25
Sentendosi particolarmente socievole, Gull scese nella sala comune con il suo libro. Così facendo poteva allontanarsi dalla storia di tanto in tanto, sintonizzarsi sulle conversazioni degli altri, sulla partita che stavano dando in tv o sui progressi della partita di poker a cui ancora non era interessato a unirsi.
Oppure poteva lasciare aleggiare tutto ai bordi della sua mente, come rumore bianco.
Sapendo di poter essere convocato in azione in qualunque momento, scelse di accompagnare il pacchetto di patatine, che aveva preso per sgranocchiare durante la lettura, con un Ginger.
«Hai paura di perdere il salario?» lo schernì Dobie dal tavolo da poker.
«Sono terrorizzato.»
«Out?» Trigger, oltraggiato, si alzò dalla poltrona quando venne annullata la seconda. «Si vedeva da lontano un chilometro che quel runner era salvo. Out un par di palle! Avete visto che roba?» chiese alla sala.
Gull non aveva visto ma, sentendosi di umore anche gioviale, disse: «Giusto, cazzo. Quell’arbitro è uno stronzo.»
«Dovrebbero cavargli gli occhi, visto che tanto non li sa usare. E invece dov’è finita la tua palla al piede, stasera?»
Divertito, Gull voltò una pagina. «Mi ha piantato per un altro uomo.»
«Donne. Sono peggio degli arbitri. Non ci si può vivere, e non servono a un cazzo di niente.»
«Ehi.» Janis scartò due carte al tavolo. «Il fatto che io abbia le tette non m’impedisce di sentirci, bello.»
«Ah, e dài. Tu non sei una donna, sei un pompiere d’assalto.»
«Sono un pompiere d’assalto con le tette.»
«A meno che tu non abbia intenzione di metterle sul piatto,» le disse Cards «la puntata è di cinque dollari anche per te.»
«Valgono molto di più di cinque dollari.»
Meglio del rumore bianco, pensò Gull, e probabilmente meglio del suo libro.
Dall’altra parte della sala, Yangtree – con una borsa del ghiaccio sul ginocchio – e Southern erano intenti a giocare un’intensa, quasi silente partita a scacchi. Con le cuffiette nelle orecchie, Libby dondolava la testa avanti e indietro come un metronomo seguendo il ritmo del suo mp3 mentre risolveva un cruciverba.
Un sacco di socievolezza nell’aria, pensò. La metà dei pompieri d’assalto della base era riunita nella sala, in gruppetti e da soli, più di qualcuno stravaccato sul pavimento, tutti con gli occhi incollati alla partita dei Cardinals contro i Phillies.
Modalità di attesa, concluse Gull. Tutti sapevano che la sirena poteva suonare da un momento all’altro, spedendoli a nord, est, sud, ovest, dove ci sarebbe stato cameratismo ma ben poco tempo per oziare. O per insultare il giudice di gara, o ancora per capire che cos’era il 32 orizzontale. Invece di rastrellare il piatto, come stava facendo ora Cards con gusto, si sarebbero trovati a rastrellare braci ardenti e cenere.
Guardò Trigger alzare le mani trionfante quando il runner segnò il punto, osservò Yangtree mangiare l’alfiere di Southern e Dobie che buttava sul tavolo altre fiches per rilanciare la puntata, costringendo Stovic a passare la mano con un grugnito disgustato.
«Parola francese che indica la noia. Cinque lettere» chiese Libby alla sala.
«Spot tv» disse Trigger. «Dovrebbero essere messi fuori legge.»
«Noia, non noiosi. E poi, certi spot sono divertenti.»
«Non abbastanza.»
«Ennui» le disse Gull.
«Cazzo, lo sapevo.»
«Lui le sa tutte quelle parole da frocetto» commentò Dobie.
Gull si limitò a sorridere. Non sentiva nessuna noia. Soddisfazione, pensò, era la parola che descriveva meglio il suo stato attuale. Sarebbe stato pronto a ballare se la sirena avesse dato l’allarme, ma, per il momento, sentiva la soddisfazione di starsene in panciolle con i suoi amici, godendosi le chiacchiere e le stronzate mentre aspettava che la sua donna tornasse a casa.
Aveva trovato il suo posto. Non sapeva dire, non con certezza, quand’è che l’aveva capito. Forse la prima volta che aveva visto Rowan. Forse al suo primo lancio. Forse quella notte al bar, quando aveva fatto a botte.
Forse ammirando una radura coperta di lupini selvatici.
Non importava quando.
Gli era piaciuto il suo lavoro da Hotshot, e anche la gente con cui aveva lavorato. La maggior parte di loro, perlomeno. Aveva imparato a combinare pazienza, azione e sopportazione, aveva imparato ad amare la lotta, la violenza, la brutalità, la scienza. Ma quello che aveva trovato lì andava più a fondo, e lì, nel fondo, dava vita a una passione e a un amore irresistibili.
Sapeva che se ne sarebbe stato lì stravaccato nella sala comune, stagione dopo stagione, finché avrebbe potuto.
Sapeva, pensò mentre Rowan entrava nella sala, che sarebbe rimasto ad aspettarla tutte le volte che se ne fosse andata da qualche parte.
«Accidenti, lasciano entrare chiunque nei country club, di questi tempi.» Si lasciò cadere accanto a Gull e infilò una mano nel pacchetto di patatine. «A quanto stanno?»
«Pari» le disse Trigger. «Uno a uno, per colpa di un arbitro cieco. Inizio del quinto.»
Rowan rubò il Ginger di Gull e lo trovò vuoto. «Che, stavi aspettando che tornassi per andare a prendertene un altro?»
«Mi hai beccato.»
Lei si alzò e prese una Coca. «Ora berrai questa e ti piacerà.» Ne bevve prima un sorso, poi gliela passò.
«Grazie. E come sta la mia palla al piede?»
«Come mi hai chiamato?»
«L’ha detto lui.» Gull vendette Trigger senza rimorso.
«Brutto bastardo di un texano.» Inclinò la testa per leggere la copertina del libro che Gull aveva messo da una parte. «Ethan Frome? Se stavi leggendo questo, sono sorpresa di non averti ritrovato in coma, con un filo di bava lungo il mento.»
Lui le restituì la Coca. «Ho pensato che magari mi sarebbe piaciuto adesso, essendo diventato più anziano, più saggio, più erudito. Ma è fottutamente noioso, esattamente come quando avevo vent’anni. Grazie a dio sei tornata, o sarei rimasto paralizzato dall’ennui.»
«Che?»
«Era la risposta a una delle parole crociate di poco fa. Come sta tuo padre?»
«Innamorato.»
«Della rossa sexy.»
Le sopracciglia di Rowan tremolarono.
«Gradirei che non la chiamassi rossa sexy.»
«Definisco le persone per come le vedo. Per te com’è?»
«Mi è toccato passare tra le aiuole che ha piantato, i fiori in vaso, le candele, il pot-pourri nel bagno...»
«Madre di dio! Pot-pourri nel bagno. Dobbiamo organizzare una squadra d’intervento il prima possibile, e andare a salvarlo. Può ancora essere deprogrammato. Non perdere le speranze.»
Dato che Gull le aveva allungato le gambe in grembo, Rowan gli torse l’alluce. Forte. «All’improvviso ha riempito la casa di colori, di punto in bianco. Anzi, di punto in Ella. Mi sono detta che era un capriccio, che gli aveva messo in testa tutti quei capricci. Ma non è così. Ha stile, misto a fascino. Ha portato colore al posto del beige, del bianco e del marrone. E questo lo rende felice. Lei lo rende felice. Ha riempito il vuoto che non riusciva a guarire, così mi ha detto lui. E io mi sono resa conto di una cosa: che lei aveva ragione, quel giorno che ci siamo incontrati giù in città. Mi aveva detto che, se avessi costretto mio padre a scegliere tra lei e me, lei non avrebbe avuto speranze. E, se l’avessi fatto, sarei abbastanza simile a mia madre da farmi venire la nausea. O l’una o l’altra, non puoi avere entrambi.»
«Ma tu non sei come lei.»
«No, non lo sono. Devo abituarmici... a lei; ma gli ha acceso una luce dentro, per cui penso che sarò una sua sostenitrice.»
«Sei una ragazza davvero per bene, Svedese.»
«Se lo farà soffrire, le farò il culo a strisce con un rasoio spuntato.»
«Quel che è giusto è giusto.»
«Altroché. Ho bisogno di smaltire con una passeggiata la cenetta niente male che ho preparato, e poi me ne vado a letto.»
«Aspetta un attimo. Hai cucinato?»
«Ho una buona dozzina di piatti nel mio repertorio, bello. Quattro di questi sono una variazione del panino al formaggio classico.»
«Un nuovo lato di te da esplorare mentre passeggiamo. Vado a mettermi le scarpe.»
Gibbons entrò nella sala mentre Gull lasciava l’Edith Wharton sul tavolo per qualcun altro.
«Vi conviene chiudere quella partita a poker. Siamo tutti in preallerta. Non è ufficiale, ma pare che invieremo due carichi a Fairbanks stanotte, o forse dritti sull’incendio. Piccolo Orso sta sistemando i dettagli. E pare che anche il Bighorn possa avere bisogno di una mano, domani mattina.»
«Proprio quando la fortuna stava girando dalla mia» si lamentò Dobie.
«Scarpe nuove per il ragazzino» gli ricordò Cards.
«Se mi rastrello un altro paio di piatti, mi posso comprare le scarpe nuove senza dover ingoiare il fumo.»
«Tutti quelli del primo e del secondo gruppo controllino l’equipaggiamento, finché ne hanno l’occasione» aggiunse Gibbons.
«Non sono mai stato in Alaska» commentò Gull.
«È un’esperienza.» Rowan gli spinse via i piedi dal grembo.
«Io le adoro, le esperienze.»
Rowan ficcò altre due barrette energetiche nello zaino e, dopo una breve indecisione, aggiunse anche due lattine di Coca-Cola. Preferiva portare quel peso in più piuttosto che farne a meno. Si tolse i vestiti da civile che aveva messo per andare da suo padre, e stava giusto allacciandosi la cintura quando suonò la sirena.
Insieme a tutti gli altri, corse verso la sala d’equipaggiamento per infilarsi la tuta.
Nel momento in cui salì sull’aereo rivendicò il suo posto, sistemando la sua roba e allungandosi con la testa sul paracadute. Aveva tutta l’intenzione di dormire durante il volo.
«Com’è laggiù?» Gull le diede un colpetto con la punta dello scarponcino.
«Grande.»
«Ma davvero? Ho sentito dire che in inverno fa anche freddo ed è buio. Sarà vero?»
Rowan lasciò che le vibrazioni del motore la cullassero mentre altri pompieri d’assalto si sistemavano a bordo. «C’è un sacco di luce in questo periodo dell’anno. Non è tanto degli alberi che ti devi preoccupare quando ti lanci, ma dell’acqua. Ce n’è un sacco, ed è decisamente meglio non mancare il punto di atterraggio. Un sacco d’acqua, un sacco di terra, un sacco di montagne. Non molte persone, e questo è un vantaggio.»
Lei si rigirò per trovare una posizione più comoda. «I pompieri d’assalto dell’Alaska ci sanno fare. Questa stagione è stata parecchio secca anche lassù, per cui probabilmente sono in difficoltà con l’organico, probabilmente stanno risentendo della fatica di metà stagione.»
Rowan aprì gli occhi per guardarlo. «È un bel posto. La neve che non si scioglie mai su quegli immensi picchi, i laghi e i fiumi, il bagliore del sole di mezzanotte. Hanno anche zanzare grosse quanto il tuo pugno e orsi della taglia di un blindato. Ma, tra le fiamme, non cambia molto. Ammazza il mostro; sopravvivi. Si ritorna a casa.»
Lei richiuse gli occhi. «Fatti un po’ di sonno. Ne avrai bisogno.»
Rowan dormì come un sasso, e si svegliò rigida come una tavoletta. E fu grata di essere scaricata a Fairbanks, il che diede alla squadra il tempo di sgranchirsi un po’, di rifocillarsi, e ai capi il tempo di pianificare una strategia efficace.
C’erano quasi centosessanta ettari in fiamme, e il vento non la smetteva di alimentare vampate, per cui avevano bisogno di una buona rete di comunicazione con la squadra dell’Alaska. Rowan riuscì a sfilare una soda fresca, conservando le due che aveva nello zaino, prima di un ultimo controllo dell’equipaggiamento e di risalire a bordo.
«Avevi ragione» le disse Gull mentre sorvolavano la zona a sudovest di Fairbanks. «È un bel posto. Non manca molto a mezzanotte, ora locale, ed è luminoso come se fosse pomeriggio.»
«Non farti incantare. Perderai la concentrazione. E ti farai mangiare vivo.»
Gull dovette spostarsi per avere una prima visuale dell’incendio, e recuperare l’equilibrio quando l’aereo incontrò una turbolenza e cominciò a sobbalzare.
«Sono solo le fauci dell’inferno. Sono concentrato» aggiunse quando vide che lei lo guardava severa.
Gull vide i picchi innevati delle montagne attraverso le colonne di fumo. Denali, la foresta sacra, con le sue lande selvagge a nord e a est che bruciavano intensamente.
Gull continuò a studiare il territorio mentre Rowan si spostava a poppa per parlare con Yangtree e con Cards, che faceva da spotter. Altri si affacciarono ai finestrini, guardando giù, osservando ciò che erano venuti a combattere.
«Cercheremo una radura tra le betulle, a est. La squadra dell’Alaska l’ha usato come punto di atterraggio per il loro lancio. Cards tirerà giù qualche banderuola a nastro, per vedere com’è il vento.»
«Cristo, avete visto quello?» chiese qualcuno.
«Sembrerebbe una vampata» disse Gull.
«È molto a ovest del punto di atterraggio. State calmi, ragazzi» gridò Rowan. «State buoni, concentratevi. Restate concentrati.»
«Reggete l’equipaggiamento!» Cards tirò il portellone.
Gull guardò volare i nastri, assecondando i sobbalzi e gli scossoni dell’aereo. Il vento spinse dentro la puzza e la foschia del fumo: un piccolo assaggio di quel che li aspettava.
Rowan andò sul portellone e gli indirizzò un ultimo sorriso. Si lanciò fuori, seguita da Stovic come secondo.
Quando arrivò il suo turno, Gull calmò il respiro, ascoltò Cards che gli dava indicazioni sulla deriva. Fissò la radura nella sua mente e, quando arrivò la pacca sulla spalla, saltò.
Meraviglioso. Riusciva a pensarlo mentre il vento lo frustava da ogni parte. Quei picchi stupefacenti, la profondità di quel blu impossibile nel luccichio dell’acqua e nelle anse dei fiumi, il verde acceso dell’estate, e tutto in così netto contrasto con i macabri neri, i rossi e gli arancioni del fuoco.
Il suo paracadute si aprì, trasformando la caduta in una discesa, e Gull rivolse a Gibbons, il suo compagno di lancio, un segno con il pollice.
Incontrò una corrente che cercò di spingerlo verso sud e lottò per resisterle, tirando indietro nel fumo che gli finiva addosso. La corrente lo colse di nuovo e lo strattonò forte. Di nuovo, Gull vide quel blu profondo e sognante attraverso la foschia. E pensò no, cazzo, non c’era verso che finisse in acqua dopo che Rowan l’aveva pure avvertito.
Tirò le manopole con tutta la sua forza, capì e accettò che avrebbe mancato il punto di atterraggio, e aggiustò di nuovo la traiettoria.
Volò tra le betulle, imprecando. Non finì in acqua, ma ci mancò poco per via dello slancio al momento di toccare terra, che per un pelo non lo mandò ruzzoloni nel lago.
Seccato, raccolse il paracadute mentre Rowan e Yangtree lo raggiungevano correndo.
«Ho pensato che avresti fatto un tuffo.»
«Ho beccato una corrente maligna.»
«Anch’io. Per poco non facevo la rana. Ringrazia di non essere bagnato o di non esserti rotto niente.»
«Ho strappato la vela.»
«Ci scommetto.» Poi Rowan gli sorrise come aveva fatto prima di lanciarsi. «Che discesa!»
Una volta che tutti i pompieri d’assalto furono a terra, Yangtree si riunì con Rowan e Gibbons mentre gli altri si occupavano del carico di attrezzature.
«Pensavano di poterlo contenere, ci stavano lavorando quaranta pompieri d’assalto, e per i primi due giorni sembrava così. Poi gli si è rivoltato contro. Una serie di vampate, qualche problema con l’equipaggiamento, un paio d’infortuni...»
«Il solito casino del cazzo» suggerì Gibbons.
«Esatto. Mi coordinerò con il capo della divisione Alaska, e con i tipi dell’Ufficio per la gestione del territorio e del Servizio forestale nazionale. Mi farò dare un passaggio in elicottero per valutare meglio la situazione, ma per il momento...»
Prese uno stecchetto e disegnò una mappa per terra. «Gibbons, prendi una squadra e cominciate a lavorarvi il fianco sinistro. Hanno tracciato una linea con il cingolato da questa parte. Lì ti ricongiungerai con la squadra dell’Alaska. Troverai una fonte d’acqua, qui, per le pompe. Svedese, tu prendi il fianco destro e te lo lavori: brucialo, affogalo.»
«Lo prendiamo per la coda» disse lei, seguendo la mappa che aveva tracciato per terra. «Lo facciamo morire di fame.»
«Fategli vedere di cosa è capace uno Zulie. L’acchiappiamo, lo scuotiamo per la coda e poi su fino alla testa.» Controllò l’ora. «Dovremmo raggiungere la testa tra quindici, sedici ore se ci facciamo il culo come si deve.»
Si accordarono sulla strategia, sui dettagli, sulle direzioni, accovacciati tra le betulle, mentre le squadre sul punto di atterraggio spacchettavano motoseghe, scatole di inneschi, pompe e manicotti.
Gibbons saltò su e agitò il suo Pulaski al cielo. «Muoviamoci!» gridò.
«Dieci uomini ognuno.» Yangtree batté le mani come il capitano di una squadra prima di una partita importante. «Dateci dentro, Zulie!»
E loro ci diedero dentro.
Come previsto, Rowan e la sua squadra usarono gli inneschi per accendere dei fuochi di ritorno tra il furioso fianco destro e la strada di servizio, abbattendo monconi e allargando la linea tagliafuoco mentre avanzavano verso nord dal punto di atterraggio.
Se il drago avesse provato a passare a est, attraversando la strada, dirigendosi verso case e capanne, sarebbe morto di fame prima di arrivarci. Lavorarono durante quel che rimaneva della notte fino al giorno, con il fianco che schioccava e ringhiava, vomitando faville che il vento trasportava in grandi archi fin sulla tundra secca.
«Ora della pappa» annunciò Rowan. «Vado in perlustrazione sul terreno bruciato, per vedere se riesco a capire a che distanza si trova Gibbons.»
Dobie tirò fuori un panino spiaccicato dalla borsa, fissò le colonne torreggianti di fumo e fiamme. «Il più grosso che abbia mai visto.»
«È un bel ciccione,» concordò Rowan «ma sai cosa dicono dell’Alaska, no? Che tutto è più grosso, qui. Ricaricati. Abbiamo ancora parecchia strada da fare.»
Non poteva farli riposare a lungo, pensò Rowan mentre avanzava. Tempismo e slancio erano vitali quanto accetta e sega, perché Dobie non aveva torto: quello era un bastardo bello grosso, più grosso, pensò, di quanto non si fossero aspettati e, per quello che aveva stimato osservando la formazione irregolare della sua stessa linea tagliafuoco, con il corpo molto più ampio.
L’odore di resina e catrame permeava l’aria, inasprito dal lezzo di fumo che saliva in grossi nastri grigi dal suolo stremato di quella che un tempo, immaginò, doveva essere una foresta incontaminata. E ora alberi contorti, anneriti, giacevano a terra come soldati caduti sul campo di battaglia.
Rowan non riusciva a sentire il rumore delle seghe o le grida degli uomini attraverso la voce delle fiamme. Gibbons non era vicino come aveva sperato, e lei non si poteva permettere di perlustrare oltre.
Mangiò una banana e una barretta energetica mentre tornava rapidamente sui suoi passi, verso i suoi uomini. Gull bevve un sorso di Gatorade mentre le andava incontro.
«Che si dice, capo?»
«Stiamo scuotendo la coda, come da ordini, ma sembra essere dannatamente lunga. Sarà difficile che riusciremo a rispettare la tabella di marcia di Yangtree. Abbiamo una sorgente d’acqua in arrivo. Dovrebbe essere a un centinaio di metri da noi, un po’ verso ovest. Gli mettiamo addosso i manicotti e le pompe, e lo spegniamo come Dorothy ha spento la Strega Malvagia.»
Gli prese il Gatorade di mano e ne bevve un sorso. «È infuocato di brutto, Gull. Qualche centralinista ha aspettato troppo a chiamare i rinforzi, e ora sta cavalcando il vento. Se lo cavalca abbastanza veloce, potrebbe arrivarci alle spalle. Dobbiamo farci il mazzo, arrivare all’acqua, soffocarlo e respingerlo.»
«Farci il mazzo è la nostra specialità.»
Ci vollero sforzi brutali, da spaccarsi la schiena, per raggiungere il torrente di montagna, mentre le fiamme lottavano per avanzare, mentre il fuoco eruttava faville come un bullo che lancia sassi nel cortile della scuola, con un costante ruggito di minacce e provocazioni.
«Dobie, Motosega, sopprimete quei focolai! Libby, Trigger, Southern, monconi e cespugli. Il resto di voi, sistemate quelle pompe, inserite i manicotti.»
Rowan prese una delle pompe, collegò il cannello del carburante alla pompa e l’accese. Muovendosi rapida, con il sudore che le colava ovunque, collegò la valvola a pedale, controllò la guarnizione e la strinse con una chiave inglese dalla sua sacca degli attrezzi.
Dovevano batterlo lì, pensò, o sarebbero stati costretti a tornare indietro e a fare il giro verso est, concedendogli decine e decine di ettari, rischiando di lasciarsi il serpente di fuoco alle spalle e di allontanarsi ancora di più dalla testa, da Gibbons. Dalla vittoria.
Impostò la valvola di sfogo dal lato della pompa e cominciò a stringerla a mano. E trovò che girava a vuoto come una vite senza fine.
«Andiamo, andiamo.» La ricollegò, incolpando la fretta, ma, quando ottenne lo stesso risultato la seconda volta, esaminò più da vicino la valvola.
«Cristo santo. Cristo, è spanata. Il filo della valvola di sfogo è spanato, su questa pompa.»
Gull la guardò dal punto in cui stava lavorando. «Ho lo stesso problema qui.»
«Io sono a posto» gridò Janis dalla terza pompa. «Va alla grande.»
«Falla partire allora, parti.»
Ma una pompa non sarebbe bastata, pensò. Tanto valeva provare a pisciarci sopra.
«Siamo fottuti.» Diede un pugno sull’inutile pompa.
Gull attirò la sua attenzione. «Non può essere una coincidenza il fatto che due valvole danneggiate finiscano sulle pompe.»
«Non possiamo preoccuparcene ora. Lo tratterremo finché possiamo, usando il tempo che abbiamo per scavare una trincea. Ripiegheremo su quella vecchia linea di cingolato che abbiamo attraversato, poi ci ritireremo verso est. Porca puttana, perdere tutto questo terreno... Non c’è tempo di portare altre pompe o altri uomini fin qui. Magari, se avessi un po’ di nastro adesivo potremmo provare a ingrossare la guarnizione.»
«Nastro adesivo. Aspetta.» Gull si raddrizzò e corse nel punto in cui Dobie era intento a spalare terra su un focolaio morente.
Rowan lo guardò stupefatta mentre lui tornava correndo con un rotolo di nastro adesivo. «Per Dobie è come il suo tabasco. Non esce di casa senza.»
«Potrebbe funzionare, o perlomeno reggere per un po’.»
Lavorarono insieme, sistemando la valvola difettosa, avvolgendola stretta e incastrandola allo sfiato. Rowan aggiunse qualche altro giro di sicurezza e continuò a lavorare sulla pompa.
«Incrociamo le dita» disse a Gull, e cominciò a tirare il cavo di carica. «Si sta caricando» mormorò mentre l’acqua gocciolava dai fori. «Forza, continua così. Il nastro adesivo cura tutte le ferite. Continua a tenere le dita incrociate.»
Rowan chiuse la valvola di carica e aprì quella del manicotto.
«Deve funzionare.»
«Sta funzionando» si corresse, e abbassò l’interruttore per avviare il motore. «Trigger, alla pompa! Vediamo di far funzionare anche l’altra» disse a Gull.
«Non tutte e due contemporaneamente» ripeté Gull mentre lavoravano.
«No, non tutte e due. Qualcuno deve aver fatto una grossa cazzata, o...»
«Di proposito.»
Lei lasciò la parola aleggiare nell’aria mentre lo guardava negli occhi. «Vediamo di farla funzionare. Ci occuperemo di questo problema quando saremo fuori da questo casino.»
Respinsero le fiamme, tennero la posizione creando una linea umida con gli idranti e spalando le braci ardenti dritte nell’incendio da cui erano venute. Ma la soddisfazione di Rowan era stemperata da una rabbia ribollente. Che fosse per un incidente o intenzionale, per incuria o per sabotaggio, aveva messo a rischio la sua squadra perché si era fidata dell’equipaggiamento.
Quando scoccò l’ora impostata da Yangtree per incontrarsi, erano ancora a quasi un chilometro a sud della testa, con quattordici ore di lavoro estenuante sulle spalle. Rowan dispiegò la maggior parte della sua squadra a nord, mandando due uomini indietro per controllare la zona già bruciata, e una volta ancora attraversò il nero.
Prese il tempo di calmarsi, di comunicare via radio con la sede operativa facendo rapporto sull’equipaggiamento difettoso e sui loro progressi. Stavolta però, quando attraversò la terra bruciata, udì il ronzio delle seghe.
Incoraggiata, seguì il rumore finché non arrivò alla linea di Gibbons.
«L’ho chiamato un casino del cazzo?» Gibbons fece una pausa per asciugarsi il sudore dalla fronte con una manica. «Qual è il livello superiore?»
«Qualunque sia... Ci è capitato di tutto tranne il Bigfoot, stavolta. Avevo due pompe con le valvole di sfogo spanate.»
«Io tre motoseghe inceppate. Due con le candele arrivate, una con la corda di avviamento che si è spaccata al primo tiro. Abbiamo dovuto...» S’interruppe, e il suo volto rifletté lo shock e il sospetto di lei. «Ma che cazzo, Ro?»
«Dobbiamo fare il punto su questo, ma ora devo tornare dalla mia squadra. Se riusciamo ad arrivare alla testa fra tre ore siamo fortunati, per come sta andando.»
«Quanto a est siete, adesso?»
«Un po’ più di mezzo chilometro. Lo stiamo mettendo alle corde. Ne parleremo quando ci accampiamo. Stasera forse riusciremo a contenerlo, ma non certo a sopprimerlo.»
«La squadra avrà bisogno di riposo. Vediamo come va. Torna a dare un’occhiata per le dieci, diciamo, se non chiudiamo la giornata prima di allora.»
«Mi faccio viva io.»
Rowan tornò dai suoi uomini, seguendo il rumore delle motoseghe come aveva fatto con Gibbons, e li trovò ad aprire una linea tagliafuoco attraverso gli abeti anneriti.
Avevano lottato senza sosta per diciotto ore consecutive. Rowan poteva vedere la spossatezza, gli occhi scavati, le mascelle serrate.
Posò una mano sul braccio di Libby e aspettò finché la donna non si tolse le cuffiette dalle orecchie. «Pausa lunga. Un’ora. Tempo di fare un pisolino. Fa’ passare il messaggio lungo la linea.»
«Grazie a dio.»
«Vado in ricognizione verso la testa, per vedere che cos’hanno per noi.»
«Qualunque cosa sia, gli farò il mazzo, se posso fare un pisolino.»
Rowan fece segno a Gull. «Vado in ricognizione sulla testa. Potresti venire con me, ma ti perderesti l’ora di riposo.»
«Preferisco passeggiare nei boschi con la mia donna.»
«Andiamo, allora.»
Camminarono tra gli abeti mentre intorno a loro i pompieri d’assalto posavano la loro attrezzatura e si buttavano a terra, o si sdraiavano sulle rocce.
«Gibbons aveva tre motoseghe difettose, due candele andate, una corda di avviamento spezzata.»
«Direi che questo lo rende ufficialmente un sabotaggio.»
«Rimane ufficioso, fino al rapporto, però comunque sì, è così.»
«Cards era lo spotter. Questo lo mette in posizione di capocarico.»
«Capocarico è solo un termine operativo» gli ricordò lei. «Non avrà controllato ogni valvola e ogni candela. Si deve semplicemente assicurare che ogni cosa sia caricata a bordo, e che sia caricata correttamente.»
«Sì, è vero. Ascolta, Cards mi piace. Non voglio puntare il dito contro nessuno, ma una roba del genere? Dev’essere per forza uno di noi.»
Rowan non voleva sentirselo dire. «C’è un sacco di gente che potrebbe avere accesso all’equipaggiamento: personale di supporto, meccanici, piloti, squadre di pulizia. Non si tratta solo di capire chi diavolo sia stato, ma perché diavolo l’abbia fatto.»
«Giusta osservazione.»
Sentendosi scossa, Rowan tirò fuori una delle sue preziose lattine di Coca per darsi una botta di caffeina e zuccheri, e la usò per rendere digestibile l’ennesima barretta energetica.
«Non saremmo rimasti in trappola» aggiunse. «Avevamo tutto il tempo di usare la via di fuga, di trovare una zona di sicurezza. Se non avessimo aggiustato quelle pompe e non avessimo tenuto la linea, ce la saremmo comunque cavata.»
«Ma...» la imbeccò lui.
«Già. Ma... se la situazione fosse stata diversa, se ci fossimo trovati in un momento di difficoltà e avessimo avuto bisogno di quegli idranti per uscirne, alcuni di noi avrebbero potuto farsi male, o peggio.»
«Per cui il movente potrebbe essere, uno: voler fare casino, creare problemi. Due: voler dare all’incendio un vantaggio. Tre: volere che qualcuno si facesse del male o peggio.»
«Non mi piace nessuna di queste opzioni.» Ognuna di quelle la nauseava. «Ma, per il modo in cui sta andando quest’estate, temo che possa essere la tre. Piccolo Orso ha ordinato un’ispezione completa di tutto l’equipaggiamento, fin sui lacci degli scarponcini.» Rowan si tolse i guanti per strofinarsi gli occhi stanchi.
«Non voglio sprecare la mia energia incazzandomi per questo fatto» gli disse. «Non finché non smobiliteremo, ad ogni modo. Dio, Gull. Guarda come brucia.»
Si fermarono per un attimo, restando lì a fissare la parete rovente.
Rowan aveva già combattuto le fiamme su più di un fronte prima di allora. Sapeva come fare.
Ma non aveva mai combattuto contro due nemici nella stessa guerra.