20
Le fiamme divoravano la boscaglia verso est, consumando foresta e radure, con la testa affamata, rabbiosa e avida, che guidava il corpo sul territorio di due Stati.
Gull piantò le sue piccozze nel tronco di un lodgepole, salendo sempre più su, in un cielo rosso fuliggine. Il sudore gli colava lungo il viso e inzuppava la bandana che si era legato sulla bocca come un fuorilegge d’altri tempi, mentre i denti della sua motosega mordevano attraverso legno e corteccia. I pezzi di tronco capitolavano e crollavano a terra mentre continuava il lavoro verso il basso.
La vampata che cercavano di ingabbiare danzava, saltava agile da un albero all’altro, avvolgendo i rami nelle sue fiamme mentre ruggiva la sua canzone.
Gull arrivò a terra, si sciolse l’imbragatura, poi proseguì giù lungo la linea tagliafuoco.
Sapeva che Rowan stava lavorando alla testa. Le notizie passavano lungo la trincea, e i pompieri d’assalto dell’Idaho avevano dovuto ritirarsi per due volte per via dei venti instabili.
Sentì il rombo di un tuono e vide l’aereo cisterna attraversare il fumo.
Fino a quel momento, il drago sembrava inghiottire il repellente come se fosse una caramella.
Aveva perso il conto delle ore passate nella pancia del mostro da quando la sirena aveva suonato, quella mattina. Era stato solo quella mattina che aveva fissato Rowan negli occhi mentre lei si muoveva sotto di lui, sentendo il corpo di lei che si alzava e si abbassava sotto il suo. Era stato quella mattina ancora, che aveva sentito il sapore della sua pelle, caldo di sonno, sulla sua lingua. Ora aveva il sapore del fumo. Ora sentiva il terreno tremare mentre un altro albero sacrificale crollava a terra. Guardò il nemico negli occhi, e riconobbe la sua brama.
Quello che non sapeva, mentre posava la motosega per bere un sorso d’acqua, era se fosse giorno o notte. Ma che importanza aveva? L’unico mondo che contava viveva in quel rosso, perpetuo crepuscolo.
«Ci spostiamo a est.» Dobie giunse correndo attraverso il fumo, con gli occhi cerchiati di rosso sopra la bandana. «Gibbons ci sta portando a est. Tracceremo una linea mentre ci spostiamo. Gli idranti lo stanno tenendo a bada sul fianco destro a Pack Creek, e il fango l’ha trattenuto un po’.»
«Okay.» Gull prese il suo equipaggiamento.
«Mi sono offerto volontario anche a nome tuo per proseguire più a sud, attraverso la zona bruciata, e perlustrare la zona in cerca di focolai isolati e tronchi da abbattere lungo il perimetro, per poi risalire dall’altra parte, verso la testa.»
«Gentile, da parte tua, includermi nella tua missione.»
«Qualcuno deve farlo, ragazzo.» Gli occhi cerchiati di rosso ridevano. «È un giro più lungo, ma scommetto che arriviamo alla testa prima del resto della squadra, e saremo prima di loro in piena azione.»
«Forse. È lì che voglio essere. Sulla testa.»
«Per combattere culo a culo con la tua donna. Dài, muoviamoci.»
Le faville sbocciavano come fiori, deflagravano come granate, ribollivano come pozze d’acqua.
Il vento cospirava con il fumo, ispessendolo, permettendo ai tizzoni di volare ovunque.
Gull pestò, scavò, bagnò, picchiò, poi rise mentre continuavano a lavorare quando Dobie cominciò a dare un nome ai focolai.
«Dannato vicepreside Brewster!» Dobie calpestò le fiamme nascenti. «Mi ha sospeso per aver fumato nei bagni.»
«Il liceo fa schifo.»
«Medie. Ho cominciato presto.»
«Ti preparavi i polmoni per il lavoro della tua vita, eh?» disse Gull mentre si spostava verso un altro focolaio.
«Quella è Gigi Japper, cazzo. Lasciala a me. Mi ha mollato per uno che giocava a palla.»
«Medie?»
«L’anno scorso. Il bastardo gioca a softball lento. Ma che roba è? Softball lento. Come può valere qualcosa?»
«Stai meglio senza di lei.»
«Cazzo se è vero. Be’, capitano, credo che abbiamo messo in sicurezza questa linea, e consiglio di attraversare da qui per cominciare gli avvistamenti verso nord. Sto ancora cercando quel fottuto pazzo del vecchio signor Cotter, che aveva l’abitudine di sparare al mio cane solo perché da cucciolo gli cacava sulle petunie.»
«Gli faremo il culo insieme, al signor Cotter.»
«Puoi dirlo forte, amico.»
Mangiarono il pranzo, o la cena, o la colazione – chi diavolo poteva saperlo? – mentre si spostavano rapidamente lungo la pista, masticando barrette energetiche militari, cracker al burro di arachidi, e un’unica mela che aveva portato Gull, che si passarono avanti e indietro finché non fu finita.
«Adoro questo lavoro» disse Dobie. «Non lo sapevo, prima di farlo. Sapevo di poterlo fare, sapevo che l’avrei fatto. Immaginavo che mi sarebbe piaciuto. Ma non sapevo che era esattamente quello che cercavo. Non sapevo nemmeno che stavo cercando qualcosa.»
«Se ti prende così, sai che è quello che stavi cercando.» Quello, pensò Gull, valeva tanto per il lavoro come pompiere d’assalto quanto per le donne.
Alberi uccisi restavano in piedi come scheletri neri nel fumo che si diradava. Il vento gli passava attraverso, facendoli gemere, tirando su cenere nera che volteggiava nell’aria come una sporca polvere di fate.
«È come in uno di quei film apocalittici» decise Dobie. «Dove una meteora distrugge praticamente qualsiasi cosa sulla terra, e non rimangono altro che razziatori mutanti e una manciata di guerrieri coraggiosi che cercano di proteggere gli innocenti. Noi siamo i guerrieri.»
«Speravo di poter fare il mutante, ma va bene. Guarda là.» Gull indicò a est, dove il cielo baluginava rosso, su torri di fiamme. «Non riesco mai a capire come possa odiarlo e, al tempo stesso, pensare che sia bellissimo.»
«Mi sentivo così anche con quella cazzo di Gigi Japper.»
Scoppiando a ridere, in qualche modo completamente felice di sentirsi accaldato e sporco al fianco di quel suo amico così stranamente affascinante, Gull osservò il fuoco mentre avanzavano: la sua portata, i colori e i toni, le forme.
D’impulso, tirò fuori la macchina fotografica dalla borsa d’equipaggiamento. Una foto non poteva tradurre la sua terribile magnificenza, ma lo avrebbe aiutato a ricordare, durante l’inverno. A ricordare.
Dobie si mise nell’inquadratura, appoggiandosi il Pulaski in spalla, allargò le gambe e fece un’espressione feroce. «Fammi una foto, va’. ‘Ammazzadraghi’.»
In effetti, pensò Gull mentre inquadrava, quel titolo sembrava proprio calzare a pennello. Ne scattò due. «Roditi il fegato, Gigi.»
«Cazzo, sì! Andiamo, ragazzo, il tempo è prezioso.»
Riprese a camminare con aria spavalda mentre Gull rimetteva a posto la macchina fotografica.
«Gull.»
«Sì.» Gull alzò gli occhi dopo aver richiuso la borsa e vide Dobie nella stessa posizione di prima, di spalle. «Ho messo via la macchinetta, bell’uomo.»
«Sbrigati. Vieni a dare un’occhiata.»
Allertato dal tono dell’amico, Gull si mosse rapido e fissò il punto che gli indicava Dobie. «È quello che credo?»
«Oh, merda.»
I resti giacevano a terra, come un macabro segnale sul sentiero carbonizzato.
«Cristo, Gull, sembra che i mutanti siano passati da queste parti.»
Dobie barcollò indietro di qualche passo, puntò le mani sulle ginocchia e vomitò le sue barrette energetiche.
«Come Dolly» mormorò Gull. «Tranne che...»
«Cristo, mi sento come una mammoletta. Vomitare il mio pranzo.» Bianco come un osso sotto lo strato di fuliggine, Dobie prese un sorso d’acqua e sputò a terra. «Ha appiccato l’incendio proprio qui, quel bastardo. Come con Dolly.» Si sciacquò di nuovo la bocca, sputò di nuovo, poi bevve. «Tutto questo è colpa sua.»
«Già, solo che non credo che l’abbia fatto per cercare di nascondere il corpo, o per distruggerlo. Forse era proprio per farcelo trovare, o perché cerca attenzione, o perché a questo figlio di puttana piace il fuoco. E non è come Dolly, perché questo ha quello che sembra essere un foro di proiettile dritto in fronte.»
Con cautela, Dobie si avvicinò di nuovo per dare un’occhiata. «Cristo, mi sa che hai ragione.»
«Forse avrei dovuto accettare la tua scommessa» Gull tirò fuori la ricetrasmittente. «Perché non credo che torneremo in azione prima del resto della squadra.»
Mentre aspettavano, Dobie tirò fuori dallo zaino due boccette di bourbon del Kentucky e prese un sorso. «Chi credi che sia?» chiese, passando la seconda boccetta a Gull.
«Può darsi che ci sia un qualche piromane omicida che ammazza persone a caso. Ma è più probabile che sia qualcuno che aveva a che fare con Dolly.»
«Dio non voglia, spero che non sia sua madre. Spero davvero che non sia lei. Qualcuno deve prendersi cura di quella bambina.»
«Ho visto sua madre quel giorno che è venuta insieme al prete per ringraziare di nuovo Piccolo Orso per aver accettato di riprendere Dolly. È una donna minuta, com’era Dolly. Credo che questo qui sia più alto. Molto alto, anzi.»
«Suo padre, forse.»
«Forse.»
«Se non mi fossi offerto volontario, qualcun altro l’avrebbe trovato. È proprio sul dannato sentiero. Ro ha detto che Dolly era fuori dal sentiero. Ma questo è proprio sul sentiero. Se non l’avessimo trovato noi, l’avrebbero fatto i ranger. Ti fa davvero pensare a quello che ti può fare il fuoco, se gli dai l’occasione di prenderti.»
Gull fissò il rosso, il nero e l’oro che sferzavano ostinati le chiome in lontananza. E scolò il bourbon.
I ranger li lasciarono tornare alla battaglia. La furia crebbe dentro Gull fino a quella testa ruggente e selvaggia. Incanalò la furia nell’attacco, e ogni colpo della sua ascia alimentava la sua rabbia. Quella non era una guerra combattuta contro Dio, o la natura, o il fato, ma contro l’essere umano che aveva dato vita al fuoco per soddisfare il proprio piacere, per proposito o debolezza.
Per le ore in cui infuriò la battaglia, Gull non pensò ai motivi di quel gesto. Pensò soltanto a fermare le fiamme.
«Riprendi fiato» gli disse Rowan. «L’abbiamo preso. Si sente. Riprendi fiato, Gull. Questo non è un uno contro uno.»
«Prenderò fiato quando sarà abbattuto.»
«Senti, lo so come ti senti. So esattamente come...»
«Non sono dell’umore giusto per essere ragionevole.» Spinse via la mano di lei dal suo braccio, con gli occhi ferventi e avidi. «Sono dell’umore giusto per ammazzare questo figlio di puttana. Possiamo parlare dei nostri traumi più tardi. Ora lasciami fare il mio lavoro.»
«Okay, va bene. Abbiamo bisogno di uomini su al crinale, per scavare una linea tagliafuoco prima che cavalchi il vento e cambi direzione verso alberi freschi, ricominciando a ingrossarsi.»
«Va bene.»
«Prendi Dobie, Matt, Libby e Stovic.»
Notte, pensò – o alba, probabilmente – mentre si trascinava verso il torrente. Le fiamme tremolavano in un ultimo rantolo di morte, tossendo e sputando. Più in alto, le stelle brillavano di speranza attraverso il fumo che diradava.
Si tolse gli stivali, i calzini, e affondò i piedi martoriati nell’acqua meravigliosamente fresca. Le chiacchiere del dopo incendio correvano in sottofondo alle sue spalle, con voci riarse dal fumo e dall’adrenalina. Scherzi, insulti, rivisitazioni della lunga battaglia. E l’attesa domanda – ‘Ma che cazzo...?!’ – su quello che lui e Dobie avevano trovato.
Altro lavoro li aspettava, ma avrebbe atteso fino all’arrivo del giorno. Il fuoco non si era sdraiato per riposare. Si era sdraiato per morire.
Rowan gli si sedette accanto, gli gettò una razione militare in grembo e gli mise una bevanda in mano. «Hanno buttato giù un bel pacchetto per il campo, per cui ti ho preparato la cena.»
«Una donna non smette mai di lavorare.»
«Sei di umore più ragionevole, vedo.»
«Avevo bisogno di bruciare via la rabbia.»
«Lo so.» Lei gli toccò brevemente la mano, poi prese una forchetta e cominciò a mangiare lo stufato di manzo. «Ci ho messo dentro un po’ del famoso tabasco di Dobie. Da’ una bella botta.»
«Stavo facendo questa foto, di lui che se ne stava lì in piedi sulla terra bruciata, e dietro a lui le fiamme, e il cielo. Surreale. Avevo appena scattato la foto, quando l’abbiamo trovato. Non mi è salita la rabbia, veramente, finché non abbiamo cominciato a percorrere il crinale per venire da voi, e poi si è ingrossata sempre di più. Cristo, non pensavo nemmeno più a quel povero diavolo carbonizzato con una pallottola in testa.»
«Pallottola?»
Gull annuì. «Già, ma non ci pensavo. Non riuscivo a pensare ad altro che a questo, e a noi. A tutte le perdite e gli sprechi, ai rischi, al sudore e al sangue. E per cosa, Ro? Visto che non potevo fare il culo a chiunque sia stato a innescarlo, dovevo fare il culo all’incendio.»
«Matt è rimasto incastrato tra gli alberi in fase di atterraggio. Alla fine è andato tutto bene, ma se l’è vista davvero brutta. Un ramo grosso quasi quanto il mio braccio per poco non ha colpito Elfa mentre ci stavamo ritirando, e Yangtree si è fatto un taglio con il Pulaski sul polpaccio, per accompagnare il ginocchio gonfio. Uno della squadra dell’Idaho ha fatto una brutta caduta e si è rotto una gamba. Avevi ragione a essere incazzato.»
Per un po’ mangiarono in silenzio. «Vogliono che torniate domani mattina, tu e Dobie, così DiCicco e Quinniock possono parlare con voi. Posso venire con te, se vuoi.»
Lui le lanciò un’occhiata di gratitudine, era grato abbastanza da non farle notare che si stava prendendo cura di lui. «Sì, mi farebbe piacere.»
«Immagino che tu sia piuttosto stanco, per cui posso risparmiarti la seccatura di montare la tenda. Possiamo condividere la mia.»
«Questo sarebbe ancora meglio. Adoro questo lavoro» disse Gull dopo un istante, pensando a Dobie. «Non so esattamente perché, ma quello che ha fatto questo bastardo me lo fa amare ancora di più. Sarà la polizia a doverlo scovare, catturare e fermare. Ma siamo noi quelli che ripuliscono il suo fottuto casino. Siamo noi che facciamo tutto ciò che possiamo per impedirgli di fare di peggio. La natura selvaggia non significa niente per lui, né ciò che vive al suo interno e di essa vive. Per noi, però, significa molto.»
La guardò e si chinò piano verso di lei, sfiorando le sue labbra in un bacio di sorprendente delicatezza.
«Ti ho trovato nella natura selvaggia, Rowan. Questo è importante, diavolo.»
Lei sorrise, un po’ incerta. «Non mi ero mica persa.»
«Nemmeno io. Ma anch’io sono stato trovato, proprio come te.»
Incamminandosi verso le tende, incrociarono Libby.
«Come stai, Gull?»
«Bene. Meglio, da quando ho saputo che posso saltare la bonifica. Hai visto Dobie?»
«Sì, è appena entrato in tenda. Si sentiva un po’... Immagino che tu lo sappia. Matt e io siamo rimasti un po’ con lui dopo che gli altri si sono addormentati. Se la sta cavando bene.»
«Hai fatto un bel lavoro oggi, Barbie» le disse Rowan.
«Non ho intenzione di fare altrimenti. Buonanotte.»
Rowan sbadigliò fino alla tenda e, con la mente e il corpo che già si spegnevano, si tolse le scarpe. «Non svegliarmi a meno che un orso non ci attacchi. Anzi, nemmeno se ci attacca un orso.»
Si spogliò e rimase in canottiera e mutandine. Mentre lei si rotolava verso il sacco a pelo, Gull ci pensò un attimo.
«Sai, trenta secondi fa pensavo di essere troppo stanco perfino per grattarmi le chiappe. E ora, stranamente, mi sento pieno di rinnovata energia.»
Lei aprì un occhio, poi lo richiuse. «Fa’ quel che devi fare. Ma non svegliarmi mentre lo fai.»
Lui entrò nella tenda accanto a lei, sorridendo, e tirò a sé il corpo di Rowan, già molle di sonno. Quando chiuse gli occhi pensò a lei, a nient’altro che a lei, e scivolò tranquillamente nell’oscurità.
Era stato il ginocchio di lei, premuto sul suo inguine, a svegliarlo. Strinse gli occhi prima di aprirli. Indietreggiando un po’ attutì la pressione sulle sue palle doloranti.
Aveva preso la mira, si chiese Gull, o era stato soltanto una botta di fortuna? Ad ogni modo, era stato un colpo perfetto.
Rowan non si mosse quando Gull rotolò via per infilarsi i pantaloni, un paio di calzini puliti e gli stivali. Lasciò i pantaloni e gli stivali slacciati e uscì carponi nella tenue luce del mattino.
Niente e nessuno si mosse. Del resto, per quanto ne sapeva, le altre tende ospitavano un solo occupante, senza che ci fosse nessuno che potesse tirare ginocchiate nelle palle. Per chi le aveva.
Si alzò in piedi, si sistemò con attenzione, poi scelse una direzione lontano dal campo per svuotarsi la vescica. Un caffè e lo stomaco pieno sarebbero state le due priorità successive, decise. Essere il primo a svegliarsi significava che aveva la precedenza sulla scelta delle razioni per colazione. Si sarebbe seduto all’aperto, magari giù al torrente, lasciando a Rowan lo spazio nella tenda e godendosi un pasto tranquillo e solitario, per quanto mediocre, finché...
Si fermò e rimase a guardare davanti a sé. Fissò una radura che sfavillava di lupini selvatici, di un viola regale. Una finissima nebbiolina ammantava la terra tra i loro steli, dando l’illusione che i fiori galleggiassero su un sottile fiume bianco, mentre decine di farfalle blu danzavano sui loro pistilli audaci.
Inviolato, pensò. Le fiamme non avevano violato quel luogo. Loro le avevano fermate, e ora i fiori selvatici sbocciavano raggianti, e le farfalle danzavano nella luce tenue dell’alba.
Pensò che quella scena fosse bella e vivida come la più magnifica delle opere d’arte. Forse di più. E lui aveva avuto un ruolo nel preservarla, e nel salvare gli alberi che erano più in là, e qualunque cosa ci fosse oltre.
Aveva combattuto tra il fumo e l’aria arroventata di rosso, attraversando il nero che odorava di morte. Fino a lì, dove viveva la vita, dove prosperava con la sua grazia tranquilla e semplice.
Fino a lì, dove erano racchiuse tutte le risposte ai suoi perché.
La portò lì, trascinandola via dal campo prima di prepararsi a tornare.
«Dobbiamo andare» protestò lei. «Se portiamo le chiappe giù al centro turistico ci danno uno strappo con il furgone fino alla base. Doccia calda, vestiti puliti. E, Dio, se voglio una Coca.»
«Questo è meglio di una Coca.»
«Non c’è niente di meglio che una Coca la mattina. Voi cani da caffè avete sbagliato tutto.»
«Guarda.» Indicò. «Questo è meglio di qualunque altra cosa.»
Rowan aveva già visto radure prima di allora, aveva visto i lupini selvatici e le farfalle che attiravano. Fece per dire ‘E allora?’, immusonita dalla mancanza di caffeina, ma lui sembrava così... colpito.
E lei lo capì. Naturalmente, lo capì. Chi meglio di lei?
Però gli piantò comunque una gomitata nel fianco, seguita da una punzecchiatura verbale. «Ecco che riemerge quella vena da romanticone mollaccione.»
«Mettiti qui. Ti faccio una foto.»
«Col cavolo. Cristo, Gull, ma guardami!»
«Una delle mie attività preferite.»
«Se vuoi una foto di una donna davanti a una radura piena di fiori, almeno trovatene una con i capelli puliti e lucenti, e un bel vestito bianco setoso.»
«Non fare la stupida, sei perfetta. Perché sei il motivo per cui la radura è qui. Questa è come la parte finale della foto che ho fatto a Dobie quando eravamo sul nero. Mostra il come e il perché, e chi c’è tra questi due momenti.»
«Romantico mollaccione» ripeté lei. Ma si sentì colpita dalla verità che c’era in quelle parole, dalla consapevolezza che condividevano.
Per cui si piantò i pollici nei taschini della tuta, si mise in posa e rivolse alla macchina fotografica un gran sorriso orgoglioso.
Lui scattò la foto, abbassò piano la macchina fotografica e la fissò proprio come aveva fatto con la radura. Colpito.
«Dài, facciamo cambio. Te ne faccio una io.»
«No. Sei tu. È Dobie, sul nero, con le fiamme che impazzano alle sue spalle, che mi dice quanto adora questo lavoro, che cosa ci ha trovato. E sei tu, Rowan, tra i raggi del sole e una bellezza inviolabile che ti circonda. Tu sei la fine del dannato arcobaleno.»
«Ma dài.» Un po’ imbarazzata, Rowan scrollò le spalle, andandogli incontro. «Devi essere un po’ rintronato.»
«Tu sei la risposta, prima ancora che faccia la domanda.»
«Gull, mi fa strano sentirti parlare così.»
«Mi sa che ti ci dovrai abituare. Mi sono davvero... appassionato a te. Diciamo così per adesso, perché credo che sia qualcosa di più, ed è parecchia roba da capire.»
Un tocco di panico attraversò l’imbarazzo di Rowan. «Gull, appassionarsi a... gente come noi – a gente come me – è una scommessa persa.»
«Io non credo. Mi piace scommettere.»
«Perché sei pazzo.»
«Devi essere pazzo, per fare questo lavoro.»
Rowan non seppe che cosa replicare. «Dobbiamo andare.»
«Soltanto un’altra cosa.»
Le afferrò le spalle e la tirò a sé. Le sue dita le accarezzarono il viso mentre la guidava in un bacio fatto di radure fatate e raggi di sole, di ali di farfalle e cinguettio d’uccelli.
Incapace di trovare un equilibrio, Rowan vi precipitò e si perse nella dolcezza, nella promessa che si era convinta di non volere. Sentì il cuore tremarle in petto, farle male.
E, per la prima volta nella sua vita, desiderò quella sensazione.
Incerta, si allontanò. «È solo voglia.»
«Continua pure a ripetertelo.» Lui le passò un braccio attorno alle spalle, passando in un lampo alla modalità amichevole. Quell’uomo, pensò Rowan, sapeva come stordirla.
Il furgone non si era ancora fermato di fronte alla base quando DiCicco e Quinniock uscirono dall’edificio operativo.
«Sarebbe bello se ci lasciassero dare una pulita, prima» commentò Gull, uscendo dal furgone e facendo un cenno di saluto col capo al poliziotto e alla federale. «Dove volete parlare?»
«L’ufficio di Piccolo Orso è a nostra disposizione» gli disse Quinniock.
«Sentite, ci sono dei tavoli fuori dalla mensa. Non mi dispiacerebbe prendere un po’ d’aria fresca e poter mangiare qualcosa, già che ci siamo. Credo che Dobie la pensi allo stesso modo.»
«Ci hai visto giusto, figliolo. Avete capito chi è il morto?»
«Ne parleremo tra poco» gli rispose DiCicco.
«Ci occupiamo noi del vostro equipaggiamento.» Rowan fece un cenno a Matt e Janis. «Non vi preoccupate.»
«Vi ringrazio.» Gull le indirizzò un rapido sguardo.
«Siamo sospettati?» volle sapere Dobie mentre s’incamminavano verso la mensa.
«Non abbiamo ancora determinato niente, signor Karstain.»
«Rilassati, Kim» suggerì Quinniock. «Non abbiamo motivo di sospettare di voi in questa faccenda. Ma potete dirci dove vi trovavate la sera prima di attaccare l’incendio, tra le undici di sera e le tre di mattina, se volete.»
«Io? Io ho giocato a carte con Libby, Yangtree e Trigger fin verso la mezzanotte. Poi mi sono fatto un’ultima birretta con Trig. Direi che siamo andati a dormire verso l’una.»
«Io ero con Rowan» disse Gull, senza aggiungere altro.
«Vorremmo rivedere con voi le dichiarazioni che avete rilasciato ai ranger sulla scena.» DiCicco si sedette al tavolo da picnic, tirò fuori il suo taccuino e il registratore. «Vorrei registrare.»
«Dobie, perché non cominci tu? Vado a vedere che cosa ci può preparare Marg. Voi due volete qualcosa?» chiese Gull.
«Non mi dispiacerebbe qualcosa di fresco da bere» rispose Quinniock e, ricordando la limonata, DiCicco annuì.
«Sarebbe carino. Allora, signor Karstain...»
«Può evitare di chiamarmi così? Solo Dobie.»
«Dobie.»
Dobie ripercorse gli eventi. Quello che aveva visto, fatto, ciò che aveva già detto ai ranger.
«Sapete, il nero sembra già un film dell’orrore di per sé, e se in più ci aggiungete quello... Gull ha detto che doveva essere collegato a Dolly.»
«Ah, sì?»disse DiCicco.
«Ha senso, no?» Dobie guardò dall’uno all’altra. «No?»
«Dobie, come mai nell’area c’eravate soltanto lei e il signor Curry?»
Dobie scrollò le spalle come tutta risposta, mentre Gull usciva dalla mensa due passi avanti a Lynn. Entrambi portavano dei vassoi.
«Avevamo bisogno di quasi tutti alla testa dell’incendio, per scavare una linea verso di essa, ma qualcuno deve sempre verificare che non si formino focolai isolati lungo i fianchi. Per cui mi sono offerto volontario, coinvolgendo anche Gull.»
«È stato lei a suggerire di seguire quel percorso specifico con il signor Curry?»
«È una fanatica dei ‘signor’» disse a Gull. «Già, era una bella scarpinata ma mi piace ammazzare i focolai. Io e Gull lavoriamo sodo, insieme. Grazie.» Sorrise a Lynn mentre lei gli metteva di fronte un piatto bello carico di cibo. «Sembra una delizia.»
«Marg ha detto di lasciarvi uno spazietto per la torta di ciliegie. Fatemi sapere se vi serve altro.»
«Vediamo di risparmiarci un po’ di tempo.» Gull si sedette. «Abbiamo seguito quel percorso perché eravamo impegnati ad avvistare focolai isolati, vedi un focolaio, lo spegni, e vai avanti. Ci era stato assegnato quel compito, mentre risalivamo a est per raggiungere il resto della squadra. L’incendio si stava spostando verso est, ma il vento cambiava di continuo, per cui i fianchi variavano posizione. Abbiamo trovato quei resti perché abbiamo tagliato attraverso la zona bruciata, dirigendoci verso il fianco più esterno per verificare che non ci fossero focolai attivi. Se ce ne fossero stati, e non avessimo verificato, le fiamme avrebbero minacciato il centro turistico. E nessuno voleva questo. Tutto chiaro?»
«È andata così.» Dobie prese la sua bottiglietta di tabasco dalla tasca, aprì il panino e ne versò un po’ sul rafano che Marg aveva impilato sul roast beef.
Gull scosse la testa quando Dobie gli offrì la bottiglietta. «Il mio va bene così com’è. E sì, ho immaginato che quel cadavere potesse avere a che fare con Dolly. Potrebbe darsi che ci sia un serial killer piromane che sceglie le vittime a caso, ma preferisco puntare sulle possibilità di un crimine collegato.»
«Stavolta hanno sparato» disse Dobie con la bocca piena. «Il foro della pallottola non si poteva non vedere.»
«Dei pompieri d’assalto sono rimasti feriti in questo incendio. Mentre salivamo ho sentito che un paio di Hotshot che conoscevo sono rimasti infortunati. Ho visto ettari di foresta andare in fumo. Voglio che il responsabile paghi per quello che ha fatto, e voglio sapere perché uccidere non gli bastava. Perché posso immaginare, ancora una volta, che l’incendio era importante tanto quanto l’omicidio. Altrimenti, non ci sarebbe motivo di averlo fatto. Il fuoco, in sé, deve avere avuto la sua importanza.»
«È un’ipotesi interessante» commentò DiCicco.
«Visto che vi abbiamo già detto tutto quello che sapevamo, non ci restano che le ipotesi. E, visto che nessuno di voi due mi sembra particolarmente stupido, do per scontato che abbiate già esplorato queste stesse ipotesi.»
«È un po’ nervoso perché gli tocca starsene qui a parlare con dei poliziotti invece di potersi andare a fare una doccia insieme alla Svedese.»
«Cristo, Dobie.» Poi però Gull rise. «Sì, è vero. Per cui, visto quanto mi state costando, magari potreste dirci se avete identificato i resti.»
«Questa informazione...» DiCicco colse l’occhiata di Quinniock e sbuffò. «Stiamo tuttora attendendo i risultati delle verifiche, ma abbiamo trovato la macchina del reverendo Latterly parcheggiata sulla strada di servizio accanto al centro turistico. Sua moglie non è stata in grado di dirci dove fosse, solo che non era in casa o nella sua parrocchia quando lei si è alzata questa mattina.»
«Qualcuno ha sparato a un prete?» chiese Dobie. «Inferno assicurato.»
«Il prete dei Brakeman» aggiunse Gull. «E, secondo le voci, Dolly se la faceva con lui. Ho saputo che Leo Brakeman è uscito su cauzione.»
«Sarà meglio che non si faccia vedere da queste parti, quel figlio di puttana.»
DiCicco scoccò un’occhiata a Dobie, ma mantenne la sua attenzione principalmente su Gull. «Parleremo con il signor Brakeman dopo il funerale di sua figlia, questo pomeriggio.»
«Ho un paio di uomini che lo tengono d’occhio» aggiunse Quinniock. «Abbiamo la lista delle sue armi registrate, e andremo a dare un’altra occhiata al suo armadietto di sicurezza.»
«Sarebbe davvero stupido usare una delle sue pistole, perlomeno una di quelle registrate, per ammazzare l’uomo che si scopava la figlia e predicava alla moglie.»
«Ciononostante, esploreremo ogni possibile pista di questo caso. Anche noi possiamo fare ipotesi, signor Curry» aggiunse DiCicco. «Ma dobbiamo lavorare con i fatti, con le informazioni, con le prove. Due persone sono morte, ed è questa la nostra priorità. Ma anche quegli incendi sono importanti. Lavoro anche per il Servizio forestale. Mi creda, ogni cosa è importante.»
Si alzò. «Grazie per il vostro tempo.» Offrì a Gull l’ombra di un sorriso. «Mi dispiace per la doccia.»
«Accidenti, agente DiCicco» disse Quinniock mentre si allontanavano. «Ho avuto l’impressione che avesse appena fatto un commento simpatico e un po’ impertinente. Mi si scalda il cuore.»
«Be’, si scaldi finché può. I funerali tendono a raffreddare l’atmosfera.»