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A bere il vino mi insegnò mio nonno, e ricordo esattamente il giorno. È uno di quei momenti che considero formativi, per ciò che sono oggi, per come sono adesso. Mio nonno mi metteva un po’ di vino rosso nell’acqua e poi mi diceva: «Bevi, bevi, che ti fa bene». E io allora lo bevevo, lo buttavo giù per fargli piacere, per non mancargli di rispetto, ma mica mi piaceva. Poi me lo aggiungeva anche nel brodo, era una tradizione dei contadini: e io bevevo pure quello, per dimostrargli di volergli bene. Lui era una persona strepitosa, una delle figure più belle della mia infanzia. Si chiamava Pio, ma io lo chiamavo solo nonno – mai nonno Pio. Era incantevole, con tanti capelli. Era il secondo marito di mia nonna e non era il padre di mia madre, perché mia madre è nata dal primo. Sto parlando del periodo in cui vivevo a La Spezia, dove sono cresciuto fino all’ottavo anno di età.

Mio nonno mi raccontava sempre che da giovane voleva andare in seminario, voleva farsi prete, poi non lo fece mai. Andò anche in guerra, la Prima guerra mondiale, e perse un dito della mano destra, un dito centrale, un dito importante. E quando gli chiedevo: «Ma perché ti manca quel dito?», lui mi diceva che in guerra aveva un fucile, e con quello sparava solo in aria, non puntava mai verso nessun essere umano, anzi a volte neanche beccava il bersaglio finto da quanto gli facevano paura le armi, ma una volta uno sparò a lui e gli beccò il dito, che saltò via. E io fantasticavo in continuazione su quel dito che gli mancava: era un concetto profondo, una lezione di vita. Poi inventavo situazioni, azioni, cose da fare senza un dito. A volte fingevo pure io di non averlo. Altre volte lo legavo dentro il palmo e stavo con lui tutto il giorno pure io senza un dito, così eravamo uguali. Perché lui raccontava la cosa come se fosse stato un colpo di fortuna, pensa: solo un dito ho perso. E io che pensavo: ma come ha fatto il proiettile a prendergli il dito, poteva prendergli la mano, o l’occhio, o il petto, o niente, e invece gli ha preso il dito. Boh. Che cosa strana, no? E come si può fare a meno di un dito? Facciamo tutto con le mani. Eppure lui viveva senza un dito. Trascorrevo tanto tempo con mio nonno, anche perché mio padre lavorava sempre ed era poco presente. Lavorava per la Pirelli, si occupava di cavi sottomarini. Partiva dal porto di La Spezia e andava in giro per mari e oceani, stava via giorni, settimane, mesi.

E così fu il nonno il mio primo maestro di vita, il mio primo riferimento indiscusso. Era come Superman, per me. Pendevo dalle sue labbra, dai suoi racconti. Ne volevo sempre altri, e altri ancora. I suoi aneddoti sulla vita mi inebriavano, mi facevano pensare che un giorno anch’io avrei avuto così tanto da raccontare, al punto da lasciare tutti incantati.

Era l’unico uomo in casa, e quindi era di grande conforto averlo sempre vicino. Anche se mi accarezzava sempre con quella mano, e io notavo continuamente il dito mancante. Era di una bontà incredibile. Accettava qualunque cosa da me. Ad esempio gli facevo i fiocchetti in testa, raccogliendo ciuffi di capelli. Prendevo dei nastrini colorati e gli coprivo la testa con questa specie di spighe colorate, e lui restava lì, mi lasciava fare e poi ridevamo insieme.

Mio nonno era la mia ancora, il mio guru. Mi veniva a prendere a scuola ed era la prima persona che vedevo nei momenti di svago. E poi aveva sempre qualcosa di strabiliante da mostrarmi. A quei tempi andava di moda parlare di fachiri e lui era un grande esperto dell’argomento. Mi faceva assistere mentre si infilava gli spilli nel labbro inferiore e si trapassava da parte a parte. Io lo guardavo come si guarda un evento magico. Pensavo che un giorno avrei voluto fare come lui. Forse per questo ho sempre avuto una soglia del dolore altissima. Non mi rendo conto di oltrepassare spesso i limiti di sopportazione fisica. A volte mi capita che un dentista mi visiti e si preoccupi perché non sono andato da lui prima, visto che provavo dolore da troppo tempo. «Non sentivi male?» No, non sentivo male, e quel poco lo sopportavo e andavo avanti.

Sto parlando di ricordi di più di sessant’anni fa. E lo faccio come se fosse ieri. Ho sempre nella mente immagini molto nitide di quando ero bambino. È come se non fossi mai cresciuto, penso a volte. Questi aneddoti mi tengono compagnia nei momenti di sconforto. Sono le cose che mi hanno condotto fin qui, che mi hanno fatto diventare quello che sono. Io sono mio nonno, mio padre assente, il dito di mio nonno, le guerre, i fachiri.

Sono ancora un bambino
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