34
Il giorno in cui lasciai per sempre il teatro, mi svegliai alle cinque del mattino. Fu una decisione che presi nel cuore della notte, all’improvviso. La giornata che mi avrebbe poi portato a quella scelta netta la passai come di consueto, sul palcoscenico, tra prove e vita di scena. Non sono mai più tornato sui miei passi dopo quella presa di posizione sofferta e crudele. Avevo iniziato con grandi platee, teatri immensi, folle, quella decisione non poteva che essere presa così. Perché fin da subito ero stato lanciato in un sistema enorme, più grande di me, che prevedeva centinaia di occhi fissi che mi puntavano. Al cinema non ci pensavo. Volevo il contatto con la gente, mi piaceva guardare in faccia gli spettatori. Avevo sempre pensato che gli attori di cinema fossero diversi. Mai avrei immaginato che facendo teatro avrei finito per essere derubato e pure insultato. E mai avrei minimamente creduto possibile una simile scelta, smettere in un battito di ciglia, per sfiancamento, delusione, disincanto.
Una delle mie ultime esperienze a teatro fu un Amleto al Sistina. Avevo un’idea di teatro nuova, diversa. Cercai di creare una grande compagnia, con la possibilità di far ruotare gli attori. Come capita in tanti bei teatri in giro per il mondo. Allora andavo spesso all’Old Vic di Londra: e mi capitò di vedere uno spettacolo con Albert Finney. Ci tornai alcuni mesi dopo, mentre lui era impegnato in un film per il cinema, e al suo posto trovai Derek Jacobi. E nessuno aveva da ridire sulla sostituzione. Ed ecco che mi venne l’idea: volevo creare anch’io in Italia un giro di attori, bravi, giovani, che agisse con quella logica. Così tutti stavano sempre in scena e sotto gli occhi di chi poteva farli lavorare. Una volta un attore fa Romeo, la volta dopo se non può, perché è stato chiamato a fare un ruolo al cinema o in televisione, viene sostituito da chi magari fa Benvoglio, tanto le parti si imparano. Così ci si poteva alternare, per cambiare, per essere visibili tutti alla stessa maniera e per poter avere la possibilità di fare altre parti in ruoli che occupavano più o meno tempo. A me sembrava naturale riuscire a fare una cosa del genere.
Già una volta ci avevo provato: nella compagnia di Romeo e Giulietta si era unita a noi Anna Magnani, eravamo un enorme carrozzone, avevamo così messo in piedi due spettacoli: tre giorni la settimana facevamo Romeo e Giulietta, e due giorni La lupa. Ma mentre nel primo ero protagonista, nella Lupa ero Cardillo, accanto alla Magnani, cioè una comparsa, niente di più. Ricevetti una serie di critiche infinite per questa cosa! Mi dicevano: «Ma come? Come puoi da protagonista abbassarti a fare la comparsa?»
Non avevano capito niente. E la mia idea di teatro democratico non riuscii mai a metterla in pratica veramente. Eppure era l’unica maniera per offrire a ognuno la possibilità di emergere per bravura, per merito.
Ma torniamo ad Amleto. C’è un episodio che mi fece perdere completamente l’entusiasmo. Eravamo a Perugia, dove avevo trovato gratis un teatro per le prove. Io prendevo uno stipendio da primo attore, ma lo dividevo con i giovani che stentavano ad arrivare a fine mese. Stavamo lavorando, quando sentii dire: «Sono le otto e un minuto, da questo momento scatta lo straordinario». Io venivo da spettacoli come Black Comedy con Andreina Pagnani, che di notte, a Prato, chiedeva di provare ancora: una grande attrice, dovete immaginarla sdraiata su un materassino gonfiabile da mare, faceva una pena. E invece questi contavano i minuti, come burocrati di un ufficio pubblico. Volevano fare gli inflessibili su un minuto, come se fosse un lavoro ordinario, mentre il mestiere dell’attore è tutt’altra cosa. È fantasia, è creazione, è gioco, è tempo infinito da dedicare a se stessi per fare quella cosa; è divertimento, è intelletto, è puro slancio. Non è la conta dei minuti, in una sorta di ottusa rigidità da ufficio anagrafico. Capii che era la fine di tutto. Avevo fatto il teatro per dieci anni come un monaco, sgobbando e non dormendo mai. E il grande sogno stava per finire.
Sono stato fregato da tutti. Sono stato fregato dai grandi teatri che vendevano i biglietti omaggio, mettendomeli in conto. Ero un attore di teatro per il piacere di farlo, per il piacere che si prova nel momento in cui il sipario si apre o si chiude. E invece, avevo intorno tutt’altro.
Il giorno in cui lasciai il teatro mi svegliai all’alba, perché la sera sarei andato in scena con L’avventura d’un povero cristiano di Silone, a San Miniato. La mazzata in testa me la diedero i critici. Feci quello spettacolo perché ci credevo ancora, forse era l’ultima fiammella ancora accesa dentro di me: grazie agli amici Alberto Burri, in quell’occasione diventato uno scenografo eccezionale, e Valerio Zurlini, che intendevano il palcoscenico come lo intendevo io. E poi c’era la storia, quella di Celestino V, il primo papa ad aver abdicato, un testo classico, e quel personaggio che aveva una certa età Zurlini decise di farlo interpretare a un giovane: quindi ero il simbolo della contestazione. Era uno spettacolo faticoso, che durava quattro ore. Per giunta, durante una prova generale, con i critici in sala, caddi dal palcoscenico e presi un tubo Innocenti nel costato che mi tolse il fiato, ma nonostante tutto risalii sul palco e continuai lo spettacolo. Su alcuni giornali comparve come uno scandalo la notizia che prendevo quarantamila lire al giorno, ed era, invece, la paga normalissima per tre giorni di spettacolo. Nascevano polemiche dal nulla, alimentate da giornalisti sciocchi o prezzolati. Io non sono mai stato uno che cerca di ingraziarsi i giornalisti, o che dice cose per ammaliarli. A me interessa solo fare bene il mio lavoro, potermi guardare allo specchio la sera. Mi rimasero impresse nella mente alcune frasi scritte sui giornali dai cosiddetti critici, e quindi decisi di chiudere tutto.
Basta. Avevo fatto teatro bene, con grande entusiasmo, dando tutto me stesso. Teatri pieni, sempre. Eppure loro, i critici, scrivevano robe vergognosissime. Ma perché?! Perché non mi fermavo a scherzare con loro? Perché me ne stavo per i fatti miei? Perché non mi lasciavo intervistare? Perché? Poi andavo a vedere dal vivo quello che loro osannavano sui giornali, ed erano spettacoli teatrali di bassa qualità, zero idee, zero bravura. Il nulla cosmico. Che cosa volete da me? Volete che smetta? Va bene, smetto.
Io sul palcoscenico trasmettevo favola, gioia, sogni. Una volta sceso, dovevano solo lasciarmi in pace. Perché magari io la sera vado anche a mangiarmi i miei spaghetti da qualche parte, ma non devo dirlo a voi, o venire con voi. Perché poi io mi metto alla mia scrivania e mi studio una cosa che voi non sapete neanche. Io sono lì che lavoro, che studio, e voi scrivete idiozie, fantasticate sulla mia vita.
Ricordo le cose che scrissero su Amleto, erano di una cattiveria pura. Avevo solo cercato di comunicare, di creare un tipo di compagnia nuova, di fare qualcosa che non c’era. E loro ci andavano giù con l’accetta. Vabbè, niente. Io la faccio così, se riuscite a capire l’errore va bene, ma la voglia e il piacere di farla è fortissima, perché non prendete solo questa e la fate vostra? È sempre stato un passaggio amaro questo, nella mia lunga esperienza di attore. Ancora oggi mi arrabbio, se ci penso. Mi sale la voglia di andare da loro e spiegargli uno a uno quello che volevo fare.
Ricordo che ci fu una lunga querelle tra Giorgio Bocca e Franco Zeffirelli, durante i tre anni di Romeo e Giulietta: Bocca attaccava il regista sullo spettacolo, e Franco gli rispondeva a tono. Mi emozionò molto quella sequenza di dialoghi tra i due stampata sui giornali. Entrambi spiegarono le proprie ragioni, e da loro imparai la dialettica tra chi critica e chi mette in scena qualcosa di nuovo e non si vuole fermare a uno stato già esistente. Ma è tutto così difficile. Ci vuole tempo per rispondere, per iniziare un dialogo con chi ti critica, e io di tempo non ne avevo. Io volevo lavorare, volevo fare l’attore nel senso più sensazionale del termine: volevo creare, andare avanti. E così non mi curai mai delle critiche. Ma in cambio ottennero il mio ritiro da tutte le attività teatrali.