Chori Acuto gettò di lato un altro foglio con un sospiro ringhiante. Lo studio era silenzioso e aveva bisogno di dormire ma non ci riusciva. Non è stata colpa tua. La frase di Einar Curaro risuonò ancora nella sua mente, costringendolo a prendere il foglio successivo. Tuttavia sarebbe stata colpa sua, adesso, se non avesse fatto nulla. Se non fosse riuscito a trovare nulla.

Dalla morte di Einar aveva intensificato le ricerche sui Pugno in modo quasi ossessivo, convinto che se la Condanna era esistita e ancora esisteva, non poteva essere superstizione anche nella sostanza; doveva avere una spiegazione che avrebbe potuto scoprire, contro cui avrebbe potuto lottare.

Tuttavia il tempo era passato in un soffio, due lunghi anni in cui Marca aveva chiesto la sua attenzione come un lattante affamato, in cui le notti sembravano sempre troppo brevi e i giorni terribilmente lunghi. Lo studio traboccava di libri, pergamene e registri, ma erano tutti inutili. Non aveva trovato che fugaci riferimenti. Frasi brevi, distorte e visionarie, e non era stato capace di reperire granché nemmeno sulla famiglia Pugno. Dai documenti sembravano quasi non essere mai esistiti. Il che lo aveva reso sospettoso. Aveva ricostruito la storia di Marca fino ai primi cinquant’anni di guerra, certo di trovare qualcosa, ma che fossero verità o solo mito, i primi Pugno – Weru l’Impavido e prima di lui suo padre Hiccam Voce Tonante – erano svaniti dalle cronache. Era come se qualcuno avesse sottratto i documenti dagli archivi dell’Arte degli Scrittori; sottratti, distrutti o forse solo nascosti.

Gli Scrittori potevano essere più potenti del più potente guerriero. Potevano aver mutato il passato e aver distorto per sempre il presente. Ma perché? Il pensiero che gli attuali Viceré fossero stati Scrittori, al tempo dei primi Pugno, gli faceva torcere lo stomaco. Avevano avuto in mano la storia di Marca per troppo tempo: potevano aver sottratto tracce fondamentali, aver alterato e mistificato, smarrendo indizi che avrebbero potuto condurlo alla verità.

Tormentato da questi pensieri, si alzò e prese a camminare avanti e indietro nel suo studio, chiedendosi se non stesse consumando la sua mente su qualcosa di impossibile. Il Viceré, si ripeteva, non poteva aver distrutto i documenti; un Pennatorta avrebbe avuto rispetto per le antiche cronache. Inoltre Dusa era prudente. Probabilmente lo erano stati anche i suoi predecessori. Avrebbero potuto aver bisogno di qualcosa che era stato annotato su quelle polverose pergamene, prima o poi, e non dovevano averle distrutte. Nascoste, probabilmente.

Trovarle però significava agire in segreto, alle spalle del Viceré: cosa pericolosa. E che lo avrebbe rallentato.

Fortunatamente dopo la notte di Einar non c’erano stati altri spettri per Drith, nonostante ci fossero stati altri morti a Marca. Ma anche se questo pensiero lo consolava, non lo placava. Che i Pugno avessero o meno potuto vedere i trapassati non rappresentava che un dettaglio; ciò che doveva scoprire era la vera natura della Condanna. Ciò per cui era stata definita l’Orrore dagli Apotecari dell’epoca di Hiccam. Ciò che avrebbe dovuto cercare era una cura per quel male oscuro, perché presto o tardi avrebbe raggiunto anche sua figlia.

«Non è possibile... deve esserci qualcosa! Ma dove...?» ringhiò d’un tratto, dando un colpo a una pila di vecchi quaderni polverosi accatastati sulle sedie e facendoli rovinare a terra.

La luce delle candele ondeggiò e un debole cigolio gli fece voltare la testa verso la porta. Sulla soglia, illuminata dalla luce tremolante delle candele, la piccola figura di Drith lo fissava con gli occhi spalancati. Era cresciuta molto in due anni.

«Devi studiarli tutti?» gli chiese timidamente.

Lui sospirò e sedette sulla sedia, esausto. «Sì» le rispose, burbero «e tu dovresti essere a letto. È tardi.»

«La luna ha appena passato il Picco Neverno» disse lei, con aria compunta.

Suo padre aggrottò la fronte e le fece cenno di andare a sedersi sulle sue ginocchia. Era parecchio che non trascorreva un po’ di tempo con lei, rifletté. Troppo. «E come lo sai?» domandò distrattamente.

Drith si appollaiò sulle sue ginocchia e gli sorrise. «Me lo ha detto Hcontor; lui sa sempre che ore sono» dichiarò allegramente.

Chori le prese una ciocca ricciuta tra le dita e poi si riscosse. Avevano due soli servitori in casa, che lui ricordasse: Menia, che aiutava sua moglie a occuparsi della casa e filava per la città mentre lei era occupata all’Istruttorio, e Canador, che si occupava dei lavori pesanti e dei suoi ordini come Conservatore. Non c’era nessun Hcontor e non c’era mai stato, anche se doveva riconoscere che nell’ultimo anno era stato assorbito per troppo tempo dal suo lavoro.

«Sono tante!» interruppe i suoi pensieri la bambina. «Ti posso aiutare? Così domani puoi mangiare con noi?»

Chori Acuto scosse la testa. «No, ma ti ringrazio. Sei anni sono ancora troppo pochi per tutte queste carte... e dovresti startene a letto al calduccio a fare bei sogni, la notte.»

Drith lo fissò. «A me piace il buio.»

Chori sollevò le sopracciglia: «Davvero?».

Sua figlia annuì, facendosi seria. «Perché stai sempre chiuso qui? È vero che è colpa mia?» domandò abbassando gli occhi.

Suo padre rimase stordito, senza sapere cosa rispondere. «Chi ti ha detto una cosa simile?» borbottò poi.

«Menia. L’ho sentita parlare con la mamma. Hcontor dice che ha ragione, anche se non per i motivi che pensa lei. Lui dice che lo fai perché ti preoccupi per me. È per questo che ti chiudi qui dentro a studiare. E dice anche che...»

Suo padre le sollevò il mento costringendola a guardarlo dritto in faccia e lei si fermò. «Drith, chi è questo Hcontor che sa tutte queste cose? Un tuo amico?» domandò, quasi temendo la risposta.

Lei tese la mano a indicare un angolo della stanza. «Oh. Lui è Hcontor» annunciò.

Suo padre alzò gli occhi e li tenne fissi scrutando il vuoto davanti a sé come se solo sforzandosi potesse riuscire a vedere qualcosa. Ma l’angolo rimase vuoto.

«Solo io posso vederlo. Dice che vorrebbe tanto stringerti la mano però non può» disse Drith volgendo di nuovo gli occhi verso suo padre con un sorriso, e lui riuscì a malapena a inghiottire. «Mi viene a trovare spesso e gioca con me... Non sei arrabbiato, vero? Sa un sacco di belle storie» gli disse, un’ombra leggera che le passava sul viso.

Chori Acuto deglutì di nuovo. La bocca pareva improvvisamente diventata di pietra. «Che genere di storie?» domandò.

Drith batté le palpebre, assorta. «Oh... quella di Raithusa e di Wydo il Valoroso che fondarono il Corpo dei Lupi, per esempio. O di come Inadar divenne Signore di Marca e sposò una montanara sebbene tutti si fossero opposti e di come lei divenne la Signora Lucente di Marca...»

Lui aggrottò la fronte. Erano storie che si raccontavano ai bambini; storie di come Marca era diventata l’Inespugnabile e di come i suoi cittadini fossero sempre stati valorosi e giusti. «E com’è questo tuo... amico?» chiese.

Drith non si scompose. «È un vecchio signore con la barba bianca e corta» replicò subito. «È molto alto e ha una gamba di metallo che fa uno strano suono quando cammina... È come una specie di nonno, credo, e sa molte cose» ripeté, quasi quella fosse la cosa più interessante. «Anche che ore sono quando non c’è abbastanza luce.»

Chori Acuto batté le palpebre, stupito suo malgrado dalla tranquillità di Drith. «Capisco. E... si comporta bene? Non ti spaventa?»

«Oh, no. È gentile» rispose lei, guardandolo stupefatta «e tu gli piaci.»

«Oh... bene. Meno male» si sentì bofonchiare lui con un certo assurdo sollievo. «E adesso è qui...» aggiunse con voce più tesa.

Drith annuì, facendo danzare i riccioli. «Sta guardando le tue carte» sussurrò poi, quasi non volesse farsi sentire dall’ospite invisibile.

Chori Acuto le serrò istintivamente le braccia attorno, a disagio. «Allora forse sarebbe capace di aiutarmi, se sa tante storie...» disse improvvisamente.

Drith si voltò verso uno spigolo del tavolo, come se ascoltasse una voce, poi disse: «Lo dice anche lui».

«Davvero?» domandò Acuto sperando d’un tratto che Drith vedesse davvero uno spettro e che quello potesse rivelargli tutto ciò che aveva bisogno di sapere.

Ma scacciò quell’idea e sorrise di se stesso. Stava decisamente impazzendo se pensava che i suoi problemi potessero essere risolti da uno spettro.

Drith si grattò il naso. «Chiede perché ti sei fermato a questo punto, nella... genealogia...» scandì la parola con aria interrogativa.

Chori Acuto si trovò il sorriso congelato in volto. Gettò un’occhiata allarmata verso la scrivania, sulla quale si trovava il foglio faticosamente ricostruito. Era un sogno? Nica insegnava a Drith molte cose e lei sapeva già leggere e scrivere, ma non poteva aver idea di cosa significasse quella parola.

«Che cos’è?» gli chiese infatti.

«La storia di una famiglia, da tempi antichissimi.»

«Hcontor vuole sapere perché non hai qui i registri dorati. Secondo lui lì troveresti quello che cerchi sui Pugno; non c’è bisogno di sapere altro... e se li trovi potresti venire a pranzo domani» insisté Drith «con me e la mamma.»

Chori Acuto ringraziò il cielo di essere già seduto. «I registri dorati? Non ho trovato nessun registro dorato» disse.

Drith si voltò verso il vuoto, poi di nuovo verso di lui. «Hai cercato in casa?»

«In casa? Quale casa?»

«La Casa dei Pugno» sorrise lei.

«Certo!» borbottò lui. «Ho frugato il palazzo da ogni lato... e non c’erano registri dorati. Solo quella pila di roba...» indicò in un angolo con la mano.

Gli occhi di Drith ruotarono fino a una pila di documenti dalle copertine di cuoio logoro. «No» scosse la testa. «Quelli sono i registri degli uomini della loro Coorte, non quelli dei Pugno... perché non li hanno mai trovati, quelli. Li aveva presi Weru... Comunque non avevano nessun palazzo, i Pugno» sorrise con una scintilla nello sguardo. «Erano soldati e avevano solo una Casa. Come gli altri. Proprio come doveva essere.»

Chori Acuto la fissò stralunato. Drith non parlava così, né poteva sapere tutte quelle cose... dunque lì doveva davvero esserci qualcosa o qualcuno che le aveva rivelato quei particolari. E doveva essere quel Hcontor, chiunque o qualunque cosa fosse.

Un brivido gli corse lungo la schiena. «Una casa» mormorò. «Che stupido. A quei tempi erano ancora una delle Famiglie di Guerrieri... ma quale casa? E dove? Marca è cambiata da allora... come posso sapere dove cercare?» rimuginò.

«Hcontor dice che questa era la vecchia casa dei Pugno, papà, e che tu avresti già dovuto essertene accorto da un pezzo perché sopra i caminetti ci sono quei due pugni uno contro l’altro... anche se sono tutti logori, mezzi coperti dai drappi di Menia e anche se l’insegna fuori è stata raschiata via e ridipinta» lo rimproverò allegramente lei.

Chori rimase senza fiato. «Ma come... dove... dove sono allora i registri?» ansò, irritato con se stesso.

Drith serrò le labbra e gli rivolse un’occhiata dubbiosa.

«Ti prego, Drith, vuoi chiedere a Hcontor se può dirmi dove sono, per amor di Marca?»

Ma lei abbassò gli occhi e serrò le labbra arrossendo. «Me lo ha già detto, papà. Però io non so se voglio dirtelo.»

«Drith!» esclamò lui.

«Sì, anche Hcontor dice che è importante... però se ti dico dove sono mi devi promettere una cosa.»

«Drith, non capisco davvero...» cominciò lui, ma si bloccò davanti allo sguardo limpido e un po’ risentito di sua figlia.

«Se te lo dico tu ti metterai a studiare quei fogli e non ti accorgerai del tempo che passa e mamma sarà triste. Così non te lo dirò se non mi prometti che domani pranzerai con noi...»

«Ma cos’ha il pranzo di domani da essere così importante? Perché vuoi che ti prometta...»

Lei serrò le labbra, con uno sguardo quasi adulto e Chori Acuto sospirò. «E va bene. Hai la mia parola.»

Drith scoppiò in una risata, lo abbracciò stretto piantandogli il viso tra le costole e sussurrò: «È in cantina. Hcontor dice che erano legati insieme sotto un tavolato e che Menia ne ha messi alcuni sotto i formaggi. Come zeppa per gli scaffali che Canador non ha mai tempo di riparare. Farai bene a procurarti una molletta per il naso...» lo ammonì poi, quasi sicuramente con le parole di Hcontor.

Solo qualche ora dopo, recuperando i libri, Chori Acuto dovette ammettere che non aveva sognato. Lo spettro di Drith, quel misterioso Hcontor, lo aveva davvero aiutato; e aveva avuto ragione anche a proposito della molletta per il naso.

L’odore di formaggio era intollerabile e il giorno seguente fu proprio l’odore del formaggio di burigandi, prodotto dal latte delle imponenti capre di Marca, a svegliarlo.

I registri su cui si era addormentato erano sul tavolo dove li aveva posati per iniziare subito a studiarli. Non ci era riuscito se non per un piccolissimo frammento, ma aveva scoperto che non erano altro che resoconti stesi dagli stessi Pugno, sin dai tempi in cui la famiglia era stata inviata a proteggere i primi bastioni tra le montagne. Con un sospiro lento e dubbioso, Acuto ne afferrò uno e fece scorrere le pagine con cautela. Partivano da prima che Marca fosse fondata e arrivavano fino alla costruzione del Baluardo di Bircym, nelle Terre Barbare.

Erano scritti in antico dialetto dell’Ovest e difficili da leggere ma il cuore gli fece una capriola in petto quando, in cima a una delle pagine del quarto diario che stava solo scorrendo, riconobbe un nome.

Trattenne il fiato, lisciò la pagina, soffiò via la polvere e lesse, quasi senza credere ai suoi stessi occhi:

Io, Hcontor dei Pugno, prendo oggi l’impegno di proseguire nella redazione del Registro dei Pugno, nella Contrada della Marca di Confine, prendendo il posto di mio padre Nigaar raenth Pugno in questa e altre mansioni alla Piazzaforte, essendo io il più alto in grado ed essendo egli perito tre giorni or sono per mano di un branco di Occlumsaac delle Terre Barbare.

Possa la sua anima correre insieme ai Lupi.

Possa la mia penna scrivere solo la verità.