Le Rocciatorri Alberate non erano costruzioni come le altre, erano picchi inglobati nella fortificazione della città. Ruvidi pinnacoli di durissimo granito, scheggiati come denti rotti che davano alla fortificazione un’aria selvaggia e allo stesso tempo indistruttibile. Sulla loro cima ospitavano gli alberelli di tasso nero sbattuti dal vento che erano una delle ricchezze più preziose di Marca e una delle ragioni della precisione dei tiri dei lunghi archi delle Aquile. Si raggiungeva la cima tramite una scala scavata nella roccia che partiva dalla base della cinta di Mezzamarca per poi diventare una traballante e strettissima gradinata di ferro.

Drith la raggiunse facendosi strada tra le vie affollate e sgusciò rapida verso l’alto, avventurandosi nel budello di roccia che trapassava le mura per ritrovarsi sui gradini scoperti e scoscesi della Rocciatorre. Nessuno la fermò, nessuno la notò nemmeno, così continuò a salire finché, con il fiato corto, non fu arrivata a metà del pinnacolo e, quando si rese conto che da lì i suoi occhi potevano abbracciare la vallata a sud delle montagne, rimase a bocca aperta.

Le raffiche di vento che diradavano il fumo grigio sopra Marca le dettero la sensazione di aver spiccato il volo. Lame di luce trafiggevano le nubi per perdersi dietro il contrafforte più meridionale, quasi abbagliante per la neve caduta. Con gli occhi spalancati Drith distinse la nereggiante marea di Dragoni della Landa che avevano oltrepassato il Collo di Vipera e si erano disposti a formare una linea frastagliata di scudi rossi, vividi sulla neve come schizzi di sangue. Alle loro spalle i lancieri rendevano la muraglia di scudi irta come la pelliccia di un porcospino e, ancora dietro, le lunghe aste a cui erano appese variopinte maniche a vento che parevano serpenti volanti le dissero che dovevano esserci molti Cavalieri. Era per quelle bandiere che venivano chiamati Dragoni e lo spettacolo le parve così imponente che le dette un brivido.

Oltre i Cavalieri, un muro di fumo fitto nascondeva la posizione delle macchine da tiro che stavano per assaltare Marca, carrobaliste, trabucchi e onagri, e il cuore di Drith fremette di ammirazione e pena per quegli uomini che cocciutamente, da secoli, sfidavano Marca senza riuscire a sconfiggerla.

Non dovette attendere nemmeno un istante che dai fianchi delle montagne e quasi da sotto la città fecero la loro comparsa Orsi, Leoni e i Lupi di Marca; questi ultimi sciamarono avanti e si disposero nella loro formazione più celebre, quella a Bocca di Lupo. Hcontor ne aveva parlato a Drith molte volte, e lei riconobbe subito le squadre disposte a cuspide pronte a spezzare il muro nemico per poi lasciar passare i Carri Falcianti guidati dai Leoni, e gli Orsi con il loro equipaggiamento pesante e le asce Spaccaossa.

Non erano molti; non quanti Drith aveva sperato e le sembrarono fragili come cespugli al vento. Con coraggio incredibile avanzarono fino a chiudere l’imboccatura alla stretta valle e lei cercò con gli occhi le minuscole forme vestite di bianco sulle cime delle montagne. Non erano soli. Anche le Aquile erano pronte, sui picchi che circondavano la Valle, oltre che sulle nere torri di Marca. E i tunnel dovevano brulicare di attività.

Gli eserciti si fronteggiarono l’un l’altro per un lungo momento battendo le spade sugli scudi, sfidandosi e cercando di spaventarsi, infine, con un boato sovrastato dallo stridio dei corni a vento dei Dragoni, nugoli di frecce partirono all’unisono dalle posizioni avanzate intorno a Marca, costringendo i nemici a sollevare gli scudi. Le montagne risuonarono di un fragore simile a un tuono e l’artiglieria landiana rivelò le sue posizioni con i primi lanci pesanti. Carcasse esplosive si abbatterono non troppo lontane dalle mura, sollevando nubi soffocanti, e mentre venivano nuovamente caricate e tarate, l’aria acre di zolfo riempì i polmoni di Drith persino fin lassù. Il fuoco di copertura divampò, nubi di fumo si sollevarono, offuscando la visuale delle Aquile disposte sulle torri e Marca sembrò brulicare come un vespaio.

Drith sentì le voci dei soldati alzarsi e mischiarsi nel vento, in un trambusto di ordini e passi e schiocchi delle grandi armi da lancio, dei mantici idraulici e delle ventarole meccaniche usate per dissipare lo schermo di fumo giallastro che toglieva la visuale e il respiro ai tiratori.

Fu la volta dei primi proiettili accecanti a lunga gittata e, prima che si udissero gli scoppi, acuti lampi squarciarono il campo landiano e Marca fu investita dalle urla e dal frastuono amplificati dall’eco delle montagne; altri lanci, in rapida successione, sollevarono dense nubi e, mezzo accecati e impegnati a resistere all’assalto ravvicinato di Lupi e Carri Falcianti, i Dragoni non riuscirono a impedire con altri colpi d’artiglieria il decollo dei Soldati Volanti.

Sulle sommità delle torri arretrate, le aviorimesse si spalancarono e, dai tetti a scivolo, tre dei nuovi Barbastelli si lanciarono in volo, affiancati da una decina di più piccoli Rinolofi, le macchine più vecchie ma anche più adatte agli scontri diurni. Drith rimase a bocca aperta e, mentre i Pipistrelli cavalcavano i venti a bordo di quelle macchine di legno, tela e certes, forando ciò che restava della foschia baluginante di luci che faceva somigliare il campo di battaglia a un cielo in tempesta, si sentì bruciare dal desiderio di scendere lungo i fianchi delle montagne fendendo l’aria con loro. Ma una voce secca e tagliente interruppe i suoi pensieri. «Tu! Cosa fai qui?» l’apostrofò.

Drith trasalì e si volse solo per trovare, due scalini più in alto, qualcuno che non si aspettava. Vestito di verde, marrone e grigio, un giovane Serpente sui tredici anni la fissava con gli occhi verdi sfolgoranti, rasato a zero e con la pelle annerita dalla cera scura con cui si spalmavano i Serpenti.

«Nortigaar...?» aggrottò la fronte Drith, riconoscendolo a malapena. Non si conoscevano bene, ma lei lo ricordava con precisione.

Il ragazzo s’irrigidì e un lampo fulmineo gli illuminò lo sguardo. «Sei forse Drith... Drith Acuto?» ripeté riconoscendola a sua volta e aggrottando ancor più le sopracciglia nel tentativo di apparire minaccioso. «Cosa ci fai qui?»

Era diventato robusto, oltre che ben più alto di lei, ma Drith continuò a sfidarlo con il suo sguardo più deciso e irremovibile. Se hai paura del tuo nemico, non è saggio darglielo a vedere, era uno degli insegnamenti di Hcontor. Gli forniresti un’arma più affilata di una spada. E così Drith ribatté: «Sono qui per vedere la battaglia. Come te».

«Io non sono qui per questo» schioccò Nortigaar.

Ma Drith abbozzò un sorriso e il ragazzo non riuscì a impedirsi di restituirlo per un attimo, prima di tornare grave. Dopo tutto, anche se a Marca tutti crescevano in fretta, erano solo due ragazzi ed entrambi sapevano bene che se gli fosse capitata l’occasione quando aveva l’età di Drith, anche lui avrebbe sfidato le regole per salire lassù.

«A nessuno dei novellini è consentito salire alla Rocciatorre senza permesso» replicò però freddamente. «Dov’è il tuo permesso? E chi ti ha mandato qui?»

Lei arrossì e si stava chiedendo cosa rispondere quando, con un fischio tremendo, qualcosa filò vicino alla Rocciatorre e si abbatté sui tetti della città. Nortigaar la spinse contro il fianco del pinnacolo e la schiacciò contro la pietra graffiandole il viso contro la roccia tagliente; quasi contemporaneamente un’esplosione fece tremare la pietra. L’aria divenne quasi solida e mozzò loro il fiato, colpendoli con forza. Frammenti e fumo turbinarono, travolgendoli; schegge nerastre si conficcarono nei loro abiti e Nortigaar la prese per la collottola e la scrollò. «Sei tutta intera?» ringhiò con un’occhiata aspra. «Scendi! Sei d’intralcio e se non te ne vai subito dovrò fare rapporto...» Era tutto ciò che poteva fare per evitare che le fosse imposta una sanzione: fingere di non averla vista dove non avrebbe dovuto essere.

Drith gli rivolse un sorriso, più allegro del primo, si asciugò il sangue sulla guancia, gettò un’occhiata in basso e vide che l’estremità inferiore della Casa degli Scrittori era stata colpita. Si rese improvvisamente conto che se poco prima fosse andata a consegnare il suo messaggio sarebbe stata laggiù al momento dell’esplosione, ad attendere che fosse dettata una risposta. E forse in quel momento sarebbe stata morta... Così, per un attimo Drith rimase imbambolata a fissare lo spettacolo del fumo che si alzava a ondate, lambito da fiamme scroscianti, cercando di ignorare l’improvviso tremore alle ginocchia. Insieme a Nortigaar vide arrivare gli uomini delle Acque per spegnere le fiammate, gettando barilotti di terra.

«Va’! Forza!» ringhiò lui e, pensando di poter approfittare del caos di quel momento, Drith si voltò e scese, lasciando il ragazzo a guardare quello sfacelo, con il viso annerito e gli occhi ardenti.

Nel cielo che premeva sul campo di battaglia, le minuscole ali di un Rinolofo calarono sul terreno grigio e disparvero inghiottite dalle nubi di fumo. Le onde rosse di scudi vibrarono fluttuando e uno degli stendardi a forma di serpente guizzò nella nebbia come uno spirito inquieto. Ci furono esplosioni di spirelli, altri Barbastelli presero il volo dalle aviorimesse ma Drith continuò a scendere.

“Entro stasera,” pensò “i Dragoni saranno sconfitti.” E insieme all’orgoglio, sentì di provare rammarico per coloro che se ne stavano andando e se ne sarebbero andati. Per i suoi Markenn dai volti scolpiti nella pietra, ma anche, si stupì, per i Landiani che sarebbero morti lontano dalle loro case, per combattere contro qualcosa che non conoscevano. Agli ordini di un Darlingar che forse non avrebbe ricevuto notizia dell’esito della battaglia prima di quattro o cinque giorni. Per un Darlingar che da anni non aveva il coraggio di impugnare un’arma.

Era strano pensare che un tempo si erano inchinati allo stesso sovrano e avevano prestato a lui giuramento, stringendo tra le mani le lame delle stesse spade che ora affrontavano. Che forse si erano addirittura chiamati Dragoni come coloro che adesso combattevano.

Ma questo ormai non lo ricordava più nessuno.

Erano stati mandati sulle montagne per impadronirsi delle miniere di certes; poi vi erano stati confinati e costretti per difendere la Landa e il Darlingar dagli orrori oltre le montagne. Gli Occlumsaac. Nemmeno questo lo ricordava più nessuno.

Nemmeno a Marca.

Ci vollero due giorni di combattimenti pressoché ininterrotti perché l’attacco a Marca fosse respinto e furono due giorni durissimi in cui la città tremò più di una volta al fragore delle esplosioni, come un bimbo spaventato, chiusa dentro le sue mura. Protetta e al tempo stesso intrappolata.

I proiettili appiccarono incendi di fuoco ruggente, inondarono di acidi i tetti e alcuni edifici di Mezzamarca e Bassamarca furono danneggiati pesantemente; molti morirono sotto le macerie o bruciati vivi, altri persero braccia o gambe, qualcuno diventò cieco. Alcuni magazzini, che costituivano la ricchezza di Marca e rappresentavano la sua capacità di resistenza, furono danneggiati gravemente ma, ciò nonostante, quello che Drith aveva sospettato si rivelò giusto.

I Markenn combatterono selvaggiamente e, grazie a Orsi, Lupi e Leoni ma soprattutto all’intervento dei Pipistrelli a bordo delle nuove macchine volanti, i Dragoni furono sconfitti. L’attacco dal cielo li intrappolò alle spalle, abbattendo il poderoso trabucco che era stato approntato all’imboccatura della Valle e che metteva in pericolo persino l’Altamarca con la sua ampiezza di tiro. E la città battezzò l’anno come quello della Vittoria Alata.

Pochi furono i fuggitivi; per il resto fu una carneficina.

Aradar fu decorato. Era stato il suo Barbastello ad aver appiccato il fuoco all’infernale trabucco e così, pochi giorni dopo la conclusione della battaglia che gli era costata due dita della mano destra rose dall’acido e qualche buco nelle ali della sua macchina, gli venne affidato da Ean raenth Alanera il comando del Primo Stormo di Barbastelli.

Drith però non partecipò ai festeggiamenti, né poté complimentarsi con lui; non le fu nemmeno consentito salire sulla cerchia di mura della Bassamarca come a tutti gli amici dell’Istruttorio, per guardare il campo di battaglia e schernire i nemici morti, le cui teste erano state infilzate su pali all’ingresso della città e i cui corpi decapitati sarebbero rimasti insepolti a cibare i corvi, i lupi selvaggi e le creature notturne.

Drith weir Acuto aveva già visto la battaglia e doveva scontare la sua sanzione per la disobbedienza agli ordini ricevuti.

Nortigaar non aveva fatto rapporto ma Drith era stata vista mentre scendeva dalla scala della Rocciatorre dal Vicecapo Alanera in persona, che l’aveva riconosciuta. Quando tutto era terminato, la missiva con la ceralacca nera della sanzione era stata consegnata a casa Acuto e Drith aveva preso un solo abito di ricambio e aveva raggiunto l’Istruttorio, dove aveva dovuto riconoscere di fronte ai suoi compagni di aver mancato ai suoi doveri e dove le era stata assegnata una minuscola cella senza finestra da cui le sarebbe stato concesso di uscire solo per lavorare.

Lì, lontana da casa, dagli amici e dalla famiglia, Drith imparò quanto Marca punisse severamente i suoi cittadini. E che le regole avevano una ragione. Tutte. E nessuno le trasgredì per lei, nemmeno Hcontor. Il suo silenzio, anzi, fu il rimprovero peggiore. Drith lo sapeva, le consegne dei messaggi erano un compito delicato e non era consentito distrarsi, neppure sotto il tiro dei nemici, eppure l’aveva fatto. E aveva deluso tutti, suo padre, sua madre e Hcontor.

Così accettò la sanzione, ed ebbe molto tempo per riflettere, impegnata come fu sin da subito nelle cose più umili. Preparare gli scudi di legno, cospargendoli di colla ricavata dalla bollitura degli zoccoli delle capre; miscelare tinture nauseabonde con cui tingere le divise delle Armi; sforacchiarsi le dita cucendo bisacce per i cacciatori; spalare il letame dei pochi cavalli e delle capre e occuparsi di essiccarlo, in modo che potesse essere usato come combustibile per i focolari o le pire.

Solo a volte, quando calava la sera e restava da sola nel cortile dei forni di essiccazione, arrivava qualcuno a farle visita di nascosto. Soprattutto Tirras Cuspide e Hcevac Mordenti, anche se solo perché erano curiosi a proposito di quel che aveva visto da lassù. Ma soprattutto in quelle lunghe sere, da sola, si rese conto di quanto le mancasse parlare con Hcontor, così provò a fare ciò da cui lui l’aveva sempre messa in guardia: parlare con spettri che non conosceva, gli spettri di soldati morti che, confusi e sconcertati, si trovavano a sfilare per Marca, in nere processioni sfaldate.

Non sembrava ci fosse nulla di male, la maggior parte di loro non si accorgeva nemmeno di essere stato visto e, se Drith rivolgeva loro la parola, trasaliva. Quando capivano chi era alcuni si spaventavano ancora di più; altri chiedevano di recapitare messaggi che non avrebbe potuto consegnare senza farsi riconoscere; altri ancora le posavano una mano sui capelli ricci raccolti in stretti nodi, stupiti di poter toccare ancora qualcosa, e sospiravano frasi infelici.

«Ma perché siete così tristi?» chiese a uno di loro, con aria confusa. «Io... so che vi lasciate questo mondo alle spalle, ma non appena la luna sarà inghiottita, alla prossima Eclissi, il passaggio si aprirà e potrete raggiungere le persone che avete amato e che sono morte prima di voi. Sarete accolti a braccia aperte...»

Lo spirito a cui aveva chiesto tacque. Era tardo pomeriggio e il cortile era ormai buio e deserto eccetto lei e lo spettro alle sue spalle. La battaglia della Vittoria Alata si era conclusa ormai da sei giorni e l’Orso era comparso qualche ora prima ed era rimasto immobile in quel punto finché il giorno si era incupito. Era rimasto in silenzio, osservando soltanto. Come doveva aver fatto i giorni precedenti, sul campo di battaglia. Aveva guardato a lungo lei e gli altri lavorare tenendo la propria testa staccata dal corpo sotto l’ascella, chiusa nell’elmo come in uno scrigno. Sotto il metallo i suoi occhi erano sembrati a Drith duri come il certes e alla sua frase, chiaramente rivolta a lui, balenarono d’un lampo, scivolando finalmente su di lei. Si rese conto di esserle visibile e Drith smise di mescolare la colla senza sfuggire il suo sguardo cupo.

«Non farti sentir dire queste cose. Non farti sentire dai vivi. E soprattutto non farti sentire dai morti» l’ammonì tetro.

Lei sentì un brivido correrle lungo la schiena. «Perché?»

Lo spettro serrò gli occhi, quasi volesse guardarla meglio. Parlava, anche se non avrebbe dovuto poterlo fare con la gola squarciata; ma, come diceva Hcontor, gli spettri non parlavano alle orecchie quanto allo spirito. «Forse tu sei abituata a vedere questo...» disse accennando a se stesso «per noi però, finito il tempo, il mondo diventa strano. Quasi irriconoscibile. Ero abituato a sentire il fuoco del sangue bruciare nelle vene e ora invece tutto è grigio, nebbioso e indistinto. I vivi sono ombre... e i suoni rimbombano come campane. Molti non capiscono. Non vogliono capire...» mormorò. Poi si fermò e fissò il vuoto. «Sono nato e morto per Marca. E Marca vive e vivrà anche senza di me. Ne ero consapevole, ma ora lo so. Non potrò più essere d’aiuto eppure continuo a vedere e vivere, in qualche modo. Anche se sono inutile.»

«Inutile?» domandò Drith.

«Non potrò più combattere. Non posso nemmeno salutare i miei figli né consolare la mia sposa, eppure tu puoi vedermi. Tu devi essere la creatura che porta nelle vene il sangue e la maledizione dei Pugno.»

Drith avvampò e lui riprese: «Quindi fa’ attenzione a non farti trovare da loro e sentire: molti vi odiano. Soprattutto i morti».

Lei non chiese perché e lui tacque a lungo, poi disse: «Avrei voluto vedere crescere i miei ragazzi, vedere con i miei occhi la sconfitta dei Dragoni e la disfatta degli Occlumsaac. Era questo che desideravo più di qualsiasi altra cosa. Spargere il sangue del mio nemico e liberare la mia gente, ma così non sarà... per questo sono triste, e per questo i morti odiano i Pugno. Perché sono fuggiti, sempre, e perché non vedranno mai la Rivincita degli Uomini».

Drith si ritrovò a pensare allo strano destino dei morti e dei vivi. Per lei non c’era mai stata una distinzione netta. Vedeva gli uni e gli altri, parlava con entrambi. Per la prima volta, però, tra gli effluvi stomachevoli degli zoccoli, pensò che un giorno anche lei avrebbe dovuto lasciare Marca e le persone che la circondavano. Che per regalare loro del tempo avrebbe dovuto rinunciare al proprio; e si domandò se avrebbe visto tutto freddo e distante e se anche per Hcontor fosse così. Se fosse arrabbiato, triste, o se lo fosse stato. Anche con lei.

«Tu sai dirmi cosa mi aspetta adesso?» le chiese lo spettro lasciando scivolare gli occhi sulle fiamme sotto il calderone. La sua voce era sembrata incredibilmente simile al gorgogliare della colla e Drith scosse la testa, fissando le bolle che salivano sibilando.

«Un mistero che ogni uomo deve svelare da solo, pare» sospirò lui. «Ma forse la Rivincita degli Uomini è più vicina di quanto pensassi. Forse proprio tu la vedrai. Forse proprio tu guiderai Marca verso la gloria e la vittoria...»

Drith alzò gli occhi per incrociare quelli dello spettro, per assicurargli che non si sarebbe tirata indietro, ma si fermò a metà, investita da un soffio gelido che aveva fatto fremere anche il fuoco; un fiotto di panico le colmò inspiegabilmente la gola.

Dietro di lui, nell’ombra, qualcosa si era mosso.

Drith trattenne il fiato. L’istinto l’avrebbe indotta a una fuga precipitosa se un coraggio singolare per la sua età, o un miscuglio tra l’abitudine alle cose insolite e una curiosità ostinata, non l’avesse fermata. Dall’ombra che avvolgeva le mura si staccò una sagoma indefinita che si sollevò e prese forma. Drith credeva di aver visto molti spettri, di sapere già tutto e in qualche modo era così, Hcontor le aveva parlato di loro, ma era la prima volta che vedeva uno Spirito Morto e fece un passo indietro.

Si trattava di ciò che sembrava essere stato un individuo, molto tempo prima. L’abbigliamento da Cuciniere, strappato e consumato dall’acido, rivelava che era morto durante una delle esplosioni all’interno della città e Drith trasalì. In qualche modo si era convinta che i maligni Spiriti Morti non potessero appartenere a Marca, che fossero solo ciò che restava dei nemici. Lo spirito fece una sorta di passo in avanti, meccanicamente, e l’abito scivolò sul suo corpo penosamente magro e sfatto; la pelle che ricopriva le ossa era cinerea; le labbra raggrinzite mostravano un orribile sogghigno di denti neri e scheggiati e niente, nessuna luce passava attraverso le cavità degli occhi.

Soffiò, come un serpente delle montagne disturbato dal suono di passi incauti, e il soffio la investì come un rantolo spezzato.

«Vattene!» ringhiò l’Orso. Ma l’unica risposta che ottenne fu un flebile e acuto lamento che passò tra denti scheggiati. E prima che Drith riuscisse a dire qualcosa, lo Spirito Morto balzò verso di lei.

Fu questione di un istante. Meno di un battito di ciglia. Drith non tentò neppure di spostarsi, lo spettro s’avventò contro il suo braccio come una belva inferocita ma la mano ossuta non riuscì ad afferrarla; le attraversò il braccio quasi lei stessa fosse uno spettro, e l’ascia dell’Orso, la Spaccaossa grondante di spettrale sangue rappreso, saettò in aria, travolgendolo.

Drith vide lo scintillare perlaceo e confuso dell’ascia sfiorarla e la paura e il cieco terrore che avevano consumato lo Spirito, la rabbia e la ferocia che erano state il suo ultimo pensiero, le passarono attraverso come se fossero suoi. Panico, odio e orrore la travolsero. Per un attimo il suo cuore smise di battere, fu come se l’aria le fosse mancata e un gemito strozzato le uscì dalle labbra mentre le ginocchia le cedevano. Si sentì bruciare, come se l’avessero gettata su una fiamma viva, e la sensazione durò un istante, poi si frantumò e si dissolse.

L’aria della sera e il fetore degli zoccoli che bollivano riempì di nuovo i suoi polmoni e l’orribile incanto si ruppe.

L’Orso rimise a posto con un sibilo la sua ascia e l’ombra dell’elmo dette al suo volto un’espressione pensosa. Forse era stata la sua lama ad aver devastato lo Spirito Morto o forse si era consumato da solo trasmettendole quelle sensazioni ma Drith si sentiva ancora tremare come una foglia, fuori controllo.

«Ce ne sono molti. Devi nasconderti da loro» ripeté l’Orso, insistendo.

Drith lo sapeva ma tacque e lui si chinò per posarle una mano sulla testa. Il lieve sfrigolare delle sue dita tra i capelli la ridestò, lo fissò e lo spettro si fissò la mano, meravigliato di essere riuscito a toccare ancora qualcuno; non ebbe bisogno di altro. Oramai sembrava aver capito dei Pugno molte più cose di quante avesse mai immaginate. Di quante Marca ne sapesse e ne volesse sapere. E anche Drith, grazie allo Spirito Morto, sapeva improvvisamente molto di più di quanto avesse capito sino ad allora. Era come aver rivissuto la morte di quello Spirito in prima persona.

Sedette a terra e, confusa, portò la mano al braccio rendendosi conto che nel punto in cui l’aveva afferrata, la resistente stoffa della tunica era stata lacerata. Come istantaneamente invecchiata. Sotto, la camicia era intatta, ma gli occhi le si riempirono di lacrime.

«Ce ne sono molti. Ora che sono morto sento le loro voci. Ora so quanto odio circonda i Pugno. Ma non è una ragione buona per offrire il collo all’ascia sul Ceppo e farsi ammazzare come una bestia» l’ammonì l’Orso, alludendo agli spiriti come quello che l’aveva assalita. «Anzi, peggio che una bestia. Usiamo ogni singola fibra di capra per la città, niente viene sprecato, ma a cosa servirebbe il sangue di un altro Pugno sul Ceppo se non a farlo fuggire? La chiamano morte pura, ma non esiste una morte pura! Se c’è gloria nelle spade e nelle asce non è nel lasciarle scintillanti, perché allora sono rimaste inutilizzate...» sospirò pesantemente. «E in un momento in cui ce n’era invece gran bisogno. Non seguire le orme di tuo padre e di suo padre prima di lui se non vuoi diventare così...»

«Grazie...» mormorò lei.

L’Orso aggrottò la fronte sotto l’elmo. «Il brivido della battaglia alimentava la tua stirpe un tempo e corre anche nelle tue vene» sibilò calcando sulle ultime parole. «Ringraziami dimostrando ai Dragoni cosa può fare un Markenn e quando lo farai tieni a fianco i miei figli. Fa’ che vedano la fine dell’Assedio con i propri occhi. Fa’ che la Rivincita sia la loro» insisté.

E Drith deglutì e lentamente si rialzò in piedi, cercando di smettere di tremare. Lasciò gli occhi sfiorare la testa spiccata dal collo, il naso rotto da un colpo violento e le labbra e i denti fracassati sotto la foltissima barba. Improvvisamente sapeva: la guerra non era meno terribile di uno Spirito Morto, e non le sembrava affatto, non più, qualcosa di glorioso. Le canzoni degli Scrittori sbiadivano di fronte alla testa spiccata di quello spettro e alla morte del Cuciniere. Ma qualcosa di solenne nell’Orso l’indusse ad annuire.

«Lotterò» balbettò quasi senza voce, distogliendo gli occhi. «Ma forse... forse non riuscirò a vedere la fine dell’Assedio... non sono una buona Markenn. Sono qui per una sanzione e...»

Non riuscì a terminare. «Per disobbedienza?» chiese lui.

Drith annuì, avvampando per la vergogna e, inaspettatamente, lo spettro scoppiò a ridere; fu grottesco veder ridere quel volto spiccato dal corpo, ancora così simile a ciò che era stato in vita. «Tutti i Markenn hanno disobbedito almeno una volta nelle loro vite, anche se fingono di non averlo mai fatto, weir. Anche se ti trattano come un escremento di topo, quando a sbagliare sei tu» ruggì, divertito. «Gli errori insegnano il valore delle regole. Chi non ha mai sbagliato non capirà quanto sia grave farlo. Gli errori insegnano a pensare alle conseguenze. Ora che sai quanto brucia, non ti metterai mai più contro le leggi di Marca... a meno che la sorte della città non sia sul punto di cadere dal filo di lama su cui sta in equilibrio e la tua scelta possa fare la differenza...»

Nel paiolo una bolla risalì alla superficie e scoppiò con un floscio mormorio. «Tu hai mai disobbedito a un ordine...?» chiese allora Drith.

L’Orso si rabbuiò fissando le fiamme. «Appena conoscerai tutte le leggi di Marca e quanto costi infrangerle, allora sarai pronta a capire quando varrà la pena di farlo» rispose soltanto, poi alzò gli occhi al cielo color piombo: «L’onore di un Markenn non è mai stato nel rispettare ciecamente un ordine, ma il proprio giuramento alla città e a se stesso, per quanto costi...» disse. Poi la fissò. «Porta con te i miei figli» ripeté e, voltandosi rigidamente, se ne andò, smarrendosi nell’oscurità della notte che scendeva nera sulla città.

Lentamente, nell’aria riemersero i suoni del tardo pomeriggio. Il picchiare dei martelli sulle incudini, le gocce d’acqua che colavano dai tetti, il mordere dei denti della sega sul legno, il fischio dei falchi, le raspe, gli scalpelli, il vecchio Reda che cantava, nel cortile vicino. I belati delle capre nei recinti. Gli altri ragazzi assegnati ai compiti nella Bassamarca che ridevano.

Drith sussultò e alzando gli occhi vide un gruppetto che non conosceva bene. Si rese conto che ridevano di lei, che se ne stava rannicchiata accanto al calderone come se avesse paura di qualcosa. «Cos’è, Drith weir...? Parli da sola?» l’apostrofò un ragazzone alto e ben piantato di nome Roni, che aveva un paio d’anni più di lei e uno sguardo non troppo intelligente sulla faccia quadrata. Un ragazzo piccolo dagli occhi di donnola gli sussurrò qualcos’altro con tutta l’aria di divertirsi ma Roni non ripeté ciò che gli era stato detto e fece una smorfia mesta.

Drith si scrollò di dosso freddo, paura e pensieri, rimandandoli a quando fosse rimasta sola e riprese a mescolare la colla, fingendo d’ignorarli. Li sentì ridere e canzonarla e solo quando sentì gli ultimi passi strascicati scomparire, Drith si rese conto che aveva il viso bagnato di lacrime. E d’improvviso realizzò cosa l’Orso le aveva detto. «Allora capirai quando varrà la pena di farlo.» Quando, aveva detto. Quando e non se.

La sanzione fu dura e lunga, ma passò; e Drith imparò.

Domando il proprio orgoglio, imparò che tutto poteva essere sopportato e che i lavori più umili necessitavano forse di ancor più rispetto di quelli onorabili, che il rispetto lo portano con sé.

Per lunghe, interminabili giornate, fino a che non giunse e trascorse il Gelo, Drith non vide i suoi genitori che per brevi istanti, all’Istruttorio o lungo le vie di Marca, né vide Hcontor. Non fu più per nessuno la figlia di un Conservatore come non era mai stata per nessuno, eccetto che per Hcontor e per se stessa, l’ultima figlia dei Pugno. Fu solo qualcuno per cui sino a quel momento la città aveva sprecato le proprie risorse senza esserne ripagata.

E, perduta ogni ingenuità, si concentrò sulle cose da fare. Dal suo primo incontro con lo Spirito Morto poteva sentire la presenza degli altri che raspavano e gridavano e cercavano sfogo per la propria rabbia tra le mura della città. E non capiva come prima fosse riuscita a ignorarne la presenza. Ma capì che Hcontor li aveva sempre tenuti lontani da lei. Ora invece era sola. Cercava di sfuggire ai loro occhi, tenendo per sé ciò che era accaduto, si chiedeva cosa avrebbe potuto fare se avesse incontrato un altro Spirito Morto, ma lavorava tanto da non sentire la stanchezza e da dimenticare a volte persino la paura.

Quando però molti dei corpi dei soldati uccisi nella Battaglia della Vittoria Alata furono recuperati e arsi in un’unica pira, anche a lei fu consentito di andare. Era un onore da parte di una città che doveva contare sulle proprie risorse come nessun’altra. Le fiamme durarono a lungo, bruciando i morti e molto del legno ormai irrecuperabile che era stato sostituito dai falegnami nelle costruzioni abbattute.

E prima che fosse appiccato il fuoco, tra i corpi Drith cercò l’Orso dalla testa spiccata. Il suo nome era stato in vita Ovar raenth Spadarossa.

Per ringraziarlo di averla salvata dallo Spirito Morto, come ora sapeva Hcontor aveva fatto molte volte, Drith pose accanto al suo corpo un piccolo rametto di tasso nero, e la sua sposa, un’Astoriera della Caccia Bianca dal volto triste e solenne, le rivolse un cenno di ringraziamento mentre Roni raenth, che doveva essere uno dei suoi figli, la fissava, cupo, stringendo la mano di una bambina magra e sparuta con il viso pallido e l’espressione opaca.

Drith trasse un sospiro, poi si allontanò con il cuore pesante. Aveva promesso e avrebbe fatto di tutto per mantenere, si disse mentre veniva appiccato il fuoco. Un giorno avrebbe combattuto per Marca; e Roni e Deva sarebbero stati con lei.