IL SANGUE DEI PUGNO
Anno della Morte Ruggente – 591°
dall’Inizio dell’Assedio
Il banco di pietra su cui sedevano i Capo Arma e i Conservatori delle Arti ospitava quel mattino un buon numero di Vicecapi e Viceconservatori. La Battaglia Ruggente, com’era stata battezzata subito dagli Scrittori, aveva impoverito le fila di ciascuna Arma e Arte e molti erano rimasti alla riorganizzazione delle forze.
Chori Acuto però c’era. La disposizione del Viceré era stata onorata anche se non la condivideva del tutto. Pochi giorni non avrebbero fatto differenza per i giovani da assegnare, ma ne avrebbero fatta molta per i Capo Arma e per i Conservatori. Così la responsabilità della scelta dei nuovi giovani sarebbe caduta su esaminatori più inesperti, con un probabile maggior numero di errori. Anche per questo aveva trovato il tempo di essere lì di persona. Aveva bisogno di scegliere direttamente i suoi praticanti, di misurare le loro capacità. Ma era lì, se non voleva mentire a se stesso, soprattutto perché era il turno di Drith.
Sapeva che Drith aveva atteso pazientemente fuori dalla porta, sapeva anche cosa aveva provato quando aveva visto entrare il suo amico Roni, che quasi sicuramente sarebbe stato un Orso come era stato suo padre, e poi la esile Deva per cui lui stesso avrebbe dato la sua preferenza per la Società Sperimentale, viste le risposte corrette a domande su cui molti cadevano.
Lo sapeva perché a suo tempo anche lui aveva provato quelle sensazioni il giorno dell’Assegnazione.
Nonostante questo quando Drith oltrepassò la porta e l’ultimo spiraglio si richiuse alle sue spalle, Chori Acuto si sentì tremare.
Sua figlia rimase immobile, inerte, con il braccio al collo.
Sembrava già così grande eppure al tempo stesso era ancora così piccola che il pensiero che in pochi anni avrebbe dovuto combattere era mortificante.
Seicento anni e nessuno di loro aveva saputo porre fine all’Assedio, anzi, adesso tutto puntava proprio sulla nuova generazione e su Drith.
La vide avanzare di fronte a loro impettita e tesa e, senza posare i suoi occhi su di lui, depositare di fronte all’Arma o all’Arte da cui avrebbe voluto essere scelta il suo sigillo di certes, come tutti i ragazzi avevano fatto.
Essere a conoscenza di un’aspettativa delusa, poteva rivelarsi molto utile durante l’addestramento, e rendere più semplice superare la frustrazione di essere stati rifiutati dall’Arma prescelta, pensò, ma il suono del metallo sulla pietra gli fece serrare gli occhi. Pipistrello. Drith avrebbe voluto diventare un soldato volante. Lo aveva sempre saputo, ma il cuore gli si strinse tormentosamente in petto, infiniti rischi gli si affastellarono nella mente: cadere in territorio Landiano o Occlumsaac; essere catturata, torturata e uccisa per rivelare informazioni su Marca. Guardò torvo il sigillo luccicante di fronte ai piedi del Vicecapo Alanera e seppe che il suo volto ferreo, segnato dalle cicatrici di tracciante e dalla stanchezza dell’ultima battaglia, stava studiando accuratamente sua figlia. Anche lui aveva trovato il modo di esserci in prima persona e sapeva essere rigoroso.
Il silenzio fu spezzato dalla voce di Drith che, tremando leggermente, comunicò il suo nome e la sua età. Subito dopo cominciarono le domande dei Conservatori e poi dei Capo Arma e a tutti Drith rispose senza esitare, dimostrando predisposizione per l’Apotecariato ma anche per l’arruolamento nelle Aquile, nei Ragni o nei Pipistrelli con un’ottima capacità di riflessi, una straordinaria resistenza e un ottimo equilibrio.
Chori Acuto fece solo due domande, poi la lasciò agli altri anche se dovette lottare con se stesso perché avrebbe preferito tenerla vicino a sé, alla Torre. Quando l’esame fu terminato e Drith congedata, le porte furono chiuse e le Assegnazioni degli ultimi cinque ragazzi che erano stati valutati furono rapide.
Come aveva previsto, Roni fu assegnato agli Orsi e il suo sigillo intascato da Ruggente; lui stesso riuscì a farsi assegnare senza difficoltà la sorella Deva; il giovane Hcevac raenth Mordenti fu conteso tra Ragni e Talpe per poi venire assegnato ai primi mentre Tirras raenth Cuspide venne concesso alle Aquile senza troppi perché: la sua vista acutissima parlava da sola.
L’assegnazione di Drith fu l’unica che creò dibattito. Sarebbe potuta diventare un ottimo Apotecario secondo il Conservatore Spaccadenti, ma anche Aquile, Ragni e Pipistrelli avevano le loro buone ragioni per richiedere che fosse assegnata a loro. Aveva buone speranze di diventare un ottimo soldato e c’era bisogno di sangue nuovo, soprattutto tra Ragni e Pipistrelli.
La secca discussione si protrasse per qualche istante, infine il Vicecapo Alanera scosse la testa. «Ebbene, nessuno qui lo nega» disse aspro. «Potrebbe diventare un ottimo elemento in diversi campi, la figlia del Conservatore Acuto, e di questo lui stesso può essere orgoglioso. Ma il punto è che dobbiamo valutare tutte le sue capacità e non possiamo ignorare l’equilibrio di cui weir Acuto ha dato prova sulla corda, la sua prontezza di riflessi e l’intuito con cui ha dato ben due possibili soluzioni di attacco sullo schema di battaglia. Nessuno degli altri ha dimostrato queste doti combinate insieme e la scarsità di Pipistrelli davvero dotati tra cui ho potuto scegliere sino a questo momento è paragonabile solo alla necessità che avremmo di questi soldati e su cui sempre meno possiamo contare» disse. Tacque un istante e poi aggiunse: «L’equilibrio e i riflessi sono essenziali per il volo ma più di tutto la capacità di vedere la situazione delle truppe nemiche dall’alto e di decidere il punto d’attacco improvvisando, queste sono le doti necessarie a un Pipistrello. Non è un genio ma ha buone possibilità di diventare un ottimo soldato volante e non solo un buon Apotecario o un buon Ragno. Non sta a me farvi notare che se avessimo avuto più Pipistrelli, forse non avremmo comunque vinto l’ultima battaglia, ma ci sarebbero stati meno morti; tutti in questa stanza ne siamo consapevoli.»
«Si prospettano tempi difficili. Chi ti dice che continueremo a volare ancora a lungo? Il volo porta via risorse e tempo. Chi dice che non potrebbe rendere di più come Ragno?» sibilò Tila weir Ammazzadraghi, Vicecapo dell’Arma.
Gli occhi di Alanera lampeggiarono. «Il volo ci distingue dai Landiani e dagli Occlumsaac. E può fare la differenza. L’urgenza di noi tutti di trovare nuovi soldati deve obbligarci più che mai a far sì che siano le doti dei giovani e le necessità di Marca a dettare le nostre scelte; niente altro. Chiedo quindi di avere priorità per assegnare weir Acuto all’Arma dei Pipistrelli, anche in considerazione del fatto che era la scelta della giovane e che è ragionevole pensare che questo la motivi ancora di più nel suo apprendistato. Ci sono obiezioni?» concluse fissando gelido Tila.
«Se tu fossi meno esigente quando li scegli, avresti più soldati» gli fece notare acido Spaccadenti.
Ma Alanera gli rivolse uno sguardo freddo come la pietra. «Avrei solo più morti e più macchine volanti distrutte. Uno spreco di sangue e di risorse delle quali conosco il valore e ho rispetto» ribatté semplicemente.
Spaccadenti sbuffò e, con un fluido movimento e quell’insolenza che passava troppo spesso e immeritatamente per arroganza, Alanera si chinò a raccogliere il sigillo di metallo e lo fece scivolare nel suo borsello.
Dopo quasi ottanta ragazzi esaminati ci fu il tintinnio di un solo altro sigillo in quella borsa e Acuto serrò le labbra. L’addestramento di Drith sarebbe stato duro, ma se era vero che Alanera non lasciava impunito nessun errore, era anche vero che premiava i meriti. Il Vicecapo dei Pipistrelli sedette lanciando un rapido sguardo verso Acuto, e Chori fece un rapidissimo, quasi impercettibile cenno d’assenso. Non sapeva se potesse considerare Alanera un amico, ma di certo lo stimava, e la stima era reciproca. Razionalmente, se non si fosse trattato di Drith, non avrebbe avuto dubbi. Sarebbe stata una scelta ovvia. Dunque cercò di pensare a questo e, subito dopo, la porta fu riaperta per comunicare le Assegnazioni ed esaminare altri cinque candidati.
Chori Acuto avrebbe voluto parlare con sua figlia, ma avrebbe avuto da fare ancora per molte ore e sospirò profondamente. Dovette accontentarsi della sua espressione raggiante come quelle dei suoi compagni. Pensò alla sua amata Nica e pregò che davvero la sua fosse stata la scelta migliore. Poi sperò di non doversi mai pentire di non essere intervenuto per impedirla.
Drith attese con le gambe molli che le venisse dato il lasciapassare per la Torre di Volo e non poté fare a meno di notare che ne erano stati assegnati solo due.
«Già, due!» bofonchiò il giovane Pipistrello notando dov’era diretto il suo sguardo. Aveva sedici o diciassette anni, un viso smilzo dall’aria drammatica e due occhi acquosi.
«Ma quanti sono stati assegnati finora?» chiese lei.
«Ottantacinque, credo... be’, potrei non essere così preciso sul numero. La noia qui è mortale e mi sembra tutto uguale da ore. Forse novanta» rispose lui, indicando con il lungo mento la fila di ragazzi che dovevano ancora affrontare le prove e torcevano le mani nervosamente, in un silenzio di tomba.
Gli occhi di Drith si ingrandirono e si fissarono sulla fila. Avrebbe voluto incoraggiarli ma non poteva parlare con loro e il giovane ridacchiò, probabilmente leggendole nella mente.
«Ma si sa, il Vicecapo Alanera è inflessibile. Prende solo quelli che hanno buona probabilità di non sfasciare le sue macchine, il che significa: pochi. Molto pochi. Saremo fortunati se in tutto prenderà una decina di Pipistrelli.»
«Ma...»
«La cosa non dovrebbe stupirti, recluta. Il nostro è un corpo molto speciale. Le macchine volanti costano fatica e materiali, molto più di una spada, non so se mi spiego. E imparare a farle volare è complesso... Non possiamo averne molte e quindi sarebbe inutile avere duecento Pipistrelli ad Assegnazione. Anche se, per la verità, potrebbe sceglierne qualcuno in più» sogghignò. Aveva denti che sembravano squame di pesce-scaglia buttate a caso in bocca, bianchissime. Lui continuò: «Questo significa che una Torre di Volo è un posto maledettamente piccolo, in cui hai sempre da fare e, se non ne hai, te ne trovano subito e dove non c’è spazio per infilarsi nemmeno un dito nel naso senza che il Vicecapo lo sappia. Siamo talmente pochi che controllano anche se... be’, non importa, questo era tanto per mettere le cose in chiaro. Non aspettarti vita facile» aggiunse, tossicchiando, come se si fosse impedito di dire qualcosa che non doveva appena in tempo.
Drith pensò ad Aradar, che era felice di quella vita e non poteva più viverla e provò un guizzo di avversione per il giovane Pipistrello che aveva davanti e si comportava come se odiasse stare lì e ritenesse cosa da poco occuparsi delle reclute.
Sollevò un sopracciglio e la rastrelliera di denti sparsi brillò in un altro sogghigno. «E ora ecco quello che devi sapere. L’entrata in servizio per i novellini è domani, due ore prima dell’alba. Sii puntuale o avrai la tua prima sanzione e non sarà uno scherzo. Il Primo Volo vi aprirà la porta della Torre e vi mostrerà le cose che dovrete sapere. Le dirà solo una volta quindi sarà meglio che tu tenga le orecchie aperte perché non gli piace ripetere due volte la stessa cosa. Vi mostrerà dove sono le unità, le camerate e la mensa. Vi assegnerà i turni di lavoro comune e vi darà abiti adeguati. Dovete portare solo un mantello da inverno, un cappuccio da estate e un pugnale da cintura. Tutto il resto vi verrà fornito. Vi dirà lui come sarete organizzati per le libere uscite ma non ne vedrete una prima di sei mesi, quando vi avranno messo in riga per bene, quindi non aspettatevi favori da nessuno. All’inizio pulirete pavimenti, latrine, staserete tubature e sbrigherete cose che nessun altro vuole fare. Chiaro?»
«Chiaro» annuì compunta Drith.
«Bene. Allora ti conviene uscire di qui e goderti la tua ultima boccata d’aria in libertà, prima che t’impegnino ogni ora, ogni minuto e ti dicano persino quando respirare là dentro» aggiunse a voce più bassa. Lei afferrò il lasciapassare con le mani che tremavano leggermente e si avviò fuori dal palazzo. Nel cortiletto interno rivolse un’occhiata verso la Porta degli Orsi, da cui i nuovi assegnati entravano subito nel Quadrato d’addestramento.
Roni si limitò ad alzare una mano per salutarla, radioso, mentre gli calcavano in testa un elmo e gli facevano indossare un corpetto rivestito di piastre di metallo pesante, per abituarlo al peso della cotta e all’elmo in testa. Da un angolo sua sorella lo fissava, con le lacrime agli occhi, circondata da Hcevac, che faceva lo sciocco per tirarle su il morale senza riuscirci, e Tirras, che cercava di distrarla mostrandole la penna di aquila nera intagliata che gli avevano dato da portare al collo, come lasciapassare per le Arcerie di addestramento. Sprizzava orgoglio da tutti i pori.
«Aquila! Come mio padre, mia madre e i miei avi per più di sei generazioni! Puoi dire lo stesso, Acuto?» esclamò vedendola.
«No. Mi limiterò a essere Pipistrello: come me stessa da adesso!» ridacchiò Drith mentre mostrava il suo lasciapassare: un occhio inciso in una mezza luna di legno. In effetti tra gli Acuto era la prima a essere stata assegnata ai Pipistrelli ma tra i Pugno no e questo la faceva sentire ancor più orgogliosa.
«Complimenti Drith! E tu smettila di gonfiare le penne. Non sei ancora un’Aquila; sembri piuttosto un pettirosso saltatore! Tutt’aria e niente sostanza» esclamò Hcevac battendo la mano sulla schiena dell’amico con un vigore tale che quasi lo mandò lungo disteso per terra. Cominciarono a discutere e a spintonarsi ridendo e Drith si avvicinò a Deva indicando Roni che scompariva oltre la porta degli Orsi.
«Vostro padre ne sarebbe stato fiero» le disse lentamente.
«Lo so ma... non potremo vederci quasi più. Lui avrà tanto da fare. Io anche e non riusciremo a vederci. Nessuno di noi» borbottò Deva, soffocando un singhiozzo.
Drith represse le proprie paure e pensò che un anno di differenza non era un solo anno, in certi casi. «Ma sì che ci vedremo, di tanto in tanto. Certo non potremo passare più tanto tempo insieme, ma non ci perderemo di vista, vedrai. E comunque non devi essere triste... Su una cosa posso rassicurarti: se mio padre ti ha scelto è perché ha visto che nella tua testa ci sono un sacco di buone cose. Non ti far spaventare dalla sua aria sempre distratta e tieni conto che, a parte questo, è l’uomo più in gamba del mondo. Non ti troverai male alla Società Sperimentale. Posso assicurartelo.»
Lei la fissò, gli occhi pieni di dubbio e sconforto. «Ma non sono entrata in un’Arma come tutti voi. Roni penserà che sono una inutile ragazzina e mio padre...» borbottò lei, frustrata, senza riuscire a finire la frase.
Drith rimase di sasso. Avrebbe dovuto immaginarlo, pensandoci bene. Deva si sentiva messa in disparte. E magari giudicata inferiore. «Ognuno di noi ha il suo scopo, in ogni Arma ma anche in ogni Arte. Anche in quella dei Caprai. Ma soprattutto nella tua» osservò, ricordando come l’aveva rimproverata Aradar il giorno in cui aveva considerato le Armi meglio delle Arti. «Sono certa che tuo padre ne sarebbe stato orgoglioso. E poi un Orso in famiglia basta e avanza; vedremo la fine della guerra solo lavorando ciascuno in quello in cui possiamo essere più bravi e continuando a tenere in conto l’uno la parola dell’altro» disse con fermezza. «Tu aiuterai mio padre a progettare la prossima macchina volante, io la collauderò, con quella aiuteremo Lupi, Orsi e Aquile a schiacciare i nemici e sfido chiunque a dire che il tuo o il mio compito non sarà stato onorevole come e forse più dell’ascia di un Orso.»
Deva la fissò e Drith fece spallucce. «L’unica cosa importante è che tu ce la metta tutta. Marca lo vedrà e lo saprà.»
Deva annuì. «Marca lo saprà» ripeté.
E quando alzò gli occhi, Drith si trovò fissata da Nortigaar, che aveva appena preso per la collottola Hcevac e Tirras e gli aveva fatto sbattere la testa insieme, costringendoli a calmarsi e a fare silenzio. La fila di ragazzi in attesa li fissava attonita e qualcosa nella profondità dello sguardo penetrante nel volto pitturato del giovane Serpente e nel lampo di approvazione che vi era comparso la fece arrossire. Doveva essere lì per accogliere i nuovi Serpenti. Aveva sentito quello che aveva detto a Deva?
Con un tremolante sorriso di saluto, Drith serrò le dita attorno al suo lasciapassare e rabbrividendo sin nel midollo uscì dal palazzo insieme agli altri, nell’aria fumosa di Marca, per andare a raccontare tutto a Canador e a Menia.
Prima di uscire, però, si voltò e incrociò di nuovo quegli strani occhi cupi che continuarono a fissarla finché non fu sparita. Solo allora realizzò ciò che l’aspettava quella stessa notte e orgoglio, aspettativa e curiosità svanirono. Perché, anche se nessun altro lo sapeva, per lei non era ancora finita.
Drith aveva atteso che Menia e Canador andassero a dormire per uscire. Suo padre avrebbe trascorso la notte impegnato con le ultime Assegnazioni, ma lei non poteva aspettare. Così, con un fagotto leggero che conteneva ciò che il Pipistrello le aveva detto di portare con sé, una mela e un pezzetto di formaggio stagionato per la colazione, Drith uscì dalla sua casa, e intabarrata nel corto mantello estivo sgusciò nell’ombra delle strade piene di gente anche di notte. Passò facilmente inosservata.
Raggiunse l’Altamarca e, scivolando dietro alcuni magazzini che erano stati costruiti a ridosso della cripta dei Pugno, distrasse il loro guardiano, un tipo grasso dalla faccia sonnolenta e con l’insegna dell’Arte delle Acque sul petto, lanciando una manciata di brecciolino contro una porta di legno più avanti.
L’uomo scattò sull’attenti e gridò il chi va là, ma non ricevendo risposta si spostò cauto verso il lato buio della strada quanto bastava da permettere a lei di passare oltre le due lampade che illuminavano l’ingresso del magazzino e scendere di fianco alla costruzione, verso il lato della cripta dove si trovava l’ingresso del sepolcro di Hiccam. Come il lato esposto verso la strada, anche l’ingresso della cripta era coperto di rampicanti inselvatichiti e Drith faticò non poco per trovare l’ingresso di pietra scolpita, chiuso con un intrico di catene fissate a un lucchetto di cui probabilmente solo il Viceré aveva la chiave. Drith non poté fare a meno di chiedersi per quale motivo ci fosse una chiave, se per proteggere il corpo di Hiccam dalla profanazione o se per proteggere Marca dal suo spirito infuriato; ma scacciò il pensiero e cercò di provare a entrare. Staccò la spilla con cui teneva fermo il mantello e usò la punta per far scattare la serratura. Non ci volle molto e a quel punto, ringraziando sua madre Nica, a cui era appartenuto quel semplicissimo spillone, Drith alzò gli occhi per guardare il lembo di pietra della porta e si fermò.
Le tremavano le gambe, il cuore le rombava nelle orecchie e il sangue pulsava sulle tempie, ma doveva farlo, così posò la mano sull’anta di pietra sotto i rampicanti e, serrando gli occhi, la spinse.
Anni di aria chiusa, piena di polvere e muffa la investirono togliendole il fiato e, a capo basso, quasi per impedirsi di pensare, Drith fece un passo avanti.
Il gelo sembrò innalzarle un muro intorno e solo il silenzio la costrinse a riaprire bene gli occhi. Non vide nulla. Solo oscurità.
Poi la porta si chiuse alle sue spalle e una voce dalla stessa direzione disse: «Non voltarti».
Drith rimase immobile, pietrificata. Aveva già sentito quella voce, anche se l’ansia le impediva di ricordare dove o come. Ed era fredda e tagliente come l’oscurità che le si stringeva intorno.
Hiccam Voce Tonante si mosse nell’angusto spazio della cripta in un susseguirsi di fruscii intensi. «“Insegnami come e io lotterò per Marca”» ringhiò poi con voce scura e sommessa. «Sei tu che l’hai detto? Parla e saprò se la voce era la tua» sibilò, così vicino al suo orecchio da farla rabbrividire.
«Sono stata io» disse Drith. La sua voce echeggiò con un tremito nel freddo della cripta. Le rispose il silenzio.
Drith poteva sentire il proprio fiato condensarsi in vapore; provava l’impulso irresistibile di voltarsi e vedere Hiccam Pugno, qualsiasi prova avesse in serbo per lei, ma attese, continuando a chiedersi da dove provenisse il ricordo confuso di quella voce.
«Forse» bofonchiò infine lui. «Ma c’erano altri con te» aggiunse seccamente.
Drith deglutì. «Amici. Mi hanno visto e raggiunto. Hanno giurato con me» rispose, cercando di tenere ferma la voce.
Passi spettrali, faticosi ma precisi come rintocchi, girarono intorno a lei. «Ti hanno raggiunto... Nessuno da anni, molti anni, posava la mano su queste pietre» rifletté meravigliato. «E hanno formulato lo stesso giuramento, dici.»
Drith serrò le dita attorno al pacchetto in cui aveva legato le sue poche cose e ripensò agli occhi di Roni. All’espressione che vi aveva letto. «Non a parole» mormorò.
Le rispose una breve risata, cupa e spezzata. «Non a parole» ripeté Hiccam Voce Tonante. «E come sai che non hai visto in loro solo ciò che desideravi vedere?»
Drith tacque. Non sapeva come, ma sapeva che se Roni avesse tenuto fede a ciò che era adesso, a ciò che gli aveva insegnato suo padre e al giuramento degli Orsi, non avrebbe mancato. Non aveva forse la mente per costruire catapulte ma sapeva riconoscere d’istinto cosa era giusto e cosa non lo era e se avesse dovuto scegliere a fianco di chi combattere in campo aperto, Drith avrebbe scelto Roni anche subito.
«Combatteranno con me per liberare Marca. So questo. E non posso chiedere altro; ma anche se potessi, avere la loro parola non significherebbe molto di più» disse rigidamente.
Hiccam emise uno strano sibilo. «Oh, sì. Combatteranno» ribatté tetro. «Avrebbero forse altra scelta, intrappolati qui? Certo che lo faranno. Il ragazzo per onorare la memoria di suo padre, e per vanità e orgoglio; per dovere, se sarà abbastanza intelligente da capire. Sua sorella quasi certamente solo per paura di cosa accadrebbe se non lo facesse. Combatteranno. Ma saranno pronti a seguirti anche se non fosse più l’unica cosa che possono fare? Quando dovranno scegliere non se sacrificare qualcosa ma cosa sacrificare?»
Drith si mordicchiò le labbra. «Non lo so. Ma mi fido di loro.»
«Ah» osservò infastidito lo spettro. «Ma la fiducia non è un bene senza prezzo» schioccò. «È un privilegio di cui potresti non essere solo tu a pagare il costo. Sentiamo. Fin dove sarai disposta a spingerti, tu, per seguire il tuo sangue Pugno? E fin dove per opporti a esso?» chiese seccamente, avvicinandosi.
La sua voce tagliava come una lama, così piena di rabbia e gelo che Drith fremette violentemente e non rispose subito. Il freddo vorticò, i passi si fecero vicini, poi si fermarono. «Rispondi! Fin dove?» tuonò lo spettro.
La sua voce echeggiò nella cripta, facendo tremare Drith da capo a piedi. Non somigliava a Hcontor, lui era sempre stato severo ma gentile, e Drith s’irrigidì, desiderando solo di trovare il coraggio per voltarsi e affrontarlo. Sfidarlo a mostrarsi invece che minacciare nascondendosi nel buio. Sfidarlo a fidarsi di lei. Ma qualcosa, uno strano presentimento, sembrava bloccarla, insieme alla sensazione di essere una bambina ai suoi occhi.
«Non lo so» dichiarò alla fine, quando l’ultima eco della voce dello spettro si fu spenta contro la pietra.
«Allora è il momento che tu stessa te lo chieda e trovi risposta» schioccò la voce.
Poi si mosse, Drith sentì un’onda gelata sollevarsi come per colpirla e fermarsi esitando, infine avventarsi contro di lei. Chiuse gli occhi e una mano, nel nero intenso della cripta calò sulla sua spalla con la rapidità di un falco e le serrò carne e ossa, trapassandole con forza tale da strapparle un lamento. Il presentimento divenne realtà. E Hiccam Pugno fece ciò che facevano gli spiriti morti: riversò su di lei amarezza, sofferenza e odio conservati e nutriti tanto a lungo che per un brevissimo, atroce istante Drith divenne Hiccam Voce Tonante.
Fu come essere colpita da una folgore. Il mondo divenne di una luminosità straziante, niente sembrò più esistere, neppure l’oscurità della cripta; ogni centimetro di pelle del suo corpo esposta all’aria prese a bruciare e a ulcerarsi e a piagarsi; il dolore le tormentò la carne, un dolore mille volte più acuto di quello che aveva provato quando si era bruciata il braccio al sole e mille volte più maligno, perché sapeva, esattamente come aveva saputo Hiccam quando era vivo, di non poterlo evitare e di doverci convivere.
Come l’aveva sentito lui, sentì con vibrante chiarezza ogni osso sfaldarsi lentamente, ogni articolazione gemere e scheggiarsi, straziando la carne, gli occhi bruciare e la vista annebbiarsi per svanire in un pozzo opaco. Sentì attraverso i suoi occhi la pena di chi aveva avuto intorno, la paura, i dubbi e l’orrore spezzarle il cuore come l’avevano spezzato a lui. E sebbene sapesse che era solo un breve minuscolo istante, visse ciò che Hiccam Pugno aveva dovuto sopportare per giorni e anni, prima di poter morire. E seppe cosa aveva spaventato tutti i Pugno entrati lì dentro prima di lei tanto da scegliere la Morte Pura piuttosto che... quello.
Ogni barlume di orgoglio e di ingenua presunzione giovanile scomparve, sostituita dal terrore. Ogni impulso di biasimo per chi era fuggito si dileguò e la consapevolezza che questo sarebbe capitato anche a lei le fece serrare i denti fin quasi a romperli. Il dolore le inondò le guance di lacrime senza che neppure se ne rendesse conto e la fece crollare in ginocchio, senza fiato e senza nemmeno la forza di gridare.
Se Hiccam Pugno aveva dovuto sopportarlo per una vita, però, per lei fu solo un istante e, così com’era arrivato, di colpo l’istante passò.
Hiccam strappò via la mano dalla sua spalla e tutto svanì; coperta di sudore freddo e assalita da un violento mal di testa Drith riprese a respirare e l’aria gelida della cripta sembrò tagliente come una lama.
«Quanto? Quanto sarai disposta a sopportare?» ringhiò Hiccam. La sua voce era amara, piena di fiele e disgusto ma il vuoto che le intorpidiva le membra e la testa, così simile a quello che aveva provato quando era rimasta ferita per l’esplosione, le fece riconoscere la voce; era la stessa che l’aveva salvata il giorno in cui era morto Aradar.
Stavolta Drith si raggomitolò contro uno spigolo freddo e duro che doveva far parte del sarcofago in cui era chiuso il corpo di Hiccam, cercando di combattere contro l’impulso di fuggire e non rientrare mai più lì dentro, per non dovere più sopportare quell’angoscia. Le lacrime le pungevano gli occhi e, intorpidita, si chiese come poteva il figlio di Hcontor essere una creatura tanto crudele da sottoporre i suoi stessi figli a quello a cui aveva sottoposto lei. Da togliere loro tutte le speranze quasi prima che iniziassero a coltivarle... Cercò di riprendere abbastanza fiato per andarsene e cercare un altro modo, un’altra soluzione, un’altra vita mentre, immobile, lo spettro restava immerso nell’oscurità. Gli occhi quasi ciechi erano fissi su di lei ma non alzò il viso per guardarlo.
I pensieri le lampeggiavano nella testa, martellando. Ora sapeva quale fosse stato il suo aspetto poco prima di morire. Sapeva che adesso non aveva bisogno degli occhi per vedere, e che l’oscurità non era un problema per lui come non lo era per alcuno spettro. Ma sapeva anche di non volerlo vedere e di non voler più guardare nessuna luce, neppure quella flebile di una candela, finché un’altra consapevolezza le si addensò in petto. Quella di quanto fosse stato atroce per lui, che era sempre stato forte e vigoroso, diventare quella deforme creatura. E si rese conto che adesso, nonostante non lo desiderasse più, riusciva a vedere la sua debolissima, polverosa figura anche attraverso l’oscurità.
Hiccam Pugno scintillava quasi di luce propria.
Si sentì piena di pena e poi di odio. Se aveva salvato lei avrebbe potuto salvare anche Aradar. E Marca! Perché stava lì dentro a compatirsi e compiangersi e a odiare? Cercò di raccogliere le forze per andarsene ma la voce di Hcontor le tornò alla mente, triste e amara com’era stata sempre quando le aveva parlato di suo figlio: “...non tutti sono rimasti al suo fianco” le aveva detto. E asciugandosi nervosamente il viso bagnato altre parole le rimbalzarono in mente: “Concedigli questa possibilità”.
“Perché?” avrebbe voluto chiedere. Ma Hcontor non c’era più e le restava solo Hiccam. Il ruvido, amaro e rabbioso Hiccam.
Rabbrividì violentemente e, con il sapore della bile in bocca, stanca e svuotata, capì anche quello. Nello stesso modo in cui non riusciva più a giudicare nessuno di coloro che si erano arresi alla Morte Pura, non poteva giudicare neppure Hiccam. Non per averle mostrato quello a cui era stato sottoposto. Non lo aveva fatto per arroganza, né per essere compatito. Non aveva salvato Aradar o Marca, solo lei... ma non per sua volontà, si costrinse a riflettere. Aveva parlato a lei e lei sola poteva sentirlo... era stata lei a non salvare Aradar. A non capire in tempo. A esitare. E quando riaprì gli occhi lo spettro era ancora lì, in attesa.
“...ma non tutti sono rimasti al suo fianco...” ricordò Drith.
Eppure lui era ancora in attesa. Hiccam Voce Tonante si era sacrificato continuando ad aspettare qualcuno che ascoltasse quello che aveva da dire. E che non esitasse. Aspettava immerso in quel dolore anche se non aveva più corpo, in quella rabbia anche se doveva esserne stanco. Avrebbe potuto arrendersi, raggiungere in pace i suoi antenati e sua moglie oltre il Passaggio; dimenticare le sue sofferenze e continuare il suo viaggio. Ma non lo aveva fatto. Da seicento anni si era costretto a rivivere la propria vita e la propria morte e ciò in cui si era trasformato e consumato lentamente. Una tortura che era stata una sua scelta, per ricordare e aiutare i vivi anche se era così lontano e distante da loro.
Non si era arreso per poter restare a fianco di suo figlio Weru, poi per i suoi nipoti e i suoi pronipoti; per aiutarli contro gli Occlumsaac e per salvare Marca e... gli Uomini. Non li aveva abbandonati proprio perché sapeva bene a cosa sarebbero andati incontro. Solo che, a un certo punto, nipoti e pronipoti avevano abbandonato lui.
Un altro brivido la scosse al ricordo delle sensazioni che le aveva trasmesso e Drith sentì sbattere i propri denti gli uni contro gli altri e represse un singulto; poi si premette le dita sugli occhi, per scacciare lacrime e paura. Non voleva piangere. Odiava l’idea di farlo.
«Accadrà anche a me?» disse, con il tono di una constatazione.
Conosceva già la risposta e Hiccam Voce Tonante emise un mezzo sospiro gracchiante. «Forse sarà peggio, forse meglio. Ma sarà così. Ero un Lupo e non potevo scegliere da che lato del campo combattere, se al sole o all’ombra, e molte cose della Condanna fui il primo a viverle sulla mia pelle...» Si fermò, passò i denti gli uni sugli altri e la sua voce sembrò addolcirsi quando indicò il lasciapassare appeso al suo collo e la bruciatura alla sua mano. «Ma tu alcune di quelle cose le sai già; altre puoi impararle da me. Inoltre sarai Pipistrello.»
Lei annuì. «La notte è la mia corazza» disse poi, ripetendo distrattamente il motto dell’Arma con le labbra che ancora tremavano. Lui continuò a fissarla con i suoi occhi distanti.
«Come... come siete riuscito a sopportarlo così a lungo?» balbettò infine, scuotendosi.
Hiccam tacque per un lungo battito del cuore di Drith, continuando a fissarla, e stavolta lei non sfuggì i suoi occhi, costringendosi a fissare l’aspetto orribile con il quale era morto ma soprattutto a cercare di vedere ciò che ancora traspariva dietro l’aspetto atroce. Un uomo. Niente di più che un semplice soldato della Marca di confine che non si era limitato a obbedire come un fantoccio ma che in un tempo lontano aveva fatto del proprio coraggio la sua unica vera arma. E che era finito all’inferno per salvare la sua gente.
«Sangue Pugno» disse alla fine, la furia che lo animava celata sotto un’apparente calma. «Sangue di gente ostinata. Non avrei potuto lasciare Marca da sola sapendo che potevo essere l’unico in grado di aiutarla a sconfiggere ciò che davvero la minacciava. Sapevo che avrebbero dimenticato. Tutti prima o poi dimenticano. Ma non gli Occlumsaac» ringhiò. Poi scosse la testa: «Non era ciò che desideravo, ma era mio dovere. Mi avevano condannato, gli Occlumsaac, credendo di potermi usare; ma io potevo impiegare quella condanna contro di loro. Loro stessi avevano creato il mio sangue. Sangue Pugno. Io l’ho solo usato contro di loro» ribadì amaro, serrando le dita delle mani nodose e scarnificate dalla Condanna. «Marca mi aveva scelto come Comandante sul Seggio di Guerra; avevo giurato di restare al mio posto. E Marca meritava che rimanessi al mio posto finché...»
«...non fossimo riusciti a sconfiggere gli Occlum» mormorò Drith. Il volto dilaniato di Hiccam Voce Tonante si piegò in un’espressione che somigliava all’incomprensione che aveva visto poche ore prima sul volto di Menia per la sua gioia di essere stata assegnata ai Pipistrelli, così si sentì sorridere. Era stanca, spaventata e infreddolita, ma poteva capire il miscuglio di dovere, compassione, pena e dolore che lo aveva tenuto lì.
Hiccam Pugno emise una sorta di sospiro. «Qualcosa in te mi ricorda qualcuno che avevo dimenticato...» Drith gli vide abbassare lo sguardo sulle sue mani. Gli vide osservare le cicatrici sulla sinistra. «Mio figlio. Aveva il tuo sguardo» disse alla fine.
Non doveva aver avuto più di quarantacinque anni quando era morto, nonostante ciò la Condanna l’aveva reso curvo, storpio e deforme come un vecchio. Eppure doveva essere stato un uomo imponente, prima di finire nella Coracca e, guardandolo in volto, Drith non ebbe dubbi del perché i Markenn l’avessero seguito, anche dopo il suo ritorno, anche dopo che si era tramutato in ciò di cui ora lei vedeva lo spettro; la forza che ancora alimentava il suo spirito scintillava intorno a Hiccam come pulviscolo nel sole.
Era rimasto perché era suo dovere, ma anche perché si sentiva responsabile. Forse colpevole.
Lei serrò le dita. «Quello che mi avete mostrato mi accadrà comunque. E io non voglio» mormorò. Le sue stesse parole le diedero forza, così si alzò in piedi, sollevando la testa per guardare Hiccam in viso, impettita. «Non voglio morire sul ceppo, senza aver cercato di fare qualcosa» scandì bene le parole. «Non voglio dire agli Orsi e ai Lupi, ai Serpenti e ai Leoni là fuori, e a tutti quelli che sono morti nella Battaglia Ruggente e in seicento anni di combattimenti che la loro vita è stata sprecata dall’inizio alla fine. Perché altrimenti potremmo aprire le porte e arrenderci. Sarebbe... sarebbe più semplice» mormorò poi battendo le palpebre e carezzando nell’oscurità la propria mano bruciata dal sole.
Gli occhi di Hiccam Voce Tonante scintillarono, improvvisamente accesi di uno strano fuoco lontano che brillò sul viso consumato. Ma anche diffidenti e scossi. «Sarai un Pipistrello. Non il primo tra i Pugno» disse severo.
«Sarò un Pipistrello come Gunnohra» annuì lei.
Hiccam Pugno serrò la mascella e la carne si tese sulle ossa esposte dello zigomo, ma Drith continuò a fissarlo a lungo e, per la prima volta, capì che c’era altro, oltre alla Condanna, che doveva aver spaventato gli altri Pugno prima di lei. E, molto tempo prima, anche Hiccam. Non era la voce degli spettri, o non solo, né il dolore, ma la consapevolezza che l’unica speranza di Marca era quella di una guida vera. E viva. Qualcuno che sapesse la verità e decidesse di fronteggiarla, per quanto orrenda fosse. Speranza e dovere pesavano adesso sulle sue spalle, quelli di Marca ma anche quelli di un antico e temerario spettro che aveva dimenticato se stesso per salvare la città di confine; perché la sopravvivenza di tutta la sua gente e la pace di Hiccam potevano dipendere da lei e lei avrebbe desiderato con tutta se stessa non illuderli né deluderli. E perché tutte quelle vite sembravano un macigno anche senza gli insopportabili sguardi di aspettativa sotto cui dovevano essere cresciuti tutti gli altri, educati all’ombra del Viceré allo scopo di salvare Marca.
Il respiro le si fece affrettato.
«Manca poco al canto della prima stridia. Due ore prima del sorgere del sole» disse lentamente Hiccam, scuotendola dai suoi pensieri. «Se ben ricordo il primo ingresso alla Torre di Volo è sempre stato due ore prima del sorgere del sole.»
Drith annuì. «Devo andare» disse, muovendo a fatica un passo. E poi un altro.
Hiccam rimase immobile. «Dovevi sapere per capire come affrontare ciò che nessun altro tra i Markenn deve affrontare. Ti dovevo la verità. La strada di Marca è già abbastanza terrificante senza bisogno di menzogne» sospirò secco, fissando ancora la mano di Drith.
Lei si sentì stringere lo stomaco e, ormai sulla soglia, scosse la testa e poi sollevò la mano. «Tornerò» disse, con un filo di voce.
Fu abbastanza. Hiccam Pugno rimase come una statua lucente nell’oscurità della cripta, severo e accigliato, ancora una volta in attesa com’era stato per secoli, e lei uscì, nell’aria fredda prima dell’alba. Non più bambina.
Sgomenta e come svuotata, si rese conto mentre camminava che lacrime silenziose le rigavano il viso e le asciugò in fretta, di colpo incredibilmente grata all’ultimo spettro dei Pugno rimasto tra le mura di Marca. L’ultimo e il primo di loro. Perché ora sapeva di non essere sola. Aveva qualcuno al proprio fianco. Qualcuno che avrebbe potuto capire e condividere con lei cose che nessun altro, neppure suo padre, avrebbe potuto.
Che aveva avuto il coraggio di affrontarle prima di lei.
E che lo aveva, ancora adesso, come lo aveva avuto per centinaia d’anni.