IL LUPO VESTITO DA
AGNELLO
Anno dell’Acqua Grigia – 603° dall’Inizio
dell’Assedio
Aric di Ooterham raddrizzò la schiena con calma, ancora assorto nei calcoli. Drith si era svegliata e l’aveva trovato al lavoro, mentre i suoi uomini si preparavano per l’ultimo colpo della giornata. Inondate dagli ultimi raggi del sole le sue mani macchiate dall’inchiostro e dalla polvere sembravano dorate, luminose come se risplendessero di una luce interna. E le linee del suo viso, permeate di quella stessa luce, sembravano emanare una forza indecifrabile.
Dopo la verità, dopo aver rivelato a quell’uomo ogni cosa dei Pugno, riassumendo la storia lunga seicento anni come meglio poteva, non avevano scambiato altre parole, non ce n’era stato bisogno, ma avrebbero dovuto farlo di nuovo. Drith doveva e, si rese conto, voleva farlo. Qualcosa in lui la induceva a fidarsi, anche se ciò la feriva, come se implicasse un tradimento. E questo la spingeva a essere diffidente.
Sentendosi osservato l’uomo mosse la testa e, dal suo alone dorato, le rivolse un’occhiata in tralice. «Siete riuscita a dormire» le disse tornando a guardare i suoi fogli. «Nessun altro, qui ci sarebbe riuscito con quella in funzione.»
Drith rimase immobile, raggomitolata alla base della gabbia, rattrappita e indolenzita a tal punto da non sentire le gambe. «Non la stavate puntando contro di me» mormorò.
«È così che vi preoccupate per la vostra gente?»
«Ho trascorso tutta la mia vita sotto una pioggia di proiettili.»
Lui sembrò trattenere un sottile sorriso. «Sono qui?» le chiese.
Drith scosse la testa, comprendendo che parlava degli spiriti di Narram e Nortigaar. «No» disse.
«Non vi considerano pazza, i vostri? O siete tutti così... ed è tramite i vostri spettri che ci spiate?» aggiunse, serio.
Drith emise un sospiro. «Sapete, siete molto più simile ai Markenn di quanto crediate. E per quanto sia tragicamente comico, siete il primo a cui abbia rivelato la verità. Un Dragone. Un nemico. Eppure voi non mi avete ancora consegnato a quel vostro Snoret dicendogli che non vale la pena di sprecare nulla, neppure gli avanzi di cibo per un prigioniero pazzo...»
«State dicendo che anche i vostri vi prenderebbero per pazza se sapessero chi siete? Un Comandante come voi?»
C’era la solita incredulità nella sua voce e Drith abbozzò un sorriso. «I Comandanti non impazziscono? E poi chissà, forse sono pazza davvero. Nessuno che non lo fosse si sarebbe avventurato qui per uccidere uno stupido medico...» mormorò.
«Qualcosa di illogico per qualcuno può essere molto logico per qualcun altro» osservò il Dragone. «E non avete risposto. È così che ci spiate? Usando i vostri spettri?»
Drith lo fissò. «I miei spettri?»
Lui fece uno strano sorriso. «Pensate che stia cercando di fraternizzare con voi per farvi rivelare dettagli utili?»
«A che vi servirebbe? Sapete che nessuno crederebbe a ciò che dico, soprattutto se parlo di spettri. Perché quindi perdete tempo a parlare con me?»
«Perché sospetterei di ogni avversario che mi dicesse che ho vinto prima che sia davvero accaduto» confessò l’uomo. «Inoltre,» borbottò dopo un po’ «forse non credo agli spettri che dite di vedere, ma so per certo che conoscete cose che non dovreste, quindi dovete averle apprese in qualche modo.»
Drith appoggiò la fronte alle sbarre. «Siete giovane per essere Capo Arma» cambiò discorso.
«E voi sembrate più giovane di me. Come sono certo sapete, i gradi si fanno velocemente sul campo.»
Drith continuava a fissarlo, non per metterlo a disagio, ma perché non riusciva a distogliere gli occhi. «Perché vi trattano con tanto sdegno, allora?»
Lui le gettò un’occhiata risentita. «Non ditemi che non riuscite a capirlo da sola» bofonchiò, accennando alla gamba.
«Ah...» mormorò Drith.
«Non posso combattere in campo aperto.»
«Nonostante ciò hanno bisogno di voi...»
«Credete?» sbuffò l’uomo.
Lei accennò con il viso alle spingarde all’esterno.
«Avete distrutto la prima grande spingarda di Narram. Potreste riuscire a distruggere questa...» ribatté allora lui.
«E voi ne fareste altre» borbottò Drith. «Dovrebbero tenervi in considerazione, visto che siete l’unico a saperne qualcosa.»
Lui sussultò. «Come diavolo...? Già. Narram. Immagino vorrà anche suggerirvi come uccidermi, visto che c’è. Morto io nessun altro saprebbe costruirne, ma lasciate che vi dica che non sareste comunque al sicuro.»
Drith lo scrutò, ancor più incuriosita. «Narram non ha suggerito nulla del genere.»
«Ma voi ci avete pensato.»
Drith si lasciò sfuggire un sorrisetto. «Ho pensato anche che asce e spade non sono riuscite finora a distruggere gli Occlumsaac e che Marca non può riuscire da sola nell’impresa. Da sola può soltanto resistere, finché ne avrà la forza» suggerì poi e lo sguardo in tralice, incuriosito, tornò a posarsi su di lei. «Come vi siete azzoppato? Un’esplosione?» gli chiese.
Aric di Ooterham sogghignò e la cicatrice sul viso divenne uno sfregio aspro. «Uno dei vostri Orsi, come avete detto di chiamarli. Era il mio primo combattimento e volevo dimostrarmi degno di grandi cose.»
«Così non siete sempre stato negli artiglieri?»
«Ero nei Rossi. Ed ero anche giovane, arrogante e stupido. L’ho ucciso e ho perso la gamba. Nulla di particolarmente originale. Immagino che abbiate la vostra quantità di storpi, tra le mura della vostra amata Marca.»
Drith fece spallucce. «Ma voi disprezzate voi stesso e accettate il disprezzo altrui come se fosse naturale.»
«Non dovrei?»
«Metà Marca dovrebbe disprezzare l’altra se ci basassimo su questo.»
«Immagino abbiate dovuto adattarvi» ammise Ooterham.
«Conoscevo un uomo con una gamba meccanica che somigliava alla vostra; ed era uno stratega, un comandante che non aveva nulla da invidiare agli altri.» Scosse la testa sorridendo al ricordo di Hcontor e al pensiero di quel che avrebbe pensato dell’essere portato a esempio a un Dragone, poi aggiunse: «Uccidere un Orso durante il primo combattimento non è cosa da tutti».
«L’abilità sta nel farlo senza rimetterci gli arti o la vita.»
Drith aggrottò la fronte. «Dunque quella proverebbe la vostra incapacità e non il vostro coraggio...?» comprese di colpo. «E come mai nessuno vuole ricoprire la vostra carica...?»
«Costruire macchine non è combattere.»
«Davvero?»
«Cosa ne sapete voi?»
«Pensare è combattere» disse Drith. Poi fece un lungo sospiro. «Senza macchine da guerra saremmo come lupi senza zanne. Mio padre fa il vostro mestiere. È molto stimato. Voi non lo siete. Non capisco la vostra gente» ammise alla fine.
Ooterham aggrottò la fronte, fissandola con una tale forza nello sguardo che un brivido le corse lungo la schiena. «E io non capisco la vostra» rivelò. «Come potete conoscere cose come queste? Parlarne come farebbe un uomo? O pensare di combattere come un uomo?»
«Nello stesso modo in cui potete voi. Usando occhi, orecchie e cervello» ribatté lei.
«La gente delle montagne deve essere davvero in condizioni miserabili se costringe le proprie donne a morire sul fronte» sibilò Ooterham.
«Le vostre donne non muoiono dando alla luce i vostri figli?» si irrigidì Drith. «Che differenza fa? Non muoiono per voi ugualmente?»
L’uomo sbuffò come se ritenesse il paragone improponibile. «Senza di loro non ci sarebbe la Landa. Per questo le difendiamo. Non le obblighiamo a conoscere il campo di battaglia. Non le scaraventiamo in quel carnaio, o in mano ai nemici.»
«Se perdete una battaglia e morite in campo non le lasciate in balia del nemico? A subire una vita peggiore della morte, incapaci come sono di difendersi?»
Gli occhi dell’uomo tornarono a balenare di forza. «Le truppe del Darlingar tengono i confini sicuri» disse.
«Anche noi abbiamo tenuto le mura sicure per secoli... sinora» ghignò Drith. Poi fece spallucce e ricambiò lo sguardo del Dragone, cercando di leggere il suo volto. «Le donne di Marca combattono perché la città appartiene anche a loro. A noi. Senza di noi non ci sarebbe Marca, come non ci sarebbe senza gli uomini. Nessuna morirà senza combattere. Cosa c’è di incomprensibile in questo?»
Non c’era niente di incomprensibile.
Ora che i confini erano di nuovo sotto pressione dopo secoli, anche lui era conscio di ciò che avveniva lungo il fronte. Villaggi devastati, donne violentate e uccise oppure prese come schiave e vendute come merce rara oltre i confini conosciuti. Non c’era niente di incomprensibile nelle parole della donna.
Non per lui. Non era certo che altri avrebbero compreso, però. Neppure gli altri soldati, di certo non i Primi. Prima che riuscissero a fermarla, quella donna aveva combattuto e ucciso. Aveva cicatrici sul viso e gli occhi di chi ha visto la guerra; non era remissiva e distante come Cara, né era simile alle donne dei bordelli; rifletté che non aveva mai pensato che potessero esserci donne diverse, per cui fosse possibile provare il brusco rispetto che nasce tra soldati. E questo lo turbava quanto il modo in cui lo trattava. Nonostante le follie che diceva sul resto. E sugli spettri.
«Sembra quasi che vi piaccia, combattere e uccidere» le disse.
Un lampo di disgusto le trapassò lo sguardo. «Come a voi, credo» sibilò.
Lui scosse la testa. Quando era stato mandato a rimpolpare le reclute dei Dragoni, aveva pensato che la guerra fosse un modo per dimostrare valore e coraggio. Per costruirsi la sua strada e farsi il suo nome. C’era chi vi riusciva. Ma aveva più a che fare con il dovere e con la disperazione, come aveva imparato quasi subito, e da allora si era chiesto se suo padre lo avesse spedito lì sperando che facesse da solo la sua fortuna o piuttosto che venisse dimenticato come il fronte dell’Assedio; magari ucciso.
La prima cosa gli era già riuscita, alla seconda era andato vicino molte volte. Da allora pensava di essersi abituato al disprezzo della sua stessa gente, e si era detto che con le spingarde avrebbe dimostrato a tutti quel che valeva. Si era crogiolato nella sensazione di rivalsa di quel sogno. Ma non si era mai illuso di ottenere vero rispetto. La guerra nella terra di Marca non aveva onore, si trascinava da seicento anni e anche se lui in persona avesse condotto a termine l’Assedio non sarebbe mai stato trattato da pari dagli altri uomini del Darlingar. E nessuno dei soldati semplici avrebbe obbedito ai suoi ordini senza disprezzarlo.
Mentre, forse era pazzo anche lui, quella donna lo trattava non solo da pari, ma come un uomo normale. Come se il suo essere azzoppato, il suo mestiere, tutto questo non avesse importanza, o come se avesse un valore in più. E se non capisse perché le cose erano diverse. Finalmente non si sentiva giudicato per il solo fatto di indossare quell’uniforme e nemmeno compatito. Solo compreso, visceralmente, e questo lo attraeva senza scampo, come quel viso spigoloso e pallido. Era per questo che non osava guardarla a lungo; perché nonostante i capelli sporchi, la pelle scorticata sul lato sinistro del viso, che ormai stava guarendo, e i morsi delle pulci, vedeva in lei uno strano splendore, pericoloso e lucente come quello di una spada appena forgiata.
«Dunque tutte le donne, nella fortezza, combattono come voi» disse, desiderando solo che continuasse a parlare.
«No. Ma tutte sanno maneggiare un’arma» borbottò lei. Poi lo fissò con uno sguardo ardente in quei suoi grandi occhi, come se davvero volesse convincerlo. «Ne deduco che le vostre invece sono simili ad agnelli in mezzo a un branco di lupi.»
E a quella frase un’insensata irritazione prese il sopravvento in lui, insieme all’angoscia al pensiero di Snoret e di quello che Lord Odar avrebbe deciso. Di colpo avrebbe voluto tempo, invece doveva far rapporto entro qualche ora. «E voi siete un lupo vestito da agnello...» mormorò. Poi scosse la testa e la fissò con determinazione. «Come potreste provare ciò che dite? A proposito della creatura che la vostra famiglia insegue da una vita? E del tradimento?» chiese.
Lei sostenne il suo sguardo con uno scintillio della ineffabile luce grigia che sembrava vivere nei suoi occhi. «Trascinatelo alla luce del sole» rispose.
«E questo cosa proverebbe? Magari quell’uomo soffre di qualche strano morbo... lo stesso di cui voi dite di soffrire.»
«Ma proverebbe a voi che dico la verità.»
Lui scosse la testa, irritato. «Anche se fosse, non deciderò io di voi. O di lui. E il vostro Woos potrebbe rivelarsi una migliore fonte di informazione di voi. Potrebbe allearsi con noi» aggiunse. «Lui e la sua gente magari sarebbero più ragionevoli.»
Drith scoppiò a ridere ma non fu una risata allegra. «In apparenza? Forse. Ma non vuole alleati. Vuole usarvi e poi tradirvi.»
«E voi» sbottò Aric «non volete la stessa cosa. Lo sapete, nessuno crederà a quello che dite, nemmeno Odar, non se dovrò riferirgli di spettri e di condanne o di nemici mostruosi che si nascondono sotto terra... non se non date prove delle vostre parole. Prove, capite?» batté il pugno sul palmo aperto. Ed era impossibile avere prove di un complotto di centinaia d’anni prima, anche lui ne era consapevole.
Come se gli avesse letto in viso la verità che nemmeno lui voleva ammettere, gli occhi della prigioniera si fecero smisurati. «Voi mi credete...» balbettò incredula.
E Aric rise con voce roca, imprecando contro se stesso per la facilità con cui lo aveva decifrato. «Non ha importanza quello che credo io» le disse rigido. Perché forse era completamente pazzo, tuttavia le credeva. Di sicuro se avesse voluto inventare una storia, quella sarebbe stata troppo assurda, e poi c’erano le parole di Narram, pronunciate da lei come se le avesse sentite solo un attimo prima. Poteva aver carpito qualcosa durante il periodo in cui avevano spiato il campo, ma non tutto ciò che gli aveva detto. Tuttavia Lord Odar non aveva condiviso parole d’ordine con Narram, e non avrebbe creduto alle superstizioni sugli spettri. Nemmeno lui riusciva a crederci.
«Ha importanza solo ciò che so e che posso provare» riprese, scacciando quei pensieri. «Ora: so che noi cerchiamo una spia, e voi dite lo stesso. So che se vi foste riuscita avreste ucciso quell’omuncolo lamentoso, il che non ha senso, a meno che non creda che voi pensaste davvero che è un traditore. So che gridava agli uomini di uccidervi, quando lo hanno soccorso, perché l’ho visto con i miei occhi, ma questo non prova nulla... a parte che è un codardo. E so che sapete cose che non dovreste sapere. Ma so anche che non può essere stato quell’omuncolo a consegnarvi informazioni e ad aver sabotato il Quartiere, perché non era qui. Se volete che vi aiuti ditemi qualcosa che possa provare che dite la verità.»
La prigioniera serrò le labbra per un istante, come se considerasse le possibilità che le restavano. «Non ho mai detto che è stato lui a sabotare il vostro campo» mormorò.
«Chi allora? E non ditemi altri spettri perché gli spettri non manovrano armi o saremmo tutti morti da un pezzo» tuonò lui.
Qualcosa la indusse finalmente a distogliere gli occhi dai suoi e per un lungo attimo sembrò cercare di riordinare le idee. «Siamo stati noi» rivelò alla fine. «Io e l’uomo che avete ucciso. Si chiamava Nortigaar. Aveva famiglia. Una bambina appena nata da cui non tornerà...»
La venatura di amarezza, ostilità e compassione con cui l’aveva detto lo disorientò, quasi avesse confessato lei stessa di non poter tornare dalla propria famiglia, dal proprio sposo e dal proprio figlio, e quel pensiero scosse Aric ancora di più, perché nulla gli diceva che non fosse così. «Risparmiatemi il vostro patetico dolore. Era un soldato» la rimproverò.
«Era anche un uomo. Un eroe.»
Infastidito, Aric cercò di riportare il discorso là dove voleva. «Ci sono tunnel...? Se è così perché non prenderci alle spalle e attaccare in massa? Come riuscivate a passare oltre le nostre linee di controllo per i sabotaggi?»
Lei abbozzò un sorriso. «Facile se il tuo nemico guarda in una sola direzione» ammise.
Aric sollevò le sopracciglia. «Avete detto di essere un Pipistrello... siete arrivati dall’alto?» concluse.
«Abbiamo sacrificato una vecchia macchina volante. Nortigaar aveva i suoi ordini, quelli della città... io, come vi ho detto, avevo il mio dovere da compiere.»
La frase gli dette i brividi e Aric la scrutò a lungo.
«Da quanto eravate qui?»
«Il necessario» disse lei. Poi gli raccontò dei sabotaggi così dettagliatamente da non lasciare dubbi. C’era altro che gli nascondeva, ma se anche solo una parte di quel che aveva detto era vera, se una minaccia più grande giaceva dietro le montagne e abbattere Marca significava aprirgli la strada, la Landa poteva davvero essere sull’orlo di una voragine.
«Dove sono i resti di questa macchina volante?» le chiese.
«Bruciati» gli rispose stancamente.
Snervato, Aric emise un debole ringhio tra i denti. «Ve l’ho detto, sono la cosa più vicina a un amico che abbiate qui» le ricordò, avvicinandosi di scatto alla gabbia.
Lei fece un sorriso triste. «Per quante domande mi facciate non avrò mai le prove che vorreste e dovete saperlo. Il tempo le ha cancellate, se ce ne sono mai state. C’è un solo modo...» iniziò, scrutandolo ancora con i penetranti occhi scuri.
Aric aveva già pensato a ciò che la donna stava dicendo e concluse la frase al posto suo. «Parlare con il medico» disse.
Il volto appuntito annuì con lentezza. «Saprete dalle sue labbra qual è la verità; fate in modo di lasciarmi qui, senza sorveglianza, e arriverà» sibilò avvicinandosi al suo tanto che i loro respiri si mescolarono. «Fategli sapere che sono l’ultima dei Pugno. L’ultima che vede spettri... e non resisterà. Verrà per uccidermi. Si sentirà al sicuro con me in gabbia, penserà di poter fare ciò che vuole. Io lo farò parlare e voi potrete ascoltare. Voi e il vostro Lord Odar. Così saprà chi mente. E chi è il traditore. Per quanto incredibile possa essere.»
Aric la fissò. «Pugno?» domandò concentrandosi su un dettaglio apparentemente futile, rendendosi conto che non aveva saputo neppure il suo nome, fino a quel momento. «È questo il nome della vostra famiglia? Il vostro? Pugno?»
La donna sostenne il suo sguardo ma divenne penosamente triste. «Il mio nome è Drith Acuto ma nelle mie vene corre sangue Pugno, sì. Per questo so chi è Woos come lui sa chi sono io, per questo voleva che fossi uccisa, e questo è ciò che gli interessa. Questo, e che abbattiate le montagne con le vostre spingarde...»
Lui scosse la testa e, forse credendo che avesse cambiato idea, lei aggiunse, minacciosa: «Pensate di liberarvi del pericolo uccidendo me o radendo al suolo Marca? Fatelo. Ma io non vi inganno. Nemmeno uccidere lui ci darà la vittoria, ma finalmente potremo combattere da pari a pari. Di nuovo. Dopo seicento maledetti anni. Uomini contro Occlumsaac».
Il modo in cui disse quella frase tra i denti lo fece rabbrividire. «Siete davvero l’ultima della vostra stirpe?» chiese.
«Ha importanza?»
Non ne aveva molta. «Come so che non gli fornirete informazioni in segreto?»
«Sta a voi impedirgli di portarle altrove, se anche fosse. Ucciderlo o chiuderlo in gabbia. Assicurarvi che non fugga» disse la donna.
Aric corrugò la fronte. «E se usasse i vostri “spettri” per consegnarle?»
«Non lo farà. Nortigaar e Narram, ricordate? Ma qualsiasi cosa decidiate non sottovalutatelo. Conosce i Dragoni, si è mescolato tra voi per seicento anni. Conosce i vostri punti deboli e sa come aggirare le vostre certezze. Si è fatto alleati potenti che crederebbero a lui piuttosto che a voi. E vede gli spettri come li vedo io. Vi spierà come spia me, e meno persone sapranno di ciò che vogliamo fare, più probabile sarà che riesca...»
Aric annuì, colpito di nuovo dalla lucidità con cui lottava, anche da quella gabbia. «Restereste sola con lui» si trovò a dire.
«Se vorrete ascoltare sarete vicini...» alzò le sopracciglia.
«Potrebbe uccidervi prima che riusciamo a fermarlo» obiettò allora lui, dando voce a una preoccupazione di cui non era stato nemmeno cosciente. La prigioniera, però, lo fissò con sguardo canzonatorio.
«Non è la stessa fine che volete farmi fare voi Dragoni?»
E lui sorrise amaramente, sapendo che era la verità. Il vento s’infilò nella tenda, facendo scricchiolare i fogli sul tavolo e ondeggiare ticchettando i fermi di legno. «Perché sembra che non v’importi?» le domandò.
Drith Acuto batté le palpebre, allontanando da lui quei suoi occhi scuri da strega. «Ci sono cose più importanti della morte» disse. «Prego che mio padre perdoni quello che sto per dire, ma se smaschererò Woos ai vostri occhi... se anche i Dragoni sapranno cosa devono combattere davvero, non importa nient’altro. Forse questo cambierà le cose. Non c’è altro modo che ricordare ai fratelli che sono fratelli» aggiunse poi, come ripetendo qualcosa che qualcun altro le aveva detto. Forse era il suo modo di esprimersi remoto e profondo, forse il riferirsi ai Dragoni come a dei fratelli quando stavano combattendo gli uni contro gli altri senza requie da secoli, ma quelle parole risuonarono di nuovo come una follia. E Aric si domandò quanto folle dovesse essere un uomo per crederle. Perché davvero le credeva.
E avrebbe dovuto convincere Lord Odar a fare altrettanto.
I giorni che seguirono furono interminabili, sulla bocca dell’inferno, tra esplosioni e colpi che abbattevano lentamente il Collo di Vipera, livellando il contrafforte che aveva sempre protetto l’accesso alla porta Sud della città di Marca, mentre i Pipistrelli attaccavano il Quartiere dall’alto e cercavano di identificare gli obiettivi e Lupi, Orsi e Leoni cercavano di farsi strada fino alla postazione di tiro. La gabbia di Drith era stata spostata all’interno di uno dei depositi interrati che dall’alto sembravano solo semplici colline e l’odore di metallo delle barre di ferro che lo riempivano doveva essere tanto forte da mozzare il fiato.
Un colpo di spingarda risuonò come un tuono, facendo franare rivoli di terra tra i mattoni che formavano le volte a botte e Nortigaar scosse la testa. L’aveva avvisata di non fidarsi del Dragone, l’aveva avvertita che non l’avrebbero mai lasciata andare viva, e ora aveva insistito per restare al suo fianco contro Woos perché c’erano cose da cui l’artigliere capo, anche se avesse voluto, non avrebbe potuto proteggerla, ma Drith sembrava aver preso con leggerezza ciascuno dei suoi avvertimenti. E quando le aveva detto che Narram aveva raccolto alcuni degli spettri dei Dragoni per capitanarli contro gli Spiriti Morti e che lui sarebbe rimasto con lei, Drith lo aveva guardato come se sapesse che le cose non sarebbero andate così.
«Ti ho amato, e lo sai, ma solo ora so che non ti conoscevo» le disse di colpo, nel silenzio, restando lontano dalle sbarre. Non credeva che l’avrebbe mai detto a voce alta, ma in quell’aria grigia e fredda, mentre attendeva l’inevitabile, la verità era sembrata necessaria.
Drith chinò la testa. «Credevi di amare la donna che pensavi che io fossi. E che non ero» mormorò.
«Ero convinto d’amarti ma lo stesso... ti ho abbandonata e ti avrei abbandonata se avessi saputo chi eri» insisté lui.
Drith lo scrutò. «Non puoi saperlo» disse.
«E ora ho abbandonato anche Deva. Sembra la sola cosa che riesco a fare quando amo qualcuno» continuò lui.
«Non è stata una tua scelta» ribadì Drith.
«Credi? Volevo uccidere la Mano. Volevo dare un futuro a nostra figlia, volevo che fosse orgogliosa di me. Deva però sapeva che sarebbe finita così. Sapeva che non sarei stato all’altezza. Come lo hai sempre saputo tu» rincarò lui.
Drith rimase immobile per un lungo istante, come incredula. «Aveva solo paura di perderti. Come io l’ho sempre avuta di dire la verità» ammise alla fine.
Nortigaar sollevò gli occhi, trovandosi fissato da quelli di lei e fu stupito di vederli pieni di lacrime. «L’hai detta a quel Dragone, però. Un dannato Dragone!» non riuscì a trattenersi.
Lei cercò di sorridere e una lacrima le scese lungo la guancia. «Avrei dovuto dirlo a te... quando Sari morì mi disse di rivelare la verità» sospirò. «Mi disse che Marca lo meritava e» fece spallucce «aveva ragione. Ma pensavo che la gente sarebbe cambiata se avesse saputo chi ero. Che non sarei stata capace di sopportare la responsabilità. E che mio padre avrebbe avuto problemi per avermi nascosta tanto a lungo. E avevo paura di cosa avreste detto tu, Deva, Roni e tutti gli altri. E ora... è troppo tardi.»
Nortigaar aggrottò la fronte, pensando a tutto ciò che Drith aveva sempre affrontato da sola. «Quindi ti arrendi?» non riuscì a trattenersi.
Lei trovò la forza di sorridere. «Mai. Ma non finirà bene. Woos... i Dragoni... Non riuscirò a tornare indietro. E anche se fosse possibile non riuscirei a convincere tutti a seguirmi solo per il mio sangue...»
Nortigaar scosse la testa con forza. «Non per il tuo sangue, ma per te, Drith. Sari aveva ragione. Parla con loro e ti seguiranno. Te, non un Pugno. Ti hanno visto combattere. Hai amici tra la tua gente. Roni, tuo padre, Deva, persino Alanera...»
Lei lo guardò come se sapesse cosa voleva dire. E fu sul punto di anticipare le sue parole, ma nell’aria rarefatta in cui si muoveva, Nortigaar sentì un movimento e un suono, come se qualcuno arrivasse e si rese conto che non c’era più tempo.
Woos arrivava, e non era solo.
«Va’» gli disse lei, asciugando il viso contro la manica lercia, consapevole come lui di quel che stava per accadere. E tutto quello che Nortigaar riuscì a dire fu: «Dille che mi dispiace. Che dovevo cercare di salvarla, di darle un domani migliore a qualunque costo... non credevo di amarla tanto, che mi sarebbe mancata tanto. Dille... che il mio cuore sarà sempre suo, qualunque cosa accada. Suo e della bambina...» trovò la forza di aggiungere con voce roca.
Drith annuì, scura in volto, senza neppure dirgli se essere ucciso ora, da uno Spirito Morto, lo avrebbe eliminato davvero, facendo tacere sensi di colpa e nostalgia. Non gli disse neppure se l’aveva mai amato, almeno per un istante. Ma ormai non aveva più importanza. «Se potrò, le dirò che l’aspetti» gli disse invece, quasi in un sussurro. «Fa’ in modo che non sia una menzogna...»
Nortigaar sogghignò. «E tu fa’ in modo di dirglielo» ribatté.
Poi traversò la solida parete di rocce incastrate e terra e si trascinò all’esterno. Nell’aria gelida e indistinta degli spettri. Neppure la morte aveva chiuso i giochi e se poteva ancora fare la differenza, l’avrebbe fatto. A qualunque costo.
Nortigaar scomparve, portandosi via ciò che Drith era stata e non sarebbe stata mai più e la lasciò sola. Come aveva sempre immaginato che sarebbe stata il giorno in cui avrebbe affrontato il proprio destino. Sapeva che sarebbe stato così perché, si era detta, Woos avrebbe aspettato quel momento. O avrebbe provveduto a ottenerlo manovrando Spiriti Morti e uomini nel campo dei Dragoni. Sapeva anche che sarebbe stata notte e, anche se l’oscurità era all’esterno, oltre volte di pietra e terra, colma di suoni assordanti, grida e ruggiti, così era.
Forse per questo, quando sentì la porta scattare debolmente, Drith chiuse gli occhi e, mentre la sinistra ombra di Woos si faceva avanti nella stanza, si sentì sorridere.
«Dunque alla fine avete trovato il modo per spianare le montagne» lo accolse, senza aver bisogno di vederlo per sapere che era lì. Nemmeno lui fu sorpreso di sentire la sua voce.
«La pazienza premia chi ne fa uso» le rispose dopo un lungo momento di silenzio, il timbro nasale arrogante e annoiato. «Ci saremmo accontentati di una via d’accesso, una piccola e banale fortezza caduta, ma vi siete intestarditi così scioccamente che avete reso necessario qualcosa di più...» cercò la parola inspirando tra i denti «...fastoso.»
Drith rise, ma fu un riso forzato. «Intestarditi...?»
Woos si mosse di qualche passo sventolando appena nel suo mantello ma restando a distanza dalla gabbia. «Quell’idiota di Hiccam aveva un solo talento, sempre che lo si possa definire tale: la testardaggine» disse.
«La volontà di resistere, volete dire» lo corresse lei.
«No. Solo una cieca, stolida caparbietà. In questi giorni mi sono chiesto se ve l’avesse trasmessa con il suo sangue o si fosse limitato a imbottirvi la testa di sciocchezze per anni... Tenere il confine, contro tutto e tutti. Voi siete giovane, ci avete pensato, credo. Ha mai avuto un senso, se vi condanna all’inferiorità e alla vostra stessa fine?»
«Hiccam aveva fatto un giuramento. Essere lo Scudo della sua gente; e ha mantenuto fede a questo, fino alla morte» rispose Drith, aprendo finalmente gli occhi. Si trovò a fissare quelli del suo nemico nella fioca luce della lanterna che Ooterham aveva lasciato accesa e avvertì la forza sepolta in quello sguardo come un pugno nello stomaco.
«Fino alla morte e oltre... non è così?» suggerì lui. Drith non rispose e lui scosse la testa, senza distogliere gli occhi dai suoi, senza mostrare alcuna reazione. «Anche quando la sua gente lo attaccava, lo insultava, lo derideva... non ho mai capito quell’uomo.»
«Questo è evidente. Avevate fatto lo stesso suo giuramento, ma lo avete tradito.»
Woos si avvicinò alla gabbia. «Sapete cos’è un giuramento? Solo un cumulo di parole» disse con disgusto. «Vuote. E, di frequente, insensate. Correre a ingaggiare battaglia al posto dei codardi che restavano a godersi la vita lontano dal fronte, arrabattarsi con i pochi mezzi inviati dal Darlingar con disprezzo per usarli contro nemici superiori in tutto e solo per essere abbandonati al proprio destino una volta catturati...» scosse la testa. «Cosa c’era in un simile giuramento da ispirare lealtà?»
Drith sentì il disprezzo prendere il posto dell’odio. «Credete che importi davvero?» sibilò.
«Chi non riconosce i propri errori è condannato, non è così?»
«Voltando le spalle a chi avevate giurato protezione non avete tradito semplicemente un giuramento fatto al Darlingar, avete tradito voi stesso.»
Le labbra sottili di Woos si incresparono nell’ombra di un sorriso mentre muoveva con un piede una spessa lamina di metallo. «O forse ho solo tolto il velo che mi copriva gli occhi. La realtà del sangue mi ha svegliato. La sua forza. La stessa che Hiccam ha rifiutato. Quale dignità vorreste arrogarvi, voi che lasciate i vostri compagni d’armi al nemico o li uccidete, piuttosto che lasciarli in mano loro?» disse, chinandosi a esaminarla con espressione vaga.
«Voi foste liberato, e fu un errore imperdonabile. Non avreste mai dovuto raggiungere vivo Marca» disse lei.
Woos scoppiò in una risata pungente. «Non crederete che Hiccam sarebbe mai riuscito a fuggire se non fossi stato con lui... fu lasciato fuggire perché a Marca avrebbero creduto a una sua fuga...»
«E non a una vostra» echeggiò la sua voce Drith. Il suo disprezzo non gli sfuggì, ma finse di ignorarlo.
«Doveva darmi maggiore credibilità» continuò, prendendosi il mento con una mano, la luce della lampada alle sue spalle e il volto in ombra. «E sarebbe dovuto morire all’arrivo, ovviamente, salvandomi la vita e lasciandomi libero di fare la mia parte; gli ero persino grato, avevo predisposto per lui una eroica dipartita,» agitò la mano «qualcosa che potesse darmi ancora maggior importanza agli occhi dei Markenn, e che lo avrebbe fatto ricordare. Ma lui ebbe la mala creanza di sopravvivere. Di nuovo. E me lo ritrovai tra i piedi come la cimice che era sempre stato.»
«E di cui non vi siete ancora liberato» sogghignò Drith.
Woos la scrutò con un brillio negli occhi. «Solo perché altri si sono prestati al suo gioco; ma quel tempo è finito, finalmente. Perché voi siete l’ultima dei suoi discendenti» disse.
Drith tacque e lui abbozzò un sorriso. «D’altronde vi ho vista combattere, avete coraggio e sono certo avete influenza sulla vostra gente. E mi sono detto, riflettendo in questi giorni, che forse dovete soltanto guardare le cose dalla giusta prospettiva; siete l’ultima ad aver avuto la possibilità di comprendere la superiorità della mia gente e siete stata convinta a rifiutarla invece che accettarla.»
Drith emise un ringhio, facendo lo sforzo di alzarsi in piedi nel ronzio sottile e insinuante che veniva da lui e usando le sbarre come sostegni. «Siete dovuto ricorrere ai Dragoni per avere la possibilità di sconfiggerci! Alle loro armi da fuoco per abbattere le montagne... a dei semplici uomini per batterne altri. Di quale superiorità fantasticate?» gli rise in viso. «Perché si direbbe che appartenga a loro e non a voi... che siete dei semplici parassiti.»
Il volto magro di Woos si contrasse. «Ah!» sospirò. «E quindi è questo che volete dimostrare? La superiorità degli uomini? E non avete mai pensato di essere in errore, suppongo. Non avete mai pensato che non vogliamo distruggervi, ma solo mostrarvi ciò che potete diventare?» sillabò con lentezza. Le parole caddero in un silenzio che le dilatò all’inverosimile. Poi ci fu un nuovo scoppio di grida, all’esterno, e Woos afferrò un frammento di metallo che doveva ancora essere lavorato e lo scrutò in silenzio. «Metallo grezzo...» sospirò assorto. «Qualcosa di meraviglioso, non trovate? In grado di trasformarsi a seconda di come viene lavorato in umile ferro dolce, fondersi in una lega, o tramutarsi in nobile acciaio. Ebbene, gli uomini sono come il ferro. Umili, fragili, molli, ma anche capaci di trasformarsi nell’acciaio temprato più duro, se modellati da una mano sapiente e dal fuoco» aggiunse estraendo da sotto il mantello un lungo stiletto dalla lama lucente.
«Vero. Ma non potranno mai diventare certes» disse Drith.
Woos piegò la testa di lato, continuando a giocherellare con la sua arma e rendendo visibile nel riflesso della luce tremolante la sua espressione divertita. «Non avete mai pensato di essere stata indotta in errore da un fanatico che continua a sussurrarvi le sue eresie nelle orecchie anche adesso? Non avete mai pensato a tutte le morti che sono state causate dal suo e dal vostro “resistere” privo di senso?» disse, alzandosi in piedi.
Drith fremette. «Ci ho pensato» mormorò roca.
«E a cosa sarebbe accaduto se mi avesse aiutato invece di ostacolarmi? Quante vite sarebbero state salvate?» rincarò lui, spostando gli occhi di vetro dal pugnale a lei. Drith si aggrappò alle sbarre e fissò Woos da pari, cercando di ignorare la sensazione che le gambe le si fossero staccate dal resto del corpo. «Salvate...?»
«Nessuno sarebbe morto in questa stupida guerra, potete negarlo?» dette una spallucciata l’Occlumsaac.
Drith esitò, domandandoselo di nuovo. «No» ammise poi. «Sarebbero stati molti di più.» Non era possibile che Woos pensasse di poterla convincere davvero, ma a qualunque gioco stesse giocando lei doveva fare in modo che fosse il suo. «Credete che siamo come bestie, che vi basti minacciare e frustare per ottenere obbedienza. Ma anche le bestie mordono, e allora sventolate illusioni e menzogne, credendo di poterci indurre ad accettare l’eterna agonia che chiamate vita» digrignò i denti. «Ma non tutti sono come voi, Woos.»
Lui la fissò con la terrificante intensità priva di espressione di un ragno che scruta la preda nella rete. «Hiccam parla attraverso di voi» disse con freddezza. «Aveva ricevuto un dono, e non l’ha compreso, ma voi non dovreste farvi condizionare dalla paura che vi ha inculcato. Non siete lui.»
Drith dovette fare uno sforzo per non sfuggire quegli occhi e al potere che ne trapelava e provò vergogna per la propria debolezza. Sarebbe stato bello pensare a ciò che le accadeva come a un dono e non come a una maledizione, pensare che Hiccam si fosse sbagliato. Che avesse visto cose che non c’erano. Ma non era così. Ed era la paura a dirglielo. Hiccam non aveva mai nascosto la propria. E ne aveva perché sapeva. Perché era stato in una Coracca, aveva lavorato insieme agli altri rifiuti della Coracca, sentito le voci degli Occlum martellargli le tempie senza posa, aveva respirato l’aria densa e soffocante, visto cosa accadeva ai prigionieri chiusi negli involucri scavati nelle pareti di tunnel maleodoranti simili alle celle di giganteschi vespai fatti di fango e pietrisco seccato. Aveva visto cosa ne usciva... e glielo aveva mostrato. Perché non si poteva vincere una battaglia fingendo che i nemici fossero diversi da ciò che erano.
«No. Non sono Hiccam» ammise, anche se adesso si sentiva ancor più vicina a lui.
«Dovreste aiutarmi, allora» le disse Woos. Aveva una voce scura, musicale, quasi. Ammaliante.
Fuori, lo scoppio di una carcassa sganciata da un Pipistrello fece tremare il deposito e un rivolo di terra franò tra i mattoni incuneati, riempiendo l’aria di pulviscolo, e facendola tossire. Woos si voltò verso la lampada, batté le palpebre con lentezza esasperante e fu come se i suoi occhi divorassero quella luce, senza restituirla. «Lupo vestito da agnello. Così vi hanno definito alla Mano. Lo sapevate? Amano i modi di dire, gli appellativi» sbuffò con disprezzo.
«Si è ripreso, dunque?» chiese Drith.
Il volto grigiastro si piegò verso di lei, con un sorriso di scherno. «Il vostro amico lo ha quasi ucciso, ma le mie arti di guarigione si sono molto arricchite in questi anni. Ho saputo rendere la mia presenza irrinunciabile grazie a quelle arti... e alla mia capacità di ascoltare. Era perplesso riguardo a voi» aggiunse sollevando il mento. «O forse incuriosito. Un prigioniero vivo su questo fronte era di per sé una novità. Una donna ancora di più, ma non ho impiegato molto a convincerlo della vostra pericolosità» aggiunse, attendendo una sua reazione. Drith però rimase in silenzio, così aggiunse: «Sapete già cosa faranno di voi, immagino...».
«So a cosa serve la gabbia.»
Woos annuì. «Un metodo rozzo ma efficiente di eliminare nemici e rischi di epidemie... quello che non sapete, credo, è che ho suggerito alla Mano di interrogarvi personalmente prima di procedere, e di fronte a tutti i suoi Dragoni, in modo che tutti vedano e sentano le vostre risposte alla luce del sole...»
Drith si sentì sbiancare e la nausea minacciò di sopraffarla.
«Il vostro solerte guardiano non ve lo aveva detto?» ridacchiò Woos. Poi scosse la testa con un sospiro. «Ovviamente la Mano non sa cosa vedrà davvero. Ma un filo di paglia brucia in fretta e prima che si accorgano di cosa accade sarete dilaniata fino alle ossa, bruciata, ridotta a una mostruosità ululante. Se sarete fortunata morirete in fretta, ma se non lo foste, vi porteranno da me... perché io sono il miglior medico della Landa. Un Apotecario, direste voi. E, purtroppo,» emise un sospiro sardonico «non potrò fare molto per salvarvi e le loro domande rimarranno senza risposte, almeno... tutte eccetto una. La vostra natura disumana... il vostro inquietante “morbo”, e su quello non avranno dubbi; farò in modo che non ne abbiano.»
Drith si rifugiò nell’arroganza. «Che mi divorino gli insetti o il sole, non cambierà molto» disse.
«E non pensate alla vostra preziosa città? Alla gente? Sono stupito...» la derise. «Se questi idioti della Landa pensano che la vostra è una malattia contagiosa saranno indotti a distruggere tutto e tutti prima ancora di aver messo piede a Marca... con le loro armi potrebbero, non credete?»
«Ci sono cose peggiori della morte» borbottò lei. «E dovreste fare attenzione. Prima di non essere più capace di parlare potrei sempre rivelare a tutti che ciò che io sono è solo l’inizio di ciò in cui voi volete trasformare tutti loro...»
Woos scoppiò in una sonora risata, gettando indietro la testa. «E pensate che vi crederebbero?»
«Che cosa avrei da perdere?» ribatté roca Drith.
Un muscolo sotto l’occhio di Woos tremolò. «Il tempo trascorso qui mi ha fornito molti amici, gente in debito con me.»
«E che non vi farete scrupolo a tradire. Come sempre.»
Woos sbuffò risentito. «Ancora quella parola, tradimento. Come se sapeste di che si tratta. La vostra fedeltà va alla città che ha tradito il Darlingar seicento anni fa, la mia va alla mia causa. La vostra lealtà vale più della mia? Quel che conta è che alla fine io vincerò e voi perderete; la vostra città crollerà grazie alle pregevoli spingarde di Narram e questo è un fatto.»
Drith sentì il pensiero del fuoco crepitare in tutto il suo essere. «Perché allora perdete tempo qui? Perché non lo fate e basta?»
«Perché, come avete detto voi stessa, non siete Hiccam, e perché siamo simili, io e voi. Molto più di quanto abbiate mai voluto ammettere. Sono stato come voi, un tempo. E forse ciò che vi manca è solo la giusta ispirazione... se invece di accettare e abbracciare il mio destino, la mia evoluzione, l’avessi rifiutata, non sarei qui adesso...»
«Qui, esattamente come seicento anni fa? Non avete fatto molta strada!»
«Ma sono ancora qui. Dopo seicento anni. Io e non un mio figlio o un mio nipote. Io.»
«E puzzate di letame e morte come allora» lo provocò Drith.
Lui le si avvicinò di scatto e le piantò in viso gli occhi allucinati. «Voi non avete idea di ciò cui rinunciate. Unitevi a me, ditemi come conquistare Marca senza altri spargimenti di sangue e voi e io, grazie alle armi dei Dragoni e alla nostra superiorità, potremo creare la prima Coracca su questo lembo di terra, liberando gli uomini dalla loro meschinità, facendoli uscire dal bozzolo di morte in cui sono chiusi per far spiegare loro le ali...» esclamò con foga. «Siete già in cammino su questa strada; non temete di avanzare su di essa. Pensate. Avremo il mondo a disposizione. E il tempo per goderne» aggiunse con voce fonda.
Drith lo guardò, sconcertata. «Mi avete appena raccontato di quanto siete stato bravo a pianificare la mia morte e ora chiedete il mio aiuto?»
Rise compiaciuto. «No. Vi offro il mio. Odio gli sprechi. Ho vinto e lo sapete. Nessuno dei vostri Markenn verrà a liberarvi, e nessuno qui vi aiuterà... Solo io posso impedire la vostra morte. Potreste salvare i vostri amati Markenn. Aiutatemi, sopravviverete. E loro con voi» sibilò.
Era così vicino che Drith sentì l’odore acre del suo alito. «Sopravvivere non è vivere» fece una smorfia; e, improvvisamente, capì perché Woos non l’aveva uccisa subito. Si rese conto del lieve tremito che gli scuoteva la mano sinistra e serrò gli occhi su di lui, cercando altri segni. Il colorito era livido persino nella scarsa luce della lampada e il suo alito sapeva di rancido, così con il cuore che mancava un colpo mormorò: «E anche voi l’avete capito, adesso».
La testa di Woos scattò indietro, allontanandosi dalle sbarre, un lampo di rancore che gli trapassava il volto, e lei aggiunse: «Hiccam aveva ragione: siete un codardo». La breve risata che le uscì dalle labbra parve un suono irreale anche a lei. «Vi ho ferito durante il nostro scontro, non è così? Un piccolo graffio forse, l’avevate quasi ignorato, ma devo avervi ferito perché ora il vostro corpo porta i segni del veleno che avevo spalmato sulla lama... il Morso Vermiglio.»
Woos ringhiò una risata gorgogliante. «Voi vaneggiate! Nulla uccide un Occlumsaac!» ruggì, gli occhi spiritati fissi su di lei.
Oltre le tavole di legno dietro cui era accovacciato, Aric sentì un brivido gelato corrergli lungo la schiena. Ecco di nuovo quella parola. Occlumsaac. Drith Acuto l’aveva pronunciata di fronte a lui piena di odio. Woos invece trasudava orgoglio e rivalsa e Lord Odar, che era apparso contrario a starsene schiacciato accanto a lui come un ratto nel deposito sotterraneo in cui avevano sistemato la donna in attesa di qualcosa che avrebbe potuto benissimo non verificarsi, aggrottò la fronte.
Nemmeno a lui l’uomo insignificante che aveva conosciuto come medico e di cui ricordava a malapena il nome, l’uomo che era stato alla corte del Darlingar per anni, come una piattola, doveva mai essere sembrato pazzo. Forse eccentrico e risoluto abbastanza per applicare le sue medicine, ma non del tutto folle. Dopo ciò che aveva sentito, però, non aveva dubbi. Certo, pensò Aric, il medico avrebbe potuto sostenere di aver cercato di ingannarla per farle rivelare dettagli sulla conquista di Marca, ma il fatto che fosse lì, prima di tutto, e parlasse di “Coracche” e vaneggiasse di avere seicento anni e voler ridurre il mondo ai propri piedi era qualcosa di cui, dalla luce che ardeva nei suoi occhi, Odar avrebbe voluto saperne di più.
Forse abbastanza da risparmiare Drith. Si rese conto di aver pensato a lei per nome.
«Voi dite?» chiese lei, proprio in quel momento. «Il medico migliore di tutta la Landa non è riuscito a fare nulla, a parte lenire il dolore e poco altro? Non siete ancora morto, non come gli altri soldati, ma non sapete curarlo; potreste impiegare anni a crepare... ma il graffio è già diventato una piaga e non si rimargina; così siete venuto qui a fingere di volere il mio aiuto perché vi svelassi il rimedio... prima di uccidermi.»
Odar fissò gli occhi sul medico, aspettando la risposta, ma il suo silenzio, spezzato dai suoni della battaglia sopra di loro, fu la sola risposta. E Drith rise insolente.
«Ebbene, non esiste cura. Il Morso Vermiglio è così potente che uccide un uomo in pochi istanti. Per questo lo usiamo quando siamo catturati. Non c’è modo di essere salvati e... non avrei una soluzione per voi nemmeno se volessi!»
Woos emise una risata sforzata. «E pensate davvero che un veleno possa ciò che non siete stati capaci di fare voi per secoli?»
«Oh, volevo solo indebolirvi... a quanto pare ha funzionato. Anche se non subito. Non vi ucciderà, forse, ma con il tempo le vostre mani e i vostri piedi inizieranno a formicolare e poi saranno braccia e gambe a intorpidirsi, fino a che non le sentirete più, e le vedrete avvizzire mentre il male si estende, il respiro si fa sempre più difficoltoso. Per noi tutto avviene in pochissimi istanti... per voi occorrerà tempo, e il dolore diventerà insopportabile, senza fine; allora forse anche voi troverete un po’ di coraggio per gettarvi in un pozzo di termiti, come avreste dovuto fare sin dall’inizio!» esclamò con spaventosa freddezza lei.
«Non c’è alcun veleno nel mio sangue!» ribatté Woos, con talmente tanta fretta da dire il contrario.
La risposta di Drith echeggiò sicura sotto le volte del depositi, l’accento leggermente strascicato che aveva ormai per Aric qualcosa di familiare. «Potete negare ma ne portate già i segni. Il vostro colorito è livido, le mani vi tremano, sudate o suderete a ondate, il vostro alito è quello di un appestato... la vista si sdoppierà presto.» Aric sentì un sorriso, maligno, filtrare dalla sua voce e fu grato di poter vedere dalla fessura nelle tavole solo le spalle dritte di lei, ma anche di notare che gli occhi di Odar bevevano ogni singolo dettaglio.
«Nulla uccide gli Occlumsaac! Nulla ucciderà me!» ritorse la sventolante ombra di Woos, prendendo un tono acuto.
E Drith rise ancora. «Nulla a parte il fuoco! E il sole! O preferite dimenticare che non siete diversi da tutti noi, in fondo? Che non siete eterni?» esclamò con voce trionfante. Fu allora che lo stiletto nelle mani di Woos scintillò alla tremolante luce della lampada: Lord Odar mise mano alla spada ma Aric agì, prima ancora di averlo pensato coscientemente. Incurante della protesi alla gamba e di qualsiasi altra cosa, balzò dal nascondiglio, tese il braccio e premette il grilletto. Non c’era arma più veloce e silenziosa di una freccia e la corda scattò dal nottolino d’arresto cui era fissata facendo guizzare il quadrello nella scanalatura della sua balestra a mano. La punta strofinò contro il rivestimento granuloso, accendendo all’istante la miccia nascosta nel corpo della tozza freccia, che con un fischio andò a conficcarsi nella cassa di legno alle spalle del medico, artigliando un lembo di mantello e intrappolandolo.
Il viso malevolo tradì sorpresa alla vista di lui e Odar ma riuscì a voltarsi con una rapidità sorprendente. Aric si maledisse per non aver centrato in pieno il bersaglio e mise mano alla spada mentre Odar faceva altrettanto. «Fermo dove siete, schifoso traditore!» lo ammonì.
La carica di polvere nera contenuta nella freccia scoppiò, squarciando la cassa, e Woos si chinò con l’agilità di un serpente, sollevando il braccio per ripararsi dalle schegge. «Stupidi idioti...» sillabò. Poi scattò verso l’uscita e Aric fece per inseguirlo.
In quell’istante il soffitto tremò e ci fu un tremendo boato. Una delle carcasse dei Pipistrelli doveva aver colpito uno dei barili di polvere esplosiva e d’istinto tutti guardarono in alto.
Le volte del deposito, costruito come una piccola fortezza curva, fremettero. E qualsiasi certezza Aric avesse avuto fino ad allora sulla solidità di quel posto, si perse nel frastuono perché, con un altro incredibile fragore, tutto si mosse. Le colline e i depositi sotto di esse. La terra ululò. Odar fu sbalzato avanti, e proprio quando sembrava che l’effetto si stesse esaurendo, un altro boato scosse le rocce e la terra. Ci fu un crepitio sopra le loro teste e la violenza dell’esplosione fu tale che, prima che potesse anche solo realizzare, lo spostamento d’aria scaraventò Aric a terra, spezzandolo quasi in due, e travolgendolo in uno sciame di polvere, pietre, schegge di legno e sangue.
Dopo di che il mondo divenne una nube oscura e schiumante.