42
A La Spezia abitavo in via Chiodo. Sotto casa c’era un ciabattino. È stato il mio primo maestro di vita: avevo neanche cinque anni. Lo guardavo spesso mentre lavorava. Lui faceva le scarpe, e io con il martello mettevo in fila i chiodini di fianco, sul suo tavolo da lavoro. Maneggiava il cuoio con abilità, tanto che a me sembrava un mago. Lo metteva nell’acqua, lo martellava, lo tagliava, lo stendeva, lo incideva, con un amore e una cura, come se avesse tra le mani la sua opera d’arte. Mi ha trasmesso il senso profondo, quasi mistico, del lavoro: lo voleva fare bene, e quello era anche il suo unico modo di farlo. Lo osservavo ripiegare la pelle. Stendere la cera. Usava la bocca per tagliare i fili, per tenere a portata di mano i pezzi più piccoli. Era uno spettacolo. Le cose fatte con le mani, come ho già detto, hanno sempre avuto su di me un fascino incredibile. Lui trattava il cuoio, come trattava le pelli, con una delicatezza assoluta.
Nella stessa via c’era anche il panettiere. Adoravo pure lui. A volte entravo nel forno sul retro e seguivo tutte le fasi della preparazione del pane. Farina, acqua, sale, lievito. Quell’odore, insieme all’odore della colla del ciabattino, è come se li sentissi ancora adesso. Il ciabattino, il panettiere, tutti hanno partecipato alla creazione di un certo mio tipo di fantasia.
Per questo le mani sono la parte del mio corpo che preferisco. Sono la prima cosa che guardo negli altri. E naturalmente le mani c’entrano moltissimo con la mia passione per la pittura. Sin da piccolo mi facevo i colori da solo. Con olio e polverine. Quando avevo cinque o sei anni c’erano riviste che spedivano le cartoline da completare, su cui erano disegnati solo linee e puntini. Io con l’immaginazione creavo personaggi folli e li contestualizzavo negli ambienti più disparati. Quei lavori si potevano poi spedire alla casa editrice, che, se li giudicava buoni, ti mandava dei soldi. Pochi soldini, ma era una forma di risarcimento. Il mio primo lavoro fu proprio quello. Coloravo fontane, paesaggi, chiese.
Nella mia testa, fin da piccolo, avevo sempre occupazioni da portare a termine, missioni da compiere. E con il disegno riassettavo tutto, davo un ordine ai miei pensieri, insomma mi piaceva avere in mano la matita e i colori. Come ho già raccontato, il mio riferimento assoluto, tra i grandi, era Van Gogh. Sono sempre stato attratto dall’espressionismo, mi piaceva tantissimo. Come nel cinema. Le pennellate forti. Le lune che sembravano dei soli. Le distese. Le fabbriche, campo di grano e corvi, il ponte levatoio, campo di grano con cipressi. Momenti, colori, sensazioni. Facevo in piccolo, in miniatura, i quadri di Van Gogh. Li rimpicciolivo. Mi piaceva copiarli in un formato ridotto. Il caffè di notte, le prospettive.
Ma poi non mi sono limitato a copiare Van Gogh, anzi, ho fatto anche delle mostre. All’età di trent’anni mi venne in mente un’idea di immagine, volevo sperimentare una cosa nuova.
«In volo, qualche anno fa, sopra un tovagliolino di carta argentata, nasceva questa forma d’omino. Una piccola vita tra le mie mani, un mio sogno infantile di vagare tra gli spazi. Un omino felice padre dell’universo. È un mondo lontano, quasi di favola, un mondo limpido e terso dove una forma prende coscienza, soffre, ama, si incontra, gioca, fugge. Il mio omino è la mia lente deformante, il mio padre felice e doloroso che mi accompagna e mi annebbia, mi mette fuori. Un gioco della mia fantasia che mi aiuta a camminare, a mangiare e a dormire.» Nel catalogo della mostra Nuovo Sagittario, che ho fatto a Brera, a Milano, nella stagione 1973-1974, questa che ho appena scritto era la mia introduzione.
Tutto era nato una mattina, durante un volo aereo diretto a New York. Ci avevano servito il pranzo su dei vassoi e sotto i piatti c’era una carta argentata. Era bella, rifletteva in parte la mia immagine, e lì cominciai per divertimento a seguire la mia ombra, e venne fuori una sagoma che io chiamai «l’omino che vaga nello spazio». A me piace viaggiare, volerei sempre, e quindi l’idea degli omini che volano mi rapì subito. Tornato a casa, mi misi immediatamente a creare. Comprai tele e colori. E cominciai a disegnare questi omini, che avevano solo la testa, un corpo allungato e due gambe, senza braccia, senza espressioni, a cui facevo fare di tutto. Li chiamavo proprio così, gli omini.
I miei omini, quanto mi ero affezionato a loro! Omini che dormono, omini che rotolano, omini che guardano delle figure geometriche, che potevano essere triangoli, cerchi, linee, punti. E distribuivo i colori. Con la fantasia, poi, chi guardava doveva fare il resto. Dopo tante insistenze di chi era venuto a sapere di queste mie creazioni, feci la mostra a Milano. Molti mi diedero altri spunti. E così andai avanti ancora per qualche anno.
Una volta Mario Soldati venne chiamato dal curatore della mostra per presentare e raccontare i miei quadri; si innamorò di un mio quadro, glielo regalai: si chiamava Omini sul rosa. Mi fece i complimenti, rimasi così intimidito da quelle parole (come avrei potuto migliorarmi ancora, dopo i suoi complimenti?! Erano eccessivi, no?!) che, forse proprio per quello, da quel giorno non dipinsi più quadri.