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Il mio primo innamoramento fu all’età di sette anni. C’era una bambina che mi piaceva tantissimo. Non sapevo neanche come si chiamava. La guardavo e basta. Mi era sufficiente sapere che esisteva. Una volta la seguii mentre tornava a casa, e capii dalla luce che si accendeva nella finestra di un palazzo, che quella era la sua stanza. Così, spesso, prima di tornare a casa, con la bicicletta passavo sotto quella finestra e fantasticavo. Se vedevo la luce accesa, immaginavo quello che stava facendo: i compiti, i disegni, i giochi. Era la mia Beatrice. Ricordo che aveva un soprannome, «Dodolo», così la chiamavano tutti a La Spezia. E io non volevo sapere altro di lei.

 

A volte andavamo a pattinare, disegnavamo un percorso sulla pista e chi sbagliava era costretto a fare penitenza, cioè «Dire, fare, baciare, lettera, testamento». Una volta presi il «baciare», e bendato capitai davanti a lei, la riconobbi dalle scarpe, mi avvicinai lentamente alla sua bocca ma non ebbi il coraggio, mi vergognai troppo e così non la baciai. Avevo anche paura di non piacerle. Portavo sempre i pantaloncini corti. Quando diventai più grande acquisii anche il diritto di portarli lunghi, e ricordo che da Napoli tornai a La Spezia per le vacanze estive con la speranza di rincontrarla finalmente con le ginocchia coperte: trovai un nostro amico in comune e gli chiesi di lei, mi confidò che si era fidanzata con uno ancora più grande, un ventenne. Che inseguimento, che infatuazione, non sono mai riuscito a dichiararle il mio amore, e nemmeno mai ho saputo più niente della sua vita. Soltanto di recente, mi è capitato di parlare di lei con mia sorella che l’aveva incontrata per caso. Lasciandomi stupefatto, mi ha detto: «Ma lo sai che quando eravamo piccoli tu le piacevi parecchio?» No, non lo so, non l’ho mai saputo! Che peccato! Ormai fa parte del passato: però vi confesso che quei capelli biondi sono la prima cosa che mi viene in mente quando ripenso a lei.

 

La mia prima volta con una donna fu invece con una prostituta. Non avevo neanche tredici anni. A Carloforte, in Sardegna. Era una prostituta sarda. Io avevo paura, ricordo che fu opera di mio padre. Era d’estate, andai con lui in trasferta mentre lavorava alla posa dei cavi sottomarini. Forse voleva accertarsi della virilità del figlio. Incaricò un ragazzo di accompagnarmi alla porticina di questa ragazza di paese. Io bussai. Aveva un velo indosso, mi guardò pochi istanti e prese le cinquecento lire che già le mostravo tra pollice e indice. Mi ricordo quel letto in ferro battuto, e io che mi attaccavo alla ringhiera ai piedi del letto. Lei era distesa e mi guardava, aveva un’espressione dolcissima e invitante. Io tremavo come una foglia, finché le dissi: «Faccia un po’ lei... è la prima volta». Mi prese e mi strinse a lei. Ero diventato uomo, a quei tempi forse era normale così. È un ricordo che mi fa sempre molta tenerezza. Su quel momento della mia vita ho scritto anche una poesia.

 

Ma sono stato sempre molto timido con le ragazze, per via dell’acne. Foruncoli che andavano e venivano, a volte più rossi, altre più profondi. Questa caratteristica su un ragazzo influisce molto. Non solo sull’estetica. Sull’umore. Sugli slanci. C’erano momenti in cui pensavo anche di non piacere alle ragazze. Fino a quando mi consigliarono un medico, era dell’ospedale dell’Università La Sapienza. Mi ricordo che era il primo anno di Accademia, avevo vent’anni. Il medicinale che mi fece sparire tutto ha un nome che non potrò mai dimenticare: Eudermico forte. Fu la mia salvezza. Erano pillole che agivano sull’acne in maniera portentosa. Forse ero anche psicologicamente predisposto a fare in modo che mi passasse in fretta. Comunque, ricordo come una liberazione il momento in cui tutto finì.

 

Se c’è qualcosa che non mi piace raccontare sono i fatti della mia vita sentimentale. Perché dovrei raccontare la mia vita privata, intima? A me non importa niente di quella degli altri, figuriamoci quanto mi va di raccontare la mia. C’è un’attenzione morbosa, viscerale, da parte degli italiani per le vite degli attori, dei registi, delle persone che vedono in televisione. È un insulto all’intelligenza. Ragazzi, abbiate più cura della vostra intelligenza, vogliatele bene, non buttatela così. Di Giannini cosa si sa? Che si è sposato una prima volta con Livia Giampalmo e con lei ha avuto due figli, Lorenzo e Adriano. Poi ci fu anche un altro figlio, Marcello, morto durante il parto. La separazione dalla mia prima moglie avvenne quando i due figli erano piccoli, una cosa non certo bella. Poi ci fu il dramma. La morte di Lorenzo. Dopo solo vent’anni di vita, aneurisma. Una cosa così ti cambia la vita e la visione che hai di essa. Ti poni delle domande. Perché muore lui e non io? Se uno nasce, deve già immaginare la possibilità di morire. Eppure, dopo aver vissuto una morte così vicina e intima, capisci tante più cose. La fragilità umana è questa. Il senso da dare alle cose. Anche a Francis Ford Coppola è morto un figlio, si chiamava Giancarlo. Ce l’hanno tutti una morte vicina. Tutti noi vediamo andarsene delle persone care. La morte, degli altri, ti dà un senso di libertà dell’universo. Io ho visto morire tutti i miei amici. Gassman, Mastroianni, Volonté. Con i quali ho condiviso queste fantasie, parlato di vita e di morte, appunto. Ho mangiato con loro, ho riso con loro, e poi all’improvviso non c’erano più. Se campi, vedi le morti altrui.

 

Ma di cos’altro devo parlarvi? Perché volete sapere degli affetti, della mia vita privata? C’è altro di più interessante, no? Cosa si sa ancora di Giannini? Che poi venne il secondo matrimonio, con Eurilla Del Bono, con cui sono ancora sposato e da cui ho avuto altri due figli, Emanuele e Francesco. Entrambi sono appassionati di musica. Sono molto in là con la testa, sono artisti. Viaggiano, creano.

Vi ho detto tutto, non serve altro su questo argomento. Vi basti sapere che a casa ho una foto che mi piace spesso guardare. Mio nonno Pio che mi sorride, e io con i pantaloncini corti che lo guardo felice.

Sono ancora un bambino
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