FUORI PORTATA
Nel settembre del 1965 mi trasferii a New York per svolgere il mio programma di ricerca in neurochimica e neuropatologia come borsista all’Albert Einstein College of Medicine. Nutrivo ancora qualche speranza di essere un vero scienziato, uno scienziato da laboratorio, anche se la mia ricerca a Oxford, finita in modo disastroso, avrebbe dovuto sconsigliare ogni ulteriore tentativo. Ma con la spavalderia della negazione, pensavo di doverci riprovare.
Quando arrivai a New York, il focoso Robert Terry – i cui splendidi studi di microscopia elettronica sulla malattia di Alzheimer mi avevano tanto affascinato quando li aveva presentati all’UCLA – era via per un periodo sabbatico, e in sua assenza il dipartimento di neuropatologia era mandato avanti da Ivan Herzog, émigré ungherese, uomo mite e di buon carattere, straordinariamente tollerante e paziente con il suo imprevedibile borsista.
Nel 1966 stavo prendendo dosi molto pesanti di amfetamine, e mi ritrovai... psicotico? maniacale? disinibito? potenziato? Proprio non so quale termine usare, ma il cambiamento fu associato a una straordinaria amplificazione del senso dell’olfatto e delle mie capacità, di solito mediocri, di immaginazione eidetica e memoria.
Ogni martedì facevamo un test, in cui Ivan ci chiedeva di identificare microfotografie relative a condizioni neuropatologiche insolite. In questo, di solito, io ero un disastro; un martedì però Ivan ci mostrò alcune immagini dicendo: «Questa è una condizione estremamente rara, e non mi aspetto che la riconosciate».
Io gridai: «Microglioma!». Tutti mi guardarono, sorpresi. In genere ero quello che stava zitto.
«Sì,» continuai «nella letteratura mondiale ne sono stati descritti solo sei casi». E li citai tutti nei dettagli. Ivan mi fissava, con gli occhi sgranati.
«Come fai a saperlo?» chiese.
«Oh, mi è capitato di leggerlo per caso» risposi, ma ero sorpreso quanto lui. Non avevo idea di come, e nemmeno di quando, potessi aver assorbito quelle informazioni, in modo così veloce e inconsapevole. Faceva tutto parte di quello strano potenziamento da amfetamine.
Da specializzando, mi ero interessato in modo particolare alle lipidosi, malattie rare e spesso con un andamento familiare, in cui grassi anormali si accumulano nelle cellule cerebrali. Quando si scoprì che questi lipidi potevano depositarsi anche nelle cellule nervose presenti nella parete dell’intestino, fu un’emozione: ciò poteva permettere la diagnosi di tali malattie ancora prima che comparissero i sintomi, effettuando una biopsia non del cervello ma del retto: una procedura di gran lunga meno traumatica. (Avevo letto la descrizione originale di questo studio sul «British Journal of Surgery»). Ai fini della diagnosi, bastava trovare un singolo neurone dilatato per la presenza di lipidi. Mi chiedevo se anche altre malattie – per esempio l’Alzheimer – potessero causare alterazioni nei neuroni dell’intestino ed essere quindi diagnosticate molto precocemente in questo modo. Sviluppai, o adattai, una tecnica per «diafanizzare» la parete del retto, così che risultasse quasi trasparente, e per colorare le cellule nervose con blu di metilene; in questo modo, a basso ingrandimento, si potevano vedere decine di cellule nervose per campo microscopico, aumentando le probabilità di trovare qualsiasi anomalia. Osservando i nostri preparati, mi persuasi – e convinsi anche Ivan, il mio superiore – che fosse possibile vedere alcune alterazioni nelle cellule nervose rettali: i grovigli neurofibrillari e i corpi di Loewy che sembravano caratteristici dell’Alzheimer e del Parkinson. Avevo un alto concetto dell’importanza dei nostri risultati: sarebbe stata una tecnica diagnostica rivoluzionaria e preziosa. Nel 1967, sottoponemmo un abstract dell’articolo che speravamo di presentare all’imminente congresso dell’American Academy of Neurology.
Purtroppo, però, a questo punto le cose si misero male. Oltre alle poche biopsie rettali di cui disponevamo, avremmo avuto bisogno di molto altro materiale, ma non riuscimmo a procurarcelo.
Non potemmo proseguire nella nostra ricerca, così Ivan e io considerammo la questione: dovevamo ritirare il nostro abstract preliminare? Alla fine non lo facemmo, pensando che altri avrebbero studiato l’argomento; il futuro avrebbe deciso. E così fu: la «scoperta» con la quale avevo sperato di farmi un nome come neuropatologo si rivelò un artefatto.
Avevo un appartamento al Greenwich Village e, a meno che non ci fosse la neve alta, andavo al lavoro nel Bronx in moto. Questa non aveva borse laterali, ma dietro c’era un portapacchi al quale potevo assicurare quello che mi serviva con robusti ragni elastici.
Il mio progetto di ricerca neurochimica consisteva nell’estrazione della mielina: il materiale grasso che avvolge le fibre nervose di maggior calibro consentendo loro di condurre gli impulsi nervosi più velocemente. A quei tempi, le questioni aperte erano molte: se fosse stato possibile estrarla, la mielina degli invertebrati si sarebbe rivelata diversa, nella struttura o nella composizione, da quella dei vertebrati? Io scelsi come mio animale sperimentale il lombrico. Ero sempre stato entusiasta di questi vermi: hanno fibre nervose giganti –, dotate di guaina mielinica e a conduzione rapida – che permettono movimenti improvvisi generalizzati quando l’animale viene minacciato. (Era per questa ragione che dieci anni prima avevo deciso di utilizzarli nel mio studio sugli effetti demielinizzanti del TOCP).
Commisi un vero e proprio genocidio di lombrichi nel giardino del college: per estrarre un campione decente di mielina occorrevano migliaia di vermi; mi sentivo un po’ come Marie Curie, intenta a lavorare su tonnellate di pechblenda per ottenere un decigrammo di radio puro. Divenni abilissimo nel dissecare il cordone nervoso e i gangli cerebrali con un’unica rapida escissione; poi li passavo per ottenere una crema densa, ricca di mielina, pronta per la centrifugazione e il frazionamento.
Prendevo appunti meticolosi sul mio quaderno di laboratorio, un grosso volume verde che a volte mi portavo a casa per rifletterci la notte. Quest’abitudine sarebbe stata la mia rovina perché, una mattina che mi ero svegliato tardi, affrettandomi per andare al lavoro, non assicurai bene i ragni al portapacchi, e il mio prezioso quaderno, contenente nove mesi di dati sperimentali dettagliati, si sfilò dagli elastici fissati male e volò via dalla moto mentre ero sulla Cross Bronx Expressway. Mi fermai su un lato della strada, e vidi il quaderno smembrato, pagina per pagina, dal traffico minaccioso. Cercai due o tre volte di gettarmi in mezzo alla strada per recuperarlo, ma era una follia: il traffico era troppo intenso e troppo veloce. Potei solo stare a guardare inerme finché l’intero quaderno fu fatto a pezzi.
Quando arrivai in laboratorio, mi consolai dicendo a me stesso: almeno, ho la mielina; posso analizzarla, osservarla al microscopio elettronico e rigenerare parte dei dati perduti. Nelle settimane che seguirono, riuscii a fare del buon lavoro e cominciai a sentirmi di nuovo un poco ottimista nonostante qualche altra disavventura, come quando, nel laboratorio di neuropatologia, distrussi con l’obiettivo a immersione del microscopio alcuni preparati insostituibili.
Ancora peggio, dal punto di vista dei miei capi, fu che riuscii a seminare le briciole del mio panino non solo sul banco del laboratorio, ma anche in una delle centrifughe, uno strumento che stavo usando per purificare i miei campioni di mielina.
Poi subii un rovescio definitivo e irreversibile: persi la mielina. In un modo o nell’altro, scomparve: forse la gettai nella spazzatura per errore; comunque fosse accaduto, quel minuscolo campione la cui estrazione aveva richiesto mesi, era irrecuperabilmente perduto.
Fu convocata una riunione: nessuno disconosceva i miei talenti, ma nessuno poteva neppure ignorare i miei difetti. In modo garbato ma fermo, i miei capi mi dissero: «Sacks, in laboratorio sei una minaccia. Perché non te ne vai a visitare i pazienti – lì farai meno danni». Questo fu il mediocre esordio di una carriera clinica.28
Polvere d’angelo: che nome soave e attraente! E anche ingannevole, perché i suoi effetti possono essere tutt’altro che soavi. Negli anni Sessanta ero un consumatore di droghe avventato, disposto a provare quasi di tutto: conoscendo la mia curiosità insaziabile e pericolosa, un amico mi invitò a partecipare a una «festa» a base di polvere d’angelo in un loft dell’East Village.
Arrivai un po’ in ritardo – la festa era già cominciata – e quando aprii la porta mi trovai davanti una scena talmente surreale, talmente folle, da fare sembrare il tè del Cappellaio Matto, al confronto, la quintessenza dell’equilibrio e della sobrietà. C’era una decina di persone, tutte strafatte, alcune con gli occhi iniettati di sangue, diverse barcollanti. Un uomo stava lanciando grida acute e saltava tra i mobili, forse immaginando di essere uno scimpanzé. Un altro stava «spulciando» il suo vicino, togliendogli dalle braccia immaginari insetti. Un altro ancora aveva defecato sul pavimento e stava giocando con le feci, facendoci dei disegni con l’indice. Due ospiti erano immobili, catatonici, e un altro faceva smorfie e blaterava a vanvera: un eloquio incoerente che suonava come un’«insalata di parole» schizofrenica. Telefonai al pronto soccorso, e tutti i partecipanti alla festa furono portati al Bellevue; alcuni dovettero essere trattenuti in ospedale per settimane. Fui felicissimo di essere arrivato tardi e di non aver preso anch’io la polvere d’angelo.
In seguito, lavorando come neurologo al Bronx State, vidi molte persone precipitare con la polvere d’angelo (fenciclidina, o PCP) in stati simili alla schizofrenia che a volte si protraevano per mesi. Alcuni avevano anche crisi convulsive, e in molti riscontrai tracciati elettroencefalografici profondamente alterati persino a distanza di un anno dall’assunzione della droga. Uno dei miei pazienti uccise la sua ragazza quando entrambi erano sotto l’effetto della PCP, anche se poi non conservò alcun ricordo dell’atto (anni dopo, pubblicai una descrizione di questo caso tragico e assai complesso, e dei suoi ugualmente tragici e complessi sviluppi, in L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello).
La PCP fu introdotta inizialmente negli anni Cinquanta come anestetico, ma nel 1965 non era più in uso a causa dei suoi spaventosi effetti collaterali. La maggior parte degli allucinogeni esercita i suoi effetti primari sulla serotonina, che è uno dei numerosi neurotrasmettitori cerebrali; la PCP, invece, come la ketamina, compromette un altro trasmettitore, la glutamina, e ha effetti di gran lunga più pericolosi e protratti degli altri allucinogeni. È noto che nel cervello del ratto induce non solo alterazioni chimiche ma anche lesioni strutturali.29
Per me, l’estate del 1965 fu un periodo particolarmente difficile e pericoloso, perché tra la fine della specializzazione all’UCLA e l’inizio del lavoro di borsista all’Einstein avevo a mia disposizione tre mesi liberi.
Vendetti la mia fidata R60 e andai in Europa per qualche settimana; a Monaco, allo stabilimento della BMW, acquistai un nuovo modello più modesto, una R50. Poi, per prima cosa, andai nel piccolo villaggio di Gunzenhausen, nei pressi di Monaco, per visitare la tomba di certi miei antenati; alcuni di essi erano rabbini e avevano adottato «Gunzenhausen» come proprio cognome.
Mi recai quindi ad Amsterdam, che era da tempo la mia città europea preferita, quella dove dieci anni prima avevo avuto il mio battesimo del sesso, la mia introduzione alla vita gay. Nelle mie visite precedenti avevo conosciuto diverse persone, e adesso, a una cena, feci la conoscenza di un giovane regista teatrale tedesco di nome Karl. Vestiva con eleganza ed era un buon conversatore; parlava con spirito e competenza di Bertold Brecht, di cui aveva diretto molte opere. Lo trovavo affascinante e raffinato, ma non pensavo che fosse particolarmente attraente in termini sessuali, così quando tornai a Londra non pensai più a lui.
Fui sorpreso, quindi, un paio di settimane dopo, nel ricevere una sua cartolina in cui mi proponeva di incontrarci a Parigi (mia madre vide la cartolina, mi chiese da chi venisse, e probabilmente ebbe qualche vago sospetto; io dissi «un vecchio amico», e lasciammo cadere la cosa).
L’invito mi stuzzicava, e così andai a Parigi viaggiando su strada e sul ferry, portando la nuova moto con me. Karl aveva trovato una camera d’albergo confortevole con un grande letto matrimoniale. Trascorremmo il nostro lungo fine settimana parigino facendo l’amore e dedicandoci ai giri turistici. Io mi ero portato una provvista di amfetamine e prima di andare a letto mandai giù una ventina di compresse. Bollente di eccitazione e desiderio, desiderio che prima delle compresse non avevo provato, feci l’amore con passione. Karl, sorpreso dal mio ardore e dalla mia insaziabilità, mi chiese che cosa avessi preso. Amfetamine, dissi io, e gli mostrai il flacone. Curioso, ne prese una, l’effetto gli piacque, così ne prese un’altra e poi un’altra ancora e ben presto, come me, era effervescente ed eccitato come se fosse stato nell’«orgasmatic» di Woody Allen. Dopo non so più quante ore ci separammo sfiniti, facemmo una piccola pausa, e poi ricominciammo daccapo.
Il fatto che potessimo dimenarci come due animali in calore forse non era del tutto sorprendente, considerate le circostanze, cui si aggiungevano le amfetamine. Quello che proprio non mi aspettavo era che questa esperienza ci avrebbe fatto innamorare l’uno dell’altro.
Quando tornai a New York in ottobre, scrissi a Karl ardenti lettere d’amore e ne ricevetti, in risposta, di altrettanto appassionate. Ci idealizzammo a vicenda; ci vedevamo trascorrere insieme una lunga vita creativa e amorosa: Karl realizzandosi come artista, io come scienziato.
Poi, però, il sentimento cominciò a scemare. Ci chiedemmo se l’esperienza che avevamo condiviso fosse reale, autentica, considerando l’enorme slancio afrodisiaco fornito dalle amfetamine. Per me, questo interrogativo era mortificante: una passione sublime come l’innamoramento poteva dunque essere ridotta a qualcosa di esclusivamente fisiologico?
In novembre oscillavamo tra dubbio e conferma, sbattuti da un estremo all’altro. A dicembre ci eravamo ormai disamorati e (senza rimpiangere o negare la strana febbre che ci aveva afferrati) non avevamo alcun desiderio di continuare la nostra corrispondenza. Nella mia ultima lettera gli scrissi: «Ho il ricordo di una gioia ardente, intensa, irrazionale ... completamente passata».
Tre anni dopo, ricevetti una lettera di Karl in cui mi diceva che sarebbe venuto a vivere a New York. Io ero curioso di vederlo, di rincontrarlo, adesso che avevo smesso di assumere droghe.
Aveva preso un piccolo appartamento vicino al fiume, su Christopher Street; quando entrai, l’aria era viziata e densa di fumo. Lo stesso Karl, un tempo tanto elegante, non si era rasato, né pettinato o lavato. Sul pavimento c’era un materasso sporco e sopra di esso, su uno scaffale, erano posati alcuni portapillole. Non vidi libri, nessuna traccia residua della sua vita passata di lettore e regista. Sembrava che non avesse alcun interesse intellettuale o culturale. Era diventato uno spacciatore e non parlava che di droghe e di come il mondo potesse essere salvato dall’LSD. I suoi occhi avevano un’aria opaca, fanatica. Trovai tutto questo sconcertante e scioccante. Che cosa era accaduto all’uomo elegante, talentuoso e raffinato che avevo conosciuto soltanto tre anni prima?
Provai un senso di orrore e, in parte, di colpa. Non ero stato proprio io a introdurlo alle droghe? Ero forse responsabile, in una certa misura, della devastazione di un essere umano un tempo notevole? Non lo rividi più. Seppi poi, negli anni Ottanta, che si era ammalato di AIDS ed era tornato in Germania a morire.
Mentre stavo completando la mia specializzazione all’UCLA, Carol Burnett, la mia amica del Mount Zion, era tornata a New York per specializzarsi in pediatria. Quando mi trasferii a New York, riprendemmo la nostra amicizia; spesso, la domenica mattina, andavamo da Barney Greengrass («il re dello storione») per un brunch a base di pesce affumicato. Carol era cresciuta nell’Upper West Side frequentando Barney Greengrass, e aveva acquisito il suo yiddish fluente e idiomatico proprio ascoltando il chiacchiericcio che riempiva il negozio e il ristorante la domenica mattina.
Nel novembre del 1965 prendevo quotidianamente dosi enormi di amfetamine e poi, ogni notte, incapace com’ero di dormire, enormi dosi di cloralio idrato, un ipnotico. Un giorno, seduto in un caffè, cominciai ad avere allucinazioni stranissime che, come ho descritto in Allucinazioni, comparvero all’improvviso:
«Mentre lo stavo mescolando, improvvisamente il caffè divenne verde, e poi viola. Alzai lo sguardo, sorpreso, e vidi un cliente che stava pagando il conto alla cassa: aveva un’enorme testa con tanto di proboscide, come un elefante marino. Fui preso dal panico: sbattei sul tavolo una banconota da cinque dollari e mi precipitai a prendere un autobus, dall’altra parte della strada. Tutti i passeggeri del bus, però, sembravano avere teste bianche e lisce come uova gigantesche, con enormi occhi scintillanti simili a quelli composti, sfaccettati, degli insetti – occhi che parevano muoversi a scatti improvvisi, aumentando la sensazione che fossero spaventosi e alieni. Capii che ero in preda a un’allucinazione o comunque che stavo sperimentando qualche bizzarro disturbo percettivo, che non potevo fermare quello che stava accadendo al mio cervello, e che dovevo mantenere il controllo – almeno esteriormente – evitando di andare nel panico, di gridare o di diventare catatonico di fronte ai mostri con occhi da insetto che mi circondavano».
Quando scesi dal bus, gli edifici attorno a me si stavano scuotendo e agitando, come bandiere esposte a un forte vento. Telefonai a Carol.
«Carol,» dissi non appena rispose «voglio darci un taglio. Sono impazzito, psicotico, matto. È cominciato stamattina e continua a peggiorare».
«Oliver!» fece Carol. «Che cos’hai preso?».
«Niente» replicai. «È per questo che sono così spaventato». Carol rifletté per un attimo, poi chiese: «Che cosa hai appena smesso di prendere?».
«Ecco cos’è!» esclamai. «Stavo prendendo enormi dosi di cloralio idrato e ieri sera l’avevo finito».
«Oliver, zuccone che non sei altro! Devi sempre strafare» disse Carol. «È un classico caso di DT, delirium tremens».
Carol stette con me, mi accudì e fu il mio punto di ancoraggio, durante i quattro giorni del mio delirium, quando continuai a essere minacciato e inghiottito da ondate di allucinazioni e delirio: unico punto fermo in un mondo caotico e disintegrato.
La seconda volta che le telefonai preso dal panico fu tre anni dopo, quando, una sera, cominciai a sentirmi un po’ confuso, con la testa che girava e stranamente eccitato senza che ve ne fosse motivo. Non riuscivo a dormire e mi allarmai nel vedere piccole aree della mia pelle che cambiavano colore sotto i miei occhi. All’epoca, la mia padrona di casa era una anziana signora, una donna piacevole e coraggiosa che combatteva da anni con lo scleroderma: una malattia molto rara che a poco a poco provoca un indurimento e una retrazione della pelle, causando deformità degli arti e a volte imponendo amputazioni. Marie aveva questa malattia da più di cinquant’anni; mi disse tutta orgogliosa di essere il caso di sopravvivenza più lunga noto alla scienza medica. Nel bel mezzo della notte, quando piccole zone della mia pelle sembrarono cambiare consistenza, diventando dure e pallide, ebbi una improvvisa folgorazione: anch’io avevo lo scleroderma, uno «scleroderma galoppante». In realtà non avevo mai sentito parlare di una cosa simile; di solito lo scleroderma è la malattia più indolente che si possa immaginare. Ma c’è sempre un primo caso, in qualsiasi cosa, e pensavo che anch’io avrei colto di sorpresa i miei colleghi medici, come primo caso al mondo di scleroderma acuto.
Telefonai a Carol e lei venne a visitarmi, con la sua borsa nera. Mi diede un’occhiata – avevo la febbre alta ed ero coperto di bolle – e disse: «Oliver, pezzo d’idiota, ti sei preso la varicella».
«Hai visitato di recente qualcuno con il fuoco di Sant’Antonio?» continuò. «Sì» le risposi. Proprio quattordici giorni prima, avevo esaminato un vecchio, al Beth Abraham, con il fuoco di Sant’Antonio. «Experientia docet» disse Carol. «Adesso tu sai, e non solo perché lo dicono i manuali, che il fuoco di Sant’Antonio e la varicella sono causati dallo stesso identico virus».
Intelligente, spiritosa, generosa Carol, lei stessa impegnata a combattere non solo il diabete giovanile, ma anche i pregiudizi nei confronti delle donne e dei neri nella professione medica: arrivò a diventare uno dei decani del Mount Sinai e in quella posizione ebbe un ruolo fondamentale, per molti anni, nel garantire che le donne medico e i medici di colore fossero rispettati e trattati equamente. Non dimenticò mai l’episodio con i chirurghi al Mount Zion.
Quando cominciai a lavorare a New York, il mio consumo di droghe era aumentato, fomentato in parte dal guastarsi della storia d’amore con Karl e in parte dal fatto che il mio lavoro stava andando male e dalla sensazione che non mi sarei dovuto orientare verso la ricerca. Nel dicembre del 1965 avevo ormai cominciato a darmi malato e a non andare al lavoro per intere giornate di fila. Prendevo costantemente le amfetamine e mangiavo pochissimo; dimagrii a tal punto – persi circa 35 chili in tre mesi – che a malapena tolleravo la vista della mia faccia emaciata nello specchio.
Il giorno di Capodanno ebbi un improvviso sprazzo di lucidità nel mezzo di un’estasi da amfetamine, e dissi a me stesso: «Oliver, se non ti fai aiutare, non vedrai un altro Capodanno. Bisogna agire». Sentivo che alla base della mia dipendenza e del mio comportamento autodistruttivo c’erano seri problemi psicologici, e che, se non li avessi affrontati, sarei sempre tornato alle droghe e prima o poi mi sarei ammazzato.
All’incirca un anno prima, quando ero ancora a Los Angeles, Augusta Bonnard, un’amica di famiglia, lei stessa psicoanalista, mi aveva suggerito di cercare un terapeuta. Andai con riluttanza da quello che mi aveva raccomandato lei, un tal dottor Seymour Bird. Quando mi chiese: «E dunque, dottor Sacks, che cosa la porta qui?», risposi bruscamente: «Lo chieda alla dottoressa Bonnard – è stata lei a dirmi di venire».
Non solo opponevo resistenza a tutta la faccenda; per la maggior parte del tempo ero fatto di droga. Con le amfetamine uno può essere molto superficiale e disinvolto, e le cose sembrano procedere con miracolosa rapidità, ma poi tutto se ne va senza lasciare traccia.
All’inizio del 1966, quando io stesso cercai un analista a New York sapendo che senza aiuto non sarei sopravvissuto, le cose andarono in modo completamente diverso. In un primo tempo non mi fidavo del dottor Shengold, perché era giovanissimo. Quale esperienza di vita, quale competenza, quale capacità terapeutica potevo mai trovare, pensavo, in qualcuno che era di poco più anziano di me? Ben presto capii che era una persona dal calibro e dal carattere eccezionali, in grado di penetrare le mie difese e sul quale la mia superficiale loquacità non agiva da deterrente: qualcuno convinto che potessi tollerare un’analisi intensiva e i sentimenti profondi e ambigui implicati dal transfert, e trarne vantaggio.
Shengold però insistette fin dall’inizio che la cosa avrebbe funzionato solo se io avessi smesso di drogarmi. Il consumo di droghe, diceva, mi collocava fuori dalla portata dell’analisi; lui non poteva continuare a vedermi a meno che io non avessi smesso di prenderle. Probabilmente anche Bird avrà pensato la stessa cosa, ma non lo disse mai esplicitamente, mentre Shengold insisteva su quel punto ogni volta che ci incontravamo. Io ero terrorizzato all’idea di essere «fuori portata» e ancora più terrorizzato all’idea di perdere Shengold. A volte ero mezzo psicotico per le amfetamine che non avevo ancora abbandonato. Pensando a Michael, il mio fratello schizofrenico, chiesi a Shengold se anch’io lo fossi.
«No» rispose lui.
Allora, chiesi io, ero «meramente nevrotico?».
«No» rispose.
Lasciai cadere lì la cosa, la lasciammo cadere entrambi, e là è rimasta per gli ultimi quarantanove anni.
Il 1966 fu un anno difficile: sia perché lottavo cercando di liberarmi delle droghe; sia perché la mia ricerca non stava portando da nessuna parte e cominciavo a capire che non l’avrebbe mai fatto e che non avevo quanto occorre per essere un ricercatore.
Avrei continuato a cercare soddisfazione nelle droghe, credevo, a meno che non avessi avuto un lavoro soddisfacente e, speravo io, creativo. Era fondamentale che trovassi qualcosa di significativo e questo, per me, implicava visitare i pazienti.
Non appena cominciai il lavoro clinico, nell’ottobre del 1966, mi sentii meglio. Trovavo i miei pazienti affascinanti, e mi stavano a cuore. Cominciai a saggiare le mie capacità cliniche e terapeutiche e, soprattutto, il senso di autonomia e responsabilità che mi era stato negato quando ero ancora uno specializzando in formazione. Adesso facevo meno ricorso alle droghe e potevo essere più accessibile al processo di analisi.
Nel febbraio del 1967 ebbi un altro sballo da amfetamine, un altro accesso di mania che – in modo paradossale e diverso da tutti i precedenti – prese una piega creativa e mi mostrò che cosa dovevo e potevo fare: scrivere un libro di valore sull’emicrania e – forse – altri libri dopo di quello. A presentarmisi mentre ero strafatto non fu solo una vaga sensazione di potenzialità, ma una visione chiarissima, e bene a fuoco, del mio futuro lavoro nel campo della neurologia e della scrittura: visione che non mi lasciò più.
Nonostante il desiderio a volte intenso (il cervello di una persona dipendente dalle droghe o dall’alcol è modificato per tutta la vita; la possibilità, la tentazione, della regressione non scompare mai), non ho mai più preso amfetamine. E così adesso non ero più fuori portata, e l’analisi poteva condurre da qualche parte.
Penso, in effetti, che mi abbia salvato la vita diverse volte. Nel 1966, i miei amici non credevano che sarei arrivato a trentacinque anni, e non ci credevo neanch’io. Ma con l’analisi, alcuni buoni amici, le soddisfazioni del lavoro clinico e della scrittura e soprattutto con la fortuna, contro ogni aspettativa, ho passato gli ottanta.
Vedo ancora il dottor Shengold due volte alla settimana, come faccio da quasi cinquant’anni. Rispettiamo la forma – lui è sempre il «dottor Shengold» e io sono sempre il «dottor Sacks» –, ma se fra noi può esserci tanta libertà di comunicazione, è proprio perché conserviamo la forma; è qualcosa che percepisco anche con i miei pazienti; loro possono dire a me, e io posso chiedere a loro, cose che non sarebbe consentito dire o chiedere in un rapporto sociale ordinario. Soprattutto, il dottor Shengold mi ha insegnato a prestare attenzione, ad ascoltare ciò che sta al di là della coscienza o delle parole.
Fu un immenso sollievo per me quando, nel settembre del 1966, lasciai il lavoro di laboratorio e cominciai a visitare dei pazienti veri in un ambulatorio per le cefalee nel Bronx. Pensavo che mi sarei dovuto occupare principalmente di mal di testa e poco altro, ma ben presto scoprii che la situazione poteva essere di gran lunga più complessa, almeno nel caso dei pazienti con la cosiddetta emicrania classica, un disturbo in grado di provocare non solo un’intensa sofferenza, ma anche un’enorme gamma di sintomi, quasi un’enciclopedia della neurologia.
Molti di questi pazienti mi raccontavano di aver consultato i loro internisti, i loro ginecologi, i loro oculisti o altri specialisti, ma di non aver ricevuto da loro un’attenzione adeguata. Questo mi diede un’idea di quello che sembrava costituire il problema della medicina americana, e cioè di essere sempre più nelle mani di specialisti. I medici generici, la base della piramide, erano sempre meno. Mio padre e i miei due fratelli, entrambi più grandi di me, erano tutti medici generici, e io non mi sentivo come un superspecialista dell’emicrania, ma come il medico generico che quei pazienti avrebbero dovuto consultare per primo. Sentivo che era mio compito e mia responsabilità indagare su ogni aspetto della loro vita.
Visitai un giovane che aveva «mal di testa spaventosi» ogni domenica. Mi descrisse gli scotomi, forme a zig-zag scintillanti, che vedeva prima del mal di testa, e così non fu difficile formulare una diagnosi di emicrania classica. Gli dissi che avevamo dei farmaci per il suo problema, e che se avesse messo una compressa di ergotamina sotto la lingua non appena cominciava a vedere lo scotoma, probabilmente avrebbe fatto abortire l’attacco. Una settimana dopo mi telefonò tutto eccitato. La compressa aveva fatto effetto, e non aveva avuto il mal di testa. Mi disse: «Dio la benedica , dottore!», e io pensai: «Accidenti! Non è semplice, la medicina?».
Nel fine settimana successivo non si fece vivo, così, curioso di sapere come stesse andando, gli telefonai. Mi disse con una voce abbastanza piatta che la compressa aveva funzionato ancora, ma poi si lamentò di una cosa curiosa: si annoiava. Nei precedenti quindici anni, aveva dedicato ogni domenica alle emicranie – i suoi familiari andavano a trovarlo, lui era al centro dell’attenzione – e adesso tutto questo gli mancava.
La settimana dopo, ricevetti una chiamata di emergenza dalla sorella, la quale mi disse che il fratello aveva avuto un grave attacco d’asma ed era in terapia con ossigeno e adrenalina. Il suo tono di voce sembrava insinuare che fosse colpa mia, che in qualche modo avessi «smosso le acque». Più tardi, quel giorno, andai a trovare il mio paziente, il quale mi disse che da bambino aveva sofferto di attacchi d’asma, che però in seguito erano stati «rimpiazzati» dall’emicrania. Mi ero perso questa parte importante della sua anamnesi, prestando attenzione solo ai sintomi attuali.
«Possiamo darle qualcosa per l’asma» proposi io.
«No» replicò lui. «Mi farei venire qualcos’altro...Lei crede che io abbia bisogno di star male la domenica?».
Le sue parole mi presero alla sprovvista, ma dissi: «Parliamone». E così passammo due mesi a esplorare il suo presunto bisogno di essere malato la domenica. Nel frattempo, le sue emicranie divennero sempre meno invasive e alla fine in linea di massima scomparvero. Per me, questo fu un esempio di come le motivazioni inconsce possano a volte combinarsi a inclinazioni fisiologiche, di come non si possa astrarre un disturbo o la sua cura dal quadro generale, dal contesto, dall’economia dell’esistenza di una persona.
Un altro paziente della clinica per le cefalee era un giovane matematico anch’egli afflitto da emicranie della domenica. Il mercoledì cominciava a essere nervoso e irritabile, e il giovedì peggiorava; il venerdì non riusciva a lavorare. Nella giornata di sabato si sentiva tormentato, e la domenica aveva una terribile emicrania che però, verso il pomeriggio, si dissolveva. A volte, non appena l’emicrania scompare, la persona può sudare oppure eliminare una gran quantità di urina pallida; è come se ci fosse una catarsi a livello fisiologico ed emozionale. Quando l’emicrania e la tensione fuoriuscivano da lui, quest’uomo si sentiva pieno di energie e rinnovato, tranquillo e creativo; così che la sera della domenica, il lunedì e il martedì svolgeva un lavoro matematico altamente originale. Poi ricominciava a diventare irritabile.
Quando somministrai a quest’uomo dei farmaci e lo guarii dalle sue emicranie, lo guarii anche dalla sua matematica, scardinando il suo strano ciclo settimanale di malattia e sofferenza seguite da una sorta di benessere e creatività eccezionali.
Non c’erano due pazienti emicranici che fossero uguali, ed erano tutti straordinari. Il lavoro con loro fu il mio vero apprendistato in medicina.
Il direttore dell’ambulatorio per le cefalee era un uomo di un certo prestigio di nome Arnold P. Friedman. Aveva scritto molto sull’argomento, e dirigeva il centro – il primo del suo genere – da più di vent’anni. Credo che Friedman avesse una forte simpatia per me. Pensava che fossi intelligente e immagino volesse fare di me una sorta di suo protégé. Mi trattava in modo cordiale, e faceva in modo che mi toccassero più ambulatori che a chiunque altro e che fossi pagato un po’ di più. Mi presentò a sua figlia, e mi chiesi anche se per caso non pensasse a me come a un possibile genero.
Poi però accadde uno strano episodio. Mi incontravo con lui ogni sabato mattina per raccontargli dei pazienti più interessanti che avevo visitato durante la settimana e un sabato, al principio del 1967, gli parlai di uno che, dopo aver visto lo scotoma scintillante che dà inizio a molte emicranie, non sviluppava un mal di testa ma aveva forti dolori addominali e vomitava. Gli dissi che avevo visto un paio di altri pazienti di quel tipo, che in apparenza erano passati dal mal di testa ai dolori addominali, e mi chiedevo se non si dovesse riesumare il vecchio termine vittoriano di «emicrania addominale». Quando dissi questo, improvvisamente Friedman divenne un altro uomo. Si fece paonazzo e gridò: «Che intendi quando parli di “emicrania addominale”? Questo è un centro per le cefalee. Il termine emicrania viene da emi-crania! Indica un mal di testa! Non ti permetterò di parlare di emicranie senza mal di testa!».
Sorpreso, feci retromarcia (questa fu una delle ragioni per cui, nella primissima frase di Emicrania, il libro che avrei scritto in seguito, sottolineai che il mal di testa non è mai l’unico sintomo di un’emicrania, e spiega anche perché io abbia dedicato tutto il secondo capitolo del libro alle forme di emicrania senza mal di testa). Quella, peraltro, fu solo una piccola esplosione. La più grossa venne nell’estate del 1967.
In Allucinazioni ho raccontato che nel febbraio del 1967, in un’epifania indotta dalle amfetamine, lessi da cima a fondo il libro pubblicato da Liveing nel 1873, On Megrim, e decisi di scrivere un libro simile, un mio Emicrania, un Emicrania per gli anni Sessanta del Novecento, che incorporasse molti esempi tratti dai miei stessi pazienti.
Nell’estate del 1967, dopo aver lavorato un anno nell’ambulatorio per le emicranie, tornai in Inghilterra per una vacanza e, con mia grande sorpresa, nel corso di un paio di settimane misi mano a un libro sull’emicrania, che scaturì all’improvviso, senza una pianificazione cosciente.
Inviai un telegramma a Friedman, da Londra, dicendogli che in un modo o nell’altro avevo appena scritto un libro, mi era uscito di getto; e che l’avevo portato da Faber & Faber: un editore britannico che aveva pubblicato uno dei libri di mia madre e che era interessato a pubblicarlo.30 Speravo che Friedman potesse apprezzare il libro e scrivere una prefazione. Mi rispose con un telegramma: «Stop! Ferma tutto».
Quando tornai a New York, Friedman non appariva affatto cordiale; piuttosto, sembrava fuori di sé. Quasi mi strappò dalle mani il manoscritto del libro. Chi credevo di essere per scrivere un libro sull’emicrania? chiese. Che presunzione! Io dissi: «Mi dispiace, è successo». Lui ribatté che avrebbe fatto leggere il libro da qualcuno molto in alto nel mondo dell’emicrania.
Queste reazioni mi colsero decisamente di sorpresa. Qualche giorno dopo, vidi l’assistente di Friedman che fotocopiava il mio manoscritto. Non ci feci molto caso, ma me ne accorsi. Circa tre settimane dopo, Friedman mi passò la lettera del recensore, dalla quale erano stati cancellati tutti gli elementi utili per identificare il mittente. Era una lettera che mancava di qualsiasi sostanza critica reale e costruttiva, ma piena di attacchi personali e spesso velenosi allo stile del libro e al suo autore. Quando lo dissi a Friedman, lui replicò: «Al contrario, ha assolutamente ragione. Il tuo libro è proprio questo: fondamentalmente, spazzatura». Proseguì dicendo che in futuro non mi avrebbe consentito di accedere a nessuno dei miei appunti sui pazienti che avevo visitato, e che sarebbero stati tenuti sotto chiave. Mi mise in guardia, affinché non pensassi nemmeno di tornare a lavorare sul libro, dicendo che, se l’avessi fatto, non solo mi avrebbe licenziato, ma avrebbe fatto in modo che non ottenessi mai più, in America, un lavoro in campo neurologico. A quell’epoca Friedman era presidente della sezione cefalee dell’American Neurological Association, ed effettivamente per me sarebbe stato impossibile ottenere un altro lavoro senza il suo appoggio.
Parlai delle minacce di Friedman ai miei genitori, sperando nel loro sostegno, ma mio padre, con un comportamento che giudicai alquanto vigliacco, disse: «Faresti meglio a non irritare quest’uomo – potrebbe rovinarti». Così soffocai i miei sentimenti per molti mesi, che furono tra i peggiori della mia vita. Continuai a visitare i pazienti nell’ambulatorio per l’emicrania e poi, finalmente, nel giugno del 1968 decisi che non potevo tollerare più a lungo quella situazione. Mi accordai con il custode affinché mi facesse entrare al centro di notte. Tra mezzanotte e le tre del mattino, tirai fuori tutti i miei appunti e copiai laboriosamente a mano tutto quello che potei. Poi dissi a Friedman che volevo prendermi una lunga vacanza a Londra, e lui immediatamente si informò: «Stai tornando su quel tuo libro?».
«Devo farlo» risposi.
«Sarà l’ultima cosa che fai» aggiunse.
Tornai in Inghilterra in uno stato di grande apprensione, letteralmente tremando, e una settimana dopo ricevetti un suo telegramma, in cui mi licenziava. Questo esacerbò il tremito, ma poi, all’improvviso, ebbi una sensazione completamente diversa. Pensai: «Mi sono tolto questo gran peso. Sono libero di fare quello che voglio».
Adesso ero libero di scrivere, ma avevo anche la percezione di una scadenza incombente, una percezione intensa, letterale, quasi folle. Ero insoddisfatto del manoscritto del 1967 e decisi di riscrivere il libro. Era il primo settembre, e dissi a me stesso: «Se non metterò il manoscritto finito nelle mani di Faber entro il 10 settembre, dovrò uccidermi». Fu sotto questa minaccia che cominciai a scrivere. Nell’arco di un giorno, o pressappoco, la percezione della minaccia era scomparsa, e la gioia di scrivere prese il sopravvento: benché non stessi più usando droghe, fu un periodo di esaltazione ed energia straordinarie. Mi sembrava quasi che il libro mi venisse dettato, che tutto il materiale si organizzasse rapidamente e automaticamente. Dormivo soltanto un paio d’ore per notte. E con un giorno di anticipo rispetto al programma, il 9 settembre, portai il libro da Faber & Faber. La loro sede era in Great Russell Street, vicino al British Museum, e dopo aver lasciato il manoscritto alla casa editrice andai al museo. Guardando i manufatti che vi erano esposti – vasellame, sculture, utensili e soprattutto libri e manoscritti, tutti sopravvissuti molto tempo dopo la scomparsa dei loro creatori –, ebbi la sensazione di aver prodotto anch’io qualcosa. Qualcosa di modesto, forse, ma con una realtà e un’esistenza sue, qualcosa che avrebbe potuto continuare a vivere dopo la mia morte.
Non avevo mai provato una sensazione così forte, la sensazione di aver fatto qualcosa di reale e di un certo valore, come la provai con quel primo libro, scritto a dispetto delle minacce di Friedman e – a ben vedere – anche delle mie, contro me stesso. Tornando a New York provai un senso di gioia, quasi di beatitudine. Volevo gridare «Alleluia!», ma ero tropo timido. Invece, andai ogni sera a un concerto – le opere di Mozart, e Fischer-Dieskau che cantava Schubert – sentendomi esuberante e vivo.
In quelle settimane, circa sei, dell’autunno del 1968, traboccanti di eccitazione ed esaltazione, continuai a scrivere pensando di poter aggiungere al libro sull’emicrania una descrizione molto più dettagliata delle forme geometriche a volte visualizzate nell’aura visiva, insieme a qualche speculazione sui probabili correlati cerebrali. Inviai questi addendum pieni di entusiasmo a William Gooddy, un neurologo inglese che aveva scritto una bella presentazione per il mio libro. E Gooddy disse: «No, lascia stare. Il libro va bene così com’è. Questi sono pensieri sui quali continuerai a tornare negli anni a venire».31 Sono felice che Gooddy abbia protetto il libro dai miei eccessi e dalla mia esuberanza, che a quel punto credo fosse diventata quasi maniacale.
Lavorai a ritmi serrati con il mio editor per sistemare le illustrazioni e la bibliografia, e nella primavera del 1969 era tutto pronto. Ma quando il 1969 e poi il 1970 passarono senza che il libro fosse pubblicato, mi sentii sempre più frustrato e furioso. Alla fine, ingaggiai un agente letterario, Innes Rose; questi fece pressione sugli editori che, nel gennaio del 1971, finalmente, fecero uscire il libro (anche se la data sul frontespizio dice 1970).
Per la pubblicazione, andai a Londra. Come sempre, alloggiai al 37 di Mapesbury Road, e il giorno dell’uscita del libro mio padre entrò in camera mia, pallido e tremante, tenendo fra le mani il «Times». «Sei sui giornali» disse spaventato. Sul giornale c’era un bellissimo saggio-recensione che definiva Emicrania «equilibrato, autorevole, brillante», o qualcosa del genere. Ma per mio padre non faceva alcuna differenza; finendo sui giornali, se non proprio un atto di criminosa follia, avevo comunque commesso una grave scorrettezza. A quei tempi, in Inghilterra, si poteva essere radiati dall’ordine dei medici per qualsiasi tipo di intemperanza relativa ad alcolismo, dipendenze, adulterio, pubblicità: le chiamavano «le quattro “A”»: alcoholism, addiction, adultery e advertising; mio padre pensava che una recensione di Emicrania sulla stampa non specialistica potesse essere considerata una forma di pubblicità. Mi ero esposto in pubblico, mi ero reso visibile. Lui stesso aveva sempre tenuto, o creduto di tenere, un «basso profilo». Era conosciuto e amato da pazienti, familiari e amici, ma non andava oltre. Io avevo varcato un confine, avevo trasgredito, e lui adesso temeva per me. Questo coincideva con certi sentimenti che avevo avuto io stesso; sovente in quel periodo leggevo la parola publish, pubblicare, come punish, punire. Sentivo che se avessi pubblicato qualcosa sarei stato punito, eppure dovevo farlo; poco mancò che questo conflitto mi facesse a pezzi.
Per mio padre, avere un buon nome, shem tov, essere rispettati dagli altri, era fondamentale, più importante di qualsiasi particolare successo o potere mondano. Era un uomo modesto, tendente addirittura a sminuirsi. Sottovalutava il fatto di essere, tra le altre cose, uno straordinario diagnostico; spesso gli specialisti gli inviavano i loro casi più sconcertanti, sapendo che lui aveva un’arcana capacità di venirsene fuori con diagnosi inattese.32 Lui però – nel suo lavoro, nel posto che occupava nel mondo, con la sua buona reputazione e il suo buon nome – si sentiva al sicuro, e godeva di una serena felicità. Sperava che anche tutti noi, i suoi figli, qualsiasi cosa avessimo fatto nella vita, ci guadagnassimo una buona reputazione e non disonorassimo il nome dei Sacks.
A poco a poco mio padre, che si era tanto allarmato leggendo la recensione sul «Times», cominciò a sentirsi rassicurato nel vedere commenti positivi anche sulla stampa medica; dopo tutto, il «British Medical Journal» e «The Lancet» erano stati fondati nell’Ottocento dai medici per i medici. A questo punto, credo, cominciò a pensare che avessi scritto un libro onesto e che avessi fatto bene a perseverare, anche se questo mi era costato il lavoro (e forse qualsiasi altro lavoro in campo neurologico in America, se il potere di Friedman era commisurato alle sue minacce).
A mia madre il libro piacque fin dal principio, e per la prima volta in molti anni io sentii che i miei erano dalla mia parte, ammettendo che quel loro figlio pazzo e rinnegato, dopo anni di follie e comportamenti impropri, aveva finalmente imboccato la retta via della medicina: in fondo, in me poteva esserci qualcosa di buono.
Mio padre – che in modo scherzosamente autodenigratorio era solito parlare di se stesso come «il marito dell’insigne ginecologa Elsie Landau» o come «lo zio di Abba Eban» – adesso cominciò a definirsi «il padre di Oliver Sacks».33
Penso che forse ho sottovalutato mio padre, proprio come si sottovalutava lui stesso. Rimasi sbalordito e profondamente commosso, alcuni anni dopo la sua morte, quando il rabbino capo d’Inghilterra, Jonathan Sacks (nessuna parentela con la nostra famiglia), mi scrisse quanto segue:
«Conoscevo il suo defunto padre. A volte sedevamo insieme nella shul. Lui era un autentico tzaddik: pensavo a lui come a uno dei ... trentasei “giusti sconosciuti” la cui bontà sostiene il mondo».
Ancora oggi, a molti anni dalla sua morte, ci sono persone che mi avvicinano, oppure mi scrivono, parlando della gentilezza di mio padre, raccontando di essere stati suoi pazienti nel corso dei settant’anni in cui lui esercitò (oppure dicendomi che lo erano stati i loro genitori o i loro nonni). Altri, incerti, mi chiedono se ho qualche parentela con Sammy Sacks, come tutti lo chiamavano a Whitechapel. E io sono felice e orgoglioso di poter dire di sì.
Quando Emicrania vide la luce, ricevetti un paio di lettere alquanto sconcertate da colleghi che mi chiedevano come mai avessi pubblicato versioni precedenti di alcuni capitoli firmandomi con lo pseudonimo di A.P. Friedman. Io risposi dicendo di non aver fatto nulla del genere e che quella domanda andava rivolta al dottor Friedman di New York. Friedman aveva stupidamente giocato d’azzardo, contando sul fatto che non avrei pubblicato il libro, e quando invece lo feci dovette capire di essere nei pasticci. Quanto a me, non gli dissi una parola, e non lo rividi mai più.
Credo che Friedman avesse un delirio di possesso, che pensasse non solo di possedere l’intera materia dell’emicrania, ma anche l’ambulatorio e tutti coloro che ci lavoravano, e che avesse quindi il diritto di appropriarsi dei loro pensieri e del loro lavoro. Questa storia penosa – penosa per ambo le parti – non è insolita: un uomo più anziano, una figura paterna, e il suo giovane figlio scientifico scoprono che i loro ruoli si sono invertiti nel momento in cui il figlio comincia a fare ombra al padre. Questo accadde tra Humphry Davy e Michael Faraday: Davy dapprima diede ogni sorta di incoraggiamento a Faraday, e poi cercò di bloccare la sua carriera. Accadde anche tra Arthur Eddington, l’astrofisico, e il suo brillante giovane protégé Subrahmanyan Chandrasekhar. Io non sono un Faraday o un Chandrasekhar, e Friedman non era un Davy o un Eddington, ma credo che fra noi, benché a un livello molto più modesto, fosse in atto la stessa dinamica letale.
Helena Penina Landau, mia zia Lennie, era nata nel 1892, due anni prima di mia madre. I tredici figli di mio nonno e della sua seconda moglie rimasero tutti in stretti rapporti e quando erano lontani si scambiavano lettere frequenti; tra Lennie e mia madre, però, ci fu una intimità particolare, che durò per tutta la loro vita.
Quattro delle sette sorelle – Annie, Violet, Lennie e Doogie – fondarono delle scuole.34 (Mia madre, Elsie, divenne medico, una delle prime donne-chirurgo in Inghilterra). Lennie era stata insegnante nell’East End di Londra prima di fondare, negli anni Venti, la Jewish Fresh Air School per «bambini cagionevoli» («cagionevoli» poteva significare qualsiasi cosa, dall’autismo all’asma o semplicemente al «nervosismo»). La scuola aveva sede nel Cheshire, in particolare nella Delamere Forest, e poiché dire «Jewish Fresh Air School» o «JFAS» era pesante, tutti noi chiamavamo la scuola «Delamere». Mi piaceva visitarla, e mescolarmi ai bambini «cagionevoli»: ai miei occhi non sembravano esserlo troppo. A ogni bambino (perfino a me, che ero un visitatore) veniva dato un minuscolo pezzo di terra delimitato da un muretto basso di pietra in cui ciascuno era libero di piantare quello che voleva. Mi piaceva fare botanica con mia zia o con i suoi colleghi insegnanti nella Delamere Forest – nella mia memoria sono rimasti impressi soprattutto gli equiseti – e nuotare nel piccolo lago poco profondo di Hatchmere («Hatchmere di benedetta memoria», come scrisse una volta mia zia, molto tempo dopo aver lasciato Delamere). Durante gli spaventosi anni della guerra, quando ero stato evacuato a Braefield, desideravo disperatamente di poter essere, invece, a Delamere.
Lennie andò in pensione nel 1959, dopo quasi quarant’anni a Delamere, e verso la fine del 1960 trovò un piccolo appartamento a Londra; ormai però io ero partito per il Canada e gli States. Negli anni Cinquanta ci scambiammo quattro o cinque lettere, ma fu solo quando tra noi si frappose un oceano che cominciammo a scriverci lettere lunghe e frequenti.
Nel maggio del 1955 Lennie mi aveva mandato due lettere – la prima in risposta al mio invio di una copia di «Seed», una rivista che avevo imbastito con alcuni amici durante il mio terzo anno a Oxford, e che ebbe vita breve (si spense dopo un solo numero).
«Mi sto proprio godendo “Seed”» scriveva Lennie. «Mi piace tutto di come è fatta: il design della copertina, la carta bellissima, la stampa gradevole, e la sensibilità che tutti voi autori avete per le parole, siano esse serie o brillanti ... Sarai allibito quando ti dirò quanto tutti voi siete magnificamente giovani (e naturalmente pieni di vita)».
Questa lettera, come tutte le sue lettere, si apriva con un «Darling Bol» (a volte «Boliver»), mentre i miei genitori, più sobriamente, scrivevano «Dear Oliver». Non avevo la sensazione che Lennie usasse «Darling» con leggerezza; mi sentivo molto amato da lei, e anch’io le volevo un gran bene, e il nostro era un amore senza ambivalenza, senza condizioni. Non c’era nulla che io potessi dire che avesse il potere di allontanarla o scioccarla; sembrava non vi fosse limite alla sua capacità di empatia e comprensione, alla generosità e all’apertura del suo cuore.
Quando viaggiava mi mandava delle cartoline. «Qui mi sto beando, sotto un sole stupendo, nel giardino di Grieg,» mi scrisse nel 1958 «con la vista, in basso, di un fiordo incantevole. Non c’è da meravigliarsi che fosse ispirato a comporre musica. (Che peccato che tu non sia qui. Nella nostra comitiva ci sono molti giovani piacevoli ... siamo un gruppo alquanto evoluto di età e sessi diversi)».
Per coincidenza, nel 1958 andai anch’io in Norvegia e soggiornai in un’isola minuscola di nome Krokholmen, nel fiordo di Oslo (dove Gene Sharp, un mio amico, aveva una casetta). «Quando ho ricevuto la tua idilliaca cartolina da Krokholmen,» mi scrisse Lennie «desideravo poter venire da te, ed essere il tuo Venerdì e che tu fossi il mio Robinson Crusoe». Terminava la lettera augurandomi «ogni meraviglia per i tuoi esami finali a dicembre».
Il 1960 fu un anno di profondo cambiamento per entrambi. Lennie lasciò Delamere dopo aver diretto la scuola per quasi quarant’anni, e io lasciai l’Inghilterra. Io avevo ventisette anni e lei sessantasette, ma entrambi sentivamo che stavamo iniziando una nuova vita. Lennie decise di fare un giro del mondo, prendendosela comoda, prima di stabilirsi a Londra, e quando ricevetti la sua lettera spedita dalla nave, la Strathmore, ero già in Canada.
«Domani arriviamo a Singapore» scriveva. «Per un paio di giorni [dopo essere partiti da Perth], oltre ai delfini che giocavano, abbiamo avuto al nostro seguito magnifici albatros ... meravigliosamente eleganti, si tuffavano e si rialzavano in volo, con un’apertura alare impressionante».
In ottobre, quando avevo cominciato a lavorare a San Francisco, mi scrisse: «Mi ha fatto un gran piacere ricevere la tua lettera ... sembra proprio che tu abbia trovato uno sfogo più soddisfacente per il tuo spirito inquieto e indagatore ... Mi manchi». Trasmettendo un messaggio da parte di mia madre, aggiunse: «Il suo sport indoor preferito è ancora la confezione di pacchi per te!».
Nel febbraio del 1961, Lennie mi scrisse di un problema ricorrente con mio fratello: «Non ho mai visto Michael in condizioni allarmanti come adesso; non senza disprezzo per me stessa, la mia compassione si è mutata in repulsione e paura (anche se speravo che i miei sentimenti non trapelassero); l’accanito atteggiamento protettivo di tua madre lasciava invece più o meno intendere che fossero tutti fuori posto tranne lui».
Quando Michael era bambino, Lennie ne era entusiasta; come zia Annie, ammirava il suo intelletto precoce e gli portava tutti i libri che desiderava. Adesso, però, pensava che i miei genitori stessero negando la gravità – e il pericolo – della situazione. «Nelle ultime settimane, prima che tornasse a Barnet [un ospedale psichiatrico], ho temuto per la loro vita. Che esistenza penosa e sventurata!». Michael aveva trentadue anni.
Dopo molte ricerche – a Londra gli affitti erano cari e Lennie non era mai stata capace di risparmiare molto («Il denaro mi scivola tra le dita, proprio come a te») –, aveva trovato una sistemazione a Wembley: «Credo che il mio appartamentino sarebbe di tuo gradimento. Mi piace avere una casa mia, e adesso sono in parte compensata della perdita di Delamere. Mentre scrivo, i mandorli fuori dalla finestra sono in fiore, ci sono i crocus, i bucaneve, qualche narciso precoce, e perfino un fringuello che finge sia arrivata la primavera».
Adesso che stava a Londra, scriveva, andare a teatro era molto più facile. «Non vedo l’ora di assistere, domani sera, a Il guardiano di Harold Pinter ... Questi nuovi giovani scrittori non hanno le espressioni levigate e rifinite dei miei tempi, ma hanno qualcosa di vero da dire, e lo dicono con energia». Lennie si stava anche godendo – proprio come aveva fatto con la mia – la nuova generazione di pronipoti, maschi e femmine, soprattutto i figli di mio fratello David.
Nel maggio del 1961 le inviai il manoscritto di «Canada: Pausa, 1960», in cui attingevo ai miei viaggi attraverso il Canada, e un altro diario («99») su un viaggio notturno, in moto, da San Francisco a Los Angeles. In un certo senso, erano i miei primi «pezzi»: impacciati e artificiosi nei toni, ma che comunque speravo potessero un giorno essere pubblicati.
«Ho ricevuto gli straordinari estratti dei tuoi diari» scriveva Len. «Mi hanno tenuta tutti con il fiato sospeso. All’improvviso mi sono accorta che stavo fisicamente ansimando». Non avevo mostrato quei pezzi a nessuno, a parte Thom Gunn, e l’entusiasmo di zia Len, non scevro da critiche, fu per me di importanza cruciale.
Lennie era particolarmente entusiasta di Jonathan Miller e di sua moglie, Rachel, proprio come loro lo erano di lei. Jonathan, scriveva Len, «è sempre quel genio integro, semplice, complesso, brillante, amabile e disordinato – come te ... Abbiamo fatto una lunga chiacchierata insieme un pomeriggio che eravamo entrambi a Mapesbury ... È incredibile come riesca a far stare nella sua vita tutto quello che fa».
Le piacevano molto le fotografie che le mandavo dalla California. Facevo lunghi giri in sella alla moto, sempre con una macchina fotografica, e poi le inviavo le immagini dei paesaggi. «Che belle foto» scriveva. «Così straordinariamente simili allo scenario greco che ho visto durante la mia visita, breve e struggente, sulla via del ritorno dall’Australia ... E fa’ attenzione su quel tuo destriero!».
Quando glielo inviai, all’inizio del 1962, Len apprezzò «Travel Happy», ma pensava che fossi stato troppo generoso con le espressioni da camionista, i vari fuck e shit. Io li trovavo esotici, molto americani – in Inghilterra nulla andava mai oltre «bastardo» –, ma Len li riteneva «noiosi se così frequenti».
Nel novembre del 1962 mi scrisse: «Mamma ha ricominciato a operare [quell’anno si era rotta un’anca], la qual cosa le fa un gran piacere, e non si sente più frustrata. Papà è sempre il solito – amabile, matto e caotico –, e ovunque vada semina briciole di gentilezza sotto forma di occhiali, siringhe, taccuini. Così mani sollecite e piene di buona volontà le raccolgono e le riconsegnano, come se fosse il più grande onore al mondo».
Lennie era emozionata perché ero in procinto di presentare un mio lavoro a un congresso di neurologia – la mia prima incursione nell’ambiente accademico –, ma «per nulla emozionata all’idea che tu stia raggiungendo di nuovo un peso enorme: quando sei normale sei un così gran bel tipo».
Un paio di mesi prima le avevo accennato di essere in un periodo di depressione. «So che a volte tutti noi ne soffriamo» mi scrisse Len. «Be’, tu non devi più. Hai moltissime cose dalla tua parte: intelligenza, fascino, prestanza, senso dell’umorismo, e tutti noi – un intero branco – che crediamo in te».
La fiducia che Len aveva in me era stata importante fin dai miei primi anni, perché – così pensavo – i miei genitori non ne avevano e quella che io riponevo in me stesso era fragile.
Emergendo dalla depressione, inviai a Lennie un pacco di libri; nel rimproverare la mia «prodigalità» lei rispose: «Tutti i miei ringraziamenti al mio nipote preferito». (Questo mi piacque, perché di sicuro Lennie era la mia zia preferita). Poi continuava: «Prova a immaginarmi sistemata confortevolmente accanto al camino, con una fruttiera piena di mele Cox’s Orange a portata di mano, immersa nell’elegante sontuosità di Henry James, per poi accorgermi, all’improvviso, d’aver fatto le ore piccole». Alcune parti di questa lettera erano illeggibili: «No, non è che la mia scrittura sia diventata senile, è che sto cercando di domare una nuova stilografica, avendo perso la mia, preziosa, che avevo da cinquant’anni».
Scriveva sempre con una stilografica dal pennino grosso (come faccio anch’io, cinquant’anni dopo). «Darling Bol,» concludeva «possa tu essere felice».
«Ho sentito della tua battaglia con le onde, razza di uccello tuffatore, pazzo che non sei altro» scriveva nel 1964. Le avevo raccontato di come mi fossi lussato una spalla a Venice Beach, sbattuto da un’onda gigantesca, e come il mio amico Chet mi avesse tirato fuori.
Lennie sperava che le mandassi alcuni dei miei articoli di neurologia «dei quali non capirò una sola parola, ma sarò raggiante di amorevole orgoglio per il mio nipote incredibile, intelligentissimo e nel complesso affascinante».
E così i nostri scambi continuavano, al ritmo di sette-otto lettere l’anno. Raccontai a Lennie di aver lasciato la California, insieme alle mie prime impressioni di New York:
«Questa è veramente una città meravigliosa, emozionante, di estensione e profondità illimitate – come lo è anche Londra, benché le due città siano immensamente diverse. New York è punteggiata, scintillante, nel modo in cui lo sono tutte le città viste di notte da un aeroplano: è un mosaico di qualità e persone e periodi e stili, una sorta di enorme puzzle urbano. Londra invece ha più le caratteristiche di una città che è evoluta, in cui il presente è simile a un lucido sovrapposto agli strati del passato, foglio su foglio, esteso nel tempo, come la Troia di Schliemann, o la crosta terrestre. Ma poi, nonostante la sua luminosa qualità sintetica, New York è anche stranamente all’antica, arcaica. Le enormi travate dell’“El” sono una fantasia ferroviaria degli anni Ottanta dell’Ottocento; la coda di gambero del Chrysler Building è una frivolezza squisitamente edwardiana. Non posso vedere l’Empire State Building senza l’immensa sagoma di King Kong che gli si arrampica di lato. L’East Bronx è come Whitechapel al principio degli anni Venti (prima della diaspora a Golders Green)».
Len mi scriveva di eventi familiari, dei libri che aveva letto e degli spettacoli teatrali cui aveva assistito, e soprattutto delle sue gagliarde escursioni a piedi. Ancora dopo i settant’anni restava un’appassionata camminatrice, e adesso aveva tutto l’agio di esplorare le parti più selvagge dell’Irlanda, della Scozia e del Galles.
Insieme alle sue lettere arrivavano pacchetti di Blue Vinny, un formaggio erborinato prodotto da un unico caseificio del Dorset; io lo adoravo e lo consideravo superiore allo Stilton. Mi piacevano quei pacchi vagamente odorosi che arrivavano ogni mese, ciascuno contenente un quarto di una forma di Blue Vinny. Aveva cominciato a inviarmeli quando ero a Oxford, e lo faceva ancora quindici anni dopo.
Nel 1966, Len mi scrisse a proposito della seconda operazione all’anca di mia madre. Diceva: «Mamma ha passato una brutta settimana ... Papà era molto preoccupato». Ma andò tutto bene: mia madre passò alle stampelle e poi a un bastone, e il mese dopo Lennie scriveva: «Il suo coraggio e la sua determinazione sono incredibili». (A me sembrava che tutti i Landau, fratelli e sorelle, fossero generosamente dotati di coraggio e determinazione).
Scrissi a Lennie al principio del 1967, dopo che avevo letto il libro di Liveing On Megrim e avevo deciso di scrivere un libro mio sull’argomento. Questa notizia la emozionò: fin dai tempi della mia infanzia aveva creduto che io potessi e dovessi diventare «uno scrittore». Le raccontai della reazione di Friedman al mio manoscritto e di come mio padre pensasse che avrei fatto bene a sottomettermi, ma Lennie, con la sua lucidità e la sua risolutezza tipicamente Landau, non era d’accordo.
«Il tuo dottor Friedman» mi scrisse nell’ottobre del 1967 «sembra un tipo estremamente sgradevole, ma tu non lasciarti scalfire. Non perdere la fiducia in te stesso».
Nell’autunno del 1967 i miei genitori si fermarono a New York; stavano tornando dall’Australia, dove erano andati a far visita a Marcus, il più grande dei miei fratelli, e alla sua famiglia. Per un motivo o per l’altro, i nostri genitori si erano preoccupati per me, e adesso potevano vedere con i loro occhi che avevo una vita professionale gratificante; che stimavo i miei pazienti ed ero stimato da loro – qualche mese prima mio fratello David aveva visitato New York e aveva riferito a papà e mamma che ero «adorato» dai miei assistiti –; e che stavo scrivendo la storia degli straordinari pazienti postencefalitici proprio allora affidati alle mie cure a New York. Qualche settimana dopo, Lennie scrisse: «Mamma e papà sono tornati a casa completamente ricaricati dopo aver visto il loro primogenito e il loro ultimogenito nei rispettivi habitat», aggiungendo che Marcus le aveva scritto dall’Australia una lettera di «estasi lirica» sulla figlioletta.
Nel 1968 incombevano grandi minacce, in particolare la guerra del Vietnam e l’intensificazione della leva; io fui richiamato per sostenere un colloquio, ma riuscii a persuadere le autorità militari di non essere materiale utile per l’esercito.
«Lasciami dire quanto siamo tutti sollevati per il fatto che rimarrai un civile» scrisse Len. «Questa guerra vietnamita diventa ogni giorno più orrenda, e la rete si fa sempre più ingarbugliata ... Che idea ti sei fatto dell’orribile situazione in tutto il mondo (e anche degli occasionali eventi positivi)? Scrivimi e fammi sapere come stai».
28. Forse non mi ero mai veramente aspettato
di avere successo come ricercatore. In una lettera del 1960 ai miei
genitori, mentre mi interrogavo sulla possibilità di fare ricerca
in fisiologia all’UCLA, scrivevo:
«Probabilmente sono troppo instabile, troppo indolente, troppo
goffo e anche troppo disonesto per essere un buon ricercatore. Le
uniche cose che mi piacciono veramente sono parlare ... leggere e
scrivere».
E citavo una lettera che avevo appena ricevuto da Jonathan Miller,
il quale, scrivendo a proposito di se stesso, di Eric e di me,
diceva: «Io sono, come Wells, incantato dalla prospettiva e
paralizzato dalla realtà della ricerca scientifica. L’unico campo
in cui ciascuno di noi si muove con agilità o con eleganza è quello
delle idee e delle parole. Il nostro amore per la scienza è
interamente letterario».
29. Si potrebbe pensare che l’uso ricreazionale della polvere d’angelo non si sia protratto oltre gli anni Sessanta, ma, leggendo gli ultimi dati messi a disposizione dalla Drug Enforcement Administration, ho scoperto che ancora nel 2010 più di cinquantamila giovani adulti e studenti delle superiori sono stati portati al pronto soccorso in seguito all’assunzione di PCP.
30. Un lettore di Faber, però, fece un commento particolare. Disse: «Il libro è troppo facile da leggere. Questo farà insospettire la gente – va reso più professionale».
31. E infatti nel 1992 feci alcune aggiunte al libro: stimolato in parte dall’aver visto una mostra sull’arte emicranica, e in parte dalle discussioni con il mio amico Ralph Siegel, ottimo matematico e neuroscienziato. (Vent’anni dopo, nel 2012, rivisitai il tema dell’aura emicranica da un’altra prospettiva ancora, quando scrissi Allucinazioni).
32. Nel 1972 papà fu consultato dal nostro cugino Al Capp, il quale aveva una serie di sintomi particolari che avevano messo in difficoltà i suoi medici. Mio padre gli diede un’occhiata, mentre si stavano stringendo la mano, e disse: «Stai prendendo l’Apresoline?» (un farmaco usato allora per controllare l’ipertensione). «Sì» rispose Al sorpreso. «Tu hai un lupus eritematoso sistemico causato dall’Apresoline» gli spiegò mio padre. «Per fortuna, questa forma indotta dai farmaci è completamente reversibile, ma se non smetti di prenderlo, sarà fatale». Al rimase convinto che, con la sua fulminea intuizione, mio padre gli avesse salvato la vita.
33. La cosa funzionava a doppio senso, come lo stesso Abba Eban raccontò in un necrologio scritto per mio padre, pubblicato sul «Jewish Chronicle»: «Nel 1967, dopo la Guerra dei Sei Giorni, quando passai da Londra di ritorno dalle Nazioni Unite, ricordo che il taxi su cui stavo viaggiando si fermò a un semaforo rosso affiancando un’altra vettura pubblica. Il mio autista chiamò il suo collega: “Lo sai chi ho dietro? Un nipote del dottor Sacks!”.
«Accolsi il riconoscimento senz’ombra di mortificazione, ed ero sicuramente orgoglioso dello zio Sam. Quanto a lui, andò in giro a raccontare la storia per mesi, con l’esuberanza che gli era tipica».
34. Annie Landau, la più grande, nel 1899 lasciò le comodità di Londra per andare in Palestina. Benché in quel luogo nuovo non conoscesse nessuno, era determinata a dare il proprio contributo per offrire un’istruzione di ampio respiro alle bambine ebree inglesi di Gerusalemme, in un’epoca in cui la maggior parte di esse era povera, analfabeta, non riceveva alcuna istruzione ed era spinta, adolescente, al matrimonio o alla prostituzione. Non avrebbero potuto trovare paladina migliore di mia zia, la cui appassionata dedizione alla causa dell’istruzione delle donne superò ogni sorta di ostacolo culturale e politico. Le sue feste – che univano membri insigni delle comunità ebraica, araba e cristiana, come pure funzionari del Mandato Britannico – erano leggendarie, e la scuola da lei diretta per quarantacinque anni lasciò un’eredità duratura per lo sviluppo della moderna Gerusalemme. (La storia di Annie Landau e della sua scuola, la Evelina de Rothschild School, è raccontata nel libro di Laura S. Schor The Best School in Jerusalem: Annie Landau’s School for Girls, 1900-1960).