«Questo è il meglio che siete riuscito a organizzare?» chiese la voce, in tono sommesso.

«Con così poco preavviso e senza destare curiosità?» ribatté a voce alta il Primo Nero. Aveva un tono che Aric non gli aveva mai sentito. «Comunque, ho con me il pacco e nessuno ci ha seguito. I miei sorvegliano i dintorni, e la strada è così solitaria che avremmo notato persino una pulce.»

«Lo spero, Dornes, o l’intera cosa avrà un pessimo epilogo. Avanti, signori. Cosa aspettate? Tiratelo giù» ordinò la prima voce, poi ci fu un sottile suono di risucchio e un tintinnio di acciaio. Nella gabbia, Aric fu ribaltato, sbatté la testa contro le sbarre; infine sentì la grata aprirsi, fu afferrato bruscamente e, mentre era tenuto in piedi sulla gamba da due uomini robusti, un altro gli sfilò il sacco dalla faccia, facendolo tossire.

«Sono davvero spiacente per i metodi, ma non ho avuto altra scelta, Ooterham» disse seccamente la prima voce, diventata improvvisamente riconoscibile. «Dovevo togliervi dalla mente dei Rossi, e rassicurare una volta per tutte la nostra spia. Giustiziandovi. O almeno... lasciandogli credere di averlo fatto.»

«Voi» ragliò Aric, cercando di smettere di tossire e battendo le palpebre nella luce.

La Mano bevve un altro sorso dalla tazza d’argento e gli rivolse un’occhiata pensosa. «Siete in condizioni pessime» borbottò.

Aric mise a fuoco lentamente il posto in cui si trovava. Una tenda da campo. E fissò per un attimo le due guardie personali della Mano, immobili e inespressive alle sue spalle. «Sapete, ho dormito male stanotte. C’era un sassolino sotto il mio cuscino di piume» rispose, reprimendo ancora la tosse.

«Il vostro sarcasmo non è molto appropriato con la Mano, dal momento che vi ha salvato la vita» borbottò cauto il Primo Nero, in piedi al suo fianco, cercando di trattenere un sorrisetto.

«Davvero» sibilò lui. «Dal momento che io ho salvato la sua mi considererò in pari con sua signoria.»

Gli uomini che lo tenevano gli dettero una scrollata, ma la Mano non sembrò disturbato dalle sue parole. «Avete ragione. Anche se sapete bene che non potevo fare altrimenti» disse porgendo la tazza a uno dei suoi soldati come se fosse un cameriere e avanzando di un passo. «Ma vi rimetteremo in sesto in tempo.»

«In tempo?» sibilò Aric, ormai stufo marcio dei sotterfugi.

La Mano fece cenno ai due che lo tenevano, due Dragoni Neri, e gli uomini lo depositarono su un panchetto, vicino a un tavolo pieghevole di legno su cui era posata la sua protesi di riserva.

«Intanto se volete recuperare la vostra interezza, Ooterham, il Primo Nero si è procurato la vostra gamba. Subito dopo mangerete come si addice a un uomo e non a un cane.» Fece un cenno a un piatto dove c’erano carne secca, qualche frutto, pane secco, tartellette di uova, qualche verdura e una bottiglia panciuta. «In seguito Artes farà in modo che possiate darvi una ripulita, vi medicherà le bruciature e vi darà qualcosa per la febbre.»

«A giudicare da quello che vedo, signore, non so se...» protestò l’uomo, alle sue spalle.

La Mano lo folgorò. «Non c’è se che tenga, Artes. Dovete rimetterlo in sesto.»

«Ma non sono un medico, signore. Se aveste portato...»

«Siete qui voi» tagliò corto l’altro, meravigliando suo malgrado Aric. «Vostro padre serviva come medico nelle truppe del mio. E voleva che foste istruito come medico. Voi preferivate combattere e siete diventato un guerriero, ma avete trascorso qualche anno al suo fianco e, visto che sapete molto più in materia di me e del Primo Nero, ora aiuterete quest’uomo e lo rimetterete in piedi. Non ve lo sto chiedendo» ordinò seccamente la Mano.

Il soldato fece una smorfia, come se fosse appena stato frustato. «Farò del mio meglio, signore, ma l’unica cosa che potrebbe rimetterlo in piedi dopo un’esposizione così lunga al caldo e al sole è riposo e acqua gialla.»

«Posso garantire per l’acqua gialla e il Primo Nero ha portato quanto necessario per medicarlo, ma per il riposo dovrà accontentarsi di quello che potrà avere stanotte e forse domani. Perché tra due giorni ci muoveremo, e per allora lui dovrà essere dove ho necessità che sia, Artes.»

«E dove avrete necessità che io sia, signore?» domandò Aric, roco, gettando un’occhiata alla bottiglia, perché moriva di sete.

«Con me, naturalmente. In campo» ribatté la Mano, fissandolo con il suo sguardo da falco.

«Signore!» protestò la guardia che era rimasta in silenzio fino a quel momento, a guardare la gamba posata sul tavolo e poi il suo moncherino con espressione infastidita.

«Non mi aspetto che combatta» mosse il braccio con degnazione l’altro. «Ma al momento sa su quella gente molto più di quanto sappiamo noi. Persino di voi, Dornes. O di quanto sostiene di sapere Snoret.»

Il Primo Nero non disse nulla, piegò solo la testa di lato, cogliendo il disprezzo nella sua voce.

«E come avete intenzione di fare? Tutti sanno che faccia ha il traditore. Tutti lo hanno guardato bene» protestò la guardia posando la tazza che la Mano gli aveva dato poco prima con un tintinnio di metallo.

Aric lo fissò, stravolto. Ovviamente aveva ragione ma provò per lui una fitta di repulsione. Era vestito come Odar, anche se non aveva ornamenti eccessivi, merletti e gradi sulle maniche, ed era decisamente più giovane, ma aveva un’espressione molto meno intelligente sul viso quadrato dalle guance cascanti. E qualcosa di irritante nella voce.

«Per questo voi siete qui» gli rispose seccamente la Mano.

«Signore?» fece la guardia, senza capire.

«Avete più o meno la sua stazza e altezza e, dopo quel vostro incidente a cavallo, zoppicate lievemente...»

«Una cosa passeggera, signore!»

«...e avete una maschera d’ordinanza come tutte le mie guardie, in caso di combattimento» lo ignorò la Mano.

«Signore!» esclamò boccheggiando l’uomo. «Vorreste forse...»

«Non devo spiegarvi le mie decisioni, ma è evidente dal fatto che siamo qui che non ritengo che il Primo dell’Artiglieria di Fiamma sia un traditore, inoltre sappiamo entrambi che, se si arrivasse a uno scontro, non è lì che mi sareste più utile» accennò alla sua gamba con un tono fermo e al tempo stesso perentorio.

La guardia avvampò.

«Tuttavia il vostro aiuto sarebbe comunque tanto prezioso da consentirmi, se tutto andasse come speriamo, di concedervi una Fascia d’Argento, cosa che renderebbe molto orgoglioso Lord Taraul e vi permetterebbe di chiedere e ottenere di essere distaccato alla difesa a palazzo, dove mi hanno detto avete una graziosa moglie» suggerì la Mano con un sorriso gelido.

Da rosso che era l’uomo sbiancò e Aric vide la collera e l’ansia combattersi sul suo volto. «Non sono un codardo, signore» disse, in un tono acuto. «Verserei il mio sangue per voi, e lo sapete!»

La Mano fece un breve cenno con la testa. «Allora siate lieto che non vi stia ordinando di farlo. Ciò di cui ho bisogno è solo che cediate la vostra uniforme per qualche giorno» disse.

La guardia lo fissò stralunato, considerando le alternative. Ma in realtà non ne aveva. Aveva giurato di difendere la Mano, ma doveva anche obbedirgli e avrebbe potuto farlo e ricavarne un vantaggio, persino una Fascia d’Argento, oppure rifiutarsi di farlo, per ritrovarsi probabilmente agli arresti o con nulla di buono per gli anni successivi, né per sé né per la moglie.

Aric provò a immaginarla e vide una donna giovane, con i ricci perfetti ottenuti con il ferro, ma le guance cadenti del marito, e se non si fosse sentito come uno straccio sarebbe scoppiato a ridere.

«Sono ai vostri ordini, signore» gemette con voce quasi impercettibile l’uomo, l’immagine si dissipò rapidamente nella mente di Aric, e il suo sguardo vacillò sulla gamba di legno posata sul tavolo. La stessa che gli aveva impedito di essere in una condizione simile a quell’uomo, con una moglie lontana e ignara. E per la prima volta afferrò la protesi senza odiarla, fece scorrere il perno di lato e la sistemò al suo posto, sollevato.

Anche la Mano parve sollevata per la decisione della guardia.

«Molto bene» disse. «È inteso che nessuno dei vostri colleghi dovrà scoprire questo nostro piccolo imbroglio, ragion per cui sarete discreto, vestirete come un Dragone Nero e cavalcherete agli ordini del Primo Dornes. E ora se non vi dispiace, mentre vi cambiate, Artes si procura il necessario per le medicazioni e i signori controllano i dintorni.» Accennò ai Neri dietro Aric. «Io, Dornes e Ooterham parleremo qualche istante da soli» annuì massaggiando la spalla ferita, con l’aria stanca e inespressiva, ma gli occhi che mandavano lampi.

Drith appoggiò il cannocchiale sul tavolo con la testa che pulsava. Il tardo pomeriggio rendeva l’aria violacea e l’odore di terra e roccia fracassata si era finalmente affievolito, probabilmente a causa dell’umidità della sera. «Ormai ci sono» disse. «Domani avranno allargato a sufficienza il varco da riuscire a fronteggiarci senza essere costretti a stringersi per percorrere il Collo di Vipera.»

«E noi non abbiamo fatto niente per impedirglielo» disse Vostar raenth Leonerbo con una smorfia. «Una volta aperto l’accesso alla valle interna...» s’interruppe. Aveva voluto parlare con lei, quando aveva saputo del suo arrivo sulla torre, e non aveva alcuna intenzione di zittirsi prima di aver detto tutto ciò che pensava.

«Prima dovranno ripulire il terreno, o dovranno muoversi tra spuntoni e massi. Non attaccheranno subito» disse Deva.

Ma Drith scosse la testa. «Non ci conterei» replicò.

«Non possono pensare di coglierci di sorpresa!» esclamò Leonerbo. «Come si può cogliere di sorpresa una città sotto assedio? Abbiamo il vantaggio della posizione elevata. Abbiamo sentinelle. No. Hanno quelle maledette bocche da fuoco e devono volerle usare, tu hai detto che alcune sono montate su basi mobili. Possono farle avanzare e spazzare via le nostre mura da dove si trovano! E senza che possiamo reagire. Perché non dovrebbero? Per Marca! Se non vuoi impiegare i Pipistrelli organizza almeno una sortita stanotte!» strepitò con foga.

«Potrebbe funzionare» disse Roni, dall’angolo in cui si era piazzato per tenere d’occhio l’intera stanza.

Drith scosse la testa con forza. «Hanno bisogno di terreno pianeggiante per farle avanzare, mirare e tirare» ribatté.

«Ma tutto fuori dalla nostra portata» berciò Leonerbo. «Quindi li lasceremo accomodare solo perché non possiamo contare sui Serpenti e su quell’idiota di Spuntato?»

«No, Capo Aquila» disse lei. «Quello che intendevo è che per spostare le spingarde, dovrebbero mettere al lavoro uomini, e perdere tempo. Giorni.»

«E allora?» disse Deva. «Non è certo il tempo che gli manca.»

«Al contrario» sospirò Drith avanzando verso il tavolo e gli altri, con gli occhi che bruciavano alla luce della lampada. «Devono agire prima che si scatenino i primi temporali perché poi il terreno si bagnerà e diventerà un pantano inaffidabile. Una volta mezze sprofondate, dovrebbero lasciare le spingarde dove sono. Inoltre la pioggia bagnerebbe la polvere esplosiva. E non vogliono perderle. Come non vogliamo perderle noi.»

«Ma allora perché non fare nulla per ritardarli prima di quello?» Leonerbo indicò fuori dalla feritoia con il corto dito macchiato di pece. «Che cosa gli impedirà di spazzarci via adesso? Una volta in ballo avranno spazio di manovra mentre i nostri saranno stretti con le spalle al muro. Vedo già un dannato muro di scudi largo tre volte il nostro. Che diavolo pensi possano fare i nostri Lupi e Orsi e Leoni contro qualcosa di simile? Metà dei nostri bastioni avanzati sono crollati sotto quei dannati colpi!»

«Abbiamo le trappole, qualche tunnel ha resistito e le mezze trincee» disse Drith indicandole sulla mappa, ma la vista le si appannò. Era stanca, aveva bisogno di dormire, tuttavia non ce n’era il tempo e si appoggiò al tavolo con entrambe le mani per non vacillare. Pensò ad Aric e a Nortigaar mentre la nausea cresceva. Se avevano fallito o se il Dragone aveva cambiato idea, sarebbe stato un bagno di sangue, ma lei non poteva e non voleva crederci.

«Stiamo giocando con il fuoco» disse Leonerbo a denti stretti.

«Almeno gli Occlumsaac non hanno ancora davvero sferrato un’offensiva...» intervenne Deva fissandola.

«Solo perché stanno aspettando» disse Hiccam, che aveva seguito Drith fino al Torrione di Zimarra e continuava a fissare dalla feritoia con l’aria di un lupo affamato.

Con la testa che martellava, lei sospirò e disse a voce alta: «Aspettano che le porte vengano spalancate per loro, per quello non si muovono ancora... non appena si renderanno conto che non accadrà, attaccheranno. E non sarà come nei racconti degli Scrittori, sarà molto peggio» disse, tetra.

«Che io sia maledetto! Perché?» esplose Leonerbo. «Li abbiamo già combattuti. Possiamo farlo di nuovo.»

«E lo faremo. Ma non c’è più nessuno che ne abbia visto uno. Ne hanno avvistati i vostri arcieri e i balestrieri? Non c’è nessuno che abbia affrontato un vero scontro nella Conca, da troppo tempo. E anche se ci fosse qualcuno come Canador ancora vivo... be’, sarebbe troppo vecchio per aiutarci, e loro si preparano a questo da anni» borbottò lei, passandosi una mano sugli occhi per snebbiarli.

«Centinaia, di anni» sibilò Hiccam. Negli ultimi due giorni era stato come un’ombra annidata nella sua testa. Un’ondata di panico la prese alla gola e serrò i pugni.

«Non potranno essere peggio di quelle spingarde» borbottò Roni, che non riusciva a sopportare l’immobilità forzata di quei giorni e desiderava solo scendere in campo e mozzare teste.

E lei si lasciò andare. «Sì, invece» ribatté in un ringhio. «E quando attaccheranno non avremo tempo per niente altro» urlò, fuori di sé.

Leonerbo le indirizzò un’occhiata incuriosita e lei chiuse la bocca e guardò le torce che ardevano, chiedendosi cosa stava facendo.

«Non finirà mai... vero?» sussurrò Deva, gli occhi cerchiati e il mento che le tremava leggermente.

«Sciocchezze. Non siate melodrammatica. Resisteremo. Abbiamo la prima linea a Bircym, le vecchie barricate di fuoco, e i bastioni fatti costruire da suo padre anni fa... e Alanera sa come si combatte, grazie al cielo.» Leonerbo le batté goffo sulla spalla la tozza mano, come se cercasse di impedirle di scoppiare a piangere davanti a lui. «Ma perché abbiamo bisogno di quelle dannate bombarde lunghe? Non riesco a pensare di vedermi davanti quegli assassini e dover restare fermo» tornò a guardare Drith.

«Già. Potremmo usare il sole anche a nord, se il sole davvero li distrugge...» propose Roni, cupo.

«Se...» borbottò aspro Hiccam e Drith si prese la testa tra le mani, chiudendo gli occhi. «Tutto questo tempo ed eccoci di nuovo al punto di partenza. Se! Se! SE!» tuonò lo Spettro fuori di sé. E Drith serrò le labbra in una linea sottile, cercando di non urlare.

Lo capiva così bene che non riusciva a rimproverargli nulla, ma non era facile perché si sentiva di colpo osservata come se fosse pazza. O come se lo fosse davvero. «Le cose sono cambiate. Non potremo più dividerci su due fronti. Dobbiamo scegliere. Devo scegliere» disse, alzando gli occhi su di loro. «Mi dispiace.»

«Sei il Comandante, non scusarti!» le gridò Hiccam. «Stai solo facendo ciò che devi.»

«Possiamo usare il sole sul lato nord. Ma non con la pioggia. E l’inverno sarà lungo... Bircym può resistere, certo,» disse facendo appello a tutte le sue forze per aggiungere il resto «ma non indebolito com’è. Negli ultimi trent’anni l’unica cosa che è stata fatta laggiù è la modifica di mio padre. Le munizioni sono state portate qui in numero sempre maggiore. Non ci sono grandi scorte e i condotti per le barricate di fuoco sono per metà otturati... non è questo il rapporto che vi hanno spedito i vostri, Capo Aquila?»

Lui fece una smorfia sporgendosi verso di lei con l’aria famelica e il sudore che scendeva sul viso corrugato. «Ma hai detto che nemmeno le spingarde dei Dragoni funzioneranno con la pioggia. Quello che voglio sapere è: cosa stiamo facendo? Ci venderemo per niente?»

«Drith...» disse Hiccam.

Ma lei non sfuggì gli occhi ardenti del Capo Aquila, perché non poteva tirarsi indietro ora. «Funzioneranno, se riusciremo a tenerle all’asciutto» disse. «E non appena Deva riuscirà a sviluppare i proiettili di fuoco ruggente, quelle saranno la nostra migliore speranza di mettere la parola fine a tutto questo» aggiunse puntando il dito sulla Coracca. «Una volta per tutte. So che è difficile crederlo, ma appena avremo mostrato loro per chi combattono e muoiono in realtà... anche i Dragoni capiranno. E la pressione a sud si allenterà.»

«A quale prezzo per Marca?» sillabò Leonerbo a denti stretti.

«A quale prezzo è rimasta in vita sinora?» fece tristemente Deva. Suo fratello la folgorò e Drith scosse la testa.

«Marca non è in vendita, e finché sarò in vita non lo sarà mai» disse con forza. «Pensano che siamo deboli, che non resisteremo a lungo. E dopo aver visto me anche che ci siano rimasti pochi uomini e abbiamo solo donne e ragazzini che non sanno usare nemmeno un pugnale.»

«E pensano che ce la facciamo sotto per quelle spingarde» sbuffò Leonerbo.

«E la loro sicurezza sarà la nostra forza. Se riusciamo a farli avvicinare tanto da mostrare loro chi hanno tra le loro file...»

«La paura... la paura li farà a pezzi...» sogghignò Hiccam.

«...riusciremo ad avere la loro attenzione» concluse Drith. «Abbiamo un uomo laggiù, non dimenticatelo» aggiunse.

Poi si bloccò, nel silenzio funereo della stanza tutti la fissavano.

Non aveva informato nessuno a parte suo padre di Aric perché l’avrebbero presa per pazza all’idea di fidarsi di un Dragone. Persino suo padre non l’aveva presa bene, e lei stessa dubitava di aver preso una decisione sensata, ma non aveva avuto alcuna scelta, in quella gabbia. Certo, l’aveva avuta dopo: aveva avuto l’occasione di ucciderlo e non l’aveva fatto, e l’aveva avuta di fronte al Pipistrello ma la stretta delle braccia dell’uomo intorno alla sua vita ancora sembrava darle la sensazione di una corda che le avrebbe impedito di cadere senza trascinare con sé anche lui.

Forse suo padre sbagliava, forse la Condanna portava davvero alla follia. C’erano Spiriti Morti che ululavano, c’erano Spettri che la cercavano per accusarla e sfogare il proprio dolore e altri che volevano che proteggesse le loro famiglie. E poi c’era Hiccam. Da quando era libero di andare dove voleva era come una mente che pensava dentro la sua e Drith si sentiva così stanca che non riusciva più a ragionare. Nel silenzio il pensiero si fermò su Nortigaar e Drith ricordò con sollievo infinito che non aveva detto di Aric, ma aveva parlato loro di Nortigaar.

Dagli occhi colmi di lacrime di Deva capì che avevano creduto che parlasse di lui e deglutì, sollevata. In qualche modo aveva parlato anche di lui, pur senza volerlo. «Ci avvertirebbe se ci fosse qualche cambiamento» aggiunse, con la voce ridotta a un sussurro.

Roni la fissò cupo. «Bene, ora basta. Tu hai bisogno di dormire» le disse.

«Non posso» sospirò lei. «Devo controllare che tutto sia a posto. Domani abbatteranno l’ultimo spuntone del contrafforte, poi si faranno avanti. A quel punto dovremo essere pronti. Che mi dici, Deva?» chiese a denti stretti, tornando a fissare i segni sulla carta.

Lei gettò un’occhiata a Leonerbo, che la scrutava vagamente sospettoso, e annuì, pulendosi la faccia dalle lacrime. «Sono pronta» annuì «e Roni ha ragione. Da quando sei tornata non hai quasi chiuso occhio...»

«Hcevac e Tirras come se la cavano con le nuvole?» la ignorò Drith osservando le montagne disegnate con preoccupazione.

«Avevano un problema con la densità del fumo che saliva troppo in fretta, ma ho sentito il Conservatore dell’Arte degli Apotecari e a quanto pare saranno pronti. Stanno operando qualcuno dei loro prodigi» intervenne a quel punto la voce di Chori Acuto.

Drith sollevò la testa e lo vide stagliarsi nel nero rettangolo della porta della torre. Vide anche la sua aria stanca e stravolta e annuì con espressione grave.

«E tu, padre?» cercò di sorridere. «Ce la farai a portarci il sole?»

«Se tutto funziona a dovere? Sì. Ma niente funziona mai a dovere in battaglia» imprecò lui sottovoce. «Avrei dovuto pensarci anni fa, avremmo avuto la soluzione in pugno e perfettamente operativa adesso. Invece dovremo sperimentare sul campo... e odio sperimentare sul campo.»

«Il meccanismo della torre di segnalazione funziona da anni. Funzionerà anche il resto» lo contraddisse Drith.

Ma lui fece un movimento nervoso. «Quello era piccolo e facile da posizionare. Questo è un sistema complesso e lo sai meglio di me, dove c’è complessità si annidano errori e imprecisioni. E se qualcosa andasse storto, Drith, sarebbe tardi. Tu e il Viceré sarete lì in mezzo...»

«E ci saremo anche noi, Conservatore» intervenne Roni, posando la mano sul manico dell’ascia come se facesse gli scongiuri.

«E noi» ripeté con un sogghigno Leonerbo.

Tuttavia Drith non si sentì affatto rassicurata. Il mondo che conosceva sarebbe cambiato per sempre in due soli giorni e il modo in cui sarebbe avvenuto sarebbe stato opera sua. Nel bene e, temeva, soprattutto nel male.

«Andiamo, ora» le disse suo padre. «Non si fanno progetti né si affrontano battaglie senza riposo e cibo e tu hai bisogno di entrambi, bambina.»

Lei cercò di sottrarsi. «Non posso. Ci sono ancora cose, dettagli... devo controllare i tunnel e sentire Ragni e...»

«Ce ne occuperemo noi» le disse lui, prendendola per le braccia e spingendola via, verso la stanza che le Aquile le avevano assegnato.

Lei si arrese, davvero come una bambina.

«Ti sveglierò se ci sarà bisogno...» echeggiò la voce di Hiccam dietro di lei.

E Drith soffocò un sorriso disperato. Perché sapeva che non voleva dormire. Come sapeva che non sarebbe stata capace di accettare una sconfitta.

«Non avrebbe dovuto affrontarlo davanti agli altri» sospirò il Primo Nero grattandosi il naso.

Si era fatto buio e Aric, che stava cercando di lavare via sudore, stanchezza e sporco con un panno ruvido e l’acqua di un barile portato appositamente, increspò le spalle. «Nessuno si è mai posto questo problema per me e sono sopravvissuto» disse.

«Ma voi non siete il primogenito di Lord Taraul.»

«Non sono nemmeno un primogenito, se è per questo» bofonchiò lui fingendo di sapere chi fosse il Lord in questione.

«Lui non la prenderebbe bene, se sapesse. E non è mai bene svegliare un gigante» fece schioccare le labbra Dornes.

«Il che sarà un’ottima ragione per non rivelargli i dettagli. Per il suo stesso figlio, probabilmente» replicò lui.

Dornes gli rivolse un’occhiata pigra e divertita da quella che doveva sembrargli ingenuità. «Immagino che non sia comunque il momento di considerare la cosa un problema. Non ancora, almeno. Voi? Sarete pronto?»

Aric annuì, gettandogli un’occhiata in tralice. Non si era mai interessato di lui e, a parte sapere che i suoi uomini lo apprezzavano, non ci aveva mai avuto a che fare direttamente.

«Ancora mi domando per quale ragione tutti questi complessi sotterfugi. Avremmo potuto semplicemente arrestare il traditore, di cui ancora la Mano si ostina a non rivelarmi l’identità» borbottò Dornes, come se gli chiedesse di farlo lui. «Giustiziarlo e consegnarlo ai nemici. Poi procedere con il resto» disse afferrando una prugna gialla dal piatto e lustrandola sulla manica.

«Pensate che glielo avrebbero consentito?» gli chiese Aric, strofinando energicamente la pelle pallida nascosta abitualmente sotto l’uniforme.

«Perché no? Quei montanari ormai devono essersi accorti che sono in trappola...»

«Non alludevo a loro.»

L’altro trasalì. «È la Mano, per la Landa! Non siconsentono le cose alla Mano del Darlingar, si ubbidisce e basta!» obiettò, leggermente scandalizzato.

«Anche se volesse trattare?» sogghignò Aric.

Il Primo Nero parve a suo agio con l’idea. «Sarebbe ora di usare un po’ di buon senso. La Mano non è solo un fine stratega ma anche un astuto diplomatico e così deve essere. Se la trattativa con questa gente ci concedesse ciò che vogliamo senza farci perdere vite inutilmente, il Darlingar approverebbe... dopo tutto le vostre spingarde sono state già sperimentate con ottimi risultati, e il cielo sa quanto ciascuno di noi vorrebbe poter finalmente essere distaccato su un fronte dove c’è davvero bisogno di cavalli e sciabole e palle di pietra o di ferro e polvere, piuttosto che starcene qui a mordere le caviglie a quel gigante di roccia!» protestò il Primo Nero.

«Qualcuno potrebbe considerare una trattativa come una resa senza onore» gli fece osservare Aric, infilando la testa nell’acqua e trattenendo un lamento per via delle bruciature sul viso e sul collo. Dornes attese che la sua testa fosse uscita dalla botte, poi sbuffò. «Snoret? Sì, vuole annientare la fortezza, ma non disobbedirebbe mai a un ordine della Mano. Sa quali sono i suoi doveri.»

«È ossessionato da quella fortezza» borbottò Aric.

«E dal fatto che riguadagnerà il suo onore solo abbattendola pietra per pietra, lo so» sospirò il Primo Nero, decidendosi ad addentare il frutto svogliatamente. «È qui da quasi trent’anni.»

«Un uomo ossessionato può essere manipolato con facilità» fece spallucce Aric.

Dornes rigirò il boccone in bocca, come se non gli piacesse. «Il che spiega i dubbi della Mano. Tuttavia lui non lo conosce come lo conosco io. A proposito della donna armata, invece,» aggiunse, stringendo le labbra disgustato «che idea vi siete fatto di lei e di quello che vi ha detto?»

Il viso di Drith lo fissò di nuovo dai suoi ricordi, vicino e ardente, e Aric scosse la testa, cercando di scacciare il pensiero. «Ha ucciso tre dei nostri prima di essere presa. E ci sono voluti diversi soldati per fermarla. Che idea dovevo farmi?»

«Dovremmo aspettarci un attacco alle spalle? Con quei loro aggeggi volanti potrebbero portare uomini e ammassarli tra le colline in modo da sorprenderci?»

Aric aggrottò le sopracciglia, le scottature sulla pelle brunita che dolevano tanto quanto i lividi del crollo del deposito. «Immagino che sia possibile» mugugnò. Manipolare i fatti e le persone, dire mezze verità e solleticare le ambizioni della gente lo snervava tanto da chiedersi come Odar avesse fatto a sopportarlo per una vita.

«Per questo la Mano ci tiene a osservare le retrovie... non vuole correre rischi. Per la Landa! Li vedevamo lanciarsi da quelle torri, ma... si è davvero alzato da terra come un uccello?» s’intrufolò nei suoi pensieri la voce strozzata del Primo Nero.

Aric annuì, asciugandosi rapidamente, rimesso al mondo dal cibo e da quella specie di bagno, come non avrebbe mai immaginato, e Dornes scosse la testa: «Dovremmo davvero temerli, quindi...».

«O usarli a nostro vantaggio» suggerì lui, e le sue parole fecero tacere Dornes per un istante.

«Spingarde, colubrine a braccio, la nostra cavalleria da carica armata di certes, la fanteria d’assalto e la copertura dall’alto... il sogno di ogni Darlingar dai tempi di Tharolm: nessuno oserebbe più attaccare la Landa...» annuì calmo. «Il punto è, Ooterham: cederanno i segreti più preziosi che li hanno tenuti in vita e difesi da noi, in cambio delle loro vite? Cosa li indurrà a fidarsi della nostra parola? Voi?» suggerì maligno.

«Avete detto che la Mano è un fine diplomatico. Sfrutterà le loro necessità per organizzare le nostre» rispose Aric indossando i calzoni e osservando la complessa chiusura, infastidito. Allacciò i primi bottoni, ma Dornes schioccò in tono secco: «No! Non così, il bordo sinistro va sollevato leggermente e piegato all’esterno. Il destro chiudetelo sopra il terzo bottone. Ecco, così.» Poi lo rimproverò: «Dovete imparare. Le guardie sono sempre impeccabili, ricordate. Comunque almeno la stazza è la vostra. Con un po’ d’impegno potreste anche ingannarli» annuì dando un altro morso al frutto, per poi sputarlo quando vide che c’era un piccolo verme biancastro.

«E a voi cosa ha promesso, la Mano?» gli chiese lui, afferrando la cintura e gettando un’occhiata perplessa alla sottile spada.

«Promesso?» sputacchiò il Nero.

«Il figlio di Taraul è sistemato, io ho ricevuto una promozione, sempre che mi riesca di sopravvivere per mantenerla. Sembra che il metodo per consolidare alleanze della Mano sia piuttosto ovvio. Voi cosa otterrete?» disse lui, torvo.

Il Primo Nero lo fissò strabiliato per un istante, poi scoppiò in una sonora risata. «Siete già così cinico da pensare che la sola fedeltà non basti a tenere un uomo in riga, eh?»

«Non sono cinico, non mi faccio illusioni.»

«Ebbene, vi sottovalutavo proprio, povero me. Ma vedete, dal mio punto di vista, Ooterham, come che vada, uscire da tutto questo con un favore da riscuotere dalla Mano sarà molto più utile di qualsiasi medaglia... Snoret vuole la gloria e un posto nella grande Aula ma io voglio solo tornare nella mia tenuta, dove la nebbia del mattino striscia sul lago di Bernis come una danzatrice, e l’autunno stende un manto rosso sulle colline. I miei tre figli sono così ambiziosi che possono pensare a risollevare il nome di famiglia per me» sbuffò. Poi guardò di nuovo la prugna e la gettò fuori dalla tenda. Ci fu un suono sordo, lo sbuffo di uno dei cavalli, e Dornes scosse la testa. «Comincio a essere vecchio per il caldo, il freddo, la pioggia e il sole, per le campagne militari, i tradimenti, la carne secca, le gallette bacate e la frutta marcia, e, accidenti, di sicuro ne sono stufo!» borbottò.

Poi uscì dalla tenda, nell’oscurità illuminata dalle prime stelle, e Aric si rese conto che in fondo, nonostante dovesse esserlo, lui non lo era affatto.

Non ancora.

Chori Acuto vide comparire Drith in cima alle scale della torre all’improvviso, poco prima dell’alba.

Quella che aveva chiamato Grande Spingarda aveva appena fatto fuoco, Marca era stata scossa dalle fondamenta, e il crollo dell’ultimo spezzone del Collo di Vipera aveva sollevato una nube di terra, schegge e rocce sbriciolate insieme a un silenzio di morte dalle torri della città.

Ma sua figlia non si era svegliata per quello. Chori Acuto era in grado di riconoscere i segni e la fatica che sembrava gettare un peso sulle sue spalle, la rendeva anche più trasparente, come un cristallo. Almeno per lui.

«Hiccam?» le chiese.

Drith lo raggiunse vicino alla feritoia in cima alla scala, agile come un furetto e con un leggero fiatone mentre dietro di lei comparivano Roni e due dei Lupi che aveva scelto per la scorta del Comandante sul Seggio di Guerra, perfettamente coordinati.

«No» rispose lei, guardando fuori.

Lui serrò le labbra. «Spiriti Morti» sospirò, teso.

Sua figlia gli gettò un’occhiata. Non gliene aveva mai parlato in modo diffuso, probabilmente per non preoccuparlo, ma Weru era stato più che esauriente nelle fitte pagine dei diari Pugno.

Drith dovette rendersene conto e non perse tempo a negare o spiegare. «Solo grida, in lontananza, come se lanciassero un avvertimento. O... una minaccia» disse. Era pallida e gli occhi cerchiati ruotarono su qualcosa alle sue spalle. «Sì, si sta muovendo» aggiunse prima di tornare a guardare lui. «La situazione sulle cime?»

«Hanno iniziato due ore prima dell’alba» le rispose, spingendo verso di lei sul tavolo la zuppiera in cui era lo stufato freddo di rotra che aveva fatto portare un’ora prima.

Lei abbozzò un sorriso. «Credi che servirà a qualcosa?»

«Vecchie leggende e vecchie credenze, forse, ma ho fatto preparare ogni singola pozione e ricetta che contenesse rotra. Visto che dobbiamo contare sulle leggende, allora facciamolo sul serio» le disse. «E poi ricordo che il rotra ti piaceva.»

Una scintilla malinconica splendette sul viso di Drith, che sollevò il coperchio e depose una mestolata di denso stufato bluastro su un piatto di metallo, lo assaggiò e, nonostante sembrasse colla, ne prese una seconda. A quel punto sollevò il piatto e indicò con la forchetta la bottiglia e i contenitori sul tavolo.

«E quelli?» gli chiese.

«Latte di rotra da bere al posto dell’acqua, cera blu per i tuoi abiti e unguento per il resto della pelle. Per quando sarà il momento» le disse lui. «Anche se avrei preferito che tu aspettassi per permetterci di ottenere anche l’elisir concentrato...» borbottò.

«Il procedimento è troppo lungo e ogni giorno che passa si avvicinano i temporali della mezza stagione. Se arrivassero prima del tempo sarebbe un disastro per noi» ribatté lei, a bocca piena. «E poi ci saranno le nuvole» sorrise. Il suo viso sciupato s’illuminò.

«Ci sarà anche il sole» protestò lui, irritato più con se stesso che con lei. «E tu sarai lì in mezzo!»

«Non per forza tanto vicino a Woos da subirne le stesse conseguenze» tentò di convincerlo con aria innocente.

Chori Acuto emise un sospiro. «Sarà meglio per te» le disse prendendo un tono secco. «Secondo i miei calcoli l’effetto potrebbe essere anche più concentrato di quello naturale, anche se sono pronto a scommettere che vorrai accertarti che lui sia esattamente dove deve essere nel momento in cui deve essere» sibilò.

«Per questo ci saremo noi, Conservatore» obiettò Roni.

«Io sarò solo l’esca. Se vedrà me penserà di essere al sicuro. E poi ci saranno Hiccam e Nortigaar e...» aggiunse Drith, bloccandosi come se fosse stata sul punto di dire qualcos’altro. «Be’, non dimenticarlo.»

«Come potrei?» sogghignò lui. Sentì un lampo freddo alla spalla e immaginò di essere stato sfiorato dall’antico Pugno. «Anzi, a proposito, voci su Spuntato?» le chiese.

A quel nome Roni tese le orecchie e i suoi occhi ruotarono sul suo volto tirato.

Ci furono dei passi. L’avvertimento di Hiccam le aveva salvato la vita e da allora non c’erano stati altri attentati. Ma Spuntato era ancora al suo posto nella Consulta; aveva negato di fronte a tutti ogni nesso con l’azione dei Serpenti, e il Capo Orso e il Conservatore dell’Arte degli Scrittori avevano preso le sue difese. Poi, visto che molti sapevano che non era la verità, erano diventati tutti e tre molto cauti. E negli ultimi giorni fin troppo calmi e sorridenti.

«Pare abbiano deciso di rinchiudersi nell’Altamarca appena saremo usciti di qui» intervenne la voce del tutto inattesa del Viceré.

Roni scattò nella posizione degli onori come un giunto ben oliato e Chori Acuto vide comparire sulla soglia il giovane volto, seguito da due Leoni armati di tutto punto, un Ragno e un Apotecario sul cui petto la libellula scintillava alla luce delle torce.

«Rafforzando le fortificazioni interne e pronti a ritirare i ponti mobili quando, sono convinti, i Dragoni sciameranno tra le mura...» disse Drith facendogli un cenno di saluto.

Chori Acuto rifletté un istante, disgustato. «O a uscirne vittoriosi sostenendo di aver lavorato al nostro fianco se tu dimostrassi di aver avuto ragione» osservò salutando a sua volta il giovanotto, che dimostrava molto più sangue freddo di quanto lui avesse mai immaginato.

«Hanno ovviamente cercato di convincermi dell’inadeguatezza, della cecità e della pericolosità del vostro piano, Comandante Acuto» borbottò in tono quasi di scusa lui, fissando Drith. «Ma ho risposto loro che se il Comandante sul Seggio di Guerra rischiava la sua stessa vita in campo, non vedevo perché non avrei dovuto farlo anch’io come tutti gli altri Markenn. Soprattutto considerando quanto c’è in gioco, non potevo restare chiuso a palazzo, protetto dai Serpenti e pronto a usare le camerate sotterranee, il vecchio passaggio segreto del palazzo dei Pugno. I Pennatorta l’avevano fatto scavare tra i depositi delle Acque durante il centoventitreesimo anno dell’assedio. Per garantire la fuga e la sopravvivenza dell’erede dei Pugno» spiegò alle occhiate perplesse. «Ma mio padre non avrebbe approvato» arrossì, fissando tutti i presenti come se si vergognasse di aver anche solo considerato l’ipotesi.

«Un passaggio segreto. Ovvio. Quel codardo di Spuntato vuole usarlo da solo per fuggire sulle cime, scommetto» non riuscì a trattenersi Roni. «Lasciando indietro tutti gli altri, intrappolati qui, come bestie al macello.»

«E dei Serpenti che mi dite? Non erano lì per proteggere voi?» domandò Chori Acuto.

«Li ha esentati dal seguirmi, visto che avrebbero contravvenuto agli ordini diretti del loro Capo Arma» sogghignò uno dei due Leoni che era con lui. «E noi, che eravamo andati a cercarlo per parlargli, ci siamo offerti di fargli da scorta.»

«Sarà un onore avervi al nostro fianco, Viceré Pennatorta» annuì Drith in tono rispettoso dopo aver inghiottito in fretta il suo stufato freddo e posato il piatto.

Lui parve sollevato di aver sentito quelle parole, come se in realtà ne temesse altre. «E per me lo è che mi abbiate chiesto di essere parte della Rivincita, Comandante Acuto. Ma non pensate che dovremmo fermarli? So che mia sorella non intende nuocere a nessuno ma...» chiese lui, diventando di colpo bianco come un cencio e fissando la mappa sul tavolo e poi le bottiglie e le fiale dell’Apotecariato.

«Dateci solo l’ordine e agiremo, Viceré Pennatorta» dichiarò Roni, stringendo le dita sull’ascia.

Ma lui gettò un’occhiata di aiuto a Drith e lei divenne ancor più seria.

Erano entrambi troppo giovani per il ruolo e le responsabilità che l’Assedio e la città avevano gettato sulle loro spalle, pensò Chori Acuto, eppure lui cercava appoggio e Drith non si tirò indietro.

«Non posso dare io quell’ordine, Viceré, anche se là c’è vostra sorella. Voi comandate i Markenn entro le mura, io contro i nemici, là fuori, o sulle mura. Se mescolassimo queste due cose temo che... diventeremmo ciò che non vogliamo diventare, né voi, né io» mormorò, con un buonsenso che le calamitò gli occhi di tutti addosso.

Poi rimase in attesa degli ordini del Viceré e il giovanotto chinò il capo pensoso e prese un profondo sospiro. «Allora ordino che vengano fermati. Ma senza che venga fatto loro del male, se possibile...» aggiunse in fretta.

«Spuntato ha tentato di uccidere il Comandante Acuto» obiettò Roni in tono rude. «Farà resistenza. Lui e i suoi maledetti Serpenti reagiranno. Uccideranno.»

Tutti lo guardarono e Chori Acuto propose: «Se li affrontiamo probabilmente sì. Ma potremmo chiuderli nell’Altamarca. E bloccare il passaggio sotterraneo se ci dite dove si trova... in modo che non riescano a utilizzarlo, almeno per il momento».

Il giovane Viceré s’illuminò. «Sì. Vi dirò ciò che so del passaggio» annuì confortato. «Ma chi potremmo inviare a occuparsi di questo ora che abbiamo bisogno delle truppe qui?»

«Deva...?» suggerì Drith.

Chori Acuto rimase interdetto, e non riuscì a mostrarsi troppo d’accordo, perché conosceva la verità su quella che ormai era una persona di cui difficilmente sarebbe tornato a fidarsi.

«Weir Spadarossa?» chiese il Viceré, scrutandolo come se sentisse la sua perplessità e poi tornando a fissare Drith. «So che avete detto di averla incaricata voi di infiltrarsi nei ranghi degli Echi, ma credete che sia il caso? Non ha consegnato nessuno dei suoi contatti ancora, a parte quel vecchio pazzo di cui anche mia sorella diffidava, senza offesa, raenth Spadarossa» aggiunse lanciando un’occhiata cauta a Roni.

«Nessuna offesa, signore. Temete che mia sorella possa fuggire con la vostra» fece spallucce il colosso Orso. «Che l’abbiano convinta in qualche modo o possano convincerla a tradire» ringhiò con un’espressione truce sul viso quadrato. «Ebbene, lo temo anch’io. Ma ho sempre pensato che Deva fosse troppo intelligente per prendere uno stupido abbaglio...» aggiunse pacato «e se il Comandante Acuto dice che ci possiamo fidare di lei, suppongo che dobbiamo farlo. Lei ha informazioni cui noi non potremmo accedere» concluse, lanciando un’occhiata cupa a Drith.

Tutti lanciarono occhiate nel vuoto, domandandosi se ci fossero Spettri lì intorno. Chori Acuto vide lo sguardo che si scambiarono sua figlia e Roni e d’un tratto si rese conto di quanto era cambiata la città. In quella stanza, nel Bastione di Zimarra, sul fronte vero e proprio, c’era la nuova Marca, i nuovi soldati e Viceré e Comandanti che prendevano la situazione in pugno, come un tempo avevano fatto Chori Acuto, Spuntato, Leonerbo e gli altri della sua generazione. Solo che ora Marca si stava frantumando molto più che sotto i colpi delle spingarde e lui si sentì fremere di timore per loro.

«Allora così sia fatto» annuì compunto il Viceré, interrompendo i suoi pensieri. «Scriverò personalmente un ordine per Deva weir Spadarossa.» Poi guardò la mappa e aggiunse: «Ma dovreste aggiornarmi sul piano...».

E mentre Drith iniziava a spiegare, il vento portò l’odore inconfondibile di fumo e di carne bruciata. La guerra non era ancora finita.

«Tutto fa pensare che si aspettino che apriamo una breccia con le nostre spingarde. Per poi tentare un massiccio attacco per penetrare nella città da lì» disse la Mano, massaggiandosi la spalla ancora bendata sotto gli abiti.

«Certo che se lo aspettano, quel grandissimo figlio d’un cane di Ooterham aveva quegli ordini» sbottò Snoret con una smorfia disgustata «e avrà informato la sua amichetta, prima di lasciarla volar via.»

In piedi dietro la Mano, teso come una corda, Aric si sforzò di restare immobile. La maschera delle guardie personali della Mano era una sorta di leggero elmetto con una griglia frontale e nessuno lo aveva riconosciuto; nessuno aveva nemmeno un sospetto che fosse lì invece che morto ai Pozzi. E lui doveva restare lì, a chiedersi quanto Snoret fosse compromesso e quanto soltanto un arrogante arrivista.

«E d’altronde è ancora la mossa più logica» disse il Primo Nero. «Mantenerci in posizione di forza...»

«Di forza? Quelli preparano qualcosa. Non sono mai stati tanto silenziosi e cauti da quando sono qui» ringhiò Snoret. «Il che significa che dobbiamo cambiare piano.»

«D’altronde, se la prigioniera sa tutto, sa anche che noi sappiamo...» obiettò il Primo Nero, che pareva trovare la cosa divertente «e si aspetterà che cambiamo modalità d’attacco. Visto che non abbiamo molte alternative...»

«Spostare quelle spingarde richiederà tempo» ringhiò Snoret. «Il tempo di aggirare le macerie di quei picchi. No, dovremmo attaccare subito, signori. Un massiccio attacco tradizionale, adesso, subito, e far minare le dannate mura.»

«Non siamo mai riusciti a minare le mura, e dovremmo farcela adesso?» borbottò il Primo Verde con una smorfia. «Sembri dimenticare che ci vedranno arrivare.»

«Bene. Come loro hanno usato i nostri pugnali per tentate di uccidere la Mano, signori, noi potremmo usare gli abiti di quella dannata donna per ingannarli e riuscire ad avvicinarci. Ora che possiamo avanzare in blocco faremo talmente tanto baccano da rendere la cosa fattibile. Non guarderanno in faccia qualcuno che sembra dei loro, cercheranno di coprire la sua fuga da noi. Ci basterà un uomo. E una volta sistemate le cariche...» i suoi occhi scintillarono come acciaio «addio mura.»

«Che ne pensate, Primo Grigio?» chiese la Mano, lanciando un’occhiata in tralice all’artigliere capo, che aveva provvisoriamente preso ai suoi diretti ordini gli uomini di Aric, anche se non sembrava gradire la responsabilità. Né i reietti che lui stesso aveva rifilato alla compagnia.

«Penso che la vostra sia una discussione oziosa» disse con una certa solennità. «Si avvicinano le piogge; ogni giorno è buono, in questo periodo, per ritrovarsi nella melma fino al collo. Se aspettiamo di aver posizionato le spingarde, soprattutto quella grande, non avremo occasione di usarle prima che riescano a manometterle... e, se piove, non potremo spostarle in fretta.»

«Finora il tempo è stato favorevole...» suggerì il medico, che era entrato sotto la tenda con un vassoio tintinnante sul quale c’erano gli strumenti per cambiare le bende della Mano. Tutti lo fissarono come l’intruso che era e lui chinò il capo con aria servizievole e aggiunse: «È l’ora della vostra medicazione, signore».

La Mano gli fece cenno di posare le sue cose.

«A meno che qualcuno qui non riesca a comandare le stagioni,» lo ignorò Snoret guardando la Mano «la domanda giusta è: quanto vogliamo aspettare per abbattere quelle mura, signore? Quanto bisogno ha la Landa del certes? Perché possiamo sederci qui ad aspettare di nuovo tempo secco, spostare la grande ranocchia e attaccare tra sei mesi, quando farà freddo e il tempo sarà di nuovo favorevole, o possiamo agire adesso, approfittando della loro paura. Senza lasciargli il tempo di riorganizzarsi.»

La Mano chinò la testa, come riflettendo. «Il sole non durerà per sempre. Quest’anno è stato particolarmente piovoso» osservò. «E mi dicono che ci sono nuvole sulle cime... forse nulla più che fumo, ma se non ci sono oggi ci saranno domani, o dopodomani. Ooterham ha impiegato del tempo a sistemare la grande spingarda e le due piccole e sapeva esattamente come fare. Il suo secondo è morto e il suo giovane assistente non è altrettanto esperto o sveglio, dovrebbe studiare gli appunti di Ooterham e Narram e le Bande Grigie... non conoscono i dettagli. Aspettare ed essere prudenti non ci darebbe alcun effettivo vantaggio. Dunque concordo con il Primo Rosso sulla necessità di agire subito.»

«Attaccheremo, quindi?» domandò Dornes, lanciando un’occhiata impercettibile ad Aric.

«Domani all’alba» decise la Mano.

«All’alba? Il terreno non è livellato...» osservò Dornes. «I cavalli si azzopperanno.»

«Al diavolo i cavalli! Perché non subito?» sbottò invece Snoret.

«Perché il Primo Nero ha ragione, il terreno è irregolare, i crolli non sono stati livellati e gli uomini dovrebbero avanzare rompendo la formazione, il che ci farebbe perdere il vantaggio. Ci muoveremo questa notte, appena la luna tramonterà.»

«Sarà buio pesto» protestò il Primo Nero.

«Di fronte alle mura tengono sempre dei grandi falò, e avranno delle sentinelle... non passeremo inosservati...» obiettò il Verde.

«Dubito abbiano sentinelle sui monconi di roccia più vicini ai crolli. Avevano delle postazioni lì, ma sono franate o inservibili. Quindi se ce ne sono, come credo, saranno a distanza, in punti a loro meno favorevoli. E non ci vedranno, perché ci muoveremo al buio e non ci avvicineremo troppo. Se avremo fortuna le nubi saranno per allora sopra di noi. E arriveremo vicini, ma non tanto da allertare le sentinelle, solo quanto basta per superare il terreno accidentato.»

«Al buio, signore?» borbottò il Primo Grigio. «L’intera armata?»

«Indosserete mantelli per coprire le armature e controllerete che i vostri uomini abbiano avvolto le proprie armi in panni di lana in modo da evitare che tintinnino contro le cotte; soprattutto voi, Primo Snoret. La conformazione delle montagne sembra adatta a far risuonare un trillo come un tuono e non voglio allertarli prima del tempo.»

«Sì, signore» annuì entusiasta lui.

«E una volta lì?» chiese il Primo Verde. «Saremo dove siamo sempre stati, esattamente in fondo a quella specie di mezza collina che sale verso l’imboccatura delle montagne. Ci decimeranno come è accaduto sinora.»

La Mano sogghignò. «No, se saremo noi a costringerli a fare ciò che vogliamo» disse sibillino. «E prima dell’alba io farò in modo che ci riusciamo, sempre che tutti voi abbiate il perfetto controllo sui vostri uomini.»

«Voi, signore?» chiese a quel punto Snoret, incupendosi e realizzando che sarebbe stato con loro, a strappargli il comando dell’intero attacco, e la gloria.

La Mano annuì, e Aric vide Woos sussultare.

«Avete intenzione di scendere in battaglia con le truppe?» squittì aspro. «Non vi siete ancora perfettamente rimesso. Non posso permettervi di commettere una tale sciocca imprudenza...»

La Mano ruotò gli occhi gelidi su di lui. «Non ho voce in capitolo, amico mio» gli disse con un tono cordiale e al tempo stesso in qualche modo raggelante. «Occuparmi personalmente della questione è ciò che il Darlingar mi ha ordinato. Facendo tutto ciò che fosse stato necessario per ottenere quel certes in tempi brevi. E per poter fare questo dovrò essere laggiù, per valutare la strategia e gli ordini più adatti all’ultimo momento.»

«Il Darlingar mi ha mandato con voi per tenervi in vita!» proruppe fremente il medico.

«Cosa che avete già fatto e sono certo farete di nuovo, se dovesse verificarsi qualche spiacevole incidente. Ma ne dubito, visto che avrò con me le mie guardie e che il Primo Grigio avrà la gentilezza di inviare al mio fianco i suoi migliori tiratori con le colubrine.»

Il Primo Grigio sollevò un sopracciglio, affrettandosi ad annuire e Woos protestò ancora. «Volete dire quelle lunghe canne a mano? Non potete davvero pensare che questo...» replicò Woos. «Il Darlingar ha... la mia responsabilità è...»

Aric poteva quasi vedere i suoi pensieri frenetici. Aveva contato di poter restare al margine, spostare le sue pedine, e invece sarebbe stato costretto a muoversi. “Soltanto il sole e il fuoco” tornò a sentire la voce di Drith nella sua testa.

La Mano lo fissò. «La vostra obiezione sarà annotata nei registri e, naturalmente, questo significa che dovrò portarvi con me, per la mia sicurezza e, se sarete così gentile da dare una mano, a vantaggio dei Dragoni in campo.»

Il volto di Woos illividì, una mano che tremava visibilmente. «Io? Ma cosa potrei mai...» tentò di ribattere, serrando le labbra in una linea sottile e vibrante di sdegno. Ma si zittì, perché era evidente che non poteva rifiutare quella richiesta.

«Siete mai stato in battaglia?» gli chiese la Mano, con la cordialità di un serpente che abbracciava la sua vittima per soffocarla.

Woos deglutì. «Da giovane. Certo» ammise.

«Molto bene» annuì in tono soddisfatto la Mano. «Farete preparare una scelta dei vostri ritrovati e dei vostri strumenti e sarete pronto per stanotte. Anzi, dopo che vi sarete occupato di cambiare la mia fasciatura, manderò con voi un paio dei miei uomini, perché vi aiutino: volete provvedere voi, Tewdic?» accennò all’altra guardia con un elegante movimento del braccio sano. L’uomo s’inchinò e con un cenno la Mano congedò gli altri, con la promessa che li avrebbe fatti chiamare più tardi per i dettagli della strategia. E mentre Woos, furente, tratteneva a stento la rabbia, Aric, dietro la griglia che gli nascondeva il viso, sorrise. Disprezzava i sotterfugi e gli inganni eppure non poteva che essere ammirato dal sangue freddo della Mano.

Ora Woos si sarebbe mosso da solo, proprio nella direzione in cui doveva; il destino che gli sarebbe toccato dipendeva solo da Drith.

Nortigaar era inquieto.

Il Dragone aveva mantenuto la parola e aveva dato fuoco ai corpi. Al suo corpo. Nella luce del tramonto il fumo si sollevava in nere volute dal margine est del Quartiere e di colpo lui si sentiva meno legato a quella terra. Come ubriaco, sul punto di volare via. Ma non voleva andarsene. Non ancora. Voleva Woos, voleva distruggere ogni singolo frammento del suo spirito, sempre che gliene fosse rimasto uno. Era l’unica cosa che desiderava, l’unica che vedeva davanti ai propri occhi. Aveva fatto la sua parte fino ad allora, come Drith aveva chiesto, e avrebbe dovuto farla anche ora, ma avrebbe preferito raggiungere il traditore sotto la tenda da dove a tratti si levavano gli ululati degli Spiriti Morti, e rendere lui stesso quella cosa uno Spirito Morto.

Invece, mentre tra gli altri corpi ciò che restava del suo andava in fumo, mandando quell’odore che in vita aveva tanto odiato, avrebbe dovuto andarsene e raggiungere la cima del Nuctirenn. Ma lui non se ne sarebbe andato.

«Vorrei sapere cosa fa là dentro...» borbottò allo Spettro comparso alle sue spalle dal nulla. Pensava fosse Narram, con quella sua abitudine di sbucare fuori all’improvviso, ma gli rispose la voce contegnosa di Odar. «Avete visto Narram?» gli chiese.

Nortigaar fece spallucce mentre l’ombra della tenda si allungava sul terreno, inghiottita dal fumo. «Sarà con i vostri, da qualche parte là in mezzo» gli disse. «Un branco di capre circondato dai lupi» bofonchiò, alludendo ai preparativi nel Quartiere e nel campo con evidente disprezzo.

«Saranno pronti, quando sarà il momento.»

«O ci raggiungeranno in fretta» sogghignò lui.

Odar emise uno sbuffo. «Non sottovalutate la Mano.»

«No? Guardatevi... guardateli, criminali finiti qui per evitare di scontare la pena, nobili codardi o gente che non ha nulla da perdere. Non sono altro che spettri di ciò che la Landa era, che si nascondono dietro glorie passate. Perché dovremmo aver bisogno di voi? O di loro?»

«Perché sono assassini e pendagli da forca, ma una volta addestrati non ce ne sono di migliori. E guidati dall’uomo giusto sono una forza inarrestabile. Di cui avete bisogno, perché non hanno paura di morire.»

Nortigaar si voltò con un ringhio, scosso da un’incredibile furia fredda. «Nessuno di noi ha paura di morire!» tuonò, la voce per un istante simile a quella di uno Spirito Morto.

«Voi ne avete» disse Odar. «O ne avete di essere giudicato da chi è morto prima di voi e da chi morirà dopo di voi. Per questo siete ancora qui. Volete assicurarvi d’aver fatto tutto giusto, come un bambino che cerca l’approvazione dei genitori, ma non è così che funziona il mondo dei vivi e nemmeno quello dei morti, a quanto pare. Commettiamo errori e non li paghiamo da soli, quasi mai.»

Nortigaar lo guardò con l’odio di chi comprende all’improvviso che il proprio dolore non è affatto unico né tanto meno il centro del mondo, ma un altro ululato, più atroce degli altri, squarciò l’aria immobile.

Entrambi gli Spettri si volsero verso la tenda scuri in volto e ne videro uscire una figura curva e incappucciata, che s’infilò nella tenda di Snoret, senza nemmeno gettare uno sguardo ai soldati che lo aspettavano fuori. «Forse allora è il momento di rimediare» sibilò Nortigaar, facendo un passo verso le tende.

«No! Ora so perché la vostra donna ha detto che dovevamo andarcene dopo avergli impedito di sentire, di capire...» lo bloccò la voce di Narram, comparendo d’improvviso alle loro spalle. «Ho visto cosa faceva là dentro...»

«Cosa avete visto?» fece Odar, aggrottando la fronte sul volto impolverato.

Narram biascicò qualcosa, poi scosse la testa. Sembrava più debole, più effimero e la sua voce cadde su di loro come pioggia gelata. «I feriti sono morti. Tutti» disse, incredulo. «Anche Egoren, che aveva solo una gamba rotta e Roseet che era lì solo per dissenteria. Tutti morti...» sibilò lo Spettro e aggiunse, quasi incredulo. «Devastati.»

«Anche noi lo siamo» sillabò Nortigaar.

Ma Narram drizzò la schiena. «No. Non ancora» disse. «Questo è il punto. Non così

E Nortigaar guardò verso il Quartiere mentre il fumo li investiva come un’onda e si sentì pervadere da una strana sensazione di ineluttabilità. I Dragoni si preparavano all’assalto, l’Occlumsaac ad affrontare l’ultimo dei Pugno, e lui, finalmente, a fare ciò che doveva. Non per la paura del giudizio di qualcuno, ma per ciò che sarebbe diventato se non avesse agito come riteneva giusto.