La nuova gabbia era così ben fatta da lasciar intendere che i Landiani fossero abituati a costruirne. Era una struttura alta e cilindrica, dalla base stretta, le sbarre metalliche intrecciate con una perizia che rendeva impossibile forzarla e delle strane maniglie tramite le quali avrebbe potuto essere appesa. All’esterno, magari. Il pensiero tormentava Drith come la lama di luce che tagliava l’afosa oscurità, abbattendosi a pochi passi da lei, ma quell’apertura, quell’unico spiraglio dorato era anche l’unico modo che aveva di vedere oltre le pareti pesanti della tenda.

E guardare fuori era tutto ciò che poteva fare.

Sotto il riflesso del sole, tra nubi di foschia, il carro a due ruote caracollò, cigolando come una stridia. La struttura sembrava leggera ma riusciva a portare una delle bombarde a canna lunga, aveva ruote uncinate inclinate verso l’interno nella parte superiore ed era trainato da due giganteschi buoi, guidati da un tipo basso e tarchiato con una benda sull’occhio destro. Lo strano mezzo di trasporto fu seguito da un altro, a quattro ruote e con le sponde alte come i carri che Drith aveva visto trasportare fieno per i cavalli dei Dragoni, ma rinforzato da cerniere di metallo e sorvegliato da quattro Dragoni vestiti di verde. Cosa fosse era impossibile dirlo e Drith avrebbe sospettato di trovarsi davanti a una recita a suo beneficio se Nortigaar non avesse visto caricare i proiettili di quell’arma e non glieli avesse descritti con precisione. Esattamente come le aveva descritto i disegni sul tavolo in quel padiglione.

Le loro conversazioni erano strane, ridotte all’osso. Nel padiglione c’era quasi sempre qualcuno e il solo a parlare era il Serpente. E poiché da lì dentro Drith non poteva fare altro che studiare i nemici, combinando ciò che vedeva con i piani d’attacco di cui Nortigaar aveva sentito parlare, sapeva esattamente cosa stava per accadere. E il frastuono di martelli e grida che sentiva lo confermava.

Il Dragone Grigio con cui da giorni spartiva il padiglione entrò sotto l’ombra della tenda ringhiando insulti e maledizioni e l’uomo che lo seguiva si fermò sulla soglia, gettandole una lunga occhiata. Drith lo sapeva, anche se teneva gli occhi fissi sulle sbarre. La guardava sempre in quel modo. Si chiamava Crentar, tendeva ad asciugarsi spesso la bocca perché gli mancavano molti denti e sputava anche solo parlando; aveva una quarantina d’anni ma la faccia piena di cicatrici ne dimostrava molti di più, a causa della vita da criminale prima dell’arruolamento forzato.

Era uno degli aiutanti di campo del Dragone ed era uno strano aiutante. A quel che sembrava, nessun altro aveva voluto quel pendaglio da forca ai propri ordini e questo la diceva lunga su ciò che gli stessi Landiani pensassero dell’uomo delle armi da fuoco e delle sue idee. Il nuovo arrivato farfugliò qualcosa che Drith non riuscì a capire e il Dragone Grigio ringhiò un’altra imprecazione. «Non mi interessa come! Digli che metta al lavoro su quelle stramaledette spade i suoi apprendisti, provocalo, terrorizzalo, assicuragli del grog, accidenti a te, ma fa’ in modo che finisca quei proiettili!» tuonò furibondo.

«Il fatto è che il Primo Snoret ha...»

«Non mi interessa se ha promesso a quell’idiota di tagliargli la testa o uno stuolo di ragazze che danzeranno nude per lui alla luce della luna!» l’interruppe l’altro.

Lo sdentato le scoccò un’altra occhiata, poi tornò a guardare il suo superiore. «Gli ha promesso un avanzamento di grado. Il che significa una paga più alta, e con la disgrazia di aver tre figlie femmine da accasare nessuno lo può biasimare se...»

Ci fu un’altra imprecazione e poi un breve silenzio. «Allora, digli che non ci sarà nessun bisogno delle nuove spade di Snoret se prima non completa quei proiettili da abbattimento! E, visto che è l’unico in grado di fare decentemente quel lavoro in questo posto, deve lavorarci personalmente. Il suo aumento di paga se lo può anche sognare se Snoret non riesce ad attaccare e non riuscirà a farlo se noi non sfondiamo quella maledetta roccia. Sono stato abbastanza chiaro?»

«Sì, ma...»

Il Grigio reagì come un serpente. «E se qualcuno, fosse anche quell’arrogante bastardo del Primo Rosso in persona, ha intenzione di discutere, può dirgli che venga a farlo qui! È tutto.»

«Sempre che...» bofonchiò l’uomo, ignorando il fatto che era stato appena liquidato. Si rese conto dell’occhiata furente del Dragone e dette una spallucciata mentre l’altro ripeteva a denti stretti: «È tutto!».

Lo sdentato annuì uno svogliato: «Sissignore!» e se ne andò.

Il tono in cui aveva parlato era stato insolente e le sue reazioni sfrontate, infatti l’altro si passò una mano sul cranio e sbuffò, togliendo la giacca e gettandola su una cassa di bizzarri strumenti.

Drith spostò cauta lo sguardo dalle sbarre all’uomo. Era lo stesso che aveva sospettato che qualcuno sabotasse le armi. E quello che aveva impedito che la stuprassero e le spezzassero le gambe. Si chiamava Aric di Ooterham e salvare la Mano e uccidere Nortigaar l’avevano fatto promuovere a capo di un nuovo reparto, quello dell’Artiglieria da Fiamma. La cosa era andata di traverso agli altri Capi e gli erano stati assegnati gli scarti delle altre Squadre, per lo più uomini indisciplinati, quando non sordi, mezzi ciechi, monchi o zoppi e male in arnese, che continuavano a indossare la stessa giubba impunturata con le stecche metalliche sulle braccia degli artiglieri, con la sola differenza che sulle maniche erano cucite delle logore strisce di stoffa che avevano valso subito loro il nomignolo irrispettoso di Bande Grigie. E che discutevano i propri ordini più di quanto avrebbero dovuto.

Anche il Dragone si comportava più come se avesse ricevuto una punizione che una promozione e Drith non lo invidiava, se non per la libertà di muoversi. Una promozione non condivisa poteva indurre i tuoi uomini a non riconoscerti il comando e c’era un solo risultato che si poteva ottenere da una cosa simile: il fallimento. Non solo di un uomo ma del reparto che gli era stato affidato e anche delle sue bombarde.

D’altronde persino Nortigaar, che le aveva viste con i propri occhi in azione, non sembrava convinto che avrebbero funzionato contro il Collo di Vipera. Anche se lo spettro da cui ricavava le sue informazioni gli ripeteva con l’aria di un folle visionario che si sarebbero ricreduti quando Ooterham avesse messo in funzione la Grande Spingarda. Cosa che però non sembrava rassicurare il Dragone.

Se non fosse stata in gabbia, Drith avrebbe trovato la cosa quasi spassosa; forse l’uomo si era pentito di aver salvato la Mano. Il suo volto abbronzato aveva l’espressione minacciosa di qualcuno che sa che la sua unica possibilità è giocarsi tutto ciò che ha in un colpo solo ed è disposto a farlo pur sapendo che perderà. Lei non era in una situazione molto diversa.

Vedendolo chinare il capo sui disegni e i calcoli sul tavolaccio, Drith ricordò suo padre al lavoro nell’abbraccio delle spesse e solide mura di Marca, ricordò la prima volta che era tornata a casa durante l’addestramento e, con lui nel laboratorio, era rimasta a guardarlo in silenzio, aspettando che ultimasse un plico da consegnare ad Alanera. E si rese conto che gli somigliava, anche se forse solo nella stanchezza indisciplinata e nell’energia battagliera seppellita sotto fatica e frustrazione nel suo modo di fare.

Sapeva che avrebbe dovuto voler distruggere quelle carte e ripagare la morte di Nortigaar con quella di quel Dragone, invece il suo istinto continuava a torturarla, dicendole il contrario. Non sapeva nemmeno lei se per follia, disperazione o ragionevolezza, in cerca solo di una possibilità.

E stava ancora cercando di capirlo, quando il Dragone Grigio si voltò e Drith si trovò a ricambiare il suo sguardo di pietra.

Aric continuava a sentirsi quegli occhi sulla nuca e non lo sopportava. Era fradicio di sudore, stanco, innervosito dai suoi uomini, dalle esercitazioni che non andavano come avrebbe voluto, dal comando che non era come aveva pensato, dal modo in cui lo trattavano gli altri Primi e persino i sottoposti. E sarebbe già stato sufficiente questo senza che il suo fallimento dovesse essere esaminato a ogni istante da quella gelida donna chiusa in gabbia e muta come un sasso.

Odiava quel suo sguardo colmo di disprezzo mentre cercava di fare il suo lavoro. Sapeva che era stupido, ma non riusciva a non detestare l’idea di mostrare al nemico l’incapacità e l’irresolutezza dei Dragoni in prima persona.

Si voltò, certo che come sempre non avrebbe nemmeno incrociato lo sguardo della donna, e si stupì invece di trovare i suoi occhi fissi su di sé. Lo fissavano apparentemente inespressivi, ma avrebbe potuto giurare che stessero ridendo di lui. Avrebbe potuto restituirle il favore, dal momento che si trattava di una donna soldato. Una insensata invenzione che, per citare il Primo Snoret durante la cena al tavolo dei Capi la sera prima, «spiegava a chiare lettere perché fosse stata catturata». E la cosa peggiore era che, nonostante tutto, se ne sentiva attratto.

In pochi l’avevano vista ripulita dalla cera sul viso e giravano voci che si trattasse di una megera che a causa di qualche terribile difetto o qualche malattia era stata costretta a combattere. Sulle prime l’aveva pensato anche lui al ricordo di quel viso annerito, ed era rimasto sconcertato quando si era accorto che, sebbene non avesse l’ovale perfetto dei ritratti nei medaglioni e i capelli arricciati con il ferro e acconciati con cura, non la si sarebbe potuta definire brutta. Di certo non era deforme né malata, ma non era questo. Lasciò correre lo sguardo sul suo collo scoperto e si sentì ancor più irritato quando si rese conto del modo in cui la guardava.

Naturalmente era quella vicinanza obbligata, si disse. Anche se c’erano sempre molte donne a qualche chilometro da un campo di battaglia, persino lì. Da che ricordava c’erano le mogli dei Capi che si lamentavano di quanto fosse tetra la vita da quelle parti, c’erano sarte o lavandaie dell’esercito; c’erano anche molte sgualdrine. Ma Aric si era gettato nel lavoro e nella fatica senza guardare ad altro, aveva finto di non avere bisogno di qualcosa di simile per troppo tempo e si era illuso. Era semplice. Non era di ferro. Fortunatamente invece la donna lo era.

Da quando era lì non c’era stata una lacrima, non un lamento; solo quel silenzio protratto e arrogante. E ora si sarebbe aspettato che abbassasse lo sguardo, ma lei non lo fece e Aric ne rimase sorpreso. Non era lo sguardo schivo o malizioso di una donna della Landa, né tantomeno quello di qualcuno che tentava la carta della compassione. Sul viso minuto e spigoloso dal naso storto quei due occhi scuri e fondi nascondevano pensieri inaccessibili e, sebbene fosse stata percossa, minacciata e indossasse un informe camicione e lerce brache da uomo, c’era qualcosa di estremamente dignitoso in lei. E ancor più raggelante.

L’avrebbe ammirata se non ne fosse dipesa la sua vita, invece gli veniva quasi da ridere al pensiero dei piani della Mano. Quella specie di animale selvatico chiuso in gabbia non avrebbe parlato, sempre che capisse quello che lui e gli altri dicevano, ma se era stata mandata a spiarli doveva capire per forza... e forse non poteva parlare. Forse non aveva neppure la lingua. Non avrebbe potuto rivelare nulla della fortezza nemmeno volendo, si disse. E se n’era quasi convinto quando lei lo contraddisse.

«Un comandante che non ha il rispetto dei suoi uomini non resta comandante a lungo» osservò.

Fu come sentir esplodere un colpo di spingarda. Aveva una voce arrochita dal lungo silenzio, ma Aric rimase così stupito che ci mise un attimo a realizzare quello che aveva sentito. Si accigliò, e provò l’impulso di darle le spalle ma non lo fece. «Dunque ce l’avete, la lingua» bofonchiò.

Lei batté le palpebre dalle lunghe ciglia nere prima di chiudere gli occhi e appoggiare la testa alle sbarre. «Fu quello che mi disse il mio Capo Arma quando mi affidò il mio primo comando» aggiunse. Parlava in modo un po’ artificioso, con un accento antiquato che non avrebbe sfigurato nella rappresentazione di una commedia cantata da bardi itineranti in una piazza, ma almeno aveva parlato.

Aric ebbe l’impressione che, insieme al disprezzo, dal suo viso e dalla sua voce filtrasse qualcosa di oscuro e velenoso. Solo dopo un attimo si sorprese all’idea che la donna avesse avuto un comando. E un Capo Arma. «Voi avevate un comando?» gracchiò sprezzante.

Gli occhi scuri si riaprirono e presero una piega strana, molto acuta e in qualche modo sdegnata. «Le vostre donne non combattono?»

«Perché dovrebbero?» sbuffò lui. In realtà la sua domanda conteneva un’affermazione: voisiete costrette perché non ci sono più abbastanza uomini e siete allo stremo. Ma la scrollata di spalle e la risposta della donna lo spiazzarono.

«Perché dovete farlo, voi? Perché deve farlo, chiunque con un minimo di cervello?» sibilò roca.

Fu esattamente in quell’istante che Aric di Ooterham capì cosa gli era sfuggito sino ad allora: la prigioniera non era un’ultima disperata risorsa. Era fiera come molti tra i suoi uomini non sarebbero mai stati. E aveva avuto un comando. Il volto magro e pallidissimo, segnato dalle ombre della tenda e dalla stanchezza, era incorniciato dai capelli neri e ricci raccolti in minuscole trecce e gli occhi scuri e cerchiati lo scrutarono ancora una volta come se fossero costretti a guardare un mucchio di letame.

«Si aspettano che falliate» aggiunse la voce, tagliente.

«Non dovreste lamentarvene» ribatté lui dandole le spalle. In quell’istante il giovane allampanato e smunto Aetan, l’unico aiutante dall’aria sveglia che gli fosse riuscito di trovare tra gli scarti di soldato che gli avevano rifilato, entrò nel padiglione con fiato grosso e lo avvertì con un saluto nervoso che gli uomini erano pronti per un’altra prova. Aric si rese conto dai suoi occhi che aveva paura di lui almeno nella stessa misura in cui temeva la spingarda, soprattutto dopo che aveva visto ore prima uno degli uomini con la mano maciullata da una delle ruote del carro a causa del rinculo, ma pensò che era il momento di prendere in pugno la situazione e passare al piano della Mano.

Forse si era sbagliato e poteva indurla a parlare. Così gettò un’occhiata alla prigioniera che lei non ricambiò, ordinò ad Aetan di sollevare la tenda dal lato delle spingarde, afferrò i suoi strumenti e uscì nuovamente sotto il sole, sapendo che avrebbe osservato come un falco ogni singola cosa. Lui valutò a mente fredda la scena: sulla sinistra le file di artiglieri posizionati dietro grossi scudi piantati a terra, dotati di lunghe feritoie sulle quali stavano appoggiate le bocche delle lunghe e sottili canne di ferro delle spingarde a mano posate sulle loro spalle; sulla destra due spingarde più grandi, posate su una struttura a cavalletto ancorata a terra che lui stesso aveva disegnato.

Era il momento di dare il via allo spettacolo.

La sorte sembrava sorprendentemente dalla sua parte, una volta tanto. Il tempo era secco, il sole caldo, il terreno non avrebbe ceduto sotto l’appoggio e la polvere da spingarda non si sarebbe inumidita diventando inservibile; grazie a questo, anche se gli dispiaceva per quella donna, lui avrebbe presto abbattuto le mura della fortezza, fatto in modo che le pietre con cui erano state costruite le imponenti mura crollassero in una valanga, aperto la strada a quella bestia sanguinaria di Snoret e se ne sarebbe andato di lì una volta per tutte.

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Nella tremenda calura del pomeriggio gli insetti frinivano e Drith sentiva il sudore colare lungo il corpo. Dopo lo spettacolo di quelle armi da fuoco non riusciva a non pensare alla carneficina che attendeva Marca e il panico le serpeggiava nelle vene come una nera malattia. «Avevate il comando di cosa?» domandò il Dragone che era appena rientrato. Drith sobbalzò, abbandonando volentieri quei pensieri, e chiuse gli occhi; nell’oscurità delle palpebre cercò di raccogliere un po’ di calma e sembrare sicura di sé.

«Ve lo dirò se mi direte come usate queste gabbie» disse con lentezza, la bocca così secca che sembrava piena di terra.

Lui aggrottò la fronte, gettò la giacca scolorita dal sole su un panchetto e si arricciò le maniche della camicia intrisa di sudore e polvere. «Non vi piacerà» disse.

Drith abbozzò un debole sorriso. Non aveva mai pensato il contrario. «Uno Stormo di Pipistrelli» rivelò poi. «Ma avevate già riconosciuto la mia uniforme» aggiunse. «Dovevate averla vista addosso ai soldati volanti che avete abbattuto in passato.»

Il Dragone non si voltò nemmeno a guardarla. «Pipistrelli? È così che vi definite?» chiese.

«Come ci chiamate voi?»

«Sembrate più avvoltoi che pipistrelli» rispose l’uomo. «Quindi siete precipitati» considerò seccamente. «Nessuno vi ha visto colpiti da un razzo.»

Drith immaginò che chiamassero così i “traccianti” e fece spallucce: «Vecchio legno, vecchie ali» mentì. Da quello che Nortigaar le aveva detto non avevano trovato il Vespertillo e non lo avevano cercato, non abbastanza lontano. La trappola che l’avrebbe incendiato se l’avessero scoperto non era ancora scattata. E la sua vita doveva avere ancora qualche valore forse solo perché ritenevano che potesse rivelare i segreti del volo; così rimase in silenzio, aspettando la risposta alla propria domanda.

Aric di Ooterham fece schioccare le labbra. «Sono gabbie da termitaio. Vengono calate nei nidi degli insetti tramite delle catene appese a quei maniglioni, si tratta di una sorta di pozzi che si trovano non lontano da qui. Le termiti bianche sono carnivore e si precipitano a divorare i cadaveri. O i condannati. O qualsiasi cosa venga gettato laggiù» disse, apparentemente disgustato lui stesso dal pensiero.

«Impiegano non più di un’ora a spolpare un uomo, così non dobbiamo preoccuparci di cadaveri putrescenti o di seppellire niente altro che ossa» disse il suo Secondo.

Drith rabbrividì. «I condannati...?» mormorò.

«Disertori. Ladri. Anche voi, se non ci sarete utile» fece un sorriso sdentato, dall’angolo dove era seduto a lavorare con uno spillone su una giacca trapuntata; continuava a fissarla con insistenza.

Drith scosse via dalla camicia una formica e finse tutta la calma di cui era capace. «Quando non vi sarò più utile. Non se» disse. «Ma ne parlate come se ne aveste molti» aggiunse.

Lo sdentato si mise a togliere le pulci dalle cuciture. «Una buona parte delle truppe è composta dalla feccia della Landa, signora. Gente miserabile che è finita qui per non crepare di fame o evitare una condanna a morte. Assassini. Ladri. Bastardi senza scrupoli a cui il Darlingar ha dato licenza di essere i bastardi che sono. A patto che rispettino certe regole. E se sventolate a tutti loro quella gabbia davanti saranno obbedienti come agnellini!» disse. Poi lanciò un’occhiata a Ooterham. «Come fate voialtri? Li buttate dalle mura?» aggiunse.

Drith si fissò le mani, le dita storte della mano spezzata e i lividi neri sul palmo e sul polso. «Non facciamo prigionieri» ribatté alla fine.

«Ragionevole. Perché prendersi delle bocche in più?» osservò Ooterham, come se fosse seccato dalla domanda che si era inserita nel loro muto accordo di botta e risposta.

«Nemmeno voi fate prigionieri» ribatté Drith.

Il Dragone aggrottò la fronte, come se si chiedesse con chi aveva a che fare. «Sembra che su questo vi sbagliate.»

«Ma i vostri condannati? I disertori?» insisté il Secondo.

Drith pensò agli Echi che erano stati presi e che si erano uccisi da soli o erano stati uccisi mentre tentavano la fuga. Poi pensò ai Pugno. «Vengono decapitati» ammise.

Un’altra voce saettò dall’ingresso della tenda. «Un modo molto rapido di morire. Troppo» osservò acuta, stonando con la mole asciutta e imponente del suo proprietario.

«Sempre che il boia abbia la mano sufficientemente ferma e precisa, signore...» osservò lo sdentato, alzandosi in piedi di scatto per salutarlo rigidamente.

Il nuovo arrivato avanzò nell’ombra torrida della tenda, senza neppure degnarlo di uno sguardo. «Innegabile» riconobbe. «Personalmente trovo preferibile che i miei uomini sentano le urla del traditore mentre viene divorato vivo nei pozzi. Ha un edificante effetto dissuasivo nei confronti di chi coltiva idee di diserzione... ancor più della fustigazione pubblica» sillabò facendo uno sprezzante cenno di saluto al Dragone Grigio, che però rimase immobile.

«Questo è un problema solo per chi ha dei traditori da dissuadere» farfugliò Drith.

Il Dragone Rosso scoppiò a ridere. «Mi avevano detto che stava parlando e confesso che non ci avevo creduto, Ooterham» disse, parlando come se lei non ci fosse. «D’altronde non dovrei essere troppo stupito che abbia una lingua tagliente, che altro ci si può aspettare da una femmina? Sono tutte uguali, giumente capricciose che hanno bisogno di una bella sferzata. Ma si tratta solo di farle capire chi comanda» aggiunse, senza rivolgersi a nessuno in particolare. Drith si sentì invadere dalla rabbia.

L’uomo aveva un viso quadrato e un collo corto piantato tra due spalle sin troppo larghe, i capelli ravviati perfettamente, una corta barba e dei baffi ben curati, indossava un’uniforme perfettamente pulita e stivali di cuoio lucidato. Drith avrebbe quasi potuto giurare che profumasse di fiori e muschio, al contrario del Capo dell’Artiglieria di Fiamma, che era impolverato da capo a piedi, con la faccia annerita dalle esplosioni.

Disse con una smorfia: «Immagino non abbia rivelato nulla d’interessante».

«Che non fanno prigionieri, signore» disse il Secondo.

Il Dragone Rosso fissò Drith con l’aria di valutarla. «Nemmeno io ne faccio. Paura, Secondo. Pura e semplice paura» sbuffò come rivelando un segreto. «In ogni guerra la paura fa buona parte del lavoro perché tutti sanno che chi vince, Secondo, è il più spietato. Semplice, vero? Una reputazione. Questo è quello che conta in guerra. Per un Primo, almeno» aggiunse gettando un’occhiata di deplorazione a Ooterham. Drith avrebbe voluto mettersi a ridere, dirgli che non aveva ottenuto molto sinora, ma rimase immobile.

«Ha ammesso anche che hanno dei traditori» osservò il Secondo, fissando le sfavillanti decorazioni argentate sulla veste di fine stoffa scarlatta come se non volesse fare altro che compiacere chi le indossava.

Il Dragone sogghignò. «Avevate dei dubbi, Secondo? I traditori generano traditori, non è forse così, signora?» aggiunse avvicinandosi alla gabbia e a Drith e scrutandola con i due occhi piccoli e troppo vicini, affilati come rasoi. Lei trattenne un sorriso di scherno e ribatté, fissandolo negli occhi: «Chiamatemi soldato, se proprio dovete. E sì, su questo siamo perfettamente d’accordo».

Le sue parole provocarono un silenzio attonito e, subito dopo, un repentino colpo contro le sbarre con il manico della frusta che le rimbombò nel cervello. «Soldato?» scoppiò a ridere Snoret. «Avete davvero la pretesa di dichiararvi un soldato

«Se l’avete voi, di certo posso averla io» rincarò Drith.

La risata si spense di colpo. «La trattate con troppa indulgenza, Ooterham. Non piegherete questa sua sgradevole arroganza così. Perché non la lasciate con me qualche ora, in modo che possa insegnarle cos’è un vero soldato? Vedrete che dopo ci dirà quel che sa. Ci dirà tutto...» sillabò allegramente, continuando a fissarla. La paura serrò la gola di Drith, ma non si permise di abbassare gli occhi. L’unica cosa che le restava era un tono di sfida, così disse: «Cosa ve lo fa credere?».

Il Dragone Rosso scoppiò a ridere, di nuovo divertito. «Forse volate e sganciate proiettili esplosivi, ma non siete un vero soldato e non siete mai stata sul campo di battaglia o non ne sareste tornata indietro. Vi piegherete...» aggiunse carezzando la sua arma come se volesse solo avere la scusa di usarla.

«Primo Snoret...» lo richiamò il Dragone Grigio.

«Su, Ooterham. Lo sapete» disse lui, continuando a fissarla con occhi animaleschi. «Cosa potrebbe fare una donnicciola così esile a parte graffiarti o avvelenarti il vino di nascosto? Le sue lame erano avvelenate e comunque non avrebbe ucciso alcun Dragone, solo quelle donnicciole della Mano potevano morire... No. Non è diversa dalle altre; bei gingilli con cui trastullarsi, date loro abiti, gioielli e chiacchiere e, se sono buone a sfornarne, vi daranno dei figli magari, ma combattere...» fece spallucce.

«Già... è cosa da uomini, bravi a battersi tanto quanto a vantarsi. E capaci solo di infornare figli. E a volte neppure per quello» lo provocò Drith.

Il Dragone Rosso scattò. «Brutta...» cominciò, schiantando l’impugnatura della sua frusta oltre le sbarre e colpendola fulmineamente alla spalla che stava guarendo; Drith non riuscì a evitarlo, ma si limitò a serrare i denti. Lo spuntone le si conficcò nella carne, inchiodandola contro le altre sbarre alle sue spalle, mentre la mano del Dragone correva al lungo pugnale che aveva alla cintola.

«Primo Rosso!» tuonò a quel punto il Dragone Grigio. La sua voce sembrò cupa e solida abbastanza da incidere il silenzio. «Sta cercando solo di farsi uccidere prima di essere interrogata... volete darle questa soddisfazione?»

Il Dragone si ritrasse dalla gabbia quasi con uno sforzo fisico, continuando a fissarla. «Lo meritereste, schifosa sgualdrina... ma l’acciaio sarebbe troppo gentile per voi. Siete il primo ribelle che catturiamo vivo e vivrete finché vogliamo che viviate, nel modo in cui vorremo che viviate» la provocò. Poi aggiunse, a voce bassissima: «Non consideratela una fortuna... dopo che vi avranno interrogata a nessuno importerà cosa vi succede. Quanto a voi, Ooterham,» rialzò la voce, prendendo un tono altezzoso «quando finirete il lavoro con quel vostro maledetto aggeggio? Ho bisogno del Primo Fabbro.»

Nonostante fosse molto più giovane del Rosso, Ooterham sogghignò rilassato. «Siamo entrambi abbastanza intelligenti, Snoret, da sapere che non avrete bisogno delle nuove spade prima che io abbia fatto la mia parte. Stiamo spianando il terreno e ci vorrà almeno un altro giorno perché possiamo cominciare. Potete farvi aiutare dai suoi aiutanti... se poi parlate solo della vostra spada, che volete far lavorare da lui in persona, per allora il Fabbro avrà finito e sarà tutto vostro. Pensate piuttosto a tenere buoni i montanari e a fare in modo che non capiscano cosa abbiamo in mente finché non avrete quello che volete, la spada nuova e lo spazio per usarla a dovere» schioccò secco.

L’altro lo scrutò come se il pensiero lo divertisse. «Sempre che non esplodiate con tutte le vostre Bande Grigie, uh?»

«Questo lascerebbe libero voi di insistere con i vostri metodi» replicò freddamente il Grigio. La frase parve soddisfare a sufficienza il Dragone, che gettò un’occhiata a Drith. «Dovreste tenerla digiuna. La fame le farà abbassare la cresta. Non potete mandarla così alla Mano. È una bastarda troppo insolente per quei delicati animi di città» disse con un sogghigno. Poi se ne andò senza aspettare risposta.

«Immagino che questo significhi che lascerà in pace il Primo Fabbro...» disse il Secondo, colmando il silenzio lasciato dalla sua partenza e fissando Ooterham con aria quasi stupita.

«Almeno per qualche ora.»

«Le riduco le razioni?»

«È già alla fame» borbottò di malumore lui.

Il suo Secondo fece una smorfia. «Già. Se le togliamo anche queste tre gallette piene di vermi e la risciacquatura che beve sarà stecchita prima che gli elegantoni si decidano a farle qualche domanda. Maledetti montanari... sembra che vivano d’aria. E solo per farci la guerra. Dev’esserci un vero tesoro per difenderlo così, eh?» disse, scrutandola.

Drith ridacchiò mesta, passandosi la lingua sulle labbra secche e, con un sogghigno che le appiccicò le labbra ai denti, gli rispose: «Vi sbagliate e non su una sola cosa. Noi non viviamo per farvi la guerra e la sola cosa che troverete oltre le montagne sarà la vostra morte».

Il Secondo fischiò. «Ah! Il Capo Rosso non ha tutti i torti. La donna è arrogante. Ci minaccia anche da dietro le sbarre! Potremmo davvero sospendere le gallette...»

Drith chiuse gli occhi. «Se scambiate un avvertimento per una minaccia siete più stupidi di quel che credevo» grugnì.

Il Dragone Grigio sembrava concentrato sul tavolo e sui suoi schemi di armi. Il suo Secondo però non lasciò correre e si avvicinò alla gabbia brandendo la puzzolente giacca rivoltata. «Quella vostra dannata fortezza era lì per proteggere i confini della Landa, e invece vi ostinate a combattere contro di noi! Da centinaia di schifosissimi anni!» sbottò grondando veleno.

«E vi siete mai chiesti perché? Facciamo semplicemente quello per cui siamo nati. Per cui Marca è nata» ribatté lei. Si sentiva infinitamente stanca.

Il Secondo scoppiò a ridere. «Ma chi pensate di prendere in giro? Donne soldato, e magari anche bambini con il moccio al naso, eh? Chi ci manderete contro la prossima volta?» ragliò.

«Chiunque sia disposto a dare la vita per difendere le mura da chi le attacca.»

Lo sdentato imprecò con uno spruzzo di saliva. «Dobbiamo proprio starla a sentire?» chiese «...perché ho visto crepare troppi balestrieri in gamba sotto le vostre dannate carcasse per stare anche solo a sentire quello che dici, carogna volante! Anni di corpi smembrati in mezzo alla nebbia rossa di sangue... credi che attacchiamo quelle mura lerce per divertirci? Io dico che siete proprio voi che fornite le armi agli Accavi, eh? Ho sentito che hanno lame di certes... Di’ la verità, signora, vi siete alleati con loro e ora aspettate che vi salvino» sputò contro la gabbia. «Siete foraggiati da quei bastardi per proteggere le vostre sporche miniere, e tenerci lontani! E date loro il vostro dannato certes a caro prezzo... Così potete guadagnarci voi soli, farci fare la figura dei fessi e costruire quelle infernali scatole volanti!» le alitò sul viso.

Drith non riuscì a trattenere una risatina sardonica e una mano trasse indietro il Secondo prima che lei potesse rispondere.

«Finiscila» borbottò Ooterham. Gli ordinò di andare ad accertarsi che le munizioni fossero al sicuro vicino alla postazione di tiro, e che il carpentiere avesse trovato il modo di aggiungere le modifiche che aveva chiesto per la base della spingarda. Una volta che fu uscito, si voltò di nuovo verso di lei e la fissò con espressione cupa. «Vi siete fatta un nemico pericoloso» disse.

Drith chiuse gli occhi. «Credevo di essere tra nemici.»

Il Dragone corrugò la fronte. «Uno che proverà piacere a vedervi soffrire a lungo, prima di uccidervi.» Drith sentì la stanchezza nella sua voce, non rispose, e lui aggiunse: «Sembra quasi che crediate a quello che dite ma la vostra fortezza non guarda più i confini da secoli. A volte ciò per cui si nasce non è ciò che si diventa».

Drith sentì una fitta di rabbia stringerle lo stomaco morso da dolorosi crampi. «State parlando di noi o di voi?» borbottò. Poi indicò la sua protesi alla gamba. «Sappiamo entrambi cos’è la guerra, lo abbiamo imparato a caro prezzo e non ho bisogno delle vostre lezioni! Avete delle storie su di noi? Anche noi ne raccontiamo su di voi! Avete delle vittime? Anche noi! Volete vendetta? Anche noi. Volete che vi racconti la vecchia storia dei Dragoni che lanciarono le teste e i corpi putrescenti dei nostri e dei loro morti oltre le nostre mura per cercare di ucciderci senza nemmeno sollevare una spada? O magari quello che succede quando una delle vostre frecce impregnate di acido squarcia una corazza e uccide dopo ore e ore di orribili sofferenze? Volete che vi dica l’aria che si respira in volo quando accendete i bongioni fumogeni per accecarci... o il lezzo dei caduti fuori dalle mura nelle giornate calde come queste, con i corvi che scendono a frotte?» si interruppe tossendo violentemente, con la gola secca.

Il Dragone aveva aggrottato le sopracciglia e la sua faccia era se possibile ancora più terrificante. «Potete arrendervi.»

«Per farci spazzare via? O finire nei vostri pozzi? Ci riconoscereste l’onore delle armi, almeno?» lo sfidò. «No... volete bottino. Volete la città... Potete farlo voi se vi preme smettere di combattere. Se avete altri fronti su cui schierarvi. Non ci sono ricchezze a Marca.»

Lui la fissò senza crederle. «Certo. E ora mi direte con questa vostra aria drammatica che non c’è nemmeno certes e immagino che pretendereste che vi credessi.»

Drith cercò i suoi occhi. «Solo che consideraste la possibilità...»

«Certo» ripeté il Dragone, appoggiandosi al tavolo e incrociando le braccia per invitarla a proseguire con insolenza.

Lo accontentò. «Non siamo noi la minaccia. Marca è uno scudo di confine. Ci crediate o no, vi ha protetto per seicento anni da ciò che c’è oltre le montagne. Non abbiamo mai avuto abbastanza uomini da impiegare per scavare certes in quantità e le poche vene sono modeste o troppo profonde...»

«Certo» sogghignò con un sospiro ringhiante lui.

«Presto lo scoprirete da voi. Non sarà una vittoria per nessuno e non avrete più chi sa come combatterli...» Lei si passò una mano sulla bocca. Era così stanca, dolorante e affamata che tremava.

L’uomo raddrizzò le spalle. «Combatterli...?» Drith si limitò a guardarlo e lui disse: «Il mio predecessore aveva richiesto agli archivi i vecchi rapporti di questa zona, prima di morire. Risalenti a prima che vi rivoltaste contro il Darlingar. Era curioso su tutto ciò che riguardava quelle montagne dalle rocce così dure da tagliare».

Drith lo fissò. «E fatemi indovinare. Erano andati persi...»

«Dopo seicento anni e un incendio nella capitale non si era salvato molto...» fece spallucce. «Ce n’erano altri, però, più recenti, che riportavano testimonianze dei nostri soldati. Cose che avevano sentito da vostri feriti in punto di morte e che parlavano di “mostri della notte”. È di questo che vorreste convincermi?» disse il Dragone. La sua espressione era astiosa. Drith però era rimasta suo malgrado stupita e continuò a fissarlo. «Esseri grandi due volte un uomo e con due volte la forza di un uomo...?» continuò sempre più irritato. Scosse la testa con aria scettica e scoppiò in una risata beffarda che trasformò il suo volto tetro in quello di un’altra persona. «Non pretenderete che crediamo a delle storie per bambini?»

Lei si appoggiò contro la gabbia, arrabbiata con se stessa per quello che stava cercando di fare. Disperata perché la verità, l’unica che avesse da raccontare, non era mai stata abbastanza plausibile e convincente neppure a Marca e ora non aveva alcun senso tentare di convincere i Dragoni, quel Dragone. Eppure non riuscì a fermarsi. «Per voi sono “stupide storie” perché noi abbiamo alzato i nostri scudi per proteggervi» disse con un’energia disperata. Colse uno sguardo sprezzante da parte dell’uomo e aggiunse: «Volete la verità? Ci attaccano come lo fate voi. Ci attaccano ogni giorno, ogni mese dell’anno» mentì, raccontando di episodi che ormai risalivano a molto tempo prima, parlando con le stesse parole che aveva usato a volte Hiccam. «Vogliono abbatterci e dilagare in queste terre e appena ci riusciranno si rovesceranno su di voi come le vostre termiti bianche fanno con un corpo in gabbia... Abbattete quel contrafforte e sfondate le nostre mura e lascerete loro via libera. Fornirete ciò di cui hanno bisogno: un passaggio, l’unico che renda possibile attraversare in una notte le montagne... Pensate che vi abbiamo tradito? Voi avete tradito noi, abbandonandoci da soli contro gli Occlumsaac. Non stupitevi se vi difendiamo, è solo perché difendiamo noi stessi!» concluse ansando.

Il Dragone sollevò un sopracciglio. «Un bel discorso, davvero» disse, e Drith non riuscì a fare a meno di ridere per la disperazione. «Se siete in vena di verità spiegatemi, allora,» continuò lui «perché non vi siete uccisa? Tutti voi sabotate i vostri mezzi e li incendiate e tentate di suicidarvi, con quel vostro veleno piuttosto che essere catturati, ma non voi...» disse, fissandola. «Voi siete qui.»

Lei tacque per un lungo momento. Nortigaar era in piedi vicino all’uomo, con il viso raggricciato in una espressione fissa e deformata, e sentiva la sua presenza anche senza guardarlo. Accanto a lui c’era uno spettro dalla testa e la spalla maciullate che vedeva per la prima volta. «Credete che se l’avessi avuto non l’avrei usato? Che avrei preferito farmi chiudere qui, malmenare o farmi minacciare da quel Dragone Rosso e torturare a morte per lasciarvi divertire a umiliarmi e strapparmi informazioni?»

«Non ci state dando informazioni» disse aspro Ooterham.

«No? Ora sapete su di noi molto più di quanto avete mai saputo in seicento anni» ribatté lei.

«Che siete attaccati dai mostri!?» sbuffò l’uomo. «Diteci come abbattere i vostri Pipistrelli. Diteci quali siano gli ingressi segreti dei vostri tunnel. Diteci qualcosa di utile per prendere la vostra preziosa “marca” senza abbattere le mura se davvero pensate che servano e forse vi crederemo. Potrei riuscire a convincerli che siete utile, magari. Ma non chiedeteci di bere queste stupidaggini.» Lei chiuse gli occhi e gli sentì dire: «Potreste cominciare dicendomi come fate a volare».

A quelle parole Drith riaprì gli occhi. Il volto di Nortigaar era bianco come il marmo e lei abbozzò un sogghigno, delusa che ancora dubitasse di lei. «E voi mi direte come fondete le vostre bombarde a canna lunga e come funzionano, non è vero?»

«Spingarde» disse il Dragone. «Le chiamiamo spingarde.»

«Chiamatele come volete. Se le userete lo sapete voi come lo so io, sarà questione di tempo e Marca cadrà.»

«Drith...!» esclamò rabbioso Nortigaar.

«E poi cadrà la Landa» aggiunse lei alzando la voce per sovrastare quella dello spettro, che era la sola a sentire. Poi emise un sospiro. «Abbiamo anche noi le nostre storie, Dragone: dicono che siamo fratelli, voi e noi, che un tempo difendevamo insieme i confini. Ma nessuno, nemmeno il più coraggioso potrà resistere agli Occlumsaac da solo. Le montagne li hanno tenuti lontani... solo le montagne, nude rocce che affondano fino al centro del mondo» sussurrò in un fiume grigio di parole. «Distruggeteci e valicheranno il passo e sommergeranno la Landa... sterminando chiunque e abbattendo ogni singolo baluardo. Non solo questo vostro Quartiere, ma tutto il regno del Darlingar verrà divorato e consumato.»

Il Dragone serrò gli occhi. «Vi hanno mandato qui per questo. Una donna sarebbe stata capace di commuoverci raccontando di misteriosi pericoli per poi... cosa? Cercare di dimostrarci quanto siete utili? Trattare?» sibilò senza guardarla.

Drith sentì il suono della penna sulla carta. «Ci credete così sciocchi da pensare che una singola persona vi avrebbe convinti? E anche se fosse possibile, non ho l’autorità né il potere di condurre trattative. Abbiamo un Viceré a Marca e non so se accetterebbe mai una trattativa con voi. Quanto a me...» dette una lieve spallucciata «sono solo una prigioniera. Chi dei vostri mi prenderebbe sul serio? Quel vostro Dragone Rosso? La vostra preziosa Mano, che abbiamo tentato di uccidere...?»

Ooterham sollevò gli occhi su di lei, inquieto. «Se non cercate di intimidirci e non volete nemmeno arrendervi... perché parlare?»

«Perché forse è l’unica occasione che avrete.»

Lui scoppiò a ridere e il suo viso torvo per un fulmineo istante s’illuminò di una luce vivida. «Che noi avremo?» la sfidò.

E lei si scosse. «Noi non ne abbiamo. Nessuna via d’uscita» ammise escludendo ancora una volta Nortigaar dalla conversazione, e rendendosi conto di essere finalmente sincera con qualcuno di vivo per la prima volta dopo anni. «Siamo presi tra due fuochi. Lo siamo da troppo, ormai. Che mi crediate o no, ogni vittoria ci dà tempo ma non cambia la situazione, allunga solo la nostra agonia...» mormorò. «I Markenn resteranno intrappolati a morire lentamente, per mano vostra o per mano degli Occlumsaac. Ecco la verità. Alla fine non ci sarà nessuna differenza, per noi. Ma per voi, per la gente cui voi fate scudo...» mormorò, lasciando la frase in sospeso.

E uno strano lampo passò sul volto del Dragone.

I cani-volpe avevano ricominciato a latrare mentre venivano addestrati a stanare esploratori nemici, e Aric si chinò a osservare il terreno livellato su cui era stata montata la grande spingarda. Il progetto di Narram era davvero superbo ma questo non significava fosse perfetto. Lui però non vedeva errori. Non più, almeno. L’unica cosa che restava da fare, quindi, era metterla alla prova.

Era sera e la luce del sole al tramonto inondava di rosso il terreno. Vi lasciò cadere una manciata di sferette di metallo e annuì quando vide che si diffondevano senza rotolare in nessuna direzione precisa. I suoi uomini avevano fatto un buon lavoro. Forse di malavoglia, ma l’avevano fatto. Si alzò e guardò il contrafforte roccioso che rappresentava l’avanguardia delle montagne. Le rocce, solo scarsamente rivestite di vegetazione, sembravano inondate di sangue e Aric sentiva nell’aria la sensazione che una volta tanto le cose potessero andare bene; il tempo era ancora secco e l’addestramento degli ultimi giorni sembrava aver sciolto un po’ alcuni dei suoi uomini. Eppure qualcosa continuava a tormentarlo: non riusciva a smettere di pensare a quel “Ma per voi... che la prigioniera aveva sussurrato. Allontanò ancora una volta la sua voce dalla mente e si dedicò agli altri controlli.

Se tutto fosse andato come sperava, avrebbe dimostrato la potenza delle armi da fuoco, ma ancora non era andato tutto bene e quella buona sensazione era così vivida e insolita che non se ne fidava. D’altronde, la stessa donna soldato aveva ammesso che la città di confine poteva cadere e forse era questo a preoccuparlo. Scacciò nuovamente, a forza, dalla mente quegli occhi selvaggi e acuti e si ripeté che non stava pensando lucidamente, così tornò al lavoro prima che la luce del sole calasse definitivamente. Tutto doveva essere pronto per il mattino seguente. Prima dell’alba.

Controllò i proiettili che aveva fatto preparare e serrò i denti. Non aver assistito alla fabbricazione della canna di metallo lo preoccupava. Se si erano formate bolle d’aria, la struttura sarebbe stata indebolita ma scacciò anche quel pensiero, perché in quel caso il giorno seguente non avrebbe dovuto preoccuparsi di molto altro.

I colpi vibrati contro le mura della fortezza assediata con la prima grande spingarda di Narram, ormai anni prima, che avevano montato all’imboccatura del Collo di Vipera, avevano prodotto danni considerevoli, poi però la controffensiva degli assediati con sortite e voli notturni l’aveva danneggiata, sabotata e fatta esplodere. I frammenti metallici avevano ucciso gli artiglieri e i grigi in un ampio raggio. Da allora gli artiglieri di fiamma erano definiti “morti che camminavano”. In ogni caso l’esperimento non era stato del tutto fallimentare e aveva mostrato i difetti da correggere. Per questo lui e Narram avevano a lungo studiato modifiche e soluzioni su modelli più piccoli e concepito la falsa spingarda che aveva tenuti occupati i nemici mentre lui si occupava di quella vera e dei proiettili che avrebbero usato per demolire la montagna da lontano.

Fissò il contrafforte, ordinò di sistemare le protezioni per la notte, di tenere tutte le torce spente durante turni di guardia strettissimi, poi s’incamminò ancora verso il padiglione e, oltre i lembi di stoffa sollevata, vide qualcosa che non si aspettava. Nonostante dovesse essere sfinita, infatti, la prigioniera era in piedi nella stretta gabbia, addossata contro le sbarre, gli occhi dilatati fissi su qualcosa che Aric non riusciva a vedere, le labbra che tremavano e le dita sottili strette come ragni intorno alle sbarre. E rimase colpito di vedere quell’espressione.

Cercò di capire cosa fissasse, ma non vide niente se non rocce, qualche cespuglio e il sole che tramontava, lontano. Forse si trattava della fame e della sete. Forse era in uno stato tale che vedeva cose che non c’erano. L’unica cosa certa era che su quel viso adesso brillava la paura.

Una vivida e atroce, disperata paura.