MUSCLE BEACH

Quando finalmente arrivai a New York, nel giugno del 1961, mi feci prestare del denaro da un cugino e acquistai una nuova moto, una R60, il più affidabile di tutti i modelli BMW. Non volevo più avere a che fare con moto usate come la R69 su cui un idiota o un criminale aveva montato i pistoni sbagliati, quelli che poi in Alabama avevano grippato.

Passai qualche giorno a New York, e poi sentii il richiamo della strada. Nel mio lento, erratico ritorno in California, coprii migliaia di chilometri. Le strade erano meravigliosamente sgombre, e in South Dakota e in Wyoming viaggiai senza vedere anima viva per ore. Il motore silenzioso della moto, quel suo procedere senza sforzo, conferiva al mio movimento una qualità magica, onirica.

Vi è un’unione diretta fra pilota e moto, perché quest’ultima è a tal punto ingranata con la propriocezione, i movimenti e la postura dell’uomo da rispondere quasi come se fosse una parte del suo corpo. Veicolo e pilota diventano un’entità unica e indivisibile; qualcosa di molto simile a quando si è in sella a un cavallo. Un’automobile non può diventare parte di chi la guida allo stesso modo.

Arrivai a San Francisco alla fine di giugno, appena in tempo per cambiare il mio abbigliamento in pelle da motociclista con il camice bianco da interno al Mount Zion Hospital.

Durante il mio lungo viaggio sulla strada, con i pasti consumati al volo qui e là, ero dimagrito; d’altra parte, ogni volta che avevo potuto, mi ero anche allenato in palestra, e perciò a giugno, quando sfoggiai la mia nuova moto e il mio nuovo corpo a New York, ero in forma perfetta e pesavo meno di 90 chili. Tornato a San Francisco, però, decisi di «metter su massa» (come dicono quelli che fanno pesi) e di tentare un record nel sollevamento, un risultato che pensavo fosse alla mia portata. Metter su peso al Mount Zion fu particolarmente facile, perché la mensa offriva doppi cheeseburger ed enormi frappè, che per interni e specializzandi erano gratis. Mi misi a regime – cinque doppi cheeseburger e cinque-sei frappè ogni sera – e mi allenai intensamente, così che aumentai rapidamente la massa muscolare passando dalla categoria middle-heavy (fino a 90 chili) alla heavy (fino a 110) e alla superheavy (senza limite superiore). Ne parlai con i miei genitori – come parlavo loro di quasi tutto – e rimasero un po’ scossi: cosa che mi sorprese, giacché mio padre non era certo uno leggero, e pesava lui stesso intorno ai 115 chili.19

A Londra, negli anni Cinquanta, quando studiavo medicina, avevo fatto un po’ di sollevamento pesi. Ero membro del Maccabi, uno sport club di ebrei, e facevamo gare di powerlifting con altri sport club; le tre alzate da competizione erano il curl, la distensione su panca e lo squat o accosciata.

Molto diverse da queste erano le tre alzate olimpiche – la distensione lenta, lo strappo e lo slancio –, per le quali, nella nostra piccola palestra, avevamo atleti di livello mondiale. Uno di essi, Ben Helfgott, aveva capitanato la squadra di sollevamento pesi britannica ai Giochi Olimpici del 1956. Ben divenne un mio buon amico (e anche adesso che ha passato gli ottanta è straordinariamente forte e agile).20 Mi cimentai nelle alzate olimpiche, ma ero troppo goffo. I miei strappi, in particolare, erano pericolosi per chi mi stava intorno, e così mi dissero – senza mezzi termini – di scendere dalla pedana olimpica e di tornare al powerlifting.

A volte a Londra, oltre che al Maccabi, mi allenavo al Central YMCA, la cui sala pesi era supervisionata da Ken McDonald, un atleta che aveva gareggiato ai Giochi Olimpici per l’Australia. Già di per sé, Ken si portava dietro un gran bel peso, soprattutto nella metà inferiore del corpo: aveva cosce enormi ed era un atleta di livello mondiale nello squat. Ammiravo la sua abilità in quell’esercizio e volevo sviluppare anch’io cosce come le sue e la forza dorsale essenziale per eseguire gli squat e le alzate sopra la testa. A Ken piacevano gli esercizi di stacco da terra a gamba estesa; ora, se esiste un’alzata fatta apposta per farsi male alla schiena, è proprio quella, perché tutto il carico è concentrato sulla colonna lombare e non, come dovrebbe essere, sulle gambe. Mentre facevo progressi sotto la sua guida, Ken mi invitò a partecipare insieme a lui a un evento di pesistica: ci saremmo alternati negli stacchi da terra. Ken sollevò 320 chili. Io riuscii ad arrivare a 240, ma l’esercizio fu comunque applaudito, e provai un breve momento di piacere e orgoglio per il fatto di essere riuscito ad accompagnarlo nelle sue alzate da record, nonostante fossi un principiante. Il piacere, però, fu decisamente fugace, perché qualche giorno dopo mi venne una lombalgia così intensa che quasi non potevo muovermi o respirare; pensai che forse mi ero fratturato una vertebra. I raggi X non mostrarono nulla di rotto, e in un paio di giorni il dolore e gli spasmi si risolsero; per i successivi quarant’anni, però, avrei avuto attacchi di straziante mal di schiena (i quali, per chissà quale ragione, si attenuarono solo all’età di sessantacinque anni; o forse, a quel punto, furono «sostituiti» dalla sciatica).

La mia ammirazione per il programma di allenamento di Ken si estendeva alla sua dieta speciale, in larga misura liquida, che aveva messo a punto per aumentare la massa muscolare. Arrivava agli allenamenti con una bottiglia da due litri piena di una miscela densa e sciropposa di latte e melassa addizionata con vitamine assortite e lievito. Decisi di seguire l’esempio, ma trascurai il fatto che, se ha tempo a sufficienza, il lievito fermenta lo zucchero. Quando la estrassi dalla borsa da palestra, la mia bottiglia si era gonfiata in modo inquietante. Era chiaro che il lievito aveva fermentato l’intruglio; ce l’avevo messo ore prima, mentre Ken (come mi spiegò in seguito) ne aggiungeva un pizzico solo prima di recarsi in palestra. Il contenuto della mia bottiglia era sotto pressione e io ero un po’ spaventato: come se all’improvviso mi fossi ritrovato in possesso di una bomba. Pensai che forse, se avessi svitato il tappo molto lentamente, la decompressione sarebbe stata graduale, ma non appena lo allentai un po’, la bottiglia esplose; i miei due litri di melma nera e appiccicosa (e adesso anche leggermente alcolica) schizzarono in aria come un geyser, disperdendosi nell’atterraggio su tutta la palestra. Dapprima ci fu una risata, e poi irritazione: mi ingiunsero, a muso duro, di non portare mai più in palestra qualcosa che non fosse acqua.

 

Il Central YMCA di San Francisco aveva strutture particolarmente bene attrezzate per il sollevamento pesi. La prima volta che ci andai, il mio sguardo fu attirato da un bilanciere per le distensioni su panca caricato con circa 180 chili. Al Maccabi non c’era nessuno in grado di fare le distensioni con quel carico, e quando mi guardai intorno non vidi nessuno, anche all’Y, che sembrasse all’altezza di un peso simile. Nessuno, almeno, finché un uomo basso ma con un torace enormemente ampio e profondo, un gorilla con i capelli bianchi, non entrò in palestra con un’andatura dondolante per via delle gambe un po’ arcuate; si distese sulla panca e, tanto per scaldarsi un po’, eseguì con disinvoltura una dozzina di ripetizioni con il bilanciere. Aggiunse poi altri pesi per le serie successive, arrivando a quasi 250 chili. Io avevo con me una polaroid e gli feci una fotografia mentre si riposava tra una serie e l’altra. In seguito gli parlai: era un uomo molto cordiale. Mi disse di chiamarsi Karl Norberg, di essere svedese, di aver lavorato tutta la vita come scaricatore di porto, e di avere settant’anni. Quella forza straordinaria gli si era sviluppata spontaneamente; il suo solo esercizio era consistito nel sollevare casse e barili al porto, spesso uno per spalla: casse e barili che nessuna persona «normale» avrebbe mai potuto nemmeno spostare da terra.

Mi sentii ispirato da Karl, e decisi di sollevare anch’io carichi più pesanti, e di lavorare sull’unica alzata in cui ero già abbastanza bravo: lo squat. Allenandomi intensamente, in modo addirittura ossessivo, in una piccola palestra di San Rafael, preparai cinque serie di cinque ripetizioni con 555 libbre [252 chili] ogni cinque giorni. La simmetria di questo programma mi piaceva, ma in palestra causava ilarità: «Sacks e i suoi cinque». Non avevo capito quanto fosse eccezionale finché un altro sollevatore non mi incoraggiò a fare un tentativo per il record californiano di squat. Ci provai, senza troppa convinzione, e con mio immenso piacere stabilii un nuovo record, uno squat con un bilanciere da 272 chili sulle spalle. Sarebbe stata la mia presentazione nel mondo del powerlifting: in questi ambienti, un record di sollevamento equivale alla pubblicazione di un articolo scientifico o di un libro nell’ambiente universitario.

 

Nella primavera del 1962 il mio internato al Mount Zion si stava concludendo, e la specializzazione all’UCLA sarebbe iniziata il 1° luglio. Prima di cominciare, però, mi serviva un po’ di tempo per andare a Londra. Non vedevo i miei genitori da due anni, e mia madre si era appena rotta un’anca; perciò fui felicissimo di stare con lei subito dopo l’operazione. Mamma affrontò il trauma, l’operazione e le successive settimane di sofferenza e riabilitazione con grande forza d’animo, ed era determinata a tornare ai suoi pazienti non appena si fosse liberata delle stampelle.

La nostra scala a chiocciola, con la passatoia consumata e a volte con le bacchette che avrebbero dovuto fissarla un po’ allentate, non era sicura per una persona con le stampelle, così, al bisogno, la portavo io su e giù in braccio; mamma era stata contraria al mio sollevar pesi, ma adesso era ben felice della mia forza – e io rimandai il mio ritorno fino a quando non fu in grado di fare le scale da sola.21

 

 

 

All’UCLA noi specializzandi avevamo un «Journal Club» settimanale; leggevamo gli ultimi articoli di neurologia e li discutevamo. Credo che a volte irritassi gli altri del gruppo, affermando che dovessimo discutere anche gli scritti dei nostri predecessori dell’Ottocento, mettendo in relazione quanto osservavamo nei nostri pazienti con le loro osservazioni e i loro pensieri. Questo veniva considerato un arcaismo: il tempo era poco, e avevamo di meglio da fare che occuparci di quella roba «obsoleta». Implicitamente, questo atteggiamento era evidente in molti degli articoli che leggevamo, i quali facevano scarsi riferimenti a qualsiasi cosa avesse più di cinque anni. Era come se la neurologia non avesse una storia.

Poiché io penso in termini storici e di narrazione, questo approccio mi causava sconcerto. Da bambino innamorato della chimica divoravo libri sulla sua storia, sull’evoluzione delle sue idee e sulla vita dei miei chimici preferiti. La chimica aveva, per me, anche una dimensione storica e umana.

Lo stesso accadde quando i miei interessi si spostarono sulla biologia. Qui, naturalmente, la mia passione fondamentale era per Darwin, e lessi non solo L’origine delle specie e L’origine dell’uomo, non solo Il viaggio di un naturalista intorno al mondo, ma anche tutti i suoi libri di botanica, inframmezzati dai Banchi di corallo e dall’Azione dei vermi. Più di tutti, mi piacque la sua autobiografia.

Eric Korn aveva una passione simile e alla fine abbandonò una carriera accademica nel campo della zoologia per diventare un libraio antiquario, specializzato in pubblicazioni sul darwinismo e sulla scienza dell’Ottocento. (Eric era consultato da librai e studiosi di tutto il mondo per la sua conoscenza senza pari di Darwin e dei suoi tempi, e fu grande amico di Stephen Jay Gould. Gli venne chiesto – nessun altro avrebbe potuto farlo – di ricostruire la biblioteca di Darwin a Down House).

Io non ero un collezionista di libri, e quando acquistavo volumi o articoli era per leggerli, non per metterli in mostra. Così Eric mi teneva da parte quelli strappati o danneggiati, copie a cui magari mancava la copertina o il frontespizio, e che nessun collezionista avrebbe voluto, ma che io potevo permettermi di acquistare. Quando i miei interessi si spostarono sulla neurologia, fu Eric a procurarmi il Manuale del 1888 di Gowers, le Leçons di Charcot e una gran quantità di testi ottocenteschi, meno famosi ma per me bellissimi e fonte di ispirazione. Molti di essi sarebbero stati fondamentali per i libri che scrissi in seguito.

 

Trovai particolarmente interessante una delle prime pazienti che visitai all’UCLA. Quando ci si addormenta, non è insolito avere una contrazione mioclonica improvvisa, ma questa giovane donna aveva un mioclono molto più serio, e reagiva a luci sfarfallanti con una particolare frequenza andando incontro a improvvise contrazioni violente del corpo o, in qualche caso, a vere e proprie crisi convulsive. Questi problemi ricorrevano nella sua famiglia da cinque generazioni. Insieme ai miei colleghi Chris Herrmann e Mary Jane Aguilar, pubblicai il mio primo articolo su di lei (nella rivista «Neurology»); poi, interessato com’ero alle contrazioni miocloniche e alle numerose condizioni e circostanze in cui possono manifestarsi, scrissi sul tema un libretto che intitolai «Myoclonus».

Nel 1963, quando Charles Luttrell, un neurologo famoso per il suo straordinario lavoro sul mioclono, visitò l’UCLA, gli raccontai del mio interesse per l’argomento, dicendo che gli sarei stato immensamente grato se avesse voluto darmi la sua opinione sul mio piccolo libro. Lui fu molto disponibile, e io gli diedi il manoscritto; non avevo una copia. Passò una settimana, e poi un’altra, e un’altra ancora: arrivati alla sesta non potei più contenere la mia impazienza e gli scrissi. Venni così a sapere che era morto. Ero scioccato. Scrissi una lettera di condoglianze alla signora Luttrell, in cui le parlavo dell’ammirazione che nutrivo per il lavoro del marito, ma pensai che in quelle circostanze sarebbe stato inopportuno chiedere la restituzione del manoscritto. Non lo chiesi mai, infatti, ed esso non fu mai restituito. Non so se esista ancora; probabilmente fu gettato via, ma forse se ne sta ancora, silenzioso, in qualche cassetto dimenticato.

 

Nel 1964 visitai un giovane sconcertante, Frank C., all’ambulatorio di neurologia dell’UCLA. Presentava incessanti movimenti a scatto della testa e degli arti: cominciati quando aveva diciannove anni, erano gradualmente peggiorati nel corso degli anni e di recente il suo sonno era disturbato da contrazioni generalizzate di tutto il corpo. Aveva provato i tranquillanti, ma nulla sembrava attenuare le sue contrazioni e Frank, depresso, aveva cominciato a bere molto. Suo padre, mi raccontò, aveva avuto lo stesso problema iniziato subito dopo i vent’anni, era scivolato nella depressione e nella dipendenza dall’alcol, e alla fine aveva commesso suicidio all’età di trentasette anni. Lo stesso Frank, adesso trentasettenne, diceva di poter immaginare perfettamente come si sentisse suo padre; temeva di arrivare a compiere lui stesso il medesimo passo.

Sei mesi prima era stato in ospedale, ed erano state vagliate diagnosi diverse – corea di Huntington, parkinsonismo postencefalitico, malattia di Wilson, eccetera – nessuna delle quali poté essere confermata. Così Frank, con la sua strana malattia, rappresentava un enigma. A un certo punto fissai la sua testa pensando tra me: «Che sta succedendo là dentro? Vorrei poter vedere il tuo cervello».

Frank era uscito dal’ambulatorio da mezzora quando un’infermiera entrò di corsa dicendo: «Dottor Sacks, il suo paziente è stato appena ucciso – investito da un camion – è morto sul colpo». Venne eseguita immediatamente un’autopsia, e due ore dopo avevo il cervello di Frank nelle mie mani. Mi sentivo malissimo – e in colpa. Il mio desiderio di vedere il suo cervello poteva aver avuto un peso nell’incidente fatale? Inoltre non potevo fare a meno di chiedermi se Frank avesse deciso di chiudere la partita e si fosse deliberatamente parato davanti al camion.

Il suo cervello era di dimensioni normali e non mostrava alcuna alterazione macroscopica; qualche giorno dopo, però, quando guardai qualche preparato al microscopio, fui sorpreso vedendo – nella sostanza nera, nel pallido e nei nuclei sottotalamici (tutte regioni del cervello che regolano il movimento), e soltanto lì – grossolani rigonfiamenti e tortuosità degli assoni, masse sferiche pallide e una pigmentazione color ruggine causata da depositi di ferro.

Non avevo mai visto prima rigonfiamenti così voluminosi confinati agli assoni o frammenti di assoni staccati; questi aspetti non sono presenti nella malattia di Huntington o in qualsiasi altra patologia in cui mi fossi imbattuto in precedenza. Avevo visto, però, alcune immagini di rigonfiamenti simili: fotografie che illustravano una malattia rarissima descritta nel 1922 da due patologi tedeschi, Hallervorden e Spatz, malattia che insorgeva in tenera età con movimenti anormali ma poi, con il progredire, causava una sintomatologia neurologica diffusa, demenza e infine morte. Hallervorden e Spatz avevano osservato questa malattia letale in cinque sorelle. In sede autoptica il loro cervello mostrava rigonfiamenti assonali e ammassi di assoni frammentati, insieme a uno scolorimento bruno localizzato nel pallido e nella sostanza nera.

Sembrava dunque possibile che Frank avesse avuto la malattia di Hallervorden-Spatz, e che la sua tragica morte avesse permesso di osservarne la base neurale a uno stadio molto precoce.

Se avevo visto giusto, ci ritrovavamo con un caso che esemplificava meglio di qualsiasi altro descritto in precedenza le prime fondamentali alterazioni associate alla malattia di Hallervorden-Spatz, quando ancora non sono contaminate da tutti gli aspetti secondari che si riscontrano nei casi più avanzati. Ero affascinato dalla stranezza di una patologia che sembrava interessare esclusivamente gli assoni, lasciando invece intatti sia i corpi cellulari sia le guaine mieliniche delle cellule nervose.

Soltanto l’anno prima, mi era capitato un articolo di David Cowen e Edwin Olmstead, neuropatologi alla Columbia University, che descriveva una patologia assonale primaria nei bambini molto piccoli: la malattia poteva presentarsi già nel secondo anno di vita e di solito portava alla morte entro i sette anni. Tuttavia, diversamente dalla malattia di Hallervorden-Spatz, nella quale le anormalità assonali erano confinate in aree fondamentali ma circoscritte, nella distrofia neuroassonale infantile (come la chiamarono Cowen e Olmstead) i rigonfiamenti e i frammenti assonali erano ampiamente distribuiti.

Mi chiedevo se vi fossero modelli animali della distrofia assonale, e qui scoprii per caso che due ricercatori del nostro dipartimento di neuropatologia stavano lavorando esattamente su questo.22 Uno di essi, Stirling Carpenter, stava studiando ratti alimentati con una dieta carente di vitamina E; questi poveri animali perdevano il controllo degli arti posteriori e della coda, perché le afferenze sensoriali provenienti da quei distretti erano bloccate dal danno assonale, che interessava i tratti sensoriali nel midollo spinale e i loro nuclei a livello cerebrale: una distribuzione completamente diversa da quella osservata nella malattia di Hallervorden-Spatz, ma che forse poteva fare un po’ di luce sul meccanismo patogenetico implicato.

Un altro collega dell’UCLA, Anthony Verity, stava lavorando su una sindrome neurologica acuta che poteva essere indotta negli animali da laboratorio somministrando loro un composto tossico dell’azoto, l’iminodipropionitrile (IDPN).23 I topi ai quali era somministrata tale sostanza sviluppavano un eccitamento sfrenato, e continuavano a girare in cerchio, oppure a correre avanti e indietro, senza sosta, compiendo nel contempo contrazioni riflesse involontarie e mostrando occhi protrusi e priapismo; anche questi topi avevano grossolane alterazioni assonali, localizzate però nei sistemi cerebrali sede dell’arousal.

A volte, per descrivere questi animali così ossessivi, perennemente in attività, veniva usato il termine «waltzing mice»: topi che ballano il valzer; questa espressione decorosa, però, non dà la minima idea della spaventosa gravità della sindrome. Il consueto silenzio del dipartimento di neuropatologia era interrotto dalle grida e dagli acuti squittii emessi dai topi sovreccitati. Questi roditori intossicati dall’IDPN erano diversissimi dai ratti carenti di vitamina E, che si trascinavano dietro gli arti posteriori divaricati; e anche diversissimi da quanto osservato negli esseri umani con malattia di Hallervorden-Spatz e con distrofia neuroassonale infantile. Tutti, però, sembravano condividere una patologia comune: un danno molto grave confinato agli assoni delle cellule nervose.

Era possibile cogliere qualche indizio partendo dalla constatazione che sindromi umane e animali diversissime erano evidentemente generate dallo stesso tipo di distrofia assonale, benché localizzata in regioni diverse del sistema nervoso?

 

 

 

Una volta trasferito a Los Angeles, sentivo la mancanza delle mie corse in moto a Stinson Beach, la domenica mattina, con i miei amici motociclisti, e tornai a essere un centauro solitario; nei weekend mi imbarcavo – da solo – in lunghissimi giri. Non appena riuscivo a staccare dal lavoro, il venerdì, sellavo il mio cavallo – a volte pensavo alla moto in questi termini – e partivo per il Grand Canyon, distante ottocento chilometri lungo una traiettoria rettilinea sulla Route 66. Guidavo per tutta la notte, abbassato sul serbatoio; la moto aveva solo trenta cavalli, ma se stavo giù riuscivo a farle fare un po’ più di centosessanta chilometri all’ora, e stare accucciato in quel modo mi consentiva di lanciarla per ore e ore a manetta. Illuminata dal faro – o, se c’era, dalla luna piena –, la strada d’argento era risucchiata sotto la ruota anteriore, e a volte avevo strane inversioni o illusioni percettive. In qualche caso mi sembrava di stare scrivendo una linea sulla superficie del pianeta; in altri di essere immobile sul terreno, mentre il pianeta ruotava silenziosamente sotto di me. Mi fermavo solo alle stazioni di rifornimento per riempire il serbatoio, sgranchirmi le gambe e scambiare qualche parola con l’addetto alla pompa. Se tenevo la moto alla velocità massima, potevo arrivare nel Grand Canyon in tempo per veder sorgere il sole.

A volte mi fermavo a una certa distanza dal canyon, in un piccolo motel, per un sonnellino veloce, ma di solito dormivo all’aperto nel sacco a pelo, la qual cosa comportava talora dei rischi – e non parlo solo di orsi, coyote o insetti. Una notte, imboccata la Route 33, la strada nel deserto che porta da Los Angeles a San Francisco, mi fermai e srotolai il sacco a pelo su quello che nell’oscurità sembrava un letto naturale di muschio, morbido e bellissimo. Respirando l’aria pulita del deserto, dormii molto bene, ma la mattina capii di essermi messo a riposare su un’enorme massa di spore fungine, che dovevo aver inalato durante tutta la notte. Si trattava del famigerato Coccidiomyces, un fungo endemico nella Central Valley, che può causare di tutto: da leggeri disturbi respiratori alla cosiddetta «febbre della valle» e, in qualche caso, una polmonite o una meningite mortali. Un test cutaneo risultò positivo per il fungo, ma fortunatamente rimasi asintomatico.

Passavo i miei fine settimana facendo escursioni nel Grand Canyon oppure nell’Oak Creek Canyon, con i suoi rossi e i suoi viola meravigliosi. Talota andavo a Jerome, una città fantasma (solo anni dopo imbellettata a uso dei turisti) e una volta visitai la tomba di Wyatt Earp, una delle grandi figure romantiche del vecchio West.

La domenica notte me ne tornavo a Los Angeles in sella alla moto e, con la capacità di recupero tipica della gioventù, mi presentavo il lunedì mattina al reparto di neurologia per i giri di visite delle otto, con un’aria fresca e riposata, senza alcun segno degli oltre millecinquecento chilometri percorsi nel fine settimana.

 

Alcune persone, forse più negli States che in Europa, hanno «qualcosa» contro le motociclette e i motociclisti: una fobia, o un odio irrazionale, che può spingerli all’azione.

Lo sperimentai la prima volta nel 1963, mentre stavo percorrendo tranquillamente Sunset Boulevard, godendomi il bel tempo – era una perfetta giornata di primavera – e pensando ai fatti miei. Avevo visto un’automobile nello specchietto, così feci segno all’autista di superarmi. Quello accelerò, ma quando mi ebbe affiancato, improvvisamente sterzò verso di me obbligandomi a scartare per evitare una collisione. Non mi passò neanche per la testa che fosse stato un atto intenzionale; pensai che probabilmente l’autista fosse ubriaco o incapace. Dopo che mi ebbe superato, l’auto rallentò. Rallentai anch’io, finché l’uomo mi fece segno di sorpassarlo. Non appena lo feci, si buttò verso il centro della strada, e io evitai per un pelo di essere colpito lateralmente. Questa volta era impossibile fraintendere il suo intento.

Io non ho mai iniziato una rissa. Non ho mai aggredito nessuno, a meno che non fossi stato aggredito per primo. Ma questo secondo attacco potenzialmente omicida mi aveva mandato in bestia, e decisi di vendicarmi. Mi mantenni a un centinaio di metri dietro l’auto, fuori dalla linea visuale dell’autista, ma pronto a schizzare avanti non appena lui fosse stato costretto a fermarsi a un semaforo, cosa che accadde quando arrivammo a Westwood Boulevard. Senza far rumore – la mia moto era silenziosissima –, mi portai furtivamente sul lato del guidatore, con l’intenzione di rompergli un finestrino o di segnargli la carrozzeria mentre lo affiancavo. Ma il finestrino sul lato del guidatore era aperto e, quando me ne accorsi, ci infilai dentro la mano, gli afferrai il naso e glielo torsi con tutta la mia forza; lui urlò, e quando lo lasciai andare la sua faccia era una maschera di sangue. Era troppo scioccato per reagire, e io proseguii per la mia strada, convinto di non aver fatto nulla che quel tipo non si fosse meritato attentando alla mia vita.

Un secondo incidente del genere accadde mentre stavo andando a San Francisco lungo la strada poco trafficata che passa nel deserto, la Route 33; mi piaceva com’era vuota – l’assenza di traffico – e me la stavo prendendo comoda a centodieci chilometri all’ora quando nello specchietto retrovisore comparve un’auto che (stimai) andava a centoquaranta-centocinquanta. L’autista aveva tutta la carreggiata per sorpassarmi ma (come il tizio di Los Angeles) cercò di buttarmi fuori strada. Ci riuscì, e mi spinse sulla banchina non transitabile riservata alle soste per guasti ed emergenze. Per una sorta di miracolo, riuscii a tenere in piedi la moto, sollevando un’enorme nuvola di polvere, e poi mi rimisi sulla strada. L’aggressore adesso era a circa duecento metri davanti a me. La mia principale reazione, più che di paura, fu di rabbia, e presi un monopiede dal portapacchi (a quell’epoca ero molto appassionato di fotografia paesaggistica e viaggiavo sempre con macchina fotografica, treppiede, monopiede, eccetera, assicurati alla moto). Lo feci ruotare sopra la mia testa, come il comandante pazzo a cavalcioni della bomba nella scena finale del Dottor Stranamore. Dovevo sembrare matto – e pericoloso – perché l’auto accelerò. Accelerai anch’io e, tirando il motore al massimo, cominciai a sorpassarla. L’autista cercò di confondermi guidando in modo imprevedibile, rallentando improvvisamente, oppure passando da un lato all’altro della carreggiata sgombra; quando questa tattica fallì, imboccò all’improvviso una strada laterale nella cittadina di Coalinga: un errore, perché si infilò in un labirinto di vie sempre più piccole con me sulla scia, e alla fine rimase chiuso in una strada senza uscita. Io saltai giù dalla moto (con tutti i miei 120 chili) e corsi verso l’auto intrappolata, agitando il monopiede. Dentro l’auto vidi due coppie di adolescenti, quattro persone terrorizzate; ma, quando capii quant’erano giovani e inermi e percepii la loro paura, il pugno mi si aprì e il monopiede mi cadde di mano.

Mi strinsi nelle spalle, raccolsi il monopiede, tornai alla moto e feci loro segno di andare. In quello stupido duello potenzialmente fatale, credo che avessimo temuto tutti per la nostra vita, percependo la vicinanza della morte.

 

Mentre vagabondavo per la California in sella alla moto, portavo sempre con me la Nikon F con una serie di obiettivi. Mi piacevano soprattutto i macro, che mi permettevano di prendere immagini ravvicinate sia di fiori che di corteccia, licheni e muschi. Avevo anche un banco ottico Linhof 10×12 dotato di un robusto treppiede. Tutto questo, avvolto nel sacco a pelo, era ben protetto da urti e scossoni.

Avevo conosciuto l’incanto dello sviluppo e della stampa fotografica da bambino, quando il mio piccolo laboratorio di chimica, con le sue tende pesanti, poteva servire da camera oscura, e adesso l’avrei conosciuto nuovamente all’UCLA; al dipartimento di neuropatologia avevamo un laboratorio fotografico splendidamente attrezzato, e mi piaceva vedere le immagini apparire a poco a poco mentre muovevo dolcemente le grandi stampe nelle bacinelle dello sviluppo. Avevo un debole per la fotografia paesaggistica e a volte, nel fine settimana, i miei giri in moto erano ispirati da «Arizona Highways», che pubblicava magnifiche fotografie di Ansel Adams, Eliot Porter e altri: fotografi che divennero il mio ideale.

 

 

 

Presi un appartamento a Venice, vicino a Muscle Beach, subito a sud di Santa Monica. A Muscle Beach c’erano molti grandi, compresi Dave Ashman e Dave Sheppard, che avevano entrambi partecipato alle gare di sollevamento pesi dei Giochi Olimpici. Dave Ashman, un poliziotto, era di una modestia e di una sobrietà assolutamente eccezionali in un mondo di fanatici salutisti, gente che prendeva steroidi, beoni e sbruffoni (quanto a me, benché in quel periodo assumessi una gran quantità di altre droghe, non presi mai gli steroidi). Mi dissero che non aveva rivali nello squat frontale, un’alzata molto più difficile e insidiosa dello squat classico, perché l’atleta tiene il bilanciere davanti al torace e non sulle spalle, e deve mantenere un equilibrio e una postura eretta perfetti. Una domenica pomeriggio, quando salii sulla pedana del sollevamento pesi a Venice Beach, Dave mi guardò – me, quello nuovo – e mi sfidò a misurarmi con lui nello squat frontale. Io non potei declinare: sarei stato bollato come codardo o smidollato. Dissi: «Benissimo!», con quella che nelle intenzioni doveva essere una voce robusta e sicura di sé, ma venne fuori come un rauco gracidio. Lo seguii chilogrammo per chilogrammo, fino a 225, ma quando lui passò da 225 a 250 pensai di essere spacciato. Invece, con mia sorpresa, giacché non avevo mai fatto prima esercizi di squat frontale, riuscii a stargli dietro. Dave disse che quello era il suo limite, ma io, in un impulsivo accesso di baldanza, chiesi 260. Riuscii ad alzarli, di misura, benché avessi la sensazione che gli occhi mi uscissero dalle orbite e temessi al pensiero della mia pressione ematica intracranica. Dopo di che, fui accettato a Muscle Beach con il soprannome di Dr. Squat.

A Muscle Beach c’erano molti altri uomini forzuti. Mac Batchelor, proprietario di un bar verso il quale tutti noi sciamavamo, aveva le mani più grosse e più forti che avessi mai visto; era il campione del mondo indiscusso di braccio di ferro, e si diceva che riuscisse a piegare un dollaro d’argento con le mani, anche se non lo vidi mai farlo. C’erano due uomini giganteschi – Chuck Ahrens e Steve Merjanian –, che avevano uno status semidivino ed erano un po’ distaccati rispetto al resto della massa di Muscle Beach. Chuck riusciva a eseguire un’alzata a un braccio solo, con un manubrio da 170 chili, e Steve aveva inventato un nuovo esercizio, la distensione su panca inclinata. Entrambi pesavano intorno ai 135 chili ed entrambi sfoggiavano braccia e torace enormi; erano compagni inseparabili e riempivano completamente il loro Maggiolino Volkswagen.

Benché fosse enorme, Chuck voleva diventare ancora più grosso, e un giorno, mentre stavo lavorando al dipartimento di neuropatologia dell’UCLA, comparve all’improvviso riempiendo tutta la cornice della porta. Si stava interrogando, mi disse, sull’ormone della crescita umano... non potevo mostrargli dov’era localizzata l’ipofisi? Ero circondato da cervelli immersi nel fissativo, così ne estrassi uno dal suo recipiente per mostrare a Chuck l’ipofisi, grande come un pisello, alla base dell’encefalo. «Ecco dov’è, allora» disse Chuck; poi, soddisfatto, si congedò. Io però ero turbato: che stava architettando? Avevo fatto bene a mostrargli l’ipofisi? Avevo delle fantasie in cui Chuck faceva un’incursione nel laboratorio di neuropatologia, puntava dritto ai cervelli – un po’ di formalina non l’avrebbe certo dissuaso – e staccava le ipofisi come uno avrebbe potuto raccogliere delle more; ancor più raccapricciante, scatenava una serie di bizzarri omicidi, in cui la testa delle vittime veniva spaccata, il cervello estratto e l’ipofisi divorata.

E poi c’era Hal Connolly, un lanciatore di martello olimpionico, che vedevo spesso alla Muscle Beach Gym. Hal aveva un braccio quasi paralizzato, che gli penzolava dalla spalla nella cosiddetta posizione del «cameriere che prende la mancia». Il neurologo che è in me la riconobbe immediatamente come un caso di paralisi di Erb, esito della trazione del plesso brachiale durante il parto quando, come a volte accade, il feto si presenta trasversalmente e deve essere disimpegnato prendendolo per un braccio. Ma se un braccio di Hal era inutile, l’altro era da record mondiale. Il suo successo di sportivo era una toccante lezione sul potere della volontà e della compensazione, e mi ricordava ciò che a volte vedevo all’UCLA: pazienti con paralisi cerebrale e uno scarso uso delle braccia imparavano a scrivere o a giocare a scacchi usando i piedi.

A Muscle Beach feci diverse fotografie, cercando di catturare i suoi molti personaggi e i loro luoghi di ritrovo; le foto andavano di pari passo con il mio progetto di un libro sulla spiaggia: descrizioni di persone e luoghi, scene ed eventi, in quello strano mondo che era Muscle Beach nei primi anni Sessanta.

Se poi fossi in grado di scrivere un tal libro, un montage di descrizioni e ritratti verbali inframmezzati da fotografie, non lo so. Quando lasciai l’UCLA, raccolsi tutte le fotografie che avevo fatto tra il 1962 e il 1965, insieme ai miei schizzi e i miei appunti, in una grossa valigia. La quale non arrivò mai a New York; all’UCLA nessuno sembrava sapere che cosa le fosse accaduto, né riuscii ad avere una risposta dagli uffici postali di Los Angeles e di New York. Così persi quasi tutte le fotografie fatte nei tre anni vissuti vicino alla spiaggia; ne sopravvissero solo una decina. Mi piace pensare che la valigia esista ancora e che un giorno possa saltar fuori.

 

Jim Hamilton faceva parte del gruppo di pesisti che frequentavano Muscle Beach, ma era molto diverso dagli altri. Aveva una gran testa di capelli ricci e una massa di barba e baffi pure ricci, così che ben poco della sua faccia era visibile, a parte la punta del naso e gli occhi infossati e ridenti. Con un gran torace ampio e prominente, e un addome di proporzioni falstaffiane, nelle distensioni su panca era uno dei migliori atleti della spiaggia. Zoppicava un po’; aveva una gamba più corta dell’altra, con una cicatrice chirurgica su tutta la sua lunghezza. Mi raccontò che era stato coinvolto in un incidente motociclistico; aveva riportato fratture composte multiple ed era stato più di un anno in ospedale. All’epoca era diciottenne, appena uscito dalle superiori: fu un periodo difficilissimo, pieno di solitudine e sofferenza, che sarebbe stato insostenibile se, sorprendendo se stesso e chiunque altro, non avesse scoperto di avere uno straordinario talento matematico. Questo dono non era emerso durante la scuola (che aveva detestato), mentre adesso non faceva che chiedere libri di matematica e sulla teoria dei giochi. I diciotto mesi di inattività fisica forzata – la ricostruzione della gamba distrutta aveva richiesto una buona decina di operazioni – furono un periodo di grande ed emozionante attività mentale, durante il quale prese a muoversi con sempre maggiore abilità e disinvoltura nell’universo della matematica.

Quando si era diplomato alle superiori, Jim non aveva alcuna idea di che cosa avrebbe fatto in seguito; nel momento in cui uscì dall’ospedale, però, le sue capacità matematiche gli fruttarono un lavoro come programmatore di computer presso la Rand Corporation. A Muscle Beach, pochi dei suoi amici e compagni di bevute avevano idea del suo lato matematico.

Jim non aveva un recapito fisso; scorrendo la nostra corrispondenza degli anni Sessanta, trovo cartoline provenienti da motel di Santa Monica, Van Nuys, Venice, Brentwood, Westwood, Hollywood e decine di altri luoghi. Non ho idea di quale indirizzo comparisse sulla sua patente; sospetto che fosse quello di quand’era bambino, a Salt Lake City. Veniva da una illustre famiglia di mormoni, discendenti di Brigham Young.

Per Jim era facile spostarsi da un motel all’altro o dormire in auto, perché teneva le sue pochissime proprietà – più che altro libri e vestiti – alla Rand e a volte passava la notte lì. Aveva messo a punto diversi programmi per il gioco degli scacchi da lanciare sui supercomputer dell’azienda, e giocava contro di loro per metterli alla prova (e per mettere alla prova se stesso). Gli piaceva farlo soprattutto quando era sotto l’effetto dell’LSD; credeva infatti che la circostanza rendesse le sue mosse più imprevedibili, più ispirate.

Se Jim aveva una cerchia di amici a Muscle Beach, ne aveva anche un’altra di matematici come lui; al pari del famoso matematico ungherese Paul Erdo˝s, era capace di andarli a trovare nel cuore della notte, di trascorrere un paio d’ore con loro, immerso in un brainstorming, e poi di starsene per il resto della notte sul loro divano.

Prima che lo conoscessi, Jim passava di tanto in tanto qualche fine settimana a Las Vegas a osservare i tavoli del blackjack, e aveva messo a punto una strategia che permetteva a un giocatore di vincere in modo lento ma costante. Ottenuta un’aspettativa di tre mesi dalla Rand, si era sistemato in una camera d’albergo a Las Vegas e passava le ore di veglia a giocare. A poco a poco, ma costantemente, vinse e accumulò più di centomila dollari, una cifra decisamente cospicua alla fine degli anni Cinquanta; a quel punto, però, ricevette la visita di due corpulenti gentiluomini. Dissero che le sue continue vincite non erano passate inosservate – era chiaro che aveva un «sistema» di qualche tipo –, ma adesso era tempo che lasciasse Las Vegas. Jim capì l’antifona e il giorno stesso levò le tende.

All’epoca aveva un’enorme convertibile polverosa, che era stata bianca, piena di cartoni del latte vuoti e di altra spazzatura; beveva tre-quattro litri di latte al giorno mentre guidava e poi gettava i cartoni vuoti dietro di sé. Nel gruppo dei pesisti, noi due ci trovammo subito. A me piaceva farlo parlare delle sue particolari passioni – la logica matematica, la teoria dei giochi e i giochi per computer – e lui mi attirava sul terreno dei miei interessi e delle mie passioni. Quando presi la mia casetta a Topanga Canyon, lui e Kathy, la sua ragazza, venivano spesso a trovarmi.

 

Come neurologo, ero interessato professionalmente a tutti gli stati del cervello e della mente, non ultimi quelli indotti o modificati dalle droghe. Al principio degli anni Sessanta si stavano rapidamente accumulando nuove conoscenze in merito ai farmaci psicoattivi e agli effetti che producevano sui neurotrasmettitori cerebrali, e io desideravo molto sperimentarli in prima persona. Tali esperienze, pensavo, potevano aiutarmi a capire quello che certi miei pazienti stavano attraversando.

Alcuni amici di Muscle Beach mi avevano esortato a provare a sballare con Artane, che io conoscevo solo come farmaco antiparkinsoniano. «Prendine solo una ventina,» dicevano «manterrai comunque un parziale controllo. Avrai un’esperienza molto diversa». Così, una domenica mattina, come ho descritto in Allucinazioni

 

«... contai venti pillole, le buttai giù con un sorso d’acqua e mi sedetti ad aspettare l’effetto ... Avevo la bocca secca, le pupille dilatate e difficoltà di lettura, ma non ci fu altro. Nessun effetto psichico: il massimo della delusione. Non sapevo esattamente che cosa mi aspettassi; qualcosa, comunque, mi ero aspettato.

«Mi trovavo in cucina, e stavo mettendo dell’acqua a bollire per il tè, quando sentii bussare alla porta. Erano i miei amici Jim e Kathy; spesso passavano a trovarmi la domenica mattina. “Entrate, è aperto” gridai, e mentre si accomodavano in soggiorno, chiesi loro: “Le uova come le volete?”. A Jim piacevano cotte solo da una parte, senza girarle, mentre Kathy le preferiva girate bene durante la cottura. Chiacchierammo un po’ mentre cuocevo per loro uova e prosciutto: tra la cucina e il soggiorno c’erano delle porte da saloon, quindi ci sentivamo benissimo. Poi, cinque minuti dopo, gridai: “È pronto!”. Misi uova e prosciutto su un vassoio e andai in soggiorno. Trovai la stanza deserta: niente Jim, niente Kathy, nessun segno che fossero mai passati da me. Ero talmente sbalordito che per poco non feci cadere il vassoio.

«Non avevo pensato nemmeno per un istante che le voci di Jim e Kathy, le loro “presenze” fossero irreali, allucinatorie. Avevamo fatto una normalissima chiacchierata fra amici, proprio come avveniva di solito. Le loro voci erano le stesse di sempre; finché non spinsi le porte e non trovai il soggiorno vuoto, nulla aveva indicato che tutta la conversazione – perlomeno la parte di Jim e Kathy – era stata completamente inventata dal mio cervello.

«Non ero soltanto scioccato, ero anche piuttosto spaventato. Con l’LSD e altre droghe, sapevo che cosa stava accadendo. Il mondo sembrava diverso, era percepito in modo diverso; tutto parlava di una modalità di esperienza estrema e speciale. Ma la mia “conversazione” con Jim e Kathy non aveva nessuna qualità speciale; era stata perfettamente ordinaria, senza che vi fosse nulla a contrassegnarla come allucinazione. Pensai agli schizofrenici che conversano con le loro “voci”; di solito, però, le voci della schizofrenia sono derisorie o accusatrici; non parlano del tempo, e nemmeno di uova e prosciutto.

«“Attento, Oliver” dissi a me stesso. “Controllati. Non lasciare che succeda ancora”. Immerso nei miei pensieri, mangiai lentamente le mie uova con il prosciutto (e anche quelle di Jim e Kathy) e poi decisi di scendere in spiaggia, dove avrei incontrato Jim e Kathy – quelli in carne e ossa – e tutti i miei amici, e mi sarei goduto una nuotata e un pomeriggio ozioso».

 

Jim fu una parte importante della mia vita nella California del Sud: ci vedevamo due o tre volte alla settimana, e quando mi trasferii a New York sentii intensamente la sua mancanza. Dopo il 1970 il suo interesse per i giochi per computer (compresi i giochi di guerra) si estese all’uso del computer per l’animazione nei film di fantascienza e nei cartoni; attività che lo trattennero a Los Angeles.

Quando mi fece visita nel 1972 a New York, aveva un’aria sana e felice; guardava al futuro, benché non fosse chiaro se il suo futuro sarebbe stato in California o in Sud America (aveva trascorso un paio d’anni in Paraguay, dove si era goduto moltissimo la vita e aveva acquistato un ranch).

Disse che non toccava alcol da due anni, e questo mi fece particolarmente piacere perché aveva la pericolosa abitudine di farsi delle improvvise, colossali bevute, e l’ultima di cui ero a conoscenza gli aveva procurato una pancreatite.

Era diretto a Salt Lake City, per passare un po’ di tempo con la famiglia. Tre giorni dopo, ricevetti una telefonata da Kathy. Mi raccontò che Jim era morto: in seguito a un’altra spaventosa bevuta, aveva sviluppato nuovamente la pancreatite, questa volta seguita da necrosi del pancreas e peritonite generalizzata. Aveva soltanto trentacinque anni.24

 

 

 

Un giorno del 1963, andai a fare bodysurfing al largo di Venice Beach; il mare era abbastanza grosso, e non c’era nessun altro in acqua, ma io, all’apice della mia forza (e della mia presunzione) ero sicuro di poterlo gestire. Per un po’ fui sbattuto da tutte le parti – questo era divertente –, ma poi arrivò un’onda enorme, altissima sopra la mia testa. Quando cercai di tuffarmi sotto di essa, venni rovesciato sul dorso e poi rotolai più volte, inerme. Non mi resi conto di quanto l’onda mi avesse trascinato lontano, finché non capii che stava per scagliarmi sulla spiaggia: sulla costa del Pacifico, questi impatti sono la causa più comune di frattura del collo. Ebbi appena il tempo di mettere avanti il braccio destro; l’impatto me lo strappò all’indietro, lussandomi la spalla, ma in questo modo mi salvai il collo. Con un braccio inservibile, non potei nuotare fuori dall’onda abbastanza velocemente da evitare l’enorme cavallone che seguiva il primo da vicino. All’ultimo momento, però, due braccia robuste mi presero e mi trascinarono a riva. Era Chet Yorton, un giovane bodybuilder molto forzuto. Una volta che fui al sicuro sulla spiaggia, con un dolore straziante provocato dalla testa dell’omero che sporgeva nel posto sbagliato, Chet e alcuni dei suoi amici pesisti mi afferrarono – due intorno alla vita, due tirandomi il braccio – finché la spalla non tornò a posto con uno schiocco. Chet in seguito vinse il titolo di Mister Universo, e a settant’anni aveva ancora una muscolatura superba; se nel 1963 non mi avesse tirato fuori dall’acqua, adesso non sarei qui.25 Nel momento stesso in cui l’articolazione tornò al suo posto, il dolore alla spalla scomparve e divenni consapevole di altri dolori alle braccia e al torace. Salii in moto e andai al pronto soccorso dell’UCLA, dove mi trovarono un braccio fratturato e diverse costole rotte.

 

In alcuni fine settimana ero di turno all’UCLA e in altri integravo le mie misere entrate lavorando in nero al Doctors Hospital di Beverly Hills. In una di quelle occasioni, incontrai Mae West, che era ricoverata per un piccolo intervento. (Non riconobbi la sua faccia, perché soffro di prosopagnosia, ma la sua voce: e come si potrebbe non riconoscerla?). Chiacchierammo a lungo. Quando passai a salutarla, mi invitò ad andarla a trovare nella sua grande casa a Malibu: le piaceva circondarsi di giovani muscolosi. Rimpiango di non aver raccolto il suo invito.

Al reparto di neurologia ci fu un’occasione in cui la mia forza tornò utile. Stavamo esaminando il campo visivo di un paziente che aveva avuto la sfortuna di sviluppare una meningite da coccidiomiceti e un idrocefalo. Mentre lo esaminavamo, all’improvviso ruotò gli occhi verso l’alto e cominciò a collassare. Stava «incuneando»: un termine alquanto blando per descrivere un evento terrificante in cui, a causa di un’eccessiva pressione intracranica, le tonsille cerebellari e il tronco encefalico vengono spinti attraverso il foramen magnum che si trova alla base del cranio. L’incuneamento può essere fatale nell’arco di qualche secondo, e con la velocità di un riflesso io afferrai il nostro paziente e lo tenni capovolto: le tonsille cerebellari e il tronco encefalico tornarono nel cranio e sentii di averlo letteralmente strappato dalle fauci della morte.

Un’altra paziente ricoverata in reparto, cieca e paralizzata, stava morendo per una rara patologia denominata neuromielite ottica, o malattia di Devic. Quando seppe che avevo una moto e abitavo a Topanga Canyon, espresse un ultimo desiderio particolare: voleva fare un giro con me in moto, su e giù per i tornanti di Topanga Canyon Road. Una domenica arrivai in ospedale con tre amici che facevano sollevamento pesi, e insieme riuscimmo a sequestrare la paziente e ad assicurarla ben salda dietro la moto. Partii lentamente, e le regalai il giro a Topanga che desiderava. Quando tornai indietro fui accolto da una grande indignazione, e pensai che sarei stato licenziato in tronco. Ma i miei colleghi – e la paziente – parlarono in mio favore, così fui rimproverato energicamente ma non mi mandarono via. In generale, per il dipartimento di neurologia ero una presenza imbarazzante ma anche una sorta di fiore all’occhiello: l’unico specializzando che avesse pubblicato degli articoli – e penso che in varie occasioni questo mi abbia salvato il collo.

 

A volte mi chiedo perché mi imponessi di fare sollevamento pesi in modo così implacabile. La mia motivazione, credo, non era insolita; certo non ero il mingherlino da 45 chili scarsi che si vede nelle promozioni del bodybuilding, però ero timido, esitante, insicuro, arrendevole. Con tutto quel sollevar pesi divenni forte – molto forte –, ma questo non ebbe nessuna conseguenza sul mio carattere, che rimase esattamente lo stesso. Il sollevamento pesi, poi, come molti eccessi, ebbe il suo prezzo. Esercitandomi negli squat, avevo spinto i miei quadricipiti ben oltre i loro limiti naturali, e questo li predispose alle lesioni: il fatto che mi sia rotto il tendine di un quadricipite nel 1974 e quello dell’altro nel 1984 di certo ha una qualche correlazione con i miei squatting esasperati. Nel 1984, mentre ero in ospedale e mi autocompiangevo, con la gamba tutta ingessata, ricevetti la visita di Dave Sheppard, il possente Dave dei tempi di Muscle Beach. Entrò dolorante nella mia stanza, zoppicando lentamente; aveva una grave artrite alle anche ed era in attesa della sostituzione totale di entrambe. Con il corpo mezzo distrutto dalle alzate, ci guardammo l’un l’altro.

«Quant’eravamo imbecilli» disse Dave. Io annui, d’accordo con lui.

 

 

 

Mi piacque fin da quando lo vidi mentre si allenava al Central Y di San Francisco; era l’inizio del 1961. Mi piacque il suo nome: Mel, dal greco per «miele» o «dolce». Non appena me lo disse, la mia mente fu attraversata da una serie di parole con quella radice: mellificare, mellifero, mellifluo, mellivoro...

«Bel nome – Mel» dissi. «Io invece sono Oliver».

Aveva un corpo robusto, il corpo di un atleta, con spalle e cosce potenti, e una pelle perfetta, liscia e bianca come il latte. Aveva soltanto diciannove anni, mi disse. Era in Marina – la sua nave, la USS Norton Sound, era di stanza a San Francisco – e, quando poteva, si allenava all’Y. A quell’epoca anch’io mi allenavo intensamente, preparando quello che speravo potesse essere uno squat da record, e i nostri orari a volte coincidevano.

Dopo un allenamento e la doccia, riportavo Mel alla sua nave in sella alla mia moto. Aveva una giacca di pelle di daino marrone, morbida – mi disse che aveva sparato lui al daino, in Minnesota, dov’era nato –, e io gli diedi il casco di scorta che avevo sempre sulla moto. Pensai che formassimo una bella coppia, e provai una punta di eccitamento quando montò in sella dietro di me, tenendomi saldo intorno alla vita; era la prima volta che andava in moto, mi disse.

Godemmo della reciproca compagnia per un anno, l’anno del mio internato al Mount Zion. Nel fine settimana andavamo insieme a fare delle gite in moto, ci accampavamo, nuotavamo negli stagni e nei laghi, a volte facevamo la lotta. Qui, per me – e forse anche per Mel – c’era un brivido erotico. Erotico per l’incalzante contrapposizione dei nostri corpi, benché non vi fosse alcun elemento sessuale esplicito, né un osservatore avrebbe pensato che fossimo nulla più di questo, due giovani che facevano la lotta insieme. Entrambi eravamo orgogliosi dei nostri addominali scolpiti e facevamo lunghe serie di flessioni, un centinaio o più di seguito. Mel si sedeva a cavalcioni su di me, colpendomi per scherzo con un pugno nello stomaco a ogni flessione, e io facevo lo stesso con lui.

Trovavo tutto questo sessualmente eccitante, e credo che fosse così anche per lui; Mel diceva sempre «facciamo la lotta», «facciamo gli addominali», anche se non era un atto intenzionalmente sessuale. Potevamo esercitare gli addominali o fare la lotta e, allo stesso tempo, trarne piacere. Fintanto che le cose non si spinsero oltre.

Io percepivo la fragilità di Mel, la sua paura, latente e non del tutto consapevole, di avere un contatto sessuale con un altro uomo, ma anche il particolare affetto che aveva per me e che, osavo pensare, avrebbe potuto fargli superare queste paure. Capivo che avrei dovuto muovermi con molta delicatezza.

La nostra luna di miele idilliaca e in un certo senso innocente, con il piacere di oggi senza pensieri rivolti a domani, durò un anno, ma all’avvicinarsi dell’estate del 1962 dovemmo fare qualche progetto.

Mel stava per finire la sua ferma in Marina – si era arruolato subito dopo le superiori – e adesso sperava di andare al college. Io avevo preso l’impegno di trasferirmi a Los Angeles per la mia specializzazione all’UCLA, e così decidemmo di dividere un appartamento a Venice, vicino a Venice Beach e alla Muscle Beach Gym, la palestra dove potevamo allenarci. Aiutai Mel a compilare le domande di ammissione al Santa Monica College, e gli comprai una BMW di seconda mano, gemella della mia. A lui non piaceva accettare denaro o regali da me, così si trovò un lavoro in una fabbrica di tappeti a quattro passi da casa nostra.

Il nostro appartamento era piccolo, un monolocale con angolo di cottura. Mel e io avevamo letti separati e il resto dell’appartamento era pieno di libri, e anche dei diari e dei saggi che scrivevo da anni e continuavano ad accumularsi; Mel aveva pochissime cose sue.

Le mattine erano piacevoli: ci godevamo il caffè e la colazione insieme e poi imboccavamo strade diverse per andare al lavoro: Mel alla fabbrica di tappeti, io all’UCLA. Dopo il lavoro, andavamo in palestra alla Muscle Beach Gym, e poi al Sid’s Café sulla spiaggia, dove si ritrovavano i culturisti. Una volta alla settimana andavamo al cinema, e un paio di volte Mel partiva da solo per un giro in moto.

Le sere potevano essere un momento di tensione: per me era difficile concentrarmi, ed ero molto cosciente, quasi iperconsapevole, della presenza fisica di Mel, non ultimo del suo odore animale, un odore virile che amavo. A lui piaceva farsi massaggiare, così si stendeva nudo a faccia in giù sul suo letto e mi chiedeva di massaggiargli la schiena. Io mi sedevo a cavalcioni su di lui, indossando i miei calzoncini da allenamento, gli versavo dell’olio sul dorso – l’olio neatsfoot, lo stesso che usavamo per mantenere morbidi i capi in pelle da moto – e gli massaggiavo lentamente i bei muscoli potenti della schiena. Questo – rilassarsi e abbandonarsi nelle mie mani – gli piaceva, e piaceva anche a me; in effetti, mi portava sull’orlo dell’orgasmo. Finché era l’orlo, andava bene; uno poteva fingere che non stesse accadendo nulla di speciale. Ma in un’occasione non riuscii a trattenermi e gli schizzai di sperma tutta la schiena. Quando accadde, immediatamente lo sentii irrigidirsi; poi si alzò, senza dire una parola, e andò a farsi una doccia.

Non mi parlò per il resto della serata; era chiaro che mi ero spinto troppo oltre (all’improvviso pensai alle parole di mia madre, e a come MEL fossero le sue iniziali – Muriel Elsie Landau).

La mattina dopo Mel disse laconico: «Devo andarmene, trovarmi un posto mio». Io non dissi nulla, ma mi sentii vicino alle lacrime. Mi disse che alcune settimane prima, in una delle sue corse serali in moto, aveva incontrato una giovane donna – in effetti non tanto giovane, visto che aveva un paio di figli adolescenti – che l’aveva invitato a stare a casa sua. Lui aveva rimandato la cosa per via della nostra amicizia, ma adesso – credeva – doveva lasciarmi. Sperava, tuttavia, che potessimo restare «buoni amici».

Io non avevo conosciuto la donna, ma pensavo mi avesse portato via Mel. Mi chiedevo, pensando a Richard, dieci anni prima, se fosse destino che mi innamorassi sempre di uomini «normali».

Quando Mel se ne andò mi sentii disperatamente solo e abbandonato, e fu allora che mi rivolsi alle droghe, come per una sorta di compensazione. Affittai la casetta di Topanga Canyon; era piuttosto isolata, in cima a una strada sterrata, e decisi che non avrei mai più vissuto con nessuno.26

 

Mel e io ci tenemmo effettivamente in contatto per altri quindici anni, benché sotto la superficie scorressero sempre inquietanti correnti sotterranee – più nel suo caso, credo, perché non era del tutto a proprio agio con la sua sessualità e desiderava il contatto fisico con me, mentre io, per quanto riguardava il sesso, avevo rinunciato alle illusioni e alle speranze su di lui.

Il nostro ultimo incontro non fu meno ambiguo. Nel 1978 ero in visita a San Francisco, e Mel organizzò di venire giù dall’Oregon. Stranamente e insolitamente nervoso, insistette perché andassimo insieme in un bagno pubblico. In non ci ero mai stato prima; i bagni pubblici frequentati dai gay a San Francisco non erano di mio gusto. Quando ci spogliammo, vidi che la pelle di Mel, un tempo così candida e perfetta, era coperta di chiazze brunastre color caffellatte. «Sì, è neurofibromatosi» disse. «Ce l’ha anche mio fratello. Pensavo che dovessi vederla» aggiunse. Lo abbracciai e piansi. Pensai a Richard Selig quando mi mostrò il suo linfosarcoma – forse gli uomini che amavo erano destinati a contrarre malattie terribili? Quando uscimmo dal bagno, ci salutammo stringendoci la mano in modo alquanto formale. Non ci incontrammo né ci scrivemmo mai più.

Nel periodo della nostra «luna di miele» avevo sognato che avremmo passato la vita insieme arrivando perfino a condividere una vecchiaia felice: a quell’epoca avevo solo ventotto anni. Adesso ne ho ottanta, e sto cercando di ricostruire una sorta di autobiografia. Mi ritrovo a pensare a Mel, a noi due insieme, in quei primi tempi innocenti e poetici, chiedendomi che cosa gli sia accaduto, se sia ancora vivo (la neurofibromatosi, la malattia di von Recklinghausen, è una bestia imprevedibile). Mi chiedo se leggerà quello che ho appena scritto e se penserà con più indulgenza a noi due: giovani, appassionati e tanto confusi.

 

 

 

Avevo incassato il delicato disimpegno di Richard Selig («Io non sono così, ma il tuo amore è molto importante per me, e anch’io ti voglio bene, a modo mio») senza sentirmi respinto o con il cuore spezzato; il rifiuto quasi disgustato di Mel mi ferì invece profondamente, privandomi (così credevo) di ogni speranza in una autentica vita amorosa, e spingendomi a chiudermi in me stesso e a precipitare sempre più in basso nella ricerca di qualsiasi soddisfazione potessi trovare nella fantasia e nel piacere alimentati dalle droghe.

Nei due anni che trascorsi a San Francisco, mi ero imbarcato in una sorta di innocua duplicità del fine settimana, scambiando la giacca bianca dell’interno con la giacca in pelle d’animale e le fughe in moto, ma adesso ero spinto verso una duplicità più oscura e pericolosa. Dal lunedì al venerdì mi dedicavo ai miei pazienti all’UCLA; ma nei fine settimana in cui non partivo con la moto mi dedicavo a viaggi virtuali – trip con la cannabis, i semi di ipomea o l’LSD –, viaggi segreti, mai condivisi, mai menzionati a nessuno.

Un giorno un amico mi offrì un joint «speciale», senza dirmi però che cosa avesse di particolare. Feci un tiro nervoso, poi ne feci un altro, e quindi fumai voracemente il resto. Voracemente, perché stava producendo quello che la cannabis da sola non avrebbe mai prodotto: una sensazione voluttuosa, quasi orgasmica, di grande intensità. Quando chiesi che cosa contenesse il joint, mi dissero che ci avevano aggiunto dell’amfetamina.

Non so in quale misura l’inclinazione alla dipendenza sia «cablata» e in quale misura dipenda invece dalle circostanze o dallo stato della mente. Tutto quello che so è che io, dopo quella notte con un joint impregnato di amfetamine, rimasi invischiato, e ci rimasi per i successivi quattro anni. Alla mercé delle amfetamine, il sonno era impossibile, il cibo ignorato, e tutto era subordinato alla stimolazione dei centri cerebrali del piacere.

Fu mentre stavo combattendo con la dipendenza – ero passato rapidamente dalla marijuana addizionata con amfetamina alla metamfetamina per bocca o in vena – che lessi degli esperimenti condotti da James Olds sui ratti. Questi animali avevano degli elettrodi impiantati nel cervello, precisamente nei centri della gratificazione (il nucleus accumbens e altre strutture sottocorticali profonde), e potevano stimolare tali centri premendo una leva. Lo facevano senza sosta, finché non morivano di esaurimento. Una volta pieno di amfetamine, mi sentivo ossessionato e inerme come uno dei ratti di Olds. Continuavo a prendere dosi sempre più alte, spingendo la frequenza cardiaca e la pressione ematica a livelli letali. In questo stato uno era insaziabile, non ne aveva mai abbastanza. L’estasi indotta dalle amfetamine era senza significato e autosufficiente – non avevo bisogno di niente e di nessuno per completare il mio piacere –, era essenzialmente completa, anche se del tutto vuota. Ogni altro fine, obiettivo, interesse e desiderio scompariva nella vacuità dell’estasi.

Pensavo ben poco a ciò che tutto questo stava facendo al mio corpo e forse al mio cervello. Conoscevo diverse persone, a Muscle Beach e Venice Beach, che erano morte per aver assunto dosi massicce di amfetamine, e fui molto fortunato a non avere io stesso un infarto cardiaco o un ictus. Ero solo in parte consapevole di giocare con la morte.

Il lunedì mattina tornavo al lavoro – stravolto e quasi narcolettico –, ma nessuno, credo, capiva che nel fine settimana ero stato nello spazio interstellare, o mi ero ridotto a un ratto stimolato con l’elettricità. Quando mi chiedevano che cosa avessi fatto in quei due giorni, rispondevo che ero stato «via»: quanto «via», e in che senso, probabilmente non lo immaginavano.

 

Ormai avevo un paio di articoli pubblicati su riviste di neurologia, ma aspiravo a qualcosa di più: una mostra all’imminente congresso annuale della American Academy of Neurology (ANN).

Con l’aiuto dell’eccellente fotografo del dipartimento, Tom Dolan – un amico che condivideva il mio interesse per la biologia e gli invertebrati marini –, passai dalla fotografia dei paesaggi del West a quella dei paesaggi nascosti della neuropatologia. Lavorammo con tutto il nostro impegno per ottenere immagini che trasmettessero nel modo migliore l’aspetto microscopico degli assoni enormemente dilatati che si osservano nella malattia di Hallervorden-Spatz, nella carenza di vitamina E del ratto e nell’intossicazione da IDPN del topo. Ne facemmo delle grandi diapositive Kodachrome e costruimmo un visore speciale per illuminarle dall’interno, insieme alle relative didascalie. Occorsero mesi per assemblare il tutto, imballarlo e montarlo per il congresso dell’ANN, che si tenne a Cleveland nella primavera del 1965. La mostra fu un successo, come speravo, e io – che di solito sono timido e reticente – mi ritrovai ad attirare la gente verso la nostra esposizione, dilungandomi sul particolare valore estetico e sull’interesse delle nostre tre distrofie assonali, tanto diverse negli aspetti clinici e topografici, eppure così simili a livello di singoli assoni e neuroni.

La mostra fu il mio modo di presentarmi, di dire alla comunità dei neurologi statunitensi: «Eccomi qua, guardate che cosa so fare»; proprio come quattro anni prima mi ero presentato alla comunità dei pesisti di Muscle Beach con il mio record della California negli squat.

Avevo temuto di poter restare senza lavoro alla fine della specializzazione, nel giugno del 1965. Ma la mostra sulla distrofia assonale mi attirò offerte da tutti gli Stati Uniti, comprese due particolarmente prestigiose da New York: una da Cowen e Olmstead, della Columbia University, e una da Robert Terry, insigne neuropatologo che lavorava all’Albert Einstein College of Medicine. Io mi ero innamorato del lavoro pionieristico di Terry quando era venuto all’UCLA nel 1964 a presentare i suoi ultimi risultati di microscopia elettronica sulla malattia di Alzheimer; all’epoca i miei interessi erano concentrati soprattutto sulle malattie degenerative del sistema nervoso, a prescindere dal fatto che si manifestassero in giovane età, come la malattia di Hallervorden-Spatz, o durante la vecchiaia, come l’Alzheimer.

Forse sarei potuto restare all’UCLA abitando nella mia casetta di Topanga Canyon, ma sentivo di dover andare oltre, e in particolare di dover andare a New York. Capii che mi stavo godendo un po’ troppo la California, che mi stavo assuefacendo a una vita squallida e senza pretese; per non parlare della dipendenza sempre più profonda dalle droghe. Capii che avevo bisogno di un luogo duro e reale, un luogo dove potessi dedicarmi al lavoro e – forse – scoprire o crearmi una identità vera, una voce mia. Nonostante il mio interesse per la distrofia assonale – che era il campo di ricerca specifico di Cowen e Olmstead –, desideravo fare qualcos’altro, trovare un’intima combinazione tra neuropatologia e neurochimica. L’Einstein era un college nuovissimo, che offriva speciali fellowships interdisciplinari in neuropatologia e neurochimica – discipline che erano state avvicinate grazie al genio di Saul Korey –, e così accettai la sua offerta.27

 

Nei miei tre anni all’UCLA lavorai sodo, giocai duro e non feci vacanze. Ogni tanto andavo da Augustus Rose, il mio formidabile (ma gentile) superiore, per dirgli che volevo qualche giorno libero, ma lui mi rispondeva sempre «Ogni giorno è vacanza, per te, Sacks» e io, intimidito, lasciavo cadere l’idea.

Continuai però i miei giri in motocicletta nei fine settimana; spesso andavo nella Death Valley, a volte ad Anza-Borrego: mi piaceva il deserto. In qualche caso mi spinsi fino alla Bassa California, assaporando la sensazione di una cultura completamente diversa, benché dopo Ensenada la strada fosse molto brutta. Quando lasciai l’UCLA e mi trasferii a New York, avevo percorso con la mia moto più di centosessantamila chilometri. Nel 1965 le strade cominciavano a essere trafficate, soprattutto negli stati orientali, e non mi sarei più goduto i viaggi in moto, la vita on the road, con quella sorta di libertà e di gioia che avevo provato in California.

A volte mi chiedo perché abbia passato più di cinquant’anni a New York, quando era l’Ovest, soprattutto il Sudovest, a incantarmi tanto. Adesso ho molti legami a New York – con i miei pazienti, i miei studenti, i miei amici e il mio analista –, ma questa città non mi ha mai toccato dentro come la California. Ho il sospetto che probabilmente la mia non sia solo nostalgia per il luogo in sé, ma per la gioventù, per un’epoca molto diversa, per la sensazione di essere innamorati e di poter dire «ho il futuro davanti a me».

 

 

 

19. Se aveva cibo disponibile, mio padre mangiava in continuazione; in caso contrario, però, era capace di andare avanti tutto il giorno facendone a meno. Per me è lo stesso: in assenza di controlli interni, devo averne di esterni. Ho delle routine fisse per mangiare, e detesto discostarmene.

20. I risultati ottenuti da Helfgott erano ancora più straordinari se si pensa che era sopravvissuto ai campi di Buchenwald e Theresienstadt.

21. Purtroppo la sua anca si era rotta in un brutto punto, compromettendo l’irrorazione sanguigna della testa del femore. Questo causò una cosiddetta necrosi avascolare dell’anca che alla fine cedette, causando un dolore intenso e continuo. Benché mia madre fosse stoica e seguitasse a visitare i suoi pazienti, conducendo una vita piena nonostante il dolore, la sofferenza l’aveva fatta invecchiare, e quando tornai a Londra nel 1965 sembrava più anziana di dieci anni.

22. Naturalmente, fu qualcosa di più di una coincidenza fortuita. Un articolo pubblicato nel 1963 aveva descritto, nel ratto, alterazioni assonali associate a carenza di vitamina E, mentre nel 1964 un altro articolo aveva riportato alterazioni assonali simili in topi trattati con IDPN (iminodipropionitrile). Poiché i nuovi risultati devono essere replicati da altri laboratori, i miei colleghi dell’ucla stavano facendo proprio questo.

23. L’IDPN e i composti affini producono un eccessivo arousal – iperattività e iperreattività – non solo nei mammiferi ma anche nei pesci, nelle cavallette e perfino nei protozoi.

24. Avevo sperato che fosse possibile una pubblicazione postuma di parte del lavoro matematico di Jim; immaginavo qualcosa di simile al libro uscito dopo la morte di F.P. Ramsey, The Foundation of Mathematics (Ramsey morì a ventisei anni). Ma Jim era essenzialmente un risolutore di problemi estemporaneo: scarabocchiava un’equazione, una formula o un diagramma logico sul retro di una busta, poi la accartocciava o la perdeva.

25. Avrei dovuto imparare che il mare aperto non era per me, e che altissime onde anomale molto pericolose possono comparire all’improvviso anche in acque apparentemente calme. In seguito ebbi altri due incidenti per certi versi simili. Uno capitò a Long Island, per la precisione a Westhampton Beach; in quell’occasione mi strappai gran parte dei muscoli posteriori della coscia sinistra, e anche in quel caso fu un amico – il mio vecchio amico Bob Wasserman – a trarmi in salvo. Un altro incidente, al quale fui fortunato a sopravvivere, capitò in Costa Rica, mentre stavo stupidamente nuotando a dorso, al largo nelle acque del Pacifico.
Adesso ho il terrore delle onde e ho eletto come miei luoghi favoriti per il nuoto laghi e fiumi dalle acque lente, benché mi piaccia ancora fare snorkeling e immersioni con le bombole, attività che imparai nelle calme acque del Mar Rosso nel 1956.

26. Qualche anno dopo, Topanga Canyon sarebbe diventato una mecca per musicisti, artisti e hippy di ogni genere, ma al principio degli anni Sessanta, quando ci abitavo io, era un luogo relativamente spopolato e molto tranquillo. Le case costruite su strade sterrate, come la mia, erano abbastanza isolate e io dovevo farmi portare l’acqua con un camion: quasi seimila litri, che tenevo in una cisterna.

27. Korey, uomo di immensa lungimiranza, immaginò il sorgere di una neuroscienza unificata anni prima che venisse coniato il termine. Io non lo conobbi perché morì, tragicamente giovane, nel 1963; egli lasciò tuttavia in eredità all’Einstein l’intima interazione fra tutti i laboratori «neuro» (come pure fra tutti i dipartimenti di neurologia clinica): un’interazione che continua ancora oggi.