FEDELTÀ
Anno dell’Acqua
Grigia – 603° dall’Inizio dell’Assedio
In piedi nella Sala in cui era stata assegnata tanto tempo prima, Drith era in attesa della Consulta a cui riferire. Era stata ripulita, medicata, e le piccole ustioni che il sole aveva provocato sulla sua pelle priva di protezioni bruciavano.
Ma si sentiva per la prima volta un’estranea nella sua città. Non era ancora riuscita a parlare con Hiccam, anche se aveva sentito il suo spirito cercarla e la sua voce esultare, nel momento in cui aveva toccato il suolo di Marca, e si domandò se anche lui si fosse sentito un estraneo al suo ritorno dalla Coracca. Sentiva Marca fremere e ribollire sin nelle fondamenta, ma non riusciva a essere lì. Era intontita.
Poche ore prima, per la prima volta in vita sua, aveva volato senza protezioni nella luce del mattino, e la vista dall’alto di uno scuro grumo di terra che sorgeva all’imboccatura della Conca come un malsano gonfiore le aveva dato un brivido violento.
Al suo arrivo alla Torre di Volo era stata accolta dai Pipistrelli esultanti ma con i volti tirati. Prima di riuscire anche solo a parlare con lui, suo padre, che era rimasto in attesa per giorni, aveva sguinzagliato su di lei gli Apotecari, che le avevano medicato le ustioni, e Drith non era riuscita a dire nulla. Non aveva ancora visto Deva, ma era certa che le avessero già detto che suo marito non era tornato con lei. E forse era proprio il senso di colpa che Drith provava per la morte di Nortigaar, lo shock di ciò che aveva visto dall’alto e riconosciuto, o la consapevolezza di ciò che doveva fare, che la induceva a nascondere tutto dietro altri burrascosi pensieri.
Perché, nonostante il momento, non riusciva a togliersi dalla mente la sensazione del braccio che la stringeva alla vita, delle labbra calde e amare di cenere che le avevano tolto il fiato e di quegli occhi... quegli occhi scuriti da qualcosa che temeva e desiderava allo stesso tempo. Il calore e la vita che correvano nel corpo del Dragone contro il suo erano ancora con lei, e si sentì arrossire. Dopo anni in cui si era sentita clandestina nel suo stesso mondo, isolata come uno spettro, per un attimo qualcuno era riuscito a farle dimenticare chi era e ciò che doveva fare e ad accendere nel suo cuore il desiderio di una vita. Era stupido da parte sua. Non sapeva nemmeno cosa provasse per quell’uomo. Un Dragone. Aric. Ma era stato capace di guardarla negli occhi sapendo cosa era. Senza pietà e senza paura. E quello che aveva visto nel suo sguardo era stato probabilmente solo il riflesso di ciò che lei stessa voleva ma vi si era aggrappata.
Era stato un momento, non avrebbe potuto essere altro, ed era stato un errore perché ora si sentiva come prosciugata, smarrita.
“Sarebbe stato meglio non sapere mai” pensò, cercando di allargare il collo della casacca, che sembrava soffocarla.
Avrebbe avuto bisogno di aria per snebbiarsi le idee, ma non c’erano finestre lì, solo lei nella sua uniforme pulita, in attesa; ed era giorno. Un giorno caldo e sereno. Rabbrividì e finalmente i chiavistelli scattarono; i Conservatori delle Arti e i Capi delle Armi entrarono, uno dopo l’altro in una lugubre processione, e Drith raddrizzò le spalle e si preparò.
L’ultimo fu il Viceré, poco più che un ragazzotto non troppo alto, dai ricci castani che ricadevano sulla fronte alta, ombreggiando due occhi spaventati ma intelligenti. Aveva il collo arrossato, come se avesse discusso fino a quel momento con qualcuno, e la stessa espressione, solo più rigida, l’aveva anche suo padre.
Solo Alanera non era presente e dai gradi di Vicecapo sul braccio di raenth Tagliaferro, Drith capì che erano accadute molte cose. Ma non c’era tempo per questo, non c’era tempo per i dubbi. E non c’erano alternative.
Così si chinò su un ginocchio con la mano fasciata sul petto; prese fiato e, guardando fissamente il giovane Viceré, sentì se stessa dire ciò che nessuno si aspettava in quel momento. Nemmeno suo padre.
«Viceré, Conservatori, Capi» esordì a voce alta. Poi si fermò, attese che il cuore che correva in petto rallentasse ma non accadde così riprese: «Io, Drith weir Acuto, sono qui oggi per reclamare ciò che non ho mai desiderato ma che in questo momento non posso fare a meno di accettare. Come ultima della stirpe di Hiccam Voce Tonante» le tremò la voce quando sentì quella di Hiccam raggiungerla e fare eco alla sua con le stesse parole «e ultima dei Pugno in vita, io reclamo di fronte alla Consulta la mia posizione di Comandante sul Seggio di Guerra e chiedo di poter guidare, insieme alle Armi e le Arti, la città di Marca contro i suoi nemici, finché la minaccia non sarà cessata o le forze me lo concederanno. Così come i miei predecessori sono stati tutti chiamati a fare.» Fece una pausa.
Aveva trattenuto tanto a lungo quelle parole che adesso erano uscite dalle sue labbra con la forza dell’acqua che straripa. E come acqua echeggiarono, allargandosi in un lago di stupefatto, disorientato e agghiacciante silenzio.
Per un po’ non ci fu nessuna reazione. Solo una roca risata, sfilacciata e amara di Hiccam, che solo lei poteva sentire.
Si erano riuniti per sapere la situazione nel campo dei Dragoni, per conoscere i dettagli delle loro armi e della minaccia che costituivano, e invece avevano improvvisamente davanti una questione che avevano ignorato per anni. Poteva indovinare incredulità, sospetto, risentimento; erano quasi tangibili intorno a lei. Ma drizzò la testa sul collo e fissò il Viceré con fermezza. «Per questo chiedo di rendere onore a Marca e ai suoi abitanti con la mia vita e, se sarà necessario, con la mia morte. Per questo» aggiunse d’iniziativa «e perché oggi porto con me la possibilità di chiudere i conti con i Dragoni.»
E nella sala scoppiò il caos.
Chori Acuto era impallidito e aveva chiuso gli occhi sin dalle prime parole. Sapeva che sarebbe accaduto ma un’ira incredibile gli bruciava in petto. Ancor più nel vedere sua figlia silenziosa, piegata su un ginocchio, in mezzo a quel chiasso di voci che discutevano e accusavano, sputando veleno e giudizi. Ad aspettare che la tempesta si placasse.
Sembrava piccola e fragile come non mai, la sua Drith, anche se sul viso le aleggiava una luce nuova. Da anni non era più la bambina ricciuta e sorridente che per lui sarebbe sempre stata, ma in quel momento gli ricordò in modo impressionante Nica, silenziosa e immobile, padrona della stessa inquieta calma che sembrava saturare l’aria.
Addolorato tanto quanto era orgoglioso, Chori Acuto si rimproverò per aver temuto molte cose; la prima delle quali era stata rivelarle subito quello che era accaduto a Bircym solo pochi giorni prima, proprio quando la bombarda a canna lunga aveva iniziato ad abbattere il contrafforte. Come se le due cose fossero collegate, infatti, era comparsa sul fronte a nord, dopo più di cinquant’anni dall’ultimo avvistamento, una Coracca Occlumsaac; una Coracca che si stava sollevando con rapidità spaventosa all’imboccatura del passo, una costruzione mostruosa che sfigurava la grande Conca. Ma lei doveva averlo saputo.
Forse vedendolo in volo o forse perché era Pugno. E si era fatta avanti usando le parole del giuramento usate dai primi Pugno. Le parole con cui Weru aveva assunto il comando sul seggio di guerra la prima volta.
Da quando la notizia della Coracca si era diffusa, il panico aveva iniziato a serpeggiare; Capi e Conservatori avevano iniziato a discutere, e gli Echi ad agitarsi, come topi in una tana in cui fosse entrata una faina.
Anche se non era il momento di discutere, e lui lo sapeva, come lo sapevano sua figlia e anche Alanera. Chori Acuto ringraziò il cielo di essere riuscito a convincere, anni prima, il vecchio Viceré a edificare le nuove protezioni che aveva progettato per rafforzare il Baluardo di Bircym su suggerimento di Hcontor e Drith, perché ora non ce ne sarebbe stato il tempo.
Una volta avvistata la Coracca, Alanera aveva proposto di attaccarla subito mentre ancora i Dragoni erano occupati a buttare giù il Collo di Vipera, e prima che diventasse una vera e propria fortezza da cui gli Occlum avrebbero sfidato il Baluardo a ondate. Ma gli altri, sgomenti dalla facilità con cui il contrafforte veniva polverizzato, volevano concentrare gli sforzi sui Dragoni. Era così che si erano divisi... proprio quando avrebbero dovuto adottare una strategia unica.
Chori Acuto serrò le labbra, cercando di contare i sostenitori di sua figlia. Tagliaferro era giovane e, probabilmente, non ci si poteva aspettare aiuto da lui, anche perché aveva preso il posto che tutti dicevano che, nonostante l’età, sarebbe stato di sua figlia. Ma Leonerbo, Menor e il Capo della Caccia Nera, il Conservatore dei Fabbri e quello delle Riserve, forse anche Stiletto, il Capo Lupo, avrebbero preso le sue parti. Offesi e dubitando, forse, ma convinti più da chi avevano visto Drith diventare con gli anni che da chi diceva di essere.
Gli altri erano un’incognita. A parte Spuntato, ovviamente. Si era fatto molti alleati, il Capo Orso primo fra tutti. Erano fatti della stessa pasta, quei due; non si facevano scrupolo a ridicolizzare i sottoposti e a far apparire incapaci i più dotati pur di spiccare loro stessi, e spesso evitavano di compiere il loro dovere, perché altri lo avrebbero fatto al posto loro assumendosi anche la colpa, se le cose non fossero andate come dovevano. E con quel sistema erano diventati potenti. Alanera non era lì proprio perché su loro imbeccata, il Viceré lo aveva inviato a Bircym, a sovrintendere i pochi uomini della guarnigione da una posizione a terra, mentre delle Torri di Volo si occupava il suo Vice.
Spostare Alanera non era l’unica mossa di Spuntato; da tempo il Capo Serpente disponeva i suoi uomini più fidati in posizioni chiave e probabilmente aveva deciso che quel momento sarebbe stato il migliore per fare un passo ulteriore e raccogliere intorno a sé tutti gli altri. Chori Acuto aveva sospettato che sarebbe presto finito a far compagnia ad Alanera, ma ora l’uscita allo scoperto di Drith aveva reso il suo peso in quel Consiglio del tutto irrilevante e forse non si sarebbero disturbati ad allontanarlo. Il solo fatto che avesse mentito per anni lo aveva screditato.
Era Drith adesso a essere l’enorme problema sulla strada di Spuntato. E come se avesse intercettato i suoi pensieri, il Capo Serpente balzò in piedi, fingendo calma, mentre i suoi occhi brillavano come un cielo in tempesta.
«Ma chi ci dice che sia la verità?» gridò, strappandolo alle sue riflessioni per rispondere al Capo della Caccia Nera. «Questa donna viene qui e sostiene ciò che nessuno può provare sia vero. Anch’io potrei sostenere di essere l’ultimo Pugno. Perché crederle? Perché farsi avanti ora? Per guidare tutti, sostiene... ma verso dove? E come?»
Chori Acuto avrebbe voluto colpirlo, ma rimase in silenzio, e fu Leonerbo ad alzarsi in piedi con un grugnito sordido. «Perché! Perché?» tuonò, rosso in viso come una fucina a pieno regime. «Abbiamo forse avuto la fila a dichiararsi Pugno da quando Dagon o suo padre o il padre di lui sono crepati tutti su quel ceppo, Spuntato? Spiegami! Non ne conosciamo nemmeno i dannati nomi! La gente di Marca li odia, i Pugno! Chi vorrebbe dichiararsi uno di loro, se potesse evitarlo? Per non parlare del fatto che dovrebbe essere idiota chiunque volesse assumere il comando adesso, nel letame fino al collo come siamo» sibilò a denti stretti, lanciando un’occhiata di sfida a lui e poi a Drith, come se fosse stufo e volesse spazzarli via entrambi.
«Un Pugno raccoglierebbe tanto odio e disprezzo ma anche molta disperata speranza...» osservò weir Pennatorta, fissandolo gelida. «Qualunque bugiardo bramoso di potere che avesse il coraggio di mentire e chiedere cosa nessun altro ha il coraggio di chiedere, avrebbe anche un potere che nessuno di noi ha. Il potere di una leggenda.»
«Il potere che voi gli avete dato» intervenne spazientito Chori Acuto.
Fu trafitto da occhiate glaciali.
«E voi non negate le sue parole, immagino» sibilò la donna, stringendo gli occhi su di lui.
«Non le nego.»
Gli occhi di lei divamparono di sdegno. «Quindi avete mentito per anni. Alla Consulta. Cosa dovremmo fare? Credervi? L’avete nascosta, mentendo. Esposta al pericolo, per anni» lo accusò. «Forse dimenticate per quale ragione fu deciso di accogliere i Pugno alla torre, nell’Altamarca, e istruirli dove fossero stati più al sicuro. Per il bene di Marca, per prepararli a quello che dovevano fare, ma non solo» rincarò. «Come possiamo sapere infatti che è davvero chi dice di essere? Dovremmo credere a voi? A lei? E se anche diceste il vero... come lo sapete, voi?»
Chori Acuto sostenne il suo sguardo. «Il suo sangue parlerà per lei. E correggetemi se sbaglio, ma non ho nascosto Drith. Al contrario, è sempre stata in mezzo a voi. Ciascuno di voi la conosce, e sa di cosa è capace, cosa che non sarebbe accaduta se l’aveste rinchiusa in quella torre da cui qualunque Pugno del passato è stato istruito così bene dai Pennatorta, da uscirne solo per accettare di morire sul ceppo, piuttosto che accettare di combattere» ribatté, calcando su ciò che quelle parole significavano.
«Così vi siete eletto unico giudice a decidere della sua vita!» lo apostrofò malamente il Capo Leone.
«Ho lasciato decidere a lei, come ognuno di noi decide per sé!»
«E ora non abbiamo né un erede Pugno, né una guerra vinta!» esclamò con disprezzo Spuntato. «È diventata Sposa dell’Arma, Acuto! Se è davvero chi dite, l’avete esposta al rischio di essere uccisa in battaglia!»
«E non avrebbe corso alcun rischio chiusa in quella torre» disse acido Leonerbo. «O magari solo quello di finire schiacciata da un crollo. Cosa per cui nessuno l’avrebbe rimpianta di certo.»
Chori Acuto gettò un’occhiata al suo vecchio amico e si sentì rinfrancato per ciò che aveva sottinteso. «Drith ha visto la città e la città ha visto lei,» insisté «come sarebbe dovuto accadere sempre. E non ho mai mentito» aggiunse poi con forza. «Lei è e sarà sempre figlia mia e di Nica.»
«Questo è tradimento!» esclamò weir Pennatorta.
«Davvero?» intervenne il Conservatore dell’Arte delle Acque. Poi rise piano, composta. «Sapevamo che c’era un Pugno, vivo, da qualche parte. Il precedente Viceré, vostro padre, weir Pennatorta, ne era convinto. “O la Corona di Guerra si sarebbe spezzata”, non è questo che disse alla morte di Dagon...? Eppure non mi pare che l’abbiate cercato con tanto impegno da allora... né lui né voi. Non vi sto dando alcuna colpa, d’altronde personalmente non ho mai creduto che un Pugno avrebbe cambiato di una virgola la nostra situazione, solo che avrebbe mangiato e bevuto e respirato grazie al nostro sangue e al nostro lavoro ma senza fare nulla per noi» fece spallucce. «Ma voi siete una Pennatorta. Voi avreste dovuto crederci... e volerlo trovare.»
«Che cosa vorreste insinuare?» scattò Spuntato.
«Niente. A meno che non abbiate la coscienza sporca... e che non stiate ammettendo che forse non volevate trovarlo. Perché ormai voi Pennatorta vi compiacete tanto della posizione di Viceré da non voler lasciare il comando a nessun altro, nemmeno temporaneamente...» suggerì il Capo della Caccia Nera, mentre il cane che aveva con sé ringhiava sommessamente.
«Questo è oltraggioso!» gridò weir Pennatorta, impallidendo di rabbia.
«E incredibilmente ingiusto, dopo tutto ciò che i Pennatorta hanno fatto per Marca!» le dette man forte il Capo Serpente.
«Oh, sì. Solo che, un momento, che cosa hanno fatto, esattamente?» aggiunse grattandosi il naso Leonerbo.
Solo allora Drith parlò ancora. «Hanno resistito. E hanno dato a Marca qualcuno intorno a cui raccogliersi per resistere mentre i Pugno non c’erano» disse. La sua voce ferma e scura sembrò piegare l’aria della stanza e persino weir Pennatorta la fissò, sbigottita. Ma Drith non guardava lei, fissava il Viceré, suo fratello. La donna sollevò il mento, altezzosamente, approfittando subito di quel riconoscimento, e posò una mano sulla spalla del giovane fratello. Drith però aggiunse: «Ma ora non è più il momento di resistere. È il momento di avere coraggio».
«Coraggio? Quello che voi non avete mai avuto per farvi avanti, weir Acuto? Anzi, weir Pugno?» si corresse con evidente disprezzo il Capo Orso, agitandosi sul suo seggio.
«Non parlate di coraggio, Capo, non a questa donna!» sbottò il Capo Lupo alzandosi dal suo con un ghigno. «Lei almeno ha combattuto insieme a noi tutti, ogni giorno!»
«Non su un vero campo di battaglia!» ringhiò il Capo Orso.
«Su un campo che voi non conoscete ma altrettanto degno, e salvando più e più volte i vostri stessi uomini» intervenne allora Tagliaferro. Aveva la faccia rossa e tutti lo guardarono come se avesse appena aperto la bocca un neonato, ma non poteva permettere che gli insulti per un Pipistrello passassero senza fare niente.
Chori Acuto lo fissò, lieto di essersi sbagliato su di lui e weir Pennatorta strinse la mano sulla spalla del fratello, come per tirare il guinzaglio, ma lui gettò un’occhiata a Tagliaferro, poi si piegò in avanti sulla sedia, sfuggendo alla sorella, e guardò Drith, irretito e stregato in qualche modo da quella giovane donna da anni impegnata in combattimento.
«Alzatevi» le disse finalmente.
Lei obbedì; si tirò in piedi come se non fosse stremata o ferita e a Chori Acuto si strinse il cuore. Era dimagrita così tanto che persino l’uniforme, tagliata su misura per lei, le ballava addosso.
«Non avete niente da dire a chi vi accusa di mentire? Tutti sappiamo cosa si racconta dei Pugno. E delle loro capacità...» suggerì il giovane Viceré, quasi con cautela.
Tutti compresero esattamente ciò che voleva sapere, anche se non aveva pronunciato la parola apertamente e qualcuno sogghignò.
Ma dal lampo che passò nello sguardo di Drith, suo padre fu certo che non fossero soli, in quella sala. E che avrebbe potuto dire molto. Tuttavia non lo fece. «Potrei dire molte cose, a ciascuno di voi,» replicò, dopo un breve e pesante silenzio «ma il mondo dei vivi appartiene ai vivi, non agli Spettri» disse, sollevando gli occhi per fissarli in quelli di lui. «Ciò che io chiedo a voi, Viceré, è: deciderete della vita della città di Marca e della sua gente o preferirete lasciare la responsabilità a vostro padre e... far decidere ai morti cosa accadrà ai vivi?»
Per un attimo il silenzio perse il sopravvento. Il giovane si alzò dal suo seggio trasalendo, gli occhi leggermente sgranati e un pallore cadaverico che gli pervadeva il viso. Chori Acuto riconobbe i sintomi e si domandò quale parte di ciò che Drith aveva detto fossero state parole del vecchio Viceré, perché lui ruotò lo sguardo intorno, come cercando di vedere ciò che non poteva; sua sorella cercò di prendergli il braccio, calmarlo e farlo sedere di nuovo, ma lui chiuse gli occhi, si liberò con gentilezza e abbozzò una smorfia.
«Chiudere i conti con i Dragoni... è questo che vi ha spinto a farvi avanti adesso dopo esservi nascosta per anni?» disse infine, come se capisse la difficoltà della posizione che chiedeva di occupare. «Di cosa si tratta?» sospirò poi.
E Drith glielo disse.
“Ogni cosa che ha un inizio ha anche una fine” ricordava d’aver pensato Aric il giorno in cui aveva perduto la gamba. Per questo quel giorno non si era stupito: se l’era sempre aspettata, una fine. Della sua carriera militare e della sua vita. Solo che non era accaduto come credeva. Non lo stesso giorno, nello stesso momento, sul campo. Quel giorno la prima era finita, la seconda no, e da allora tutto era stato un trascinarsi in mezzo a una continua tempesta. Tra gente che preferiva ripetersi che quello della Landa era un esercito esperto e insuperabile e che sarebbe andata bene, alla fine, perché i Dragoni vincevano sempre; gente che passava il tempo a complimentarsi con se stessa e a fingere di non vedere che c’era qualcosa di guasto e inceppato. Nell’esercito, nella guerra contro una fortezza non vinta ancora dopo seicento anni, e in quella con gli Accavi che sciamavano da oltre i confini per corrodere e spazzare via ciò che restava della Landa, riducendo di giorno in giorno i suoi confini. Tutti quegli anni non erano stati altro per lui che una lunga, interminabile fine. Ora però le cose erano cambiate. Si sentiva folle, ma si sentiva anche vivo.
Si disse che era stata la morte di Narram a dargli improvvisamente l’impressione di un nuovo inizio, ma sapeva che non era così. Era stata Drith. Sentiva ancora sulle labbra il sapore di lei. Una creatura strana e selvaggia che si nascondeva dal sole, ma anche un soldato, un buon soldato che si faceva domande. Drith, costretta a combattere la sua battaglia insensata da sola, come lui, Drith con i suoi strani occhi senza fondo. Viva e decisa a restarlo contro ogni ragionevolezza, quella giovane donna lo aveva scrollato e, in un lampo, risvegliato e restituito al campo di battaglia. Quello era il suo nuovo inizio.
Di fronte ai battaglioni spiegati, senza che nessuno parlasse per lui. Sarebbe stato un inizio dannatamente breve se non fosse riuscito nel suo intento, sogghignò tra sé, o se gli spettri non avessero fatto la loro parte. Spettri. Forse era il sole a fargli sperare nell’aiuto dei morti, quel sole bruciante che gli mozzava il fiato sotto quel cielo accecante. E probabilmente era impazzito, in piedi lì sotto da ore senza berretto, pensò. Mosse le mani strette nella morsa di metallo cercando di sentire ancora le dita, con il sudore che colava, sollevato di essere in quella posizione al posto di Drith, ma domandandosi cosa avrebbe detto al cospetto della Mano. Poi finalmente i tamburi rullarono e gli uomini raccolti alle sue spalle scattarono in posizione di saluto.
«Onori!» gridò la voce di una delle guardie della Mano.
Subito dopo l’uomo comparve sulla soglia della propria tenda, lasciando ad aleggiare nell’ombra alle sue spalle il volto pallido e maligno di Woos.
Il medico fissava Aric, furibondo e al tempo stesso compiaciuto, fingendosi un innocente spettatore.
Nell’aria ferma e immobile, con le bandiere che penzolavano inerti dalle aste, la Mano avanzò decisa di due passi, fermandosi al limitare della luce del sole e Aric si concentrò su di lui, deciso a non mostrare stanchezza come non ne mostrava la Mano, nonostante il braccio al collo, le ferite procurate dal commilitone di Drith lo avessero quasi ucciso e la febbre lo avesse tenuto a letto molti giorni, scavando solchi neri intorno ai suoi occhi astuti. A differenza di quando era appena arrivato, era quel suo aspetto emaciato a conferirgli una maggiore durezza, non il suo sguardo da falco o l’uniforme sontuosa e impeccabile che aveva preteso di indossare.
Aric cercò di restare immobile nonostante la protesi di riserva che gli avevano permesso di indossare per l’occasione gli facesse un male d’inferno e non lo invidiò.
«Signore, il Primo Dragone dell’Artiglieria di Fiamma Aric di Ooterham si presenta a giudizio» fece un passo avanti uno dei suoi, elencando i nuovi titoli di Aric con grande pompa. «È accusato di cospirazione contro la Landa e tradimento. A sua discolpa sostiene di aver inseguito la prigioniera in fuga dopo che l’esplosione di alcuni barili di polvere sopra il deposito dove era stata collocata ha danneggiato la sua gabbia. Sostiene di aver agito da solo e di non essere riuscito a fermarla. Sostiene inoltre...» continuò la sua lista con voce nasale.
Ma la voce calma della Mano lo fermò. «Mi dicono che l’avete vista letteralmente prendere il volo» disse, rivolgendosi direttamente ad Aric, come aveva già fatto quando gli aveva chiesto del piano per abbattere il contrafforte.
«È così, signore» rispose Aric, anche se ora tutto gli sembrava lontanissimo.
«E non avete fatto nulla per impedirlo?»
«Avevo solo una spada, signore. E la mia gamba si è spezzata cercando di raggiungerla nell’ultimo tratto» rispose lui.
«I miei uomini l’hanno trovata a qualche metro di distanza, in effetti» disse il Primo Dragone Verde quando la Mano lo fissò, poi aggiunse: «Ma potrebbe averla lanciata».
La Mano non permise ad Aric di replicare, mantenendo un’espressione gelida e imperscrutabile. «Conoscendo i vostri limiti avreste dovuto chiedere assistenza, prima di allontanarvi da solo all’inseguimento.» Sollevò con superiorità un sopracciglio.
Aric sostenne lo sguardo nonostante gli occhi gli bruciassero per il sudore e il sole. «Gli uomini intorno erano morti, signore, e cercarne altri impegnati altrove in combattimento mi avrebbe fatto perdere il vantaggio. Seguire tracce nell’oscurità non sarebbe stato come seguirla a vista.»
«A vista? Di notte?» balzò su Snoret con aria d’accusa. «Questa è follia! Come credere che un mezz’uomo pensasse seriamente di poter braccare un demonio come quella donna in mezzo alla brughiera e riportarla indietro, da solo!»
«Credevo la prigioniera fosse una donnicciola» ritorse Aric.
«E comunque vi riferite non a un uomo, ma al Primo Dragone dell’Artiglieria di Fiamma» osservò il Primo Nero, cui erano sempre piaciute le formalità. E aggiunse, con un lieve sorriso: «E che ha perso la gamba servendo con onore nelle vostre truppe, Snoret».
Aric non poté voltarsi a guardare, ma immaginò il volto di Snoret diventare color cenere e si limitò a fissare un punto dietro la testa della Mano, nella confortante ombra vuota dalla quale il volto nobile della Mano lo scrutava.
«La prigioniera era sotto la mia responsabilità, signore» disse, con la bocca talmente riarsa da avere l’impressione di mangiare sabbia a ogni parola. «Ed era stata tenuta a pane e acqua per giorni, per questo sono riuscito a tenere il passo. E l’avrei presa, signore, se chi era stato incaricato di cercare la macchina volante con cui era giunta qui, avesse fatto il proprio lavoro, trovandola» ribatté Aric, alludendo a Snoret che si era opposto a far continuare le ricerche, dicendo che erano uomini sprecati.
La Mano si voltò di lato, con espressione inaccessibile sul viso marmoreo, e il naso adunco spiccò ancora di più dal suo profilo. «Quanto all’esplosione sul deposito? Avete qualcosa da dire?»
Aric masticò il fiele. «È mia responsabilità anche quella, signore» disse, maledicendo Crentar. «Avevo ordinato al mio Secondo di mettere i barili al riparo, ma non mi sono assicurato che lo facesse.»
«O non avete piuttosto tramato per uccidere Lord Odar in un falso incidente, visto che vi aveva smascherato? Non è così che avete pensato di risolvere tutto e di far fuggire la donna?» lo accusò il Primo Dragone Verde.
Qualcuno tossicchiò, nelle file più lontane ma Aric quasi non lo sentì. «Sarei potuto fuggire con lei, allora» ribatté con fermezza. «Erano arrivati in due, potevamo ripartire in due. Avrei evitato questo tribunale e il rischio di una condanna a morte.»
«E allora perché il vostro Secondo non è qui a confermare le vostre parole?» sibilò Snoret. «Chiedeteglielo, signore» aggiunse, rivolto alla Mano. Un muscolo sotto l’occhio dell’uomo si contrasse e il Primo Rosso rispose da solo alla propria domanda: «Perché è morto! E non a causa dell’esplosione, ma con il collo spezzato e l’arco in pugno, come se avesse visto qualcosa che non doveva vedere. Non è sin troppo conveniente questo per voi, Ooterham?».
Aric fece un mezzo sorriso sforzato. «Forse per voi, ma non per me, visto che era l’unico a poter confermare i miei ordini.»
«Inoltre, perché intervenire durante l’agguato alla vostra persona, se Ooterham era davvero la spia?» fece notare il Primo Nero rivolgendosi alla Mano.
Aric ricordò quello che Drith gli aveva detto a proposito del Dragone Nero e deglutì, mentre il Primo Giallo osservava: «Forse cercava una buona copertura». Non era mai stato particolarmente intelligente.
«O forse è la prigioniera che ha ucciso Crentar mentre cercava di impedirle la fuga» insisté il Nero.
«Spezzandogli il collo?» ragliò Snoret.
«Ha ucciso tre uomini prima che la fermassero...» obiettò il Verde.
«Dunque è vostra responsabilità la morte di Odar? Se aveste controllato lo spostamento dei barili non ci sarebbe stata l’esplosione» osservò la Mano. Tutti fecero silenzio e nella luce del sole Aric emise un breve sospiro, sapendo di dover giocare il tutto per tutto.
«È mia responsabilità che sia morto in queste circostanze, sì. Ma ero con lui, in quel momento, signore. Io stesso ho rischiato di morire a causa della mia leggerezza.»
Gli occhi inquisitori della Mano guizzarono su di lui con la velocità del lampo. «Ed era con voi anche la prigioniera. Quindi... Dove eravate mentre lei fuggiva?» chiese, con voce metallica.
«Tramortito dall’esplosione, prima. E a cercare di soccorrere Lord Odar dopo, signore» rispose lui con fermezza. Fissò sfrontatamente la Mano. «Purtroppo ho solo potuto raccogliere le sue ultime parole» aggiunse.
Il lampo nello sguardo della Mano si ripeté mentre gli occhi si stringevano su di lui come in un oculare meccanico. «Ovvero?»
«Troverete il sigillo che mi ha chiesto di consegnarvi nella mia tasca sinistra» disse Aric. Ci fu un mormorio e una delle sue guardie fece per andare a controllare, ma la Mano gli fece un cenno e si avvicinò a lui personalmente.
«Per l’amor del cielo, è immobilizzato, cosa volete che mi accada?» sibilò quando protestarono. Incurante del sole sulla sua testa chiarissima e del riverbero che rendeva la piattaforma incandescente, la Mano lo raggiunse e afferrò con l’indice e il medio il sigillo estraendolo dalla sua tasca sporca di terra, cenere, resina e sudore, con l’abilità di un borseggiatore. «Niente altro?» domandò.
«Mi ha ordinato di prendere la spia, consegnarla a voi, signore, fare in modo che fosse smascherata davanti a tutti... e farla giustiziare!» aggiunse Aric, guadagnando un lieve sogghigno da parte della Mano. Poi a voce più bassa, e cercando di non muovere quasi le labbra, aggiunse: «E ha detto che il debito era stato ripagato».
Per un istante gli occhi della Mano parvero guardarlo senza vederlo e Aric si chiese se avesse fatto la cosa giusta fidandosi delle parole di Drith, e di un morto, poi la mano dell’uomo si chiuse sul sigillo nervosamente e l’espressione sul viso affilato divenne ancora più ostile.
«Capisco» disse a denti stretti. Poi si voltò e tornò verso l’ombra, i capelli biondo cenere che scintillavano come aghi sotto la luce violenta. «Toglietegli la gamba e tenetelo sotto custodia, in catene, qui in mezzo. Che nessuno gli si avvicini.»
«Signore!» esclamò impaziente Snoret. «I nostri uomini meritano di veder morire una dannata spia.»
«Vero, Primo Rosso» rispose come una staffilata la voce della Mano. «Ma cosa sentite, in questo momento?»
«Come, signore?» domandò lui, stupito.
«Le vostre orecchie funzionano. Cosa sentite?»
L’uomo esitò. «Niente, signore. Insetti che friniscono» aggiunse poi. La Mano gli indirizzò un’occhiata tagliente: «Esatto, Primo Rosso. Non spingarde. Né montagne che crollano. E noi abbiamo delle priorità, signori. Quest’uomo è l’unico che sa come usare davvero quelle macchine da fuoco. Non può morire. Non ancora, almeno. Quindi» aggiunse con aria affettata «dovrete trattenere la vostra brama di sangue, perché se gli accade qualcosa mentre è qui, in catene, prima che sia riuscito a fornire sufficienti informazioni circa le spingarde, saprò a chi imputare l’ennesimo fallimento» lo avvisò tetro.
Poi entrò nella tenda, i lembi di stoffa si richiusero e Aric chiuse gli occhi, sotto il sole cocente, con la testa che gli scoppiava. Aveva sbagliato tutto. Tutto.
Per il crepuscolo, nella innaturale quiete della spingarda silenziosa, ormai in tutta Marca si sussurrava che l’erede dei Pugno fosse uscito allo scoperto e il colpo alla città era stato molto maggiore di un’esplosione contro le mura. Così, quando Drith uscì dalla Sala, seguita dalla Consulta e diretta verso il Ceppo delle Esecuzioni, nell’Altamarca, le vie pullulavano di Markenn stupefatti e mormoranti come foglie al vento. Chi era nel turno di riposo era stato svegliato e si era scapicollato in strada ancora mezzo assonnato, chi era rimasto di guardia si rammaricava di non poter abbandonare la postazione.
E mentre ancora gli ultimi echi del sole che tramontava tingevano il cielo di scarlatto, Drith avanzò tra la gente e, come avevano fatto gli altri Pugno prima di lei, uno dopo l’altro, la folla le si aprì davanti, in un innaturale silenzio, come se non volesse neppure essere sfiorata dall’erede dei Pugno. Affascinata dalla sua presenza e dal riconoscere qualcuno che avevano visto crescere, addestrarsi e combattere giorno dopo giorno, ma anche vibrante di sdegno, e voglia di rivalsa nei confronti di chi aveva negato per anni il sostegno a Marca, rifiutandosi di assumere la posizione che gli spettava e con essa le proprie responsabilità.
Drith pensò a Dagon, il padre di sangue che l’aveva preceduta per andare a morire, e senza odiarlo e neppure amarlo avanzò a testa alta. A differenza degli altri Pugno tutti la conoscevano, ma nonostante la ricomparsa della Coracca oltre i Baluardi, o forse proprio per questo, come i suoi predecessori, ricevette quasi esclusivamente sguardi carichi di paura, maledizioni sussurrate, gesti di scongiuro e persino qualche sputo. Ma non rallentò. Sebbene fosse terrorizzata e sgomenta, era anche determinata ad andare fino in fondo, e non appena raggiunse il Ceppo si fermò, chiuse gli occhi, prese un respiro profondo e lo trattenne finché non sentì la voce di Hiccam.
«È il tuo momento, figliola. Il tuo momento» mormorò come a se stesso, e Drith rabbrividì, quasi la sofferenza che veniva dalla sua voce spirasse come freddo dalla cripta. Riaprì gli occhi e scattò in avanti, balzando rapida sui gradini che portavano al Ceppo delle Esecuzioni.
Era l’erede dei Pugno ed era ciò che tutti si aspettavano che facesse, eppure vedendola salire lassù qualcuno gridò un «no!» e, voltandosi, Drith vide il figlio di Aradar trattenuto dalla gigantesca mano di Roni.
«Non c’è boia» gli sentì borbottare con la sua voce rimbombante per tranquillizzare il ragazzo. Colse però un’occhiata dubbiosa e preoccupata sul suo viso largo e diretto e, quando cercò gli occhi di suo padre tra la folla, si sentì fremere nel profondo.
«È vero, non c’è boia» disse, alzando la voce perché tutti sentissero. Centinaia di volti la fissavano, in attesa, volti vivi e volti di spettri mescolati in mezzo alla piazza, affacciati dalle passerelle delle mura e stipati sulle scale; un uovo lanciato da qualcuno tra quei volti andò a schiantarsi contro il Ceppo, inzaccherando ogni cosa, e lei prese un respiro profondo per farsi forza. «E oggi non ci sarà boia, perché oggi non ci sarà esecuzione, a meno che non siate voi a esigerla» annunciò, provocando un brusio sordo e concitato.
Lasciò sfogare la folla, poi con un balzo salì in piedi sul Ceppo e quando calò il cappuccio, mostrando il viso pallido e scavato, il silenzio ricadde come un’ascia. «Io sono Drith weir Acuto. Mi conoscete e sapete chi sono, lo avete saputo ogni giorno, anche quando ignoravate che nelle mie vene scorreva il sangue di Hiccam, sangue Pugno. E non sono qui per morire sul Ceppo, sono qui per combattere per Marca» gridò.
«Bugiarda!» ululò qualcuno, in mezzo alla folla. «A morte!»
Drith si voltò in quella direzione, sfidando i Markenn nell’oscurità crescente, e le voci si spensero come candele.
I volti degli Spettri la scrutavano rilucendo come fiammelle accese, quelli dei vivi, ignari della loro presenza, erano pieni di dubbi, delusioni e di un desiderio che non osavano confessare nemmeno a loro stessi.
«A morte?» domandò lei in tono duro. «Non vediamo abbastanza morte anche senza bisogno di questo?» Picchiò lo stivale contro il Ceppo. Un altro brusio scosse la folla. «Potete uccidermi. Non fuggirò. Ma a cosa servirà se non a versare altro sangue? Con la mia morte non spariranno i Dragoni e non sparirà la Coracca da nord!»
«Sono tornati per colpa tua! Per colpa dei Pugno!» fece un’altra voce.
Drith aggrottò la fronte. «No. Sono tornati perché vogliono distruggere Marca. E perché vogliono la Landa!»
«E a cosa servirebbe lasciarvi in vita?» latrò una voce.
«E a cosa ucciderla?» tuonò qualcun altro.
«I Pugno sono maledetti!» gridò un’altra voce. E, come caricato dalla violenza in quelle voci, uno Spirito Morto, attratto dalla presenza allo scoperto di Drith, lanciò un ringhio feroce e si scagliò verso di lei fendendo la folla, ma lo spettrale coltello da lavoro di qualcuno luccicò a mezz’aria e lo trafisse, facendolo svanire in una nube di luce lancinante e uno stridulo lamento. Drith guardò nella direzione da cui proveniva e riconobbe nello spettro un uomo che aveva aiutato; il vecchio sorrise guardandola, e lei fece un cenno grato con la testa.
«Sì, i Pugno sono una maledizione» ammise poi. «Ma non per Marca. Non lo sono mai stati per questa città e i suoi abitanti, e voi lo sapete» tuonò. «Sono stati coraggiosi e sono stati codardi. Sono stati eroi e anche vigliacchi, come in ogni famiglia hanno avuto del buono e del cattivo; avete diritto di odiarli e di temerli, ma ucciderli, uccidermi, qui e ora, non vi restituirà la libertà o la pace. Non aggiusterà il male che hanno fatto quelli di loro che vi hanno abbandonato. Né renderà reali le parole di Hiccam Voce Tonante e la Rivincita degli Uomini!»
«La profezia...» gemette la voce tremolante di qualcuno.
«Vuoi fare questo? Aggrapparti a una stupida profezia? E voi tutti le crederete?» si fece avanti Lagor raenth, un fabbro cieco da un occhio, con voce vibrante di risentimento. «Dov’era la vostra stupida profezia quando i miei figli sono morti là fuori? Dov’erano i vostri dannati Pugno?» ringhiò puntandole contro l’indice.
«Già, dov’erano?» echeggiò un coro di voci. Qualcuno cercò di dire qualcosa, ma fu Drith a rispondere.
«Chiusi in una torre, ecco dov’erano. Che lo volessero o meno. Perché i Pugno vi hanno abbandonato, ma anche voi avete abbandonato loro. Io non sono mai stata in quella torre. Come non sono l’avverarsi di una profezia!» esclamò. Il silenzio che seguì le sue parole le dette un brivido violento e il resto le uscì dalle labbra senza che riuscisse a fermarlo. «Perché le parole di Hiccam non erano una profezia...»
Qualcuno gridò, altri emisero dei singhiozzi. «L’avete sentita!» gridò una voce. Ma Drith non si fermò.
«Io so che è così perché so che erano una promessa. Un giuramento. Un impegno che Hiccam si era assunto di fronte a tutta la città. Una promessa che molti di loro e di voi hanno dimenticato, ma non io. Marca conosce i giuramenti. Conosce il valore di un impegno e di una promessa. Tutti voi lo conoscete.»
«Tu vuoi solo il comando!» ululò una voce che Drith riconobbe come quella di Valente. «Per portarci a morire come cani!» Cercò il suo viso e lo trovò a malapena, a margine della folla.
«Io sono qui a chiedervi di scegliere. Di lasciarmi mantenere quella parola e quella promessa. Sono qui a chiedervi di accettare ciò che ho fatto e ciò che sono. Non vi ho detto tutta la verità, in questi anni, ma non mi sono nascosta. Non sono fuggita. Ero accanto a voi e insieme a voi ogni giorno. Per questo ve lo chiedo: lasciate che io sia davvero la maledizione che i Pugno sono sempre stati, per i nemici di Marca! Ciò che il mio sangue mi ha dato, lasciate che lo usi contro di loro!» attaccò decisa. Un altro Spirito Morto finì in un grido lancinante e Drith vide altri due spettri, che non riconobbe, osservarla sorridendo. Sollevò il mento, approfittando del brusio che le sue parole avevano generato, per continuare.
«Non posso assicurarvi il trionfo» gridò nel leggero vento che si sollevava come sempre insieme all’oscurità «e non posso compiere prodigi, ma so che possiamo ribaltare la situazione sul fronte a sud e usare le stesse spingarde che volevano farci a pezzi verso nord!»
«Ah! E come?» la sfidò Valente facendosi avanti.
«Sarà difficile, ma non impossibile.»
«E vi chiuderete nella torre per farlo? Ordinandoci di andare a morire?» chiese Dom raenth Tiratore, uno dei Lupi più giovani che aveva già una lunga cicatrice sulla guancia.
«Ho sempre combattuto come voi e con voi, mi avete dato fiducia, in passato. Non cambierà nulla. Non mi nasconderò e non mi tirerò indietro finché avrò fiato. Ho già dato la mia vita per Marca! Lasciate che renda il mio sangue utile. Non versatelo su un Ceppo senza scopo.» Batté ancora il piede sul solido blocco di legno intriso di sangue ormai annerito. «Non c’è mai stato onore più grande per me che lottare a fianco dei miei fratelli perché, per quanto pochi siamo, siamo Markenn; per quanto siano mostruose le loro armi o le loro Coracche, noi abbiamo torri e mura e armi e braccia, e per quanto ci credano disperati e deboli finché avremo un alito in corpo saremo sempre Markenn, e avremo la forza della fiducia l’uno nell’altro.» Tacque un istante per riprendere fiato.
Il brusio si sollevò di nuovo, tra approvazione e paura, e lei alzò la voce. «Voi lo sapete come lo so io. Non ci sono vittorie a Marca, non ci sono mai state, ma non ci sono qui né altrove. Eppure ci sono battaglie e in queste battaglie esiste un unico privilegio, più importante di qualsiasi altro: scegliere da che parte stare e per cosa combattere» urlò, passando in rassegna i volti. «Questo oggi vi chiedo di fare. Potete decidere di fuggire, di nascondervi, di diventare prede, ma non si fugge per sempre, mentre è ciò per cui combattiamo che ci rende chi siamo! Marca non durerà per sempre, ma i suoi Markenn, il loro coraggio, la loro speranza e la loro forza sì» concluse battendo di nuovo il piede sul Ceppo.
Sentì i propri denti sbattere gli uni contro gli altri e uno scricchiolio venne da sotto i suoi piedi.
«Scendi di lì. Ora» l’ammonì Hiccam. E l’urgenza della sua voce era tanta che Drith obbedì senza discutere, nello stesso modo in cui gli aveva dato ascolto quando le aveva chiesto di salire in piedi e parlare alla gente proprio da quel Ceppo su cui suo padre era morto. Con gli occhi fissi in quelli della folla di vivi e morti lei fece un passo indietro e, appena fu scesa, lo scricchiolio divenne uno schianto secco e il legno dell’antico Ceppo delle Esecuzioni si squarciò in uno sbuffo di polvere e frammenti metallici.
La folla emise un gemito, si trasse involontariamente indietro, e anche Drith lo fece, stupefatta. Una parte dell’imponente tronco di legno si era come polverizzata, mettendo a nudo un ammasso pullulante di insetti rosso sangue, tarli probabilmente, che avevano scavato e roso talmente il legno da renderlo inutilizzabile. Un ammasso di larve lattiginose e vagamente luminescenti ricadde verso la folla e ci furono delle urla di disgusto, mentre Hiccam sbuffava. «Segni. Hanno sempre voluto dei segni. Profezie e leggende piuttosto che fatti!» sibilò, distante e solo alle orecchie di Drith.
Lei rabbrividì impallidendo, e un silenzio di morte inghiottì i borbottii e i sussurri che serpeggiavano ovunque.
Rosso e bianco erano i colori dello stemma dei Pugno. Rosso e bianco avevano distrutto il Ceppo.
Non contava molto altro.
«Nessuna esecuzione... non più» sentì sussurrare con un sorriso al giovane Tagliaferro, abbastanza vicino da vedere perfettamente.
Persino Valente arretrò, con le labbra serrate e l’espressione allucinata, mentre il vento irregolare carezzava i volti. I membri della Consulta osservavano sconvolti la scena, e persino Leonerbo, in basso, le scoccò un’occhiata stralunata, ma Drith non li guardò. Non guardò nemmeno suo padre.
Non voleva vedere loro né lui. Nella folla, gli Spettri sollevarono le armi, in un saluto raggelante, e il suono dei calami dei cronachisti dell’Arte degli Scrittori grattarono con maggior vigore, lottando contro il vento che arricciava la pergamena, avvolgeva tutti nel fumo e agitava gli stendardi e le bandiere, descrivendo una scena che forse con il tempo sarebbe diventata leggenda.
Poi finalmente qualcuno si mosse e una voce si sollevò dalla massa nera e ammutolita.
«Per Marca! Lunga vita ai Pugno!» gridò battendo il pesante stivale a terra. Risuonò come un’esplosione.
Drith riconobbe Roni e quando si voltò per indirizzargli un cenno di gratitudine, altre voci si sollevarono, una dopo l’altra, prima più incerte e poi guadagnando forza, levando lo stesso grido una volta e poi ancora, mentre tutti iniziavano a battere i piedi a terra finché la città sembrò scossa dalle fondamenta, e la folla divenne una nube tonante.
Quel segno era falso. Niente più di uno stratagemma ordito da Hiccam, quello che aveva sempre definito “usare il terreno a tuo vantaggio”.
Ma, si rese conto fissando vermi e insetti brulicanti su ciò che restava del Ceppo delle Esecuzioni, quel segno era servito.
«Tu sapevi...» mormorò incredula.
E, nella cripta, Hiccam Pugno scoppiò follemente a ridere.
«Io ritengo che dovreste gettarli alle termiti» suggerì con le sopracciglia sollevate il medico, appena interpellato dal Primo Verde. Afferrò una nocciola e la rotolò tra le dita simili a zampe di ragno, controllando che non avesse difetti. «Per evitare pestilenze ed effetti sgradevoli sugli intestini delle truppe, intendo» aggiunse in tono rispettoso ma svagato.
«Vero» disse il Primo Rosso. «E dovremmo buttarci anche Ooterham, vivo» sibilò poi. Era alticcio e sotto la tenda l’aria era immobile come in un barattolo, tanto che aveva il viso scarlatto.
«Non mi sembra prudente allontanare nessuno dal Quartiere in questo momento. Con la donna fuggita potremmo avere problemi prima di quanto immaginiamo» replicò però il Primo Grigio.
«Concordo. Ormai alla fortezza non hanno nulla da perdere» annuì il Primo Nero. «Avrà comunicato le nostre posizioni e, anzi, sarebbe opportuno modificarle quanto prima.»
«Ma non possiamo» disse la Mano in tono secco. Sembrava di pessimo umore e per l’intera cena non aveva fatto che scrutarli con quegli occhi bordati di giallo, lasciando vagare la discussione. Ora, con il sottile bicchiere di liquore in mano, abbassò lo sguardo e aggiunse: «Non troppo almeno. Dobbiamo liberarci di quel contrafforte prima di poter procedere e le spingarde non possono essere riposizionate, per ora. E quando dovranno esserlo avremo bisogno di Ooterham».
«Perché? I miei sanno posizionare un trabucco e quella cosa non è molto diversa» lo contestò il Primo Grigio. «Serve un’unica cosa: un terreno asciutto e piano.»
«Ma i vostri uomini non sanno azionarla, e non intendo correre il rischio di far esplodere la spingarda prima che abbia terminato la sua opera» ribatté la Mano. «Quindi varieremo gli schemi d’attacco in caso di assalto da terra e soprattutto dall’alto. E, nel frattempo, ogni uomo disponibile si dovrà occupare della protezione di quelle armi e della polvere per farle detonare. Getterete i morti, o i loro brandelli, nella fossa causata dall’esplosione che ha ucciso Odar e li ricoprirete di calce viva» ordinò poi con una smorfia.
«Ma signore!» protestò il Primo Giallo.
«Farete dire alcune parole in loro onore, come ovvio, ma per il momento questo è ciò che di meglio possiamo fare» fu rimbeccato. La sua bocca si richiuse di scatto e la Mano sollevò il bicchiere con un gesto cerimonioso, poi sospirò: «Che i morti ci perdonino, abbiamo i vivi a cui pensare. Alla fine dell’Assedio, signori» brindò.
La tavolata brindò con lui, poi, lentamente, tutti uscirono, lasciandolo solo e Nortigaar, che lo osservava da un angolo, ben conscio del fatto che Woos lo aveva visto lì per tutta la serata, ebbe la sensazione già vissuta di essere tornato indietro nel tempo, di essere di nuovo sul punto di ucciderlo e di poter cambiare il corso degli eventi. Ma non si mosse e la Mano attese a lungo, fissando il tavolo come se vedesse oltre il piano di solido legno, infine si alzò, di scatto, e poco dopo un’ombra avvolta in un mantello scuro sgattaiolò fuori dalla tenda, nell’oscurità stranamente silenziosa del Quartiere.
La voce di Odar, alle sue spalle disse: «Ha capito».
«Come lo sapete?» domandò Nortigaar, asciutto.
«Quello sguardo. Lo conosco da quando era poco più che un ragazzo. Farà ciò che deve, e lo farà anche Ooterham» sorrise.
«Allora non ci resta che fare la nostra parte» disse allegramente Narram, sentendo il familiare movimento rigido degli Spiriti Morti far vibrare l’aria come una mazza faceva vibrare una pelle di tamburo. Odar annuì e afferrò l’elsa della propria sottile spada, poi si voltò per incrociare lo sguardo di Nortigaar.
«Ebbene, non avrei mai pensato di difendere la Mano a fianco di uno di voi» osservò.
Il giovane Serpente gli lanciò un’occhiata sghemba. Se non fosse stato così furioso sarebbe scoppiato a ridere.
«Nemmeno io» disse. Poi afferrò il pugnale landiano che aveva brandito mentre moriva e trapassò la tenda, per fare la sua parte e proteggere l’uomo che da vivo aveva tentato di uccidere e aiutare quello che lo aveva ucciso.
Perché Aric di Ooterham e la Mano dovevano parlare, la notte era colma di occhi e orecchie, e bisognava fornire a Woos qualcosa con cui tenersi occupato.
«La disperazione rende gli uomini ansiosi di liberarsi della responsabilità della morte di chi amano. Di dare la colpa della loro infelicità ad altri. Per questo accettano così volentieri di essere guidati... ma non dura a lungo. Non dura mai a lungo» disse Hiccam, e Drith lo guardò. Sembrava scintillare più di quanto avesse mai fatto prima.
«Non servirà molto tempo» gli rispose, stanca. Su suo ordine la cripta era stata aperta, Chori Acuto stava occupandosi di far aprire la tomba di pietra e nella foga seguita al discorso, all’esterno, la folla aveva addirittura strappato i rampicanti dalle iscrizioni. Così la Rivincita dei Giusti era tornata a brillare sotto le stelle come la minaccia che era, quella stessa notte sarebbe bruciata una pira, e Hiccam sarebbe stato liberato. Finalmente.
«Non me ne andrò, lo sai. Non prima di aver spazzato via ciò che resta di quel bastardo traditore assassino» ringhiò lo spettro avvicinandosi a lei. «Nemmeno se getti le ceneri al vento.»
Drith annuì con un flebile sorriso. «In realtà su questo contavo...» disse.
Gli occhi di Hiccam mandarono un lampo d’acciaio e quella luce le ricordò che aveva visto negli occhi di Aric lo stesso bagliore, non molto tempo prima. Animato dalla stessa cosa che adesso permetteva a lei d’andare avanti nonostante fosse sfinita.
«Così non era una leggenda» la sorprese una voce.
Sulla soglia della cripta era comparsa un’ombra gigantesca, che contrastava con il tono sommesso della voce.
«Lui è ancora qui. È con lui che parli, vero?»
Drith annuì e Roni sembrò a disagio.
«Devo ringraziarti» gli disse allora lei, raggiungendolo.
«Ringraziarmi?»
«Non sono certa che mi avrebbero accettato se non ci fossi stato tu. E non immaginavo che avrebbero mai gridato “lunga vita ai Pugno”» confessò.
Roni fece spallucce e sulla sua faccia quadrata la bocca si tirò in una sorta di sorriso. «Dopo che il Ceppo è esploso? Non saprei. Ne avevi già in pugno più della metà e dopo... Inoltre, visto che sei rimasta l’unica, almeno in vita, non ho detto niente di speciale augurando lunga vita a una vecchia amica...» esitò. «Nortigaar è morto, vero?»
Drith annuì ancora, tetra. «E non l’ha presa bene quando ha capito...»
«È sempre stato troppo... rigoroso» fece un roco sospiro lui, dopo aver cercato la parola con cura. «Ma molti qui lo sono e non l’hanno presa bene nemmeno loro, Drith.»
«Anche tu, lo so» ammise lei.
Roni scosse la testa bionda e folta. «No, non è quello che intendevo, anche se in parte hai ragione. Mentirci tutti questi anni... ma capisco, credo. E dopo quel che hai detto sul Ceppo sono con te: riconosco un comandante quando lo vedo. Però quello che ho visto io, Drith, lo hanno visto anche gli altri. Tu hai ascendente su questa gente, sulle Armi. Mentre parlavi ho visto facce commuoversi, in quella folla, e gente con gli occhi che bruciavano come se tu gli avessi acceso un fuoco dentro. Ma anche il Capo Serpente lo ha visto. E non gli è piaciuto. Come non è piaciuto al mio Capo. Spuntato era a tanto così dal potere, Drith, era riuscito addirittura a spedire a Bircym Alanera, e tu hai sconvolto i suoi piani. Userà i suoi per organizzare qualcosa contro di te... e senza Nortigaar a tenere gli occhi aperti...»
«...idioti e ciechi cavalcheranno la paura e il malcontento, discuteranno la saggezza delle tue decisioni... cercheranno di impedirti di fare il tuo dovere e se ci riusciranno ti accuseranno di essere la causa della disfatta, mentre se falliranno, sosterranno di essere sempre stati i tuoi migliori amici...» sillabò Hiccam, alle spalle di Drith.
«Non gli daremo il tempo di organizzarsi» disse lei, a entrambi.
Roni corrugò le sopracciglia. «Non possiamo sbagliare. Non ora che è ricomparsa anche quella Coracca. Tirras l’ha vista dai Bastioni di Non Ritorno, e cresce a vista d’occhio, come un maledetto bubbone....» ringhiò, poi scosse la testa. «Dovrai procurarti una scorta fidata, che conosca i metodi dei Serpenti... e che li possa affrontare» aggiunse mostrando i denti.
Drith esitò. «Cosa stai dicendo, Roni?»
«Che un Orso è in grado di schiacciare i Serpenti, se necessario» sbottò lui. «E potrà essere accanto a te quando affronterai i Dragoni e gli Occlumsaac, in prima fila.»
«Quindi dicevi il vero sui tuoi compagni» sogghignò Hiccam, scivolando accanto al giovane soldato con aria divertita.
Drith lo ignorò. «Ti ringrazio, ma ho già portato via troppo a tua sorella. Non posso portarle via anche te» mormorò.
Roni però emise una sorta di flebile risata che sembrava più un lamento. «Deva ha portato via tutto a se stessa, da sola. Se anche fosse tornato, non credo che Nortigaar sarebbe stato orgoglioso di lei» borbottò. Poi vide l’espressione confusa sul viso di Drith e disse: «Sono accadute molte cose dall’Eclissi di luna».
«Che è successo?» impallidì Drith.
Lui fece una smorfia disgustata. «Deva è stata presa. Insieme a degli Echi. È nelle segrete dell’Altamarca, ormai, da giorni. Finirà giustiziata, nemmeno tuo padre ha potuto fare qualcosa e francamente sono persino stupito che abbia parlato a suo favore per evitarle almeno la morte... non so se al suo posto...»
«Ma come? Cosa...» balbettò lei, con le orecchie che rombavano. «Non è possibile! Forse c’era una ragione, forse ha cercato di infiltrarsi per...»
«No, Drith!» tuonò Roni. Poi si afflosciò, come se non avesse più la forza di arrabbiarsi per questo. «Ha solo detto che non ne poteva più. Che voleva la pace. Lo ha detto a me, ed era sincera. Non si è nemmeno pentita! Come se dare le chiavi delle nostre porte ai Dragoni significasse pace...» ringhiò lui. Poi batté il pugno contro lo stipite della porta della cripta e la sua armatura mandò un crepitio sonoro. «Non ha pensato a sua figlia o ai miei figli, non ha pensato a nulla. L’assistente del Conservatore della Società Sperimentale, capisci? Aveva accesso alla Conservatoria, alle nostre difese, alle nostre armi! Non credevo che mia sorella avrebbe osato tanto. Non credevo che avrebbe potuto tradirci...» ringhiò, fuori di sé e non riuscendo a finire la frase.
Ma Drith non lo ascoltava. “Echi” pensava. E come echi le erano tornate in mente le parole di Woos sulla fedeltà. Improvvisamente si era resa conto che Deva doveva rientrare nel piano, come suo fratello Roni. «Vieni» disse all’Orso cogliendolo alla sprovvista. «Devo vederla, subito.»
Ma lui l’afferrò per un braccio e la fermò. «Non la convinceresti mai a cambiare idea! Ha perso la ragione» grugnì «e non ci farebbero mai passare, stanotte, non senza il visto del Viceré. Nemmeno se sei il Comandante sul Seggio di Guerra, nemmeno se ti presentassi là davanti con tutta Marca alle tue spalle» indicò la folla che ancora sciamava poco lontano.
Drith però sorrise, tetra. «Allora dovremo approfittare del sangue dei Pugno» disse. E, nonostante la stanchezza di quella giornata infinita, si allontanò con Roni nella notte.