescerà contro con ancora maggior vigore. E gli unici a vincere saranno gli Occlumsaac, ancora» mormorò, posando il mento sulle braccia, senza energie.
«No. Perché ci siamo noi.»
Lei si sentì sorridere. «Noi...? Siamo due. Credi che basterà?»
«Basterà un solo Pugno. Tu.»
«Sono lusingata che tu mi riconosca tanto valore ma...»
Lo sguardo di Hiccam si fece profondo e rovente come metallo fuso. «Se ho ragione. Il mio piano» sillabò. «Marca era lo Scudo, ma i Pugno erano le lame. E non si vince una guerra con lo scudo, la si vince con la lama. Ne basta una, ma deve essere impugnata senza esitare» ringhiò.
Drith sentì il dolore nella sua voce, la ferita che i suoi dubbi gli avevano inferto, e scosse la testa. «Ma che senso ha tutto se ciò che facciamo ci si rivolterà contro in ogni caso? Niente di quello che farò conterà davvero qualcosa, né all’Assemblea né altrove. Non ho il comando della città. Né quello delle Arti e delle Armi. Anche se fossi Capo Arma la mia sarebbe solo una voce tra le altre.»
«Allora fatti avanti. Rivela chi sei. Sarai il Comandante sul Seggio di Guerra. Avrai il potere di decidere la strategia di Marca e ti seguirebbero... sarebbero costretti a farlo» ribatté Hiccam.
E Drith lo disse. «No. Non lo farebbero; Marca è cambiata, Hiccam! La maggior parte di loro non sa nemmeno come è fatto un Occlumsaac e... ci odia. Odia i Pugno perché pensa che li abbiamo abbandonati. Non crederanno mai che io sia una Pugno e anche se ci credessero non posso rischiare di dividere Marca più di quanto già non sia. Non riuscirei a convincerli che un nemico dormiente sia più pericoloso di quello che li attacca ogni giorno con quelle enormi bocche da fuoco. Forse nemmeno se glielo dicessi tu, se potessero vederti e sentirti, ti crederebbero. Non sono più i tuoi Markenn» concluse, come svuotandosi.
Hiccam fece una mezza risata fischiante. «Ah. Non sono mai stati i miei Markenn» disse. La fissò e Drith corrugò la fronte. «Credi che io abbia dovuto lottare meno di quanto sei costretta a fare tu? Ero solo. Ritornato dalla Coracca. Guastato. Rabbioso. Molti pensavano che la malattia mi avesse consumato il cervello. Fatto impazzire. Non mi credevano, mi schernivano quando ero fortunato e mi osteggiavano in ogni altro caso. Woos cercava di farmi uccidere mettendo Marca contro di me mentre io come un idiota lo trattavo da amico, mia moglie piangeva per me e mi compativa e persino mio padre dubitava di ciò che gli era stato restituito. Mi aveva già pianto quando mi aveva visto trascinare giù e mi aveva creduto morto; sapeva che ciò che era tornato non era più ciò che era partito.»
Hiccam tacque un lungo istante come per riprendere fiato, il volto spettrale indistinto nell’oscurità della cripta, e Drith si sentì sciocca come una bambina. Poi lo spettro riprese: «E aveva ragione. Una parte di me era morta in quella maledetta Coracca. Poi però capì, anche se per poco non fu troppo tardi. Ma fu grazie a lui se riuscii a diventare Comandante. Gli altri... gli altri non avrebbero mai capito, mai sostenuto me se non lo avesse fatto lui per primo. Si chiedevano perché non avessi liberato altri prigionieri, mi accusavano di codardia, e lo facevo anch’io... ma non ero stato che uno strumento... e lo capii troppo tardi» digrignò i denti. «No. Non è mai stato facile, Drith. I Markenn sono sempre stati orgogliosi, testardi. Per questo sono ottimi guerrieri, e hanno resistito tanto a lungo. Ma per la stessa ragione rischiano di morire in trappola.»
«Come convincesti Hcontor a crederti? E gli altri a seguirti?» domandò allora lei.
«Con i fatti. E non è mai stata una vittoria esserci riusciti. Ci ha dato tempo, ma niente altro, perché siamo ancora qui, dopo seicento anni, e ancora allo stesso punto.»
«Io non ho fatti» mormorò Drith.
«Allora procurateli. Trova Woos qualsiasi sia il buco in cui si nasconde, attiralo fuori e uccidilo; fallo davanti a tutti, terrorizzali con la verità. Mostra cos’è. Cosa fa il sole al suo maledetto corpo. Mostralo ai Dragoni e mostralo anche ai Markenn...»
«E se non vorranno vedere?»
«Fallivedere. Hai voce, occhi, testa e coraggio. Sei una Pugno. Ma se non ci riesci, conducili dove vuoi con la scaltrezza. O con l’inganno. Una volta davanti alla realtà dei fatti come potranno negare?» ringhiò.
Drith si sentì percorsa da un brivido di repulsione. «Con l’inganno...?»
Hiccam vide il suo disgusto all’idea e ruggì spazientito. «Non ti sto dicendo di mentire. Ti sto dicendo che hai altre possibilità. Non dire tutta la verità, come già fai. Usare la vanità, l’ottusità e la grettezza dei tuoi rivali contro di loro. Ma devi iniziare a considerare anche Marca un campo di battaglia, Drith. Non una casa né un rifugio. Un vero campo di battaglia, come lo è ogni giorno per te la tua mente e come lo è il tuo cuore. Un campo su cui si svolge uno scontro che non può essere fermato. Perché se perdi qui,» si batté sulla fronte spettrale «avrai perso anche là fuori.»
Quelle parole la scossero.
«Quindi la domanda non cambia. Come trovo Woos?» sospirò.
Hiccam fece un cenno di sufficienza.
«Ti ho detto come...»
«Non c’è nessun ronzio nel Quartiere dei Dragoni.»
«Allora cerca altrove! Allontanati tu o attiralo! Trova il modo o tutto questo non sarà che l’inizio! E noi l’avremo solo saputo prima e non saremo riusciti a impedirlo. E se tradiamo Marca, figliola, non passerà molto tempo e tutti... tutti dovranno passare lungo il sentiero su cui ci affanniamo. Ma non potranno fermarsi come abbiamo fatto noi» ringhiò lui stringendo le proprie mani scarnificate.
Drith sentì come un’ondata fisica il senso di colpa che vibrava attraverso lo spettro e disse: «Forse il piano di Nortigaar potrebbe costringerlo a prestarci attenzione...».
«Uccidere la Mano facendo ricadere la colpa sulle fazioni landiane? Forse. O forse lo avete già attirato qui. Mettendo sotto pressione il Quartiere. Forse proprio quel consigliere è chi cerchiamo» sibilò Hiccam in risposta.
Entrambi tacquero per un lungo momento, infine Drith fece spallucce. «Sembra piuttosto improbabile, no?»
«Al contrario.»
«Tanto in alto? Vicino al Re?»
Hiccam rise. «Seicento anni di intrighi possono molto. Puoi costruire menzogne più credibili di molte verità, menzogne a cui il tempo stesso fornisce verosimiglianza. Le generazioni intorno a lui cambiano, ma non lui... e le orecchie di un Re non sono così difficili da raggiungere. È un uomo. Procuragli qualche vittoria e ti sarà grato e vorrà il tuo consiglio per restare in carica più a lungo ed essere amato e rispettato. Quale metodo migliore delle vittorie e della spartizione di terre e ricchezze tra la sua gente per esserlo? Avrà assunto molti nomi diversi, tessuto alleanze e intrighi e sì, forse Woos è la Mano. Forse questa è proprio la probabilità più ragionevole. E ora che sta tornando brucia dalla voglia di riunirsi alla Coracca, di aprire la via all’Onda, di essere il suo primo frangente...» ansimò raschiando Hiccam, caricato dall’odio delle sue stesse parole.
«E questo lo tradirà» mormorò Drith con un brivido.
Hiccam la guardò e sorrise come un lupo che aveva appena avvistato la preda. «Sì. Lo tradirà» disse, tra i denti.
«E c’è il tempo di ricavare informazioni utili» stridé weir Pennatorta. Chori Acuto aveva mal di testa e nessuna voglia di discutere ma come al solito quella donna sembrava una stridia affamata. Gli sguardi di tutti ruotarono su di lei perché sapevano il peso del suo parere sulla decisione del Viceré.
«Tempo?» domandò seccamente Alanera. «Prima o poi dovremo deciderci ad attaccare se non vogliamo essere spazzati via.»
«Questo consigliere, la Mano,» intervenne raenth Spuntato prendendosi la punta del naso tra le dita «arriverà non prima della Stagione Lucente. Grazie al Tenebra potremo sistemare qualche osservatore sulla via che conduce qui. Abbiamo bisogno di informazioni su di lui e sul suo seguito prima di...» esitò come cercando la parola giusta «...agire.»
«Ti ci vorrà più di questo per convincermi a mettere in pericolo i nostri mandandoli allo sbaraglio là in mezzo» bofonchiò acido Vostar raenth Leonerbo.
«Per favore. Sappiamo tutti che saranno meno in pericolo là piuttosto che dove stanno regolarmente» ribatté Spuntato sollevando le labbra sui denti.
«Certo non i tuoi, non da quando li tieni in retroguardia...» lo contraddisse con asprezza il Conservatore Spaccadenti. Era invecchiato ma non aveva perso di lucidità. Da quando il vecchio Viceré era morto e gli era succeduto il figlio, era stato Spuntato a suggerire la necessità di una squadra di Serpenti a proteggerlo notte e giorno da supposti attacchi da parte degli Echi. E teneva i suoi uomini al sicuro e al riparo come una chioccia. Approfittandone per aleggiare intorno al Seggio di Guerra come uno spettro ambizioso. Molti, tra cui Alanera e Spaccadenti, Conservatore Apotecario, sospettavano che stesse macchinando per prendere il potere, ma non c’erano prove e di certo non avrebbe agito direttamente; non lo faceva mai.
Quel che sapevano era che i suoi favoriti tra i Serpenti spesso non vedevano neppure una volta, se non da lontano, un campo di battaglia, il che sollevava molti mormorii tra i Capi e i Conservatori. La barba di Spaccadenti, punteggiata di peli bianchi, scintillò alla luce del grande focolare come se fosse macchiata di certes e Spuntato tossicchiò offeso. Drizzò la testa e sollevò il mento, senza riuscire a nascondere un guizzo di rabbia. «Li tengo dove sono più utili. E non è certo mia la colpa se gli scontri negli ultimi tempi sono poco adatti a noi. Non devo ricordarvi che i miei uomini sono esperti di agguato e non di muraglie di scudi e quant’altro» ribatté querulo.
«Perché non sono altro che infidi bastardi scivolosi come te...» mugugnò Leonerbo di malavoglia.
«Le occasioni di incursioni non sono diminuite, anzi» tagliò corto il Capo Leone Trinciaossa.
«Lo sono quelle di effettiva utilità. Non devo certo ricordarvi io che a bordo del Vespertillo c’è uno dei miei, e che gran parte del successo delle ultime missioni del Tenebra è merito dei Serpenti. Il Capo Alanera mi perdonerà, ma tutti noi sappiamo chi in quella squadra, a terra, sa cosa fare» trillò compiaciuto.
«Sono lieto che tu abbia cambiato così tanto la tua opinione al riguardo, Capo Spuntato, perché tutti qui ricordano le tue esatte parole alla mia proposta del Tenebra: “È una follia oscena e uno spreco ineguagliabile!”» ribatté Alanera in tono torvo, senza distogliere gli occhi da lui. «E sono certo che non hai alcun bisogno che io ti faccia notare che, senza la macchina volante del Conservatore Acuto e un Pipistrello men che eccezionale alla sua guida, non avremmo raggiunto nessuno dei nostri scopi e la nostra esigua squadra sarebbe stata scoperta e massacrata molto in fretta.»
«Inoltre, a quanto sappiamo dai rapporti del Tenebra, entrambi scendono a terra e partecipano alle missioni di sabotaggio» osservò quieto il Capo Talpa raenth Verricello, con un sorriso ipocrita sul viso. «Lo si direbbe quindi un lavoro di squadra.»
«Per questo funziona. Come tutto a Marca» sibilò il Conservatore delle Acque Niressa weir Scalpello.
«Cosa avete in mente, Capo Spuntato?» chiese weir Pennatorta, Conservatore dell’Arte degli Scrittori. Lui le sorrise.
«I Dragoni non si aspettano attacchi né spie dalle colline alle loro spalle. Pensano che le montagne ci intrappolino e controllano ogni piede di terreno intorno a noi ma non possono controllare il cielo.»
«Sanno dei Pipistrelli» osservò Chori Acuto. «Troppi “inspiegabili incidenti” li condurranno alla conclusione che sono loro a provocare i guai. Sono già molto vicini a farlo e prima o poi capiranno, e daranno il via a una caccia all’uomo.»
«Prima o poi, certo. Ma noi non li invieremmo per sabotare, signori, quanto per osservare e riferire. Non c’è ragione che vengano scoperti prima. Soprattutto se mandassimo dei Serpenti. E anche se sanno dei Pipistrelli, i Dragoni non immaginano certo che il Vespertillo possa atterrare e riprendere il volo come uno zigolo invernale. Nessuno potrebbe immaginare niente di così... straordinario» sogghignò Spuntato, facendo a Chori Acuto un cenno di affettata approvazione con la testa.
«E come proponete di far loro inviare a noi le informazioni raccolte?» disse weir Pennatorta. «Segnali luminosi potrebbero essere scorti dai Dragoni... poiane viaggiatrici essere individuate. Quanto all’uso del Vespertillo...»
«Significherebbe aumentarne i voli, renderli più numerosi delle notti senza luna,» osservò sbuffando Leonerbo «aumentando il rischio che venga scoperto. Per di più abbiamo uno solo di quegli affari e non potrebbe sollevarsi in volo con una squadra a bordo. Se fossimo costretti a sgomberare il campo in fretta...»
«Sarebbe sangue morto» ammise con tranquillità Spuntato. «Non in modo dissimile da ciò che li aspetta sul campo. Quante Aquile avete perso nell’ultimo scontro, sui vostri bastioni esposti, raenth Leonerbo?» fece osservare con naturalezza.
«Perderemmo la macchina volante» osservò Alanera.
«E ne avete una sola, lo sappiamo tutti, non fate che ripeterlo» disse di malavoglia il Capo dell’Arte della Caccia Nera Neggot raenth Sgorgante. Subito dopo però rivolse un’occhiata altrettanto acuta su Spuntato. «Ma non è questo il punto, vero?»
«Morire per Marca. Non è ciò che tutti noi abbiamo accettato quando abbiamo giurato di servire la fortezza?» osservò con una spudoratezza nauseante il Capo Serpente.
«Un giuramento per cui qualcuno sacrifica più di altri, qui. Volete mandare i vostri a spiare? Mandateli a combattere!» ringhiò alzandosi in piedi con aria battagliera il Capo Lupo raenth Stiletto. La benda sul viso nascondeva la cavità ricucita che un pugnale nemico vi aveva scavato, trafiggendogli l’occhio. Era fuori di sé e a ragione, dal momento che tre reparti di Lupi erano stati trucidati dai Dragoni nell’ultimo scontro, per coprire la ritirata di una buona parte delle truppe. «Faticate a concederceli per le operazioni sul fronte, lasciate che i miei Lupi, ottimi uomini, ottimi soldati, eroi per questa città, vengano massacrati senza farvi problemi, in prima fila, ma non esitate a cedere i vostri maledetti Serpenti per una vaga operazione che non ha alcuno scopo? E per informazioni che abbiamo già?»
«Io so che...» tentò di opporsi a quella sequela violenta di accuse Spuntato.
«Basta! Sappiamo quello che dobbiamo sapere» esclamò a quel punto il Capo Alanera battendo il pugno sul tavolo e alzando la voce per prendere la parola. «La Mano del Darlingar arriverà a valutare i progressi dell’Assedio. Lo scopo ci è sconosciuto e non ci interessa.»
«Non ci interessa? E se volessero la pace? Se volessero trattare?» domandò con voce cupa il Conservatore dell’Arte dei Fabbri. La sua faccia quadrata butterata di bruciature di acciaio e certes fissava il tavolo, gli occhi cerchiati dalle incessanti ore di lavoro trascorse alle Fonderie.
«Lo pensi davvero, Manics raenth? Sei davvero così illuso da credere che quei pazzi sanguinari abbiano deciso di mollare la presa su di noi proprio adesso?» sillabò Alanera tra i denti.
«Adesso? Cos’ha adesso di diverso da ieri?» domandò Sgorgante fissando Acuto e poi Alanera con aria vagamente ansiosa.
Quest’ultimo emise un ringhio. «Adesso hanno quelle bombarde a canna lunga che mordono le nostre mura come cani affamati. Adesso e non ieri.»
«Forse gli ultimi sabotaggi hanno...» interloquì Spuntato.
«Ah!» ruggì furibondo Alanera, facendolo arretrare con un sussulto. «Per questo siamo ancora qui dopo tutti questi anni! Per questo! Ottusità, meschinità, vigliaccheria, indecisione!» tuonò nell’Assemblea.
Chori Acuto vide Spuntato avvampare violentemente ma non trovare la voce o il coraggio di ribattere. Gli altri iniziarono a protestare, alzandosi e gridando come ossessi e Alanera ringhiò ancora più forte. «Ecco cosa sappiamo fare! Parlare! Discutere! Siamo come galli in un pollaio: troppi e troppo ciarlieri! Ciascuno ha ragione e ciascuno ha torto ma nessuno decide! Nessuno fa! Questa, Viceré, Capi e Conservatori, questa è la nostra unica possibilità di alleggerire la pressione sulle nostre mura, da più di seicento anni! Uccidere la Mano e incolpare i Dragoni! Dividerli per sconfiggerli! O almeno costringerli a guardarci con occhi nuovi! Potrebbe essere la nostra unica occasione. Vogliamo davvero sprecarla?»
Il silenzio improvviso che piovve nell’aula fece echeggiare il crepitare delle fiamme nel grande camino. Il cane del Conservatore della Caccia Nera uggiolò da un cantuccio, incuriosito dall’improvvisa calma.
«In effetti sembra improbabile che si tirino indietro un momento prima di vincere...» osservò solo allora Chori Acuto, sollevando gli occhi sul Viceré che sedeva in silenzio, con le mani giunte sotto il naso. Continuò: «Soprattutto con le nuove truppe di cui parlano i rapporti. Hanno portato carri di provviste e materiali. Polvere esplosiva asciutta. E cavalli sani».
«Dunque la pensate anche voi come il Capo Pipistrello?» chiese il Viceré. Era ancora troppo giovane ma sapeva che avrebbe dovuto decidere lui e tremava al pensiero di commettere un errore fatale. Chori Acuto sperò che non stesse dando a lui la responsabilità di quella decisione, perché non la voleva.
«Non è certo un segno di pacificazione» disse tra i denti. Era quello che pensava, anche se non avrebbe voluto che Drith e Nortigaar fossero mandati allo sbaraglio in campo nemico con la missione impossibile di uccidere la Mano.
«Finalmente qualcuno che tiene gli occhi aperti!» bofonchiò Alanera, rimettendosi a sedere.
«Dunque se inviamo il Tenebra a uccidere la Mano e disporre prove dell’assassinio a carico dei Dragoni, voi sostenete che cadranno nella nostra trappola» sospirò il Viceré.
«Forse ci cadranno...» disse Leonerbo.
«Se anche non funzionasse li renderà comunque diffidenti gli uni nei confronti degli altri. E non combatti bene se temi che l’uomo dietro di te possa infilzarti invece che porgerti l’ascia in battaglia» borbottò il Capo Lupo, ricordandosi di aggiungere “signore” solo all’ultimo momento. Nessuno sembrò farci caso e il giovane Viceré annuì.
«Inoltre,» osservò Sgorgante «eliminarlo potrebbe togliere stabilità anche al Darlingar nell’assemblea della Landa. O credibilità. Sempre che esista ancora un’assemblea» sogghignò.
«Sarebbero due piccioni presi con un graniglio» disse a quel punto il Viceré. «Tuttavia se capissero che siamo stati noi, o se catturassero i membri del Tenebra... questo potrebbe sortire l’effetto contrario: mostrarci come elementi di pericolo incombente, da eliminare senza esitazione.»
«È esatto» annuì Chori Acuto.
«E oltre al Tenebra perderemmo anche il resto.»
«Quale resto? Perdonatemi, Viceré... ma cosa abbiamo ora che non possiamo permetterci di perdere?» bofonchiò Alanera sporgendosi in avanti sul tavolo di quercia. «Siamo attaccati ogni giorno e ben presto miglioreranno tanto le loro bocche da fuoco da spazzare via le nostre mura. Cosa cambierebbe per noi, esattamente?»
«Non avremmo più il Tenebra» balbettò il Viceré, a cui la veemenza di Alanera faceva sempre impressione.
«Che verrà comunque scoperto se continueremo a ricorrervi troppo frequentemente. Alcuni sospettano già qualcosa, al Quartiere dei Dragoni. I sabotaggi non potranno durare all’infinito. E una volta che sapranno, tutto diventerà comunque più complicato» osservò Leonerbo. Poi aggiunse tossicchiando: «Signore».
Il Viceré batté le palpebre, come se temesse di non venire ascoltato quando avesse preso la sua decisione. Era poco più che un ragazzo e sembrava sgomento all’idea di governare Marca, nonostante fosse stato allevato per questo.
«Proprio a tale scopo» ritentò Spuntato «dovremmo tenere sotto maggior sorveglianza il loro Campo. Non possiamo...»
«Non possiamo permetterci di perdere troppi uomini o di disperdere le nostre esigue forze» sospirò il Viceré, gettando un’occhiata al Conservatore degli Scrittori, sua sorella maggiore, come cercando la sua approvazione. Lei fece un minuscolo cenno d’assenso e lui prese coraggio e aggiunse: «Ma non possiamo nemmeno permetterci di perdere l’occasione di alleggerire la pressione sulle nostre mura. Il cattivo tempo ci ha aiutato sinora, rendendole inutilizzabili, ma quelle bombarde devono essere fermate. Non possiamo continuare così».
Questo parve cogliere di sorpresa la donna ma attirò l’attenzione di Alanera che trattenne il respiro, fissando il viso del giovanotto. Lui si schiarì la voce e aggiunse: «Quindi manderemo il Tenebra a uccidere la Mano e a ordire la trappola. Avranno, come suggeriva il Capo Leone, un pugnale da Dragone; ne abbiamo conservati alcuni, mi dicono, e con queste armi il Tenebra ucciderà la Mano, senza lasciare altra traccia. Confideremo nella loro abilità, che finora li ha sempre riportati indietro. Se fallissero avremo perduto solo due soldati e un Vespertillo. Certo, i sospetti sulle nostre attività alle loro spalle prenderebbero forma, tuttavia sono fiducioso che non si faranno trovare».
«Viceré, una macchina volante simile...» cominciò sua sorella, cercando di indurlo a cambiare idea. Lui sollevò la mano. «Non può essere perduta. Lo so. Per questo, anche se sarà difficile e costoso, ne costruirete altre due, Conservatore Acuto... in modo che la squadriglia Tenebra non muoia con loro.»
«Ma...» cominciò imbronciandosi Spuntato.
«Quanto a voi. A parte i due nuovi Serpenti del Tenebra, manderete gli uomini che avreste voluto a spiare il nemico a rinforzare l’ala di appoggio ai Lupi. Hanno subito troppe perdite ed è grazie soprattutto al loro sangue se negli ultimi tempi le mura di Marca sono ancora intere. Sappiamo tutti che i Serpenti sono addestrati all’agguato ma anche al corpo a corpo e non c’è peggiore corpo a corpo che il fronte.»
«Viceré...» ricominciò Spuntato, rosso in volto per la stizza.
Ma il giovanotto, sebbene a sua volta rosso in volto, si alzò in piedi e sollevò la mano, facendo calare il silenzio. «Ho deciso» aggiunse con voce tremolante. «Che gli Antenati mi concedano la ragione o meno la Consulta è sciolta.»
Chori Acuto sorrise debolmente, lo guardò allontanarsi seguito dalla sorella, rigida e contrariata e pregò che gli Antenati, e con loro Nica, proteggessero Drith, o lui non si sarebbe mai perdonato di averle dato ascolto e aver aiutato il Capo Pipistrello a convincere il Viceré a condannarla a morte. Con la testa che martellava si alzò, fece un cenno ad Alanera e uscì dalla sala con lui. «Ha dimostrato più coraggio di quanto credevo, il giovane Viceré» disse.
Il vecchio amico aveva l’aria cupa. «E la sorella lo martellerà per questo fino allo sfinimento. In un modo o nell’altro non prenderà decisioni simili ancora a lungo, puoi starne certo.»
«Allora speriamo che questa sia sufficiente» disse Acuto.
Alanera sembrò faticare a dire quel che pensava. «Tua figlia ce la farà» borbottò infine. Si fermò vicino a una stretta feritoia e guardò fuori. Un muscolo della mandibola ballava. «Non mi era mai accaduto con nessuno dei miei, non dopo la perdita di mio figlio otto anni e tredici giorni fa, ma non ho mai conosciuto nessuno come Drith weir che credesse nel sogno di Marca libera. O che riuscisse a infiammare gli altri nello stesso modo. A farli credere nell’impossibile. I suoi Pipistrelli la seguirebbero in capo al mondo, per questo.»
Chori Acuto riuscì solo ad annuire, commosso e combattuto, e Alanera aggiunse: «Siamo abbastanza vecchi da sapere, noi due, che è lo spirito quello che conta, più del resto. Vorrei che avessimo più soldati come tua figlia, che sappiano qual è il loro dovere e la posta in gioco».
«Spero solo sia la decisione giusta» mormorò Chori Acuto mentre riprendevano a camminare fianco a fianco nei bui corridoi del palazzo del Viceré.
«Era l’unica che potevamo prendere. Si combatte come si può, Chori. Ma non intendo assumermi la responsabilità della caduta della città e della morte di centinaia di persone» borbottò lugubre Alanera. «Il vento sta cambiando. Restare nella nostra tana non funzionerà più. I giovani non lo sanno e continuano a morire ma io e te lo sappiamo e dobbiamo cambiare strategia: agire. Solo questo ci darà diritto ad avere una voce di fronte ai Dragoni e una possibilità di salvezza. Solo questo.»
«Sempre che ci riconoscano una voce.»
«L’avremo di nuovo se non la chiederemo. Inchiodarli a terra e mostrarsi disposti a trattare in quel momento, quello ci darà una voce. Che lo vogliano o no.»
Chori Acuto si augurò che avesse ragione, poi pensò che non aveva mai avuto tanti dubbi come allora. Uscì nell’aria fresca della sera e dall’Altamarca guardò verso il Nuctirenn. Sembrava la vetta del mondo e la sua strada, la sua speranza, passavano di lì.
Non mancava molto, ormai, alla nuova Eclissi di luna.
Nortigaar vide Drith raggiungere Alanera, oltre il portone della Torre di Volo, e confabulare con lui con aria cupa.
La Stagione Lucente era iniziata quattro giorni prima, e proprio allora, in un volo di sorveglianza in cui si erano spinti più lontano del solito, lui e Drith avevano avvistato una lunga e imponente carovana in viaggio verso il Quartiere. Era apparso subito ovvio che fosse arrivato il momento di agire. Che la Mano stava arrivando.
E quasi incredibilmente, quella notte era attesa un’Eclissi, la prima dell’anno. La luce sarebbe scomparsa dal cielo per qualche ora, tramutandosi in uno spettro rosso scuro, fornendo al Tenebra il tempo per un atterraggio nei territori della Landa, e se avessero svolto la missione prima che l’Eclissi fosse finita si sarebbero dileguati senza che nessuno sospettasse nulla.
Nortigaar aveva un ottimo presentimento. Riportò la sua attenzione su Deva, le strinse la mano che tremava, intrecciò le dita a quelle di lei e finse di ignorare le lacrime che le riempivano gli occhi. «È una buona cosa. Ti prego, non fare così» le disse, aggrottando la fronte.
Deva scosse la testa. «Mi stai dicendo addio, vero?»
«Non lo faccio ogni giorno quando esco di casa?» la canzonò. Avrebbe voluto vederla sorridere ma lei non ne sembrava capace e così le sollevò il mento per costringerla a guardarlo: «Tornerò» promise.
«Come puoi saperlo?» protestò lei. Era arrabbiata e questo la rendeva più bella. «Ne stanno arrivando altri. Ne arriveranno sempre altri... sono...»
«Ho tutta l’intenzione di tornare, Deva. Combatterò con le unghie e con i denti per rivedere te e la bambina, Dragoni o no. Questo posso promettertelo. Perché so che sarà così.» Ed era la verità, non era mai stato tanto cosciente del fatto che lo fosse.
Ma Deva scosse la testa con voce rotta. «Non mi basta, Nortigaar. Non mi basta più. Speravo mi sarebbe bastato, cercavo di convincermi che sarebbe stato abbastanza, ma...»
Lui serrò le mascelle e guardò altrove, vide un paio di ragazzini correre a consegnare messaggi, impolverati e stanchi come un tempo era stato anche lui, si voltò di nuovo verso la moglie e la costrinse a guardarli. «Li vedi Deva? Per questo devo farlo. Per loro. E per noi. Non voglio vedere nostra figlia correre tra queste vie cercando di evitare le schegge e i colpi d’artiglieria. Avrà una vita diversa, e anche tu l’avrai, te lo giuro.»
«Io...» protestò ancora lei, anche se più debolmente.
Nortigaar l’attirò a sé e la baciò, posò la fronte sulla sua e disse: «Abbi fiducia». Poi la lasciò andare e la osservò per un istante mescolarsi alla gente di Marca prima di voltarsi. Quando però tornò al presente e alzò gli occhi faticò a vedere Drith che, ormai sola, si era appoggiata alla parete scura, all’ombra. Fissava qualcosa che aveva in mano.
Nortigaar la raggiunse lentamente, l’affiancò e rimase in silenzio finché lei non lo salutò. «Nuovi ordini?» le chiese, gettando un’occhiata al medaglione che aveva in mano.
Lei scosse la testa. «Solo un favore che Alanera stava facendo al... a mio padre» si corresse con mezzo sorriso. «Era di mia madre. Rappresenta il cielo stellato com’era nel giorno della sua nascita. Amava il cielo in quelle notti senza luna e senza nubi in cui le stelle sembravano così vicine. Dal giorno della sua morte l’ha sempre tenuto mio padre, credo che fosse il suo modo di averla con sé e ora...» mormorò con aria distante.
«Sono certo che lei sarebbe felice di sapere che l’hai tu» le disse, pensando di capire la ragione del suo turbamento.
«Lo spero. E spero... di non averla delusa. Di non aver deluso entrambi» ribatté pianissimo lei.
«Delusa?» sobbalzò Nortigaar, stupefatto che quell’idea avesse anche solo potuto sfiorarla.
«Perché mai pensi questo?» A disagio si rese conto di non aver visto il Conservatore Acuto in tutta la giornata e provò un guizzo di rabbia. Si limitò ad appoggiarle una mano sulla spalla, cercando di trasmetterle forza. «Non è venuto a salutarti?»
«C’erano questioni più... pressanti» disse rigidamente Drith, passando le dita sul medaglione.
«Più pressanti?» ringhiò Nortigaar.
«Sappiamo entrambi che questa missione non è molto diversa dalle altre. Mi ha mandato questo» osservò lei appendendo al collo il medaglione e facendolo scomparire sotto gli abiti.
Nortigaar si domandò se il Conservatore non fosse rimasto indietro per consentire a Deva, la sua Vice, di salutare lui. Così senza accorgersene serrò le dita sulla spalla di Drith, ancor più arrabbiato, stavolta con se stesso.
Ma Drith non se ne accorse, fece un altro sospiro, come per scrollar via ogni singolo pensiero e preoccupazione, e con lo spirito incrollabile di sempre aggiunse: «Il Vespertillo è già in posizione. I cuscini per l’atterraggio sono ingrassati, le ali sono state rattoppate, le spire sono piene, i cilindri operativi, le munizioni a bordo e i meccanismi ben oliati. Manchiamo solo noi. Pronto?».
«A qualsiasi cosa.»
E la vide sorridere, brillando di quella sua indistruttibile bellezza ma anche di qualcosa di più duro e tagliente, che Nortigaar non aveva mai visto in lei. L’ansia di uccidere.
«Allora diamoci da fare» gli disse. «Il sole sta tramontando, ci aspetta un lungo volo e ho tutta l’intenzione di riportarti da Deva stanotte stessa. E con le migliori notizie.»