Quando Deva si rese conto che stava fuggendo da suo marito in preda al dolore, aveva già percorso metà della strada per la Conservatoria. Si era a malapena accorta della gente che le camminava intorno, indaffarata.

La luna era già in cielo. Nortigaar e Drith dovevano essere già partiti dalla Torre di Volo e anche lei doveva compiere il suo dovere, anche se non le piaceva affatto. Si morse le labbra, cercando nuovamente un’alternativa ma alla fine si rimproverò per la sua vigliaccheria. Si fermò, raccolse le proprie forze, come preparandosi a spiccare un salto nel vuoto, e “non hai scelta” pensò. “Nessuna.” Così si voltò e cambiò strada.

Si trovò a camminare contro un flusso di gente che saliva verso Mezzamarca, come se volessero impedirle di andare avanti, come se sapessero cosa sarebbe accaduto. Ma era una sciocchezza, ovviamente.

All’oscillare dei lumi i riflessi tremolanti scavavano ombre che sembravano moltiplicare la gente, ma non era nulla di diverso dal solito: a Marca la notte non era mai quieta e nemmeno il giorno. Per questo era definita instancabile. Anche se, ovviamente, non lo era affatto.

Mentre camminava a passo svelto, diretta verso il Deposito delle Acque vicino alle Fonderie, Deva si chiese se il giorno in cui fosse morta ci sarebbe stata quiete, se avrebbe sentito finalmente il suono del silenzio. Si domandò se le sarebbe piaciuto, poi scacciò il pensiero, entrò in uno dei vicoli delle Acque di Scolo e si fermò.

In quel punto non c’erano lumi e dovette aguzzare la vista nel riflesso che proveniva dalle finestre più alte. Individuò la scaletta di metallo come le era stato detto e, facendosi forza, si afferrò ai sostegni e salì rapidamente. Si trovò in cima a uno dei raccordi per le condutture che inviavano l’acqua dai depositi alle forge. L’odore acre del metallo era particolarmente forte lì, come pure l’aria sembrava più tiepida e umida che altrove. E il suono dei martelli punteggiava il silenzio, irregolare.

Aspettò che gli occhi si abituassero all’oscurità e alla fine distinse una piccola apertura di sfogo dei canali e si avvicinò. Tremando, guardò dentro con intensa determinazione, poi prese fiato e disse: «Il lupo non divorerà i giusti».

Dall’oscurità all’interno si sentì osservata ma si chiese se non fosse solo uno sciocco scherzo della sua mente. Forse lì dietro non c’era nessuno e lei stava facendo la figura della sciocca. Tuttavia rimase immobile in attesa, nel risuonare dei martelli sulle incudini e nel lontano sbuffo del vapore che saliva dalle fonderie, e proprio mentre stava per voltarsi e rinunciare ci fu uno scatto, un suono metallico e sul lato della parete, nel punto più scuro, riuscì a vedere l’orlo di una botola che si era appena aperta. Senza cigolii. Perfettamente oliata.

Sorpresa dall’improvviso fremito di eccitazione che l’aveva scossa, Deva fece due passi verso la botola. Poi si chinò ed entrò nella conduttura dell’acqua. L’aria divenne fresca e l’odore delle forge si stemperò in quello dell’acqua che correva intorno ai suoi stivali, sotto una grata.

«E i giusti non hanno timore del lupo» la sorprese una voce alle spalle, echeggiando nel budello di roccia.

Deva si voltò di scatto; nel debolissimo riflesso di una lanterna cieca, vide chi aveva aperto quel passaggio usato per la manutenzione dall’Arte delle Acque e impallidì.

«Vieni» aggiunse. «Non c’è molto tempo.»

La luna aveva iniziato a scomparire e la notte era tranquilla. Non c’erano stati segnali d’allarme durante la discesa, né traccianti avevano rigato il cielo notturno per illuminare l’oscurità. Il perimetro intorno al Quartiere era rischiarato solo da falò e bracieri che crepitavano nella notte.

Drith sistemò l’ultimo lembo del telone protettivo sull’ossatura del Vespertillo e sperò che fosse sufficiente e che sarebbero stati di ritorno prima della ricomparsa della luce della luna, anche se era più probabile che dovessero attendere che tramontasse per spostarsi. Ma aveva un cattivo presentimento e, se non fossero riusciti a completare la missione quella notte, avrebbero dovuto restare nel territorio collinare esposto alla luce del giorno fino alla notte successiva o a quella dopo ancora. Avevano provviste sufficienti ma da due giorni era iniziata la Stagione del Sole e restare nascosta nel Vespertillo, senza farsi trovare dai Dragoni, aspettando soltanto l’occasione per uccidere la Mano e poi quella per decollare non era un pensiero incoraggiante.

Sperò che il nascondiglio funzionasse. Si era interrogata a lungo su dove atterrare e alla fine aveva scelto quel punto, verso est, dove il territorio si faceva più irregolare, disseminato di basse creste incise a forza nel terreno e ricoperte a tratti di vegetazione. Tuttavia l’operazione l’aveva messa a dura prova perché aveva dovuto centrare uno stretto corridoio di rocce piatte e lunghe circondato da alberi e arbusti, al margine inferiore di una di quelle creste, con il rischio di spezzare un’ala.

Fortunatamente tutto era andato per il meglio. I proiettili a fluorescenza che Nortigaar aveva lanciato a illuminare debolmente il percorso di planata, si erano frantumati come previsto, ricoprendo la vegetazione e le lastre di pietra nascoste dalla cresta di una sorta di luminescenza visibile solo dall’alto. Per evitare di spezzare l’ultimo tratto dell’ala sinistra aveva dovuto sfruttare tutta la potenza delle contro-ventole di frenata che suo padre aveva installato per diminuire lo spazio necessario all’atterraggio, ma la macchina volante si era fermata esattamente due piedi prima di cozzare contro lo scheletro di un vecchio albero devastato da un fulmine.

A quel punto Drith aveva sentito Nortigaar riprendere a respirare. Lui aveva proposto altri punti di atterraggio, ma il comando in volo era suo e Drith aveva deciso che nessuno di quei punti sarebbe stato adatto a nascondere il Vespertillo a lungo.

«La nostra missione sarà breve» aveva osservato seccato quando Drith glielo aveva fatto notare. «Sempre che non ci fracassiamo contro qualche roccia o albero.»

Lei era scoppiata a ridere. «Be’, starò più tranquilla considerando di aver fatto il meglio che potevo per coprirci la fuga...» gli aveva detto e lui non aveva replicato.

«Nessuno ci ha avvistato, per il momento» la riscosse dai pensieri Nortigaar, scendendo a informarla di quello che aveva visto oltre la cresta. Lei fissò l’ultimo lembo del telo al picchetto e si voltò per incrociare gli occhi del Serpente.

«Il piano resta invariato?» gli domandò.

Lui annuì, sicuro di sé. «Avanzeremo fino all’esterno del Quartiere, identificheremo il punto dove si trova la Mano, poi tu ti terrai a distanza di sicurezza e osserverai la situazione con il cannocchiale. E io mi occuperò del bersaglio» fece una smorfia. «E questa sarà la parte facile.»

«Facile...»

«Più del tuo atterraggio» ribatté Nortigaar con una vaga espressione divertita. Poi si batté la mano sul fianco: «Questi pugnali landiani saranno l’unica cosa che vedranno di me».

La sua fiducia in se stesso la preoccupava. «In ogni caso, se dovesse servire, cercherò di fornirti un diversivo» aggiunse.

«Solo se farlo non rivelerà la tua posizione» l’ammonì in tono perentorio lui. «Niente atti di eroismo, Drith. Non sei in aria e la strategia di disimpegno a terra non funziona nello stesso modo. Non cambia nulla rispetto alle altre missioni. Hai i tuoi ordini. Se qualcosa va storto torna qui e decolla senza esitare. Sai meglio di me che è l’unica cosa che puoi fare per Marca. Ma se tutto andrà secondo i piani entrerò e uscirò dal campo rapidamente. Ormai lo conosco abbastanza bene. E non sarà difficile trovare gli alloggi della Mano, basterà seguire drappi e servitori» aggiunse.

«Potresti dover aspettare. Magari sarà a colloquio con gli altri, o circondato da Capi Dragone...»

«Sia dove vuole. Aspetterò. Scommetto che anche la Mano dorme qualche ora per notte. Mi basta che resti un attimo da solo. Un solo attimo» sillabò lui.

«Se fossi costretta a lasciarti indietro ma tu riuscissi a fuggire comunque...» tornò a ripetere lei.

Nortigaar sollevò un sopracciglio annerito. «Oh! Sono lusingato della tua fiducia nelle mie capacità, Capo Stormo Acuto.»

«A te è permesso dubitare delle mie capacità di atterraggio, no?» sogghignò di rimando lei, accennando a poco prima. «Seriamente: in quel caso, lascerò qui dei proiettili a fluorescenza. Recuperali... e se non puoi restare qui allontanati dal Quartiere in direzione opposta a Marca, usali di notte e ti troverò. Ma qualsiasi cosa succeda, non farti prendere» si raccomandò. «Deva non me lo perdonerebbe mai» gli disse.

«Oh, Deva non perdonerebbe mai me, se è per questo!» esclamò lui con ostentata leggerezza.

Entrambi sapevano che cosa avrebbe significato farsi prendere. Apparentemente tranquillo, Nortigaar controllò di avere il piccolo contenitore di metallo che conteneva il Morso Vermiglio al collo e guardò di nuovo verso il Quartiere, rischiarato da torce e fuochi come un miraggio. «E ora andiamo, stiamo sprecando tempo. Il cielo senza luna è il migliore scudo che potessimo desiderare ma non durerà in eterno» aggiunse.

Drith guardò verso il Quartiere e lo seguì in silenzio, cupa. C’era solo silenzio. Il silenzio notturno delle colline e del Quartiere dei Dragoni. Il silenzio del cielo nero. E proprio quel silenzio la sgomentava.

Aveva sperato... “Cosa avevo sperato?” si chiese mentre camminava, cancellando le tracce come Nortigaar le aveva insegnato. “Di trovare cosa? Di provare cosa?” si chiese con rabbia crescente.

Mentre si avvicinava, il silenzio sembrava rimbombare sempre di più solo del suono del suo cuore. Non riusciva a sentire nessun roco sussurro, nessun fremito innaturale, nessun sibilo e nessun indizio che Woos fosse vicino. Che fosse vivo. O che qualsiasi Occlumsaac, qualsiasi suo erede designato, se non più lui, lo fosse... Ancora una volta si chiese come avrebbe potuto ucciderlo se non fosse stato lì. Come avrebbe potuto anche solo trovarlo se aveva scelto di restare nelle terre della Landa. Nascosto tra ignari Landiani.

Sarebbe dovuta partire? Ma per dove, alla cieca? Come, senza conoscere quasi nulla delle terre fuori da Marca? E soprattutto cercando cosa... Un ronzio che non sapeva neppure se sarebbe stata in grado di riconoscere?

Il verso di una civetta fece eco ai suoi pensieri e il vento portò il suono di lontani e acuti latrati, mescolati all’odore di brace e carne arrostita. Drith però non sentiva e non ascoltava niente altro che quel silenzio.

Chori Acuto sedeva nell’oscurità e si sentiva una specie di selvaggio appartenente a un tempo dimenticato. Si era cosparso di radice di rotra fermentata, aveva indossato una pesante e ispida pelliccia d’orso e stivali imbottiti che Menor gli aveva dato per evitare di congelarsi restando fermo per assistere alle narie, e aveva la sensazione crescente di sognare a occhi aperti.

Un sogno sgradevole. Popolato di inquietanti facce dipinte di blu che si raccoglievano sotto la luna piena a formare una fila ordinata lungo il crinale rivolto verso la cima del Nuctirenn. Avevano spento le torce e i fuochi, il freddo era pungente e la neve ghiacciata, che rifletteva la luce della luna, era rimasta l’unica fonte di luce.

«Nessun bagliore deve sviare i morti in notti come questa» gli aveva detto Menor rispondendo alla domanda che lui non aveva nemmeno formulato. Poi aveva increspato le ampie spalle come se a lui sembrasse una precauzione inutile. «Strana cosa le tradizioni, vero? Sapere che certe vecchie cose non hanno alcun senso ma continuare a farle...» borbottò con voce roca.

«Superstizioni! Stupide superstizioni! Non c’è da stupirsi se i nostri giovani se ne infischiano di Marca e vogliono arrendersi ai Dragoni. Spiriti in fila per raggiungere il loro posto dopo la morte!» sbuffò sputacchiando Romis raenth Novello. «Si sta già in fila per le razioni di farina e acqua e pensare di starci anche da morti...» squittì il vecchio, affiancandoli, a voce alta.

«Non che tutti i tuoi discorsi sulle ombre dei pianeti che galleggerebbero in cielo, sulle stelle e sui riflessi della luce del sole attirino molti più giovani...» lo rimbrottò acido Menor.

Romis, ormai curvo sotto il peso degli anni, rivolse un’occhiataccia al Capo Caccia e anche al Conservatore che gli stava accanto e si allontanò con il suo telescopio in spalla, borbottando. Chori emise un sospiro.

Ormai Romis aveva più di ottant’anni, la bocca sdentata lo faceva parlare fischiando ma da sempre andava lassù con i suoi strumenti e avrebbe smesso solo quando fosse morto. Sosteneva di voler provare una sua teoria sulle stelle, il sole e la luna. Al contrario delle leggende, Chori riteneva la sua teoria abbastanza credibile, anche se era basata su alcune controverse idee sul funzionamento del cielo che gli avevano dato la fama del folle. Il punto era che, credibile o meno che fosse la sua teoria, non aveva importanza. Aveva votato la sua intera vita a questo e non ci sarebbe stato altro. In qualche modo lui e il vecchio Novello non erano così diversi. Tuttavia lui aveva uno scopo più tangibile, e non era per vanità che si intestardiva a cercare. Aveva uno scopo più importante. Salvare sua figlia.

«Checché ne dica Romis, qui c’è un bel po’ della tua gente» osservò con voce pacata appena il vecchio si fu allontanato. «Molte leggende incuriosiscono i giovani Markenn. Ed è per questo che sono qui.»

«Ah, non farti ingannare, la metà di loro preferirebbe essere a dormire al caldo. E più della metà preferirebbe non dover mandare a memoria il canto durante l’addestramento a Cacciatore» gli rispose con un sogghigno Menor. «Ma anch’io da giovane consideravo una sciocchezza questa cosa, e solo quando ho cominciato ad aver perso figli, la mia prima moglie, amici e poi ancora amici e altri amici... tutto questo ha preso senso.» Fece un cenno con le mani a indicare la fila della sua gente che aspettava l’Eclissi. I suoi occhi si soffermarono su Romis, che aveva appena iniziato a montare il suo treppiede. «Immagino che ciascuno di noi veda le cose in modo diverso. Ma non è superstizione, questa. Qui nessuno ha più il culto degli Antenati, nessuno fa riti macabri, nessuno espone più i corpi sulla montagna con i teschi e tutto il resto. E non siamo del tutto pazzi come alcuni sembrano pensare, che i Dragoni li colgano!» s’imbronciò.

Chori sorrise. «Non dovresti prendertela. Anche Romis raenth viene preso per un vecchio pazzo con le sue fissazioni...»

Menor ridacchiò. «Già. Tutti sanno calcolare quando c’è luna nuova e luna piena. Basta alzare il naso e usare le dita! Non servono tutti quei suoi assurdi strumenti e le sue tavole piene di numeri. Mi fa venire i nervi... voglio dire, non facciamo nulla di male. Stiamo qui e cantiamo verso la montagna. È liberatorio, niente altro. Lui ne ha viste tante di narie, ogni volta è qui... ha visto che nessuno è uno sciamano o una specie di stregone. Eppure non capisce. Invece è importante poter accompagnare la tua gente nell’ultimo viaggio... aiuta chi qui ci deve ancora restare, anche se non so esattamente perché» mugugnò Menor.

«Ci fa credere che un giorno anche noi verremo accompagnati nello stesso modo, ecco perché» aggiunse Cathar weir raggiungendoli e prendendo affettuosamente la mano di suo marito nelle proprie.

Chori Acuto aveva sempre pensato che il suo viso fosse troppo duro, quadrangolare e con quel naso massiccio, ma dipinto di blu sembrava diverso. «Quindi un tempo le narie venivano cantate dagli sciamani dei Clan?» domandò, tornando a fissare il panorama in attesa del manifestarsi dell’Eclissi.

«Esatto. Come un tempo la gente di Marca osservava il cielo tentando di leggervi i segni del futuro, i Clan credevano che i loro morti raggiungessero le Terre degli Antenati attraverso il passaggio dietro la luna. Per questo li lasciavano sulle rocce, esposti, più vicini possibile al cielo» mormorò Menor.

Sua moglie batté le palpebre, pensierosa. «Il cielo è come la vita degli uomini. Non è mai lo stesso, eppure regola le nostre vite, scandisce il nostro tempo. Ed è il nostro inseparabile compagno dalla nascita. È naturale che per chi ci viveva così vicino avesse un ruolo anche dopo la morte» disse.

«Mia moglie ama filosofeggiare» sospirò benevolo Menor.

«Ma che ne fu degli sciamani quando i Clan entrarono a Marca?» chiese Chori.

«Grazie alla loro conoscenza delle montagne e del cielo, molti furono accolti nell’Arte degli Apotecari. Con sospetto, ma la loro conoscenza di erbe, animali, veleni era troppo preziosa per andare perduta... la crescita o il calare della luna influenzava certe piante e le loro proprietà, quindi anche conoscere il cielo era utile...» rispose Cathar.

«Inoltre gli sciamani erano più o meno guaritori. Quindi immagino sembrasse naturale che diventassero Apotecari» aggiunse suo marito passandosi la mano sul naso. «Non tutti però vollero abbandonare le montagne per la città. Alcuni rimasero qui e fondarono la Caccia Bianca!» esclamò.

«E mentre in città molte usanze sono andate dimenticate, qui si sono tramandate da Capo Caccia a Capo Caccia» osservò Chori.

«Esatto. Il culto dei morti era molto importante per i Clan. Si pensava che gli sciamani potessero addirittura parlarci, in modo particolare in sere come questa» sorrise Cathar.

«Assurde credenze» bofonchiò Menor.

Chori rabbrividì senza dire nulla e la donna scosse la testa. «Ma in fondo, che importanza ha se ci riuscivano o no? Si pitturavano di blu e “parlavano con i morti” e così facendo portavano la pace nel cuore dei vivi» disse.

«Insomma, cercavano di consolare chi piangeva la perdita di qualcuno. Sapevano cosa dire e come farlo. Ma non occorre che tu finga di darmi ragione, Cathar cara, so come la pensi al riguardo!» ridacchiò Menor.

Chori la guardò e lei abbozzò un sorrisetto. «Si racconta che consegnassero messaggi e che rivelassero cose che nessun altro avrebbe potuto sapere» gli sussurrò. «Cosa dovrei pensare? Forse un tempo ciò che ora è impossibile non lo era... si dice che facessero da mediatori con gli spiriti arrabbiati, cose del genere...» aggiunse in tono affascinato.

«Ma quelle sono novelle, cara, fiorite nei racconti delle notti come questa, mentre tutti contemplavano la luna che prima scompare, poi si tramuta in uno spettro rosso sangue e poi ricompare come una lama da un taglio nel cielo. Metti un po’ di buon senso nella testa di qualcuno, fallo comportare secondo quel buon senso e a tutti sembrerà che ci sia di mezzo la stregoneria!»

«Quindi gli stregoni intonavano le narie per parlare con i morti un’ultima volta prima che abbandonassero le montagne...?» chiese Chori.

«La maggior parte della gente pensa che abbiano iniziato a cantarle per questo. Ma iniziarono a mandare a mente una lista di chi passava e di cosa avevano fatto, sperando di veder passare i fratelli perduti» rispose il Capo Caccia, con aria distratta.

Chori Acuto sollevò le sopracciglia. «I fratelliperduti

Cathar annuì con aria indecifrabile. «Hai detto che ti interessano le leggende: c’è una storia sui fratelli perduti che risale a parecchio prima che i Clan capissero che il mondo non era fatto solo delle montagne, della leggendaria Distesa delle Acque Salate a nord e della Conca. A parecchio prima che si unissero a Marca. E che Menor dovrebbe raccontarti» aggiunse cauta.

«Ora non cominciare, Cathar. Sono sicuro che a Chori non interessa. Dà i brividi» borbottò Menor.

«I brividi a un Capo Caccia?» domandò Chori.

Si guadagnò un’occhiataccia. «Certo: è brutta. Per quale altra ragione mi darebbe i brividi, altrimenti? È perversa, ecco qual è la parola giusta. Ormai la ricorda solo il Capo Caccia! La impara quando viene nominato ed è suo compito ricordarla insieme a un sacco di altra roba molto più utile» aggiunse con una smorfia Menor. «Dammi retta, non vuoi sentirla.»

«Ora gli hai messo curiosità...» gli disse Cathar.

«Di che si tratta?» chiese infatti lui.

«Sarai anche il Conservatore della Società Sperimentale ma sei l’uomo più aperto alle stravaganze che abbia mai conosciuto» lo guardò storto Menor.

«Senza osservare quelle che tu chiami stravaganze non potrei escogitare nuove invenzioni» sorrise Chori Acuto.

Menor scambiò un’occhiata con sua moglie, che gli sorrise. «Niente ti impedisce di raccontarla... A me l’hai raccontata. Inoltre, se è tramandata per essere ricordata, il fatto che la sappia uno solo non la rende granché utile, no? Che succederebbe se finissi ucciso senza averla già passata al tuo successore?»

«Cathar!» esclamò Menor facendo gli scongiuri. «Ecco qui, dai alle donne un mignolo e si prenderanno fin tutto il gomito!» bofonchiò, poi si arrese. «In ogni caso non credo che andrai a spifferarla in giro e anche se lo facessi ti prenderebbero per uno che ha bevuto troppo...» Tacque per un lungo momento, infine chiese: «Hai mai pensato ai tempi antichi? Io l’ho fatto molte volte, Chori... i Markenn venivano dalla Landa, ma ti sei mai chiesto come mai i Clan vivevano rintanati sulle montagne come ladri? Perché non coltivavano le terre pianeggianti? O non portavano le capre dove c’era più erba?».

«Nella Conca?»

«Sarebbe stato naturale, no? Ci hai mai pensato?»

«C’erano gli Occlumsaac...» rispose lui.

Gli occhi di Menor scintillarono come pezzi di vetro nella luce della luna. «Quello che volevo dire è: abbiamo sempre saputo che la Conca era pericolosa, ma era pericolosa per via degli Occlumsaac o gli Occlumsaac erano così per via della Conca? Non so se sono riuscito a spiegarmi. I Clan dicevano che era terra pericolosa. Cattiva. Ma per gli Occlum o... per qualcosa di diverso? Magari davvero per la terra?»

Cathar scoppiò in una risatina che non aveva nulla di allegro. «E dice a me che sono filosofica! Gli Occlumsaac erano il risultato della malignità della Conca o ne erano gli unici responsabili?» gli fece il verso.

Chori Acuto cercò di sorridere a sua volta ma di colpo si sentiva sul punto di guardare in faccia ciò che aveva guardato Weru Pugno: sentiva il cuore tamburellare in petto come impazzito. «Un quesito interessante» osservò, teso come una corda di balestra.

Cathar lo fissò, gli occhi penetranti sul viso dipinto di blu intenso e Menor annuì. «Interessante. Sì. Be’, a questo risponde la storia che vuoi sentire. Quella che ha dato origine alle narie. La storia dei cinque fratelli.»

«Cinque?»

Annuì. «Be’, te la faccio breve... Un tempo ogni Clan aveva uno sciamano. Gli sciamani erano gente solitaria, strana, senza famiglia e senza casa, che si nutriva di rotra e poco altro, che si pitturava di blu, gente per cui il Clan era l’unica famiglia e a cui il Clan si rivolgeva per avere protezione.»

«Protezione da cosa?» chiese Chori Acuto.

«Dalle bestie feroci. Dagli spiriti maligni, dai morti... Comunque, ogni sciamano aveva almeno un allievo. Arrivato il momento giusto, l’allievo doveva affrontare una prova e così era inviato nella Conca, da solo» disse. Poi tacque per un lungo momento, grattandosi il naso. «La Conca era una specie di tomba scoperchiata, e tutti ne stavano alla larga. Dicevano che lì si aprisse un varco che conduceva nel gelido mondo degli spiriti dei morti senza onore. E la prova era una cosa oscura e segreta. L’allievo doveva affrontarla confrontandosi con ciò che da lì proveniva e quando tornava, se tornava, era diventato sciamano. Con tutto quel che significava.»

«Vuoi dire: parlare con i morti» disse Chori.

Menor lo fissò. «Allora abbandonava tutto, nome, famiglia d’origine e partiva per un altro Clan che aveva bisogno di una guida, o sostituiva il proprio maestro prossimo alla morte, proprio come ci si aspettava che facesse. Un giorno un giovane apprendista non tornò indietro. Non era una cosa così insolita, c’era chi moriva nella Conca, durante la prova. In questo caso, però, i suoi fratelli, che erano molto legati a lui, contravvennero a tutte le regole, abbandonarono le montagne per andare a cercarlo e si allontanarono nella Conca sotto il sole malato della stagione invernale...» disse, gettando una lunga e silenziosa occhiata al cielo.

«Lo trovarono?» chiese Chori.

Menor fece uno strano sogghigno. «Tutti pensarono che fossero morti, alcuni erano convinti che fossero stati risucchiati nel mondo degli spiriti senza onore, dove le loro anime sarebbero state straziate e torturate fino alla fine dei tempi... Molti altri pensarono che fossero stati divorati da qualche bestia feroce, avvelenati da qualche pianta o uccisi dalla fame e dalla sete. E così non se ne preoccuparono più. Da quel momento però, chi affrontava la Conca per diventare sciamano, cominciò a imbattersi in strane creature notturne. E cominciarono a parlare di orribili mostri senza occhi...»

«Occlumsaac» disse Cathar.

Chori la fissò e Menor riprese a raccontare con aria mesta, accelerando perché sapeva che l’Eclissi sarebbe cominciata di lì a poco. «E così, alla fine, un vecchio sciamano che non aveva più paura della morte e che era abbastanza pazzo da volere delle risposte, partì per la Conca e scoprì che le mostruose creature notturne altro non erano che i cinque fratelli, che erano stati convinti dal giovane apprendista a scoprire con lui gli oscuri segreti della Conca e del mondo degli spiriti. Naturalmente lo scoprì morendo, ucciso da quelle stesse creature, e quando riuscì a tornare indietro lo fece come spirito, e poté parlare solo ad altri sciamani. Per avvertirli. Altri si erano già uniti ai cinque fratelli, inseguendo ciò che non avrebbero dovuto, e così facendo erano nate le creature che infestavano la Conca. Da quel momento i Clan li chiamarono Occlumsaac e bla bla...» concluse Menor. «Capisci perché non viene raccontata, questa storia.»

Chori Acuto si rese conto che lo stava osservando con intenzione e tentò un sorriso. «Nessuno ama sentirsi dire quanto sia facile diventare il mostro che più teme» disse, ma la sua osservazione cadde in un silenzio pungente.

Ora tutto combaciava, pensò. La storia del primo sciamano, quella delle narie e quella di Hiccam e Drith. Non c’era da stupirsi che gli sciamani vivessero da soli, con il solo scopo di essere guardiani e protettori della loro gente. C’era da stupirsi però che fossero riusciti a tornare indietro senza essersi trasformati in Occlumsaac, portando con sé una nuova capacità che i Clan consideravano un dono che permetteva loro di vegliare sul proprio Clan, prima di tutto a protezione dei pericoli della Conca. Antichi pericoli che non dovevano essere dimenticati.

Con la mente che vorticava Chori Acuto si corresse. No, in realtà non c’era da stupirsi nemmeno di quello. Era la stessa cosa che aveva fatto senza saperlo Hiccam Pugno. Per secoli. E che adesso faceva anche sua figlia... ogni giorno. I Pugno erano diventati una sorta di sciamani di Marca. Senza saperlo. Senza aver ricevuto alcun insegnamento.

Ma cosa aveva sempre distinto gli sciamani dagli Occlumsaac? Cosa aveva impedito loro di trasformarsi del tutto nei mostri notturni da cui Marca aveva sempre tentato di proteggere la Landa e la vita lontano dalla Conca? Vivere lontano dal sole? Sembrava che non fosse stato tramandato nessun particolare sulla pericolosità della luce. Forse era qualcosa nel sapere sciamanico a fare la differenza. Qualcosa su come si iniziavano a vedere i morti... Oppure c’era qualche ritrovato che gli iniziati recuperavano nella Conca. O forse era sulle montagne la soluzione che cercava, perché era lì che gli iniziati tornavano.

Le parole di Menor e sua moglie continuavano a risuonargli in testa con il suono di unghie sulla pietra. Era per trovare la risposta a questo dilemma che Weru Pugno era partito?

«Dimmi, Chori, tu credi al male?» gli chiese di colpo Menor, strappandolo alle sue riflessioni. «Un Conservatore della Società Sperimentale può credere al male?»

Chori Acuto rispose senza guardarlo. «Non dovrei?»

«Non mi riferisco alla guerra, anche se è un male. Che ne pensi del fatto che il male intossicherebbe chi resta troppo a lungo nella Conca rendendolo maligno, mostruoso... deforme?»

Lui scosse la testa. «Il male può assumere molte forme. Avidità, follia... forse nella Conca c’è qualcosa che rende folli e malvagi... qualcosa che avvelena l’aria o la terra. Qualcosa che acceca e distorce la mente di un uomo.»

«E il suo corpo... Ricordi le raffigurazioni degli Occlumsaac che ci mostravano in addestramento?» rabbrividì Menor con una smorfia lugubre. «Cosa potrebbe mai trasformare così un essere umano?»

«Qualsiasi cosa sia, sono felice che ormai si siano quasi estinti» sospirò Cathar con aria sollevata.

E Chori Acuto trasalì. «Estinti?»

Lei gli scoccò un’occhiata. «Nessuno ne vede quasi più da cinquant’anni! Pensi forse che ce ne siano ancora, Conservatore...? Non si vedono Coracche da quanto? E bada che da quassù la vista arriva lontano...» ridacchiò Menor, abbastanza allegramente da fargli pensare che ne fosse davvero convinto.

«Forse è il lavoro alla Conservatoria. Finisco sempre per pensare alla peggiore delle ipotesi...» sorrise a disagio lui. «Ad esempio, potrebbero aspettare proprio questo: che pensiamo che sono morti... per attaccarci in massa.» Chori Acuto stava ripetendo le frasi di sua figlia quasi senza rendersene conto e l’incredulità che avvertì in Menor e sua moglie non lo fece stare meglio. Drith doveva sentirsi così ogni giorno. Probabilmente tutti la pensavano in quel modo tra le mura di Marca e non aveva senso discuterne. Non aveva alcun genere di prova per convincerli del contrario. Nulla se non la parola di sua figlia e dello spettro di un uomo morto seicento anni prima.

«Quindi le narie sono gli elenchi degli sciamani che aspettavano i fratelli?» cambiò discorso.

«Si dice che tenessero il conto dei morti che andavano verso la cima del Nuctirenn sperando di vedere finalmente passare i fratelli, morti. Se le ascolterai con attenzione, sentirai che si dice che due, senza nome e senza occhi, tentarono di raggiungere la porta ma sprofondarono nella Bocca del Lupo. Solo due. Penso si tratti di due dei fratelli... Quindi ne mancherebbero ancora tre. Solo che ovviamente è da un bel po’ che nessuno tiene più il conto o aggiunge versi alle narie... E immagino che siano passati tutti a questo punto... Ah, ci siamo!» osservò Menor alzando una mano verso il cielo a indicare che stava iniziando l’Eclissi.

Si mosse e Cathar esitò, restando accanto a Chori Acuto per un lungo momento. «Una strana storia, vero?» gli chiese alla fine.

«Una strana storia» convenne. Lei gli sorrise, poi fece qualche passo avanti, si unì alla fila di gente accanto a suo marito e, con lui, cominciò a cantare una malinconica nenia.

Chori Acuto fece un profondo respiro e chiuse gli occhi proprio mentre il primo, minuscolo spicchio di ombra ben delineata si allungava sulla luna, tagliandola fuori dal cielo.

Nel silenzio attonito e distante della sua mente, nomi e volti iniziarono a sfilare verso la cima del Nuctrirenn in una colonna argentea. Ripensò a Hcontor e Nica e, scacciando la tristezza, riaprì gli occhi per osservare le tenebre che si allungavano sul paesaggio.

Weru Pugno era andato a cercare l’origine del male che proveniva dalla Conca. Credeva che soltanto capire cosa fosse gli avrebbe permesso di svelare il modo per fermare gli Occlum e salvare la sua famiglia, e aveva ragione. Ma forse l’unico modo di salvarsi dal diventare Occlumsaac, una volta intossicati, era stare lontani dalla Conca. E dipingersi di blu e cibarsi quasi esclusivamente di rotra. Come gli antichi sciamani.

Di rotra era cosparsa adesso la sua pelle, come un antico sciamano; la radice cresceva sulle montagne e alle sue pendici rocciose, non poteva essere coltivata, solo raccolta. La stessa radice era alla base dell’impasto che i Serpenti usavano per scurire la pelle di notte e risultare pressoché invisibili.

Era stupefacente come adesso ogni singola tessera sembrasse combaciare. I Serpenti. Il corpo di soldati nati per volere di Weru Pugno per organizzare agguati nei confronti degli Occlumsaac. Per affrontarli in tremendi corpo a corpo.

Chori Acuto fissò la luna con gli occhi velati.

Doveva cercare tra le ricette storiche dell’Apotecariato. Gli ultimi sciamani dovevano aver lasciato qualcosa. Anche senza dichiarare i loro segreti fino in fondo, dovevano aver parlato di ingredienti e virtù delle piante. Se erano davvero delle guide per i Clan, non avrebbero lasciato che il loro segreto andasse perduto, soprattutto sapendo che i cinque fratelli non erano ancora stati sconfitti tutti.

E, ora che sapeva cosa cercare, fu certo che avrebbe trovato quello che gli serviva.

Nella gelida nebbia che avvolgeva il Quartiere dei Dragoni e le colline che lo circondavano, i fuochi da campo scintillavano come pietre preziose. La luna era stata inghiottita dall’oscurità e il suo spettro, stranamente oscuro e di un freddo blu intenso invece che rosso, occhieggiava su Drith dall’alto. Se era un presagio o un avvertimento, non aveva idea di come interpretarlo.

Immobile nell’oscurità, il viso scurito con la cera dei Pipistrelli, fissava da ore il campo nemico, calmo e silenzioso. Le pareva fin troppo quieto, più del solito, e i mille pensieri non erano sufficienti a cancellare la delusione che provava. Le sentinelle erano al loro posto e scrutavano nell’oscurità esattamente come lei; i cavalli erano tranquilli, i cani uggiolavano ogni tanto e tutte le supposizioni, tutte le teorie fatte con Hiccam in quella vecchia cripta sembravano prive di significato.

C’era solo silenzio. Un silenzio raggelante. Nessun ronzio.

Nessun Occlumsaac, quindi. E non certo il traditore di Marca. Forse era tutto sbagliato, da sempre. O forse il suo sangue Pugno era troppo annacquato. Forse era ormai troppo tardi e aveva ragione chi pensava che gli Occlumsaac non fossero più una minaccia. D’altronde molti anni erano passati, e molte cose cambiate, pensò, smarrita come non mai. Se fosse stato così, cosa avrebbe dovuto fare, dopo un’intera vita passata credendo che le cose fossero diverse, a prepararsi per qualcosa che non sarebbe mai accaduto?

Gettò un’altra occhiata allo spettro blu della luna in cielo, come se le rimproverasse il suo silenzio e, quasi nello stesso istante, si accorse che qualcosa non andava. Nello stesso preciso momento, una fitta penetrante le trapassò le braccia, passando attraverso i mezzi guanti e risalendo dalle dita premute a terra. Drith si sentì mozzare il respiro e uno stridulo ronzio graffiante le riempì la testa. Crepitò nel suo cervello come un lampo senza tuono, facendole formicolare ogni centimetro di pelle e dolere la testa come se improvvisamente fosse diventata troppo piena. Le forze svanirono e, come un pupazzo a cui avessero tagliato i fili, crollò a terra. Sentì il panico correre come un ragno nelle vene e lungo la colonna vertebrale e, cercando di scrollarsi di dosso la sensazione, si ribaltò sulla schiena e cercò disperatamente aria. Le scoppiava la testa e il mondo sembrava troppo per essere sopportato. Chiuse gli occhi che le dolevano e, in quella nera, confortante oscurità, lo seppe.

Aveva già provato quella sensazione; insieme all’orrore per la Condanna e alle mille altre cose sconvolgenti che Hiccam Pugno le aveva riversato addosso quando l’aveva conosciuto, lo spettro le aveva anche rivelato come lui fosse riuscito a sfuggire alla Coracca. E a resistere. Per un istante fu di nuovo bambina, in piedi nella cripta dei Pugno. Hiccam glielo aveva mostrato, lasciando che per qualche istante lei fosse lui. Che sentisse e provasse ciò che lui aveva provato. Allora non se n’era nemmeno accorta, non aveva realizzato... ma ora capì. Assalita dalla nausea si impose di restare calma...

Si aggrappò al pensiero di Hiccam che resisteva in una intera Coracca, scavata nella terra come un oscuro nido brulicante di Occlumsaac, trovando la forza di uscirne. Si disse che poteva farcela anche lei. Non occorreva molto. Quasi esclusivamente volontà e quella non le era mai mancata.

Si morse le labbra e solo il sapore del sangue sembrò ricordarle che era ancora viva e le infuse una straordinaria energia. Il ronzio si ridusse d’intensità e Drith riaprì gli occhi, la vista sfocata. Regolò il respiro finché l’immagine della minuscola falce di luna che stava finendo di scomparire non si schiarì del tutto e il fremito nelle ossa non fu passato.

Tutti i dubbi erano improvvisamente scomparsi. Ora aveva la prova che Hiccam aveva sempre avuto ragione e non c’era tempo da perdere. Woos era vivo ed era a pochi metri da lei.

Il suo dovere era più chiaro che mai. Gli ordini ricevuti dal Capo Alanera e quelli di Nortigaar si dissolsero come neve al sole. Come lei aveva sentito Woos, Woos doveva aver avvertito la sua presenza. Doveva muoversi per evitare di essere trovata, e doveva fare in fretta.

Come se anche il suo nemico avesse capito ciò che era appena accaduto, però, il ronzio scomparve. Ciò che restava della sensazione di essere finita in un nido di vespe si dileguò e la mente di Drith tornò limpida. Sperando di non aver tradito Nortigaar con la sua sola presenza si mise in piedi e, fremente di ansia e furore, si mosse verso il Quartiere dei Dragoni.

Ora che sapeva, c’era una sola cosa che poteva e doveva fare.

Ciò per cui era nata.

Ciò per cui Hiccam l’aveva preparata.

Ciò per cui i Pugno erano sopravvissuti sino ad allora.

L’ufficiale dalla faccia boriosa spolverò la spalla della giubba impunturata e si aggiustò di nuovo la cintura a doppia fibbia stretta intorno alla tunica da Dragone Rosso. Aveva dovuto abbandonare le proprie armi all’esterno e, dall’espressione che Nortigaar aveva visto passare sul suo volto, questo lo aveva innervosito. Si lisciò il folto baffo incrociando le braccia come uno che non era abituato ad aspettare e una sorta di valletto dalla faccia cavallina si affacciò tra le cortine per fargli un cenno. L’ufficiale annuì e finalmente Nortigaar lo vide lottare con i drappi di pesante tessuto che chiudevano l’ingresso della tenda ed entrare.

Non era stato difficile individuare il rifugio della Mano. Non c’erano simboli né vessilli vicino all’ingresso, ma era più grande delle altre, aveva una sorta di pavimentazione di legno e nelle vicinanze c’era uno strano carro coperto dove alloggiavano alcuni servitori abbigliati con tessuti di colori molto vivaci, tagliati in modo sapiente e ricamati di fili d’argento. Li aveva osservati muoversi avanti e indietro dal carro, vicino a cui stazionavano guardie vestite di rosso acceso e dove, aveva concluso, dovevano esserci cose di valore. Oltre ai servitori, poi, nella tenda c’era stato un continuo via vai di ufficiali. C’erano guardie rosse anche all’ingresso della tenda, ma, come aveva sentito dire a due Dragoni che li prendevano in giro intorno al fuoco, gli Alfieri Scarlatti erano più decorativi che altro, con i loro spadini, gli scudi da pugno e l’abbigliamento leggero, inadatto a un campo di battaglia.

Forse davvero erano più adatti a sorvegliare le scorte che a maneggiare armi ma Nortigaar non aveva intenzione di metterli alla prova. Si spostò nell’ombra più vicina alla tenda, approfittando della pausa nel giro di ronda degli Alfieri. Aveva scovato un punto di fianco al padiglione in cui sarebbe stato facile tagliare un lembo di tessuto per introdursi all’interno e uscirne senza che lo squarcio fosse trovato finché non fosse stato tardi.

Oltre il pesante tessuto, sentì le voci cantilenare ma non riuscì a cogliere le parole. Attese che le guardie fossero passate di fianco a lui senza nemmeno sospettare la sua presenza, poi praticò una piccola incisione e trovò tre spessi lembi di tessuto sovrapposto, il che spiegava come mai i suoni fossero così attutiti e non filtrasse alcuna luce. Appena la protezione fu spezzata, però, le voci si fecero più vicine e più nitide.

«Il problema, signore, è lo stesso» gli parve di sentire. «Fame e sete non hanno funzionato sinora e non possiamo avvicinarci alla cerchia principale delle mura. Le stesse montagne ce lo impediscono. Il passo in mezzo a cui quella dannata fortezza sorge è protetto dal Collo di Vipera, dove più della metà degli uomini all’attacco muore regolarmente solo per raggiungere la spianata successiva.»

«E non funzionano nemmeno i tunnel per aggirare le cime, sempre trovati e fatti crollare o avvelenati dal nemico. E ci sono stati anche molti insuccessi nei tentativi di conquistare le postazioni sopraelevate, o nei tentativi di minare le mura...» rispose una calma voce metallica, che doveva essere quella della Mano.

L’ufficiale dei Dragoni bofonchiò. «Minare le mura, signore? Non riusciamo nemmeno ad avvicinarle, è quello il problema! Se avessimo abbastanza uomini potremmo usare delle scale, se non ci fosse quel maledetto controscarpa! Per questo non faccio che chiedere uomini, signore! Non abbatteremo quella fortezza senza uomini, ma con tutto il dovuto rispetto, il Darlingar questo non lo capisce! Ci serve una valanga di Rossi addestrati a restare fermi in mezzo ai proiettili e a rispettare gli ordini ovunque e in ogni circostanza, ecco quel che ci serve! Carne da macello!»

La voce della Mano rispose con una venatura di disgusto. «La fanteria d’assalto è un corpo di cui avete necessità, ma di cui anche altri hanno necessità, al momento.»

«Ma è quello che ci serve o non avrete quella fortezza. Uomini che siano in grado di camminare anche in mezzo all’inferno! Quando anche riuscissimo a trovarci sulla spianata frontale, passata la salita, la porta è ben protetta e rinforzata, per di più con scaloni irregolari... tutti gli uomini sono sotto il tiro delle baliste, dell’artiglieria volante e di tutto quello che quei bastardi traditori hanno a disposizione e vi assicuro, signore, che se fosse stato semplice conquistare la fortezza...»

«Se fosse stato semplice, questo Assedio sarebbe stato concluso trecento o quattrocento anni fa e non ve lo ritrovereste sulle spalle» sbuffò la Mano. «Questo è ovvio, ma abbiamo bisogno di quel metallo, il certes. E in fretta. Per questo sono qui personalmente. Il Primo Grigio mi aveva già riferito tutto ciò che voi avete confermato. Ma anche che uno dei suoi aveva un piano alternativo.»

Ci fu uno sbuffo rancoroso. «Tormenta tutti da mesi con quelle sue assurde teorie e mi dispiace dirlo, mi dispiace davvero perché è di buona famiglia, signore, ma è folle. Completamente folle

«Voi credete? Eppure è Secondo Dragone Grigio.»

«Solo perché Golis è morto a causa di una di quelle bombarde, signore. Mentre la montava sul campo, signore. All’imboccatura del Collo di Vipera! E perché, dopo di lui, il Capo Narram è esploso mentre provava una di quelle artiglierie manesche a cui tanto teneva! Il che la dice lunga su di lui e sul suo secondo, signore. Forse un tempo c’era del cervello in quella testa, ma ora tutte quelle esplosioni lo hanno cotto e smembrato, lo dico senza offesa... Non abbiamo bisogno di aggeggi esplosivi che uccidono noi tanto quanto i nostri nemici ma di Rossi! Una valanga di Rossi che avanzino come bisonti in branco!»

«E se invece lui fosse l’unico in grado di fornirvi la vostra fortezza su un piatto d’argento?» sibilò la Mano.

«L’unico, signore?»

Ci fu un profondo sospiro. «Il Darlingar non manderà altri rinforzi oltre a quelli che sono arrivati con me, non potrebbe nemmeno se volesse. La situazione dei confini, capite. Gli Accavi attaccano senza sosta. Vi suggerirei di rivalutare il piano del Secondo di Narram.»

Nortigaar sogghignò, pensando che il Darlingar e la Landa avevano altre preoccupazioni e altri nemici di cui occuparsi e questo era un vantaggio per Marca.

«Dunque non c’è speranza di liberarsi di lui, delle sue dannate “colubrine” e delle “spingarde”?» ringhiò il Dragone.

«Non finché non avrete preso Marca. Mi domando perché siate così contrario, in fondo. Avete bisogno di una via più ampia per arrivare alla fortezza? Lui ve la fornirà.»

«Come?»

«Spianando per voi la falda di montagna che vi impedisce l’accesso diretto.»

Nortigaar sentì il cuore fermarsi. Poi scosse la testa e, quasi nello stesso momento, il Dragone Rosso sbuffò di nuovo, dicendo ciò che anche lui pensava. «Non quella, signore. È una strana roccia. Dura come non immaginate. Non siamo mai riusciti a fare altro che scalfirla, sempre che riuscissimo ad avvicinarci.»

«Allora lasciate che ci provi il Secondo Grigio con i suoi artieri» disse la Mano.

Chissà perché la sua sicurezza dette un altro brivido a Nortigaar. Ebbe appena il tempo di pensare che era stata una fortuna insperata per lui apprendere quelle notizie, quando qualcun altro entrò nella tenda e disse che da Marca avevano iniziato un attacco dall’alto. Il Dragone dette ordine di oscurare il campo, disse che se lo era aspettato con quella notte senza luna e, sebbene potesse fare ben poco al momento, chiese il permesso di correre dai suoi uomini.

La Mano glielo concesse e poi, canticchiando, si voltò e si avvicinò allo stretto tavolo ingombro di carte che Nortigaar adesso vedeva perfettamente, illuminato dalla luce di strani lumi a olio. Era un uomo alto, asciutto e impettito, con capelli biondo cenere raccolti in un codino che era stato attorcigliato in modo curioso. Il suo viso nobile e concentrato sembrava in qualche modo raggiante mentre studiava le carte sul tavolo, il suo sguardo era straordinariamente lucido e il naso adunco rendeva i suoi tratti simili a un’arma. Gli occhi grigi scintillarono come acciaio e Nortigaar si mosse. L’attacco dei Pipistrelli, come previsto da Alanera, avrebbe distratto la maggior parte degli ufficiali e dei soldati. L’oscurità del campo, ordinata per nascondersi meglio ai Pipistrelli, gli avrebbe facilitato la fuga come aveva previsto.

Si mosse alle spalle della Mano e avanzò silenzioso sul pavimento fatto di listelli di legno intrecciati. Il legno era l’unica incognita. Poteva scricchiolare e forse era per questo che ricopriva il pavimento. Così si avvicinò con lentezza logorante, muovendosi piano affinché il legno assorbisse lo spostamento di peso mentre i battiti del suo cuore acceleravano. Estrasse uno dei due pugnali da Dragone Giallo che aveva con sé, la lama lucente scintillò nel riflesso della lampada e proprio in quell’istante uno dei listelli emise un crepitio quasi impercettibile.

La Mano raddrizzò le spalle, si voltò, credendo che fosse qualcun altro. «Oh, eccovi. Dite agli altri che non intendo essere...» cominciò alzando gli occhi lentamente.

Per un istante lo vide e non si rese conto di quel che vedeva, ma Nortigaar non gli dette tempo di dire altro. Gli fu addosso. Gli afferrò il collo facendogli perdere l’equilibrio e mozzandogli il respiro e l’unica cosa che uscì dalle labbra della Mano fu un grugnito; eppure l’attimo prima che riuscisse ad affondare il pugnale nella sua gola, la sua preda reagì inaspettatamente, rivelandosi addestrata. E decisa a sopravvivere.

Il tradimento del pavimento di legno aveva vanificato quasi del tutto il vantaggio e Nortigaar si sentì come se stesse lottando contro un altro Serpente. Fortunatamente era ancora in posizione favorita, ma la mano con il pugnale fu trattenuta e, con un gioco di gambe che non si aspettava, il landiano riprese l’equilibrio, spostò il peso su un solo piede e con l’altro tirò la caviglia di Nortigaar avanti, sbilanciandolo a sua volta e precipitandogli addosso di peso. Il Serpente fu meravigliato dalla prontezza del suo nemico e gli dispiacque dover uccidere un uomo tanto in gamba. Aveva pensato, chissà perché, che fosse un debole consigliere abituato alla vita nel lusso. Ma non si sarebbe fatto ingannare di nuovo.

Lo afferrò, ribaltandolo, i polmoni gli si svuotarono, ma Nortigaar non mollò la presa e lottarono furiosamente, come serpenti attorcigliati. La lama affondò una, due volte oltre lo strato leggero dei raffinati abiti orlati d’argento. Il sangue li inzuppò e Nortigaar si rese conto che la Mano non aveva emesso quasi neppure un lamento. Non serviva che il colpo di grazia, pensò.

Alzò il braccio e quasi nello stesso istante un colpo lo raggiunse alla testa, violentissimo. Subito comprese gli errori che aveva commesso. Non aveva atteso che la Mano dormisse. Era stato frettoloso e ora qualcun altro era entrato. Il mondo sembrò scoppiare, uscendo dai contorni, frantumandosi come una carcassa e facendolo ricadere in avanti senza fiato. Tentò di reagire, di affondare comunque il pugnale, perché se non fosse riuscito a uccidere la Mano e il suo inatteso aiutante tutto sarebbe stato comunque inutile. Ma il colpo ricevuto lo aveva rallentato e confuso.

Un fulmineo pensiero gli andò a Deva e alla bambina. Alla vergogna che avrebbe provato per quel fallimento e si rifiutò di accettarlo. Poteva ancora farcela, ucciderli entrambi e fuggire. Si voltò con la vista che barbagliava per affrontare il suo nuovo nemico, ma intravide appena l’uomo in piedi davanti a lui muovere la bocca e prima che riuscisse a fare qualcosa, un altro colpo lo raggiunse alla tempia.

Il lampo che gli attraversò il cranio fu intenso e feroce. E tutto precipitò nell’oscurità e nel silenzio.