18

Troppo tesa per restare seduta, Rowan si alzò e girò per la stanza, guardò fuori dalla finestra, tornò indietro. Gull allungò i piedi sulla sedia che lei aveva appena liberato e decise di bere il caffè abbandonato da Piccolo Orso.

«Voglio fare qualcosa» si lamentò Rowan. «Starmene qui seduta con le mani in mano non mi sembra giusto. Come fai a startene lì seduto?»

«Sto facendo qualcosa.»

«Bere caffè non conta come ‘fare’.»

«Me ne sto qui seduto, bevo caffè. E penso. Penso che, se quello è davvero il fucile di Brakeman, e se è stato Brakeman a sparare... possibile che sia semplicemente andato a nascondersi lì tra gli alberi, dando per scontato che prima o poi gli saresti capitata a tiro?»

«Non so se dovessi per forza essere io. Ce l’ha con tutti noi, ma soprattutto con me.»

«Okay, è possibile.» Trovò che il caffè era amaro, e desiderò poterlo stemperare con un po’ di zucchero. Ma non aveva nessuna voglia di alzarsi per prenderlo. «Quindi Brakeman se ne sta lì nei boschi, con il suo fucile, a fissare la base. Gli dice bene, e passiamo noi due. Ma se davvero è così bravo con il fucile come dicono, perché ci ha mancato?»

«Perché dev’essere maledettamente differente sparare a un essere umano o a un alce. Il nervosismo. O non è riuscito a spingersi fino al punto di uccidermi – di ucciderci – e ha deciso invece di spaventarci a morte.»

«Possibile anche questo. Ma perché lasciare lì l’arma? Perché lasciare un’edizione speciale, che deve costare parecchio e a cui tiene abbastanza da farci mettere sopra una targa con il suo nome, sotto a un mucchio di foglie? Perché lasciarlo e basta, quando non poteva non sapere che la polizia avrebbe perlustrato la zona?»

«Panico. Un impulso. Evidentemente non stava ragionando. Forse pensava di nascondere il fucile, darsela a gambe, tornare a prenderlo in un secondo momento. E magari sparare qualche altro colpo.» Rowan s’interruppe, si massaggiò i muscoli tesi dietro al collo e guardò Gull. «Tu non credi che sia stato Leo Brakeman a spararci.»

«Credo che potrebbe essere interessante sapere chi è che aveva accesso al suo fucile. Chi avrebbe potuto volerlo mettere nei guai, e che non si sarebbe sentito troppo in colpa se per farlo avrebbe dovuto farti prendere un accidente.» Sorseggiò il caffè. «Ma potrebbe anche essere stato Brakeman, che ha seguito un impulso, a cui ha detto bene, che era nervoso e che si è fatto prendere dal panico.»

«Messa così, è un sacco di roba da mandar giù.»

Rowan si lasciò cadere sulla sedia di Piccolo Orso dopo che Gull le aveva aperto la mente a nuove prospettive. Pensare era fare, ricordò a sé stessa.

«Immagino che sua moglie avesse accesso al fucile, ma mi è difficile immaginarmela fare qualcosa del genere. Tanto più che non ho mai sentito di lei che andava a caccia o a sparare al poligono. Lei è più un tipo da chiesa e vendita di dolci per beneficienza. Ed è più facile credere che potrebbe andare nel panico perché è una persona tranquilla, perfino timida. Superata la prima obiezione, il fatto che lei possa davvero venire qui su con il fucile, il resto funziona.

«Magari un doppio bluff» rifletté Rowan a voce alta. «Brakeman ha lasciato il fucile in modo da poter dire: ‘Ehi, chi sarebbe tanto stupido da fare una cosa del genere?’ Ma non so se sia così elaborato. Non conosco bene queste persone. Non abbiamo mai avuto molti rapporti, perfino quando Dolly lavorava qui. Il che significa che non so se qualcuno ce l’avesse con Brakeman, o se fosse disposto a usarlo come capro espiatorio. Sarebbe più facile, se fosse Brakeman. La questione sarebbe chiusa qui, e non ci sarebbe niente di cui preoccuparsi.»

«Se la vedrà la polizia, ormai. Possiamo smettere di rimuginarci su.»

«Questo è essere passivi, e la cosa mi manda ai pazzi. Chi ha ucciso Dolly? Questo è il primo interrogativo. Cristo, Gull, e se fosse stato proprio suo padre?»

«Perché avrebbe dovuto farlo?»

«Non lo so.» Rowan incastrò i piedi attorno alle gambe della sedia e si sporse in avanti. «Metti che abbiano litigato. Metti che lei stesse tornando da Florence – se davvero lavorava lì, come sosteneva – e a un certo punto forasse una ruota. Chiama suo padre per sistemarla. Non riesco a immaginarmi Dolly con una chiave svitabulloni e un crick. Lui va da lei, e cominciano a discutere per qualcosa. Il fatto che lei abbia scaricato la responsabilità della bambina su sua madre, o magari il fatto stesso di aver avuto la bambina, o ancora semplicemente il fatto di averlo tirato fuori di casa a quell’ora della notte. Le cose sfuggono di mano. Lei cade, prende un brutto colpo e si spezza il collo. Lui perde la testa, mette il corpo nel furgone. Deve trovare una soluzione, decide di distruggere le prove – e il resto va come sappiamo. Conosce la zona, i sentieri, ed è abbastanza forte da aver potuto portarla fin lì.»

«Plausibile»disse Gull. «Può darsi che abbia confessato tutto alla moglie, ed ecco spiegata la seconda parte. Ho un’altra ipotesi.»

«Spara.»

«Dici che non conoscevi bene Dolly, ma avevi delle opinioni molto chiare su di lei. Jim è morto lo scorso agosto. Siamo quasi a luglio. Era il tipo di donna da restare senza uomo per un anno?»

Rowan aprì la bocca, la richiuse, poi si appoggiò allo schienale. «No. Ma perché non ci ho pensato prima? No, non sarebbe mai stata per tutto questo tempo senza un uomo. Ecco un altro motivo di pensare che tutta quella storia dell’aver trovato Dio era una stronzata.»

«Magari il tipo era a Florence. Magari è quello il motivo per cui lei aveva trovato, o diceva di aver trovato, lavoro lì. O forse si incontravano, semplicemente, in un motel sulla 12 o da quelle parti.»

«Un litigio tra amanti, e lui la uccide. Sempre che ci sia questo lui. Ma doveva esserci, stiamo parlando di Dolly. O magari suo padre li aveva scoperti, e poi tutto il resto. Però, se aveva qualcuno a Florence, perché mai tornava comunque qui? Perché non starsene lì, con lui? Perché è sposato» si rispose Rowan prima che Gull potesse commentare. «Dolly flirtava con gli uomini sposati in continuazione.»

«Se è così, sarebbe più probabile che lui si trovi a Missoula. Dolly era tornata qui, aveva ripreso a lavorare alla base. Avrà voluto essere vicina a chiunque fosse l’uomo con cui andava a letto. Poniamo che fosse sposato, o che ci fosse un qualche altro motivo per cui non potevano rivelare apertamente la loro relazione. In tal caso, dovevano incontrarsi lontano dal posto in cui la gente avrebbe potuto riconoscerli.»

«Ci sai fare.»

«È come in un videogioco. Vai livello per livello.» Le prese la mano. «Solo che non si tratta di personaggi inventati, ma di persone reali.»

«Sarebbe comunque meglio arrivare alla fine del gioco. E c’è dell’altro. Dolly non era nemmeno lontanamente furba come credeva di essere. Se stava andando a letto con qualcuno, dev’essersi lasciata sfuggire qualcosa. Magari con Marg. Più probabilmente con Lynn. Stava andando in chiesa, per cui magari lì c’è gente con cui ha fatto amicizia.»

«Sarebbe interessante riuscire a scoprirlo.»

«Eccome.» Rowan sentiva di nuovo il bisogno di muoversi, di fare qualcosa di più che stare a pensare. «Perché non andiamo fuori, a vedere che succede?»

«Buona idea.»

«Credo di essere simpatica a Quinniock. Può darsi che riesca a farmi dare un paio di dritte.»

Quando uscirono, Rowan vide Barry che si dirigeva verso la macchina di pattuglia. «Ehi, Barry, c’è il tenente Quinniock in giro?»

«Lui e l’agente DiCicco se ne sono appena andati. Ti serve qualcosa, Ro?»

Lei lanciò a Gull un’occhiata rapida. «Un po’ di rassicurazioni non guasterebbero. Dormirei più tranquilla, stanotte.»

«Posso dirti che l’arma che abbiamo trovato è di Leo Brakeman. Il tenente e DiCicco sono andati a casa sua per parlare con lui.»

«Parlare?»

«È il primo passo. Devo confermare quello che ha detto Piccolo Orso, a proposito della mira di Leo. Non so se vi faccia sentire meglio o no, ma non credo che stesse mirando per colpire.»

«Non mi fa sentire peggio.»

«Ha torto a darti la colpa per quel che è successo a Dolly. Ci sono persone che proprio non riescono a fare una vita come si deve.»

«Avevo intenzione di chiedere al tenente Quinniock se hanno scoperto dov’è che aveva trovato lavoro. Magari è stato qualcuno che conosceva o che ha incontrato in quel posto, a ucciderla.»

Barry esitò, poi si strinse nelle spalle. «Pare che non stesse lavorando. Non te ne devi preoccupare, Ro.»

«Barry.» Lei gli posò una mano sul braccio. «Andiamo. Ci sono in mezzo, che lo voglia o no. Che cosa ci faceva, di ritorno su quella strada, se non aveva un lavoro da quelle parti?»

«Non posso dirlo con certezza, e anzi non dovrei dire proprio niente.» Sbuffò, gonfiando le guance, quando Rowan continuò a fissarlo negli occhi. «Tutto quello che so è che l’esperto ritrattista è stato chiamato per lavorare domani, con qualcuno. Pare che sia la cameriera di un qualche motel lungo la 12. Chiunque sia, se riusciamo a identificarlo, il tenente vorrà parlargli.»

«Grazie, Barry.» Lei lo abbracciò. «Erin è stata fortunata a trovarti. Dille che te l’ho detto.»

«Lo farò. E tu, non ti preoccupare. Ci pensiamo noi a proteggerti.»

Gull si ficcò le mani in tasca mentre Barry rientrava in macchina. «Non gli hai dato addosso per averti detto che ti avrebbe protetta.»

«I poliziotti lo fanno per mestiere. E poi, a Barry posso perdonarlo. È stato il mio primo ragazzo. Anzi, era la prima volta per tutti e due, una situazione che non raccomanderei, a meno che entrambi non possiedano uno spiccato senso dell’umorismo. È stato parecchi anni prima che incontrasse Erin, sua moglie, nonché madre dei suoi due bambini.»

«La mia prima volta fu con Becca Rhodes. Era di un anno più grande di me, e aveva una certa esperienza. Andò piuttosto bene.»

«Sei ancora amico con Becca Rhodes?»

«Non l’ho più rivista dopo il liceo.»

«Vedi? L’umorismo vince. Dolly non ha mai lavorato a Florence» aggiunse Rowan. «La nostra piccola sessione di ipotesi ha colpito nel segno. Un uomo, un motel, con ogni probabilità un assassino.» Rowan inclinò la testa verso il cielo. «Mi sento meno inutile e vittimizzata. E questo è importantissimo. Parlerò con Lynn non appena potrò farlo, tanto per controllare che Dolly non abbia lasciato cadere qualche briciola.»

Tempo di mettersi a letto, decise Gull, e le passò un braccio attorno alle spalle. «Scegline una per me. Una costellazione. I Carri no, però. Quelli li so riconoscere perfino io. Di solito.»

«Okay. Allora avrai già riconosciuto l’Orsa Minore, laggiù.» Lei gli prese la mano e la usò per tracciare il collegamento tra le stelle. «Allora, le stelle che ti sto per nominare non sono molto brillanti, ma se segui questa linea verso est, colleghi i punti, andando verso sud e poi più oltre... gira intorno al Piccolo Carro, vedi? Ecco. Quello è il Drago. Sembra adatto per una coppia di pompieri d’assalto.»

«Sì, lo vedo. Fico. Ora che abbiamo la nostra costellazione, non ci resta che decidere la nostra canzone.»

Gull le alleggeriva il carico, pensò lei. Senza dubbio. «Sei davvero pieno di cazzate, Gulliver.»

«Solo perché sono un uomo molto profondo.»

«Diavolo.» Lei si voltò verso di lui e regalò a entrambi un bacio profondo e sognante. «Andiamo a letto.»

«Mi leggi nel pensiero?»

«Avete trovato chi ha ucciso la mia bambina?» chiese Leo nell’istante in cui aprì la porta.

«Entriamo e sediamoci» suggerì Quinniock.

Avevano discusso con DiCicco l’approccio migliore durante il tragitto in auto, e, come d’accordo, Quinniock prese in mano la conversazione. «Signora Brakeman, vorremmo parlare anche con lei.»

Irene Brakeman si strinse le mani al petto. «È per Dolly? Sapete chi è stato a farle del male?»

«Stiamo esplorando diverse possibili piste.» DiCicco mantenne un tono asciutto. Non si trattava di fare poliziotto buono/poliziotto cattivo, ma piuttosto poliziotto freddo/poliziotto comprensivo. «Ci sono delle questioni che vorremmo chiarire con lei. Per cominciare, signora Brakeman...»

Quinniock le toccò un braccio. «Perché non ci sediamo, prima? So che è tardi, ma vi saremmo grati se voleste concederci un po’ del vostro tempo.»

«Abbiamo già risposto alle vostre domande. Vi abbiamo lasciato frugare nella stanza di Dolly, tra le sue cose.» Leo continuava a sbarrare la porta, con le nocche sbiancate sulla maniglia. «Stavamo andando a letto. Se non avete niente di nuovo da dirci, lasciateci in pace.»

«Non ci sarà pace, finché non sapremo chi è stato a fare questo a Dolly.» La voce di Irene si fece acuta e si ruppe. «Va’ pure a letto, se vuoi» disse Irene al marito con una traccia di disgusto nella voce. «Ci parlerò io, con la polizia. Va’ su ad agitare i pugni contro Dio, e vedi se serve a qualcosa. Prego, entrate pure.»

Lei si fece avanti, una piccola donna che spingeva l’omaccione di suo marito da un lato, facendogli fare un passo indietro e a testa bassa, come un bambino rimproverato.

«Sono solo stanco, Reenie, così dannatamente stanco. E tu ti stai sfinendo, tra la bambina e tutte queste preoccupazioni.»

«Non ci viene chiesto di sopportare più di quanto non siamo in grado di fare. Per cui sopporteremo quel che ci viene dato. Posso offrirvi del caffè, del tè, o qualcos’altro?»

«Non si preoccupi, signora Brakeman.» Quinniock si sedette in salotto, su una poltrona con disegni di fiori blu e rossi. «So quanto sia dura.»

«Non possiamo nemmeno seppellirla, ancora. Hanno detto che avete bisogno di tenervela ancora per un po’, e così non possiamo dare a nostra figlia una sepoltura cristiana.»

«Ve la restituiremo il prima possibile. Signora Brakeman, l’ultima volta che abbiamo parlato mi ha detto che Dolly aveva trovato lavoro come cuoca, a Florence.»

«È così.» Lei si torse le mani in grembo, le mani di una donna lavoratrice con indosso una semplice fede d’oro. «Non voleva cercare lavoro a Missoula dopo quello che era successo alla base. Credo fosse imbarazzata. Era imbarazzata, Leo,» scattò Irene appena lui fece per obiettare «o perlomeno avrebbe dovuto esserlo.»

«Non l’hanno mai trattata come si deve, lì.»

«Sai che non è vero.» Irene parlò con tono più calmo, ora, sfiorando la mano del marito con la sua. «Non puoi prendere le sue parole come se fossero Vangelo, ora che se n’è andata, quando sai bene che Dolly diceva menzogne una volta su due o più. Le avevano dato un’opportunità, lì» disse a Quinniock quando Leo si chiuse in un silenzio risentito. «Il reverendo Latterly e io abbiamo garantito per lei. Ha causato imbarazzo a sé stessa e a noi. Aveva trovato lavoro giù a Florence» continuò Irene dopo aver ripreso il controllo delle sue labbra tremanti. «Era una brava cuoca, la nostra bambina. Le è sempre piaciuto cucinare, anche quando era soltanto una bimbetta. Sapeva essere una buona lavoratrice, quando ci si metteva. Le ore erano parecchie, specialmente con la bambina a carico, ma la paga era buona, e lei disse che poteva fare strada.»

«Non si ricordava il nome del ristorante, quando abbiamo parlato prima» disse DiCicco.

«Immagino che non l’abbia mai menzionato.» Irene strinse di nuovo le labbra. «Ero arrabbiata con lei per via di ciò che aveva fatto a Rowan Tripp, mettendo in imbarazzo anche me. È dura sapere che Dolly e io eravamo in lite quando è morta. È dura convivere con una cosa del genere.»

«Devo dire a entrambi che l’agente DiCicco e io abbiamo contattato o visitato ogni ristorante, tavola calda e bar tra qui e Florence, e che Dolly non lavorava in nessuno di loro.»

«Non capisco.»

«Non lavorava in un ristorante» disse bruscamente DiCicco. «Non aveva trovato un lavoro, e non se n’è andata da qui, la sera che è morta, per andare al lavoro.»

«Certo che sì» protestò Leo.

«La sera in cui è deceduta, e il pomeriggio precedente, Dolly ha passato diverse ore in una stanza al Big Sky Motel, sulla 12.»

«È una menzogna.»

«Leo, zitto.» Irene strinse forte le mani.

«Diversi testimoni hanno identificato la sua fotografia» continuò Quinniock. «Mi dispiace. Non ha trascorso quelle ore da sola. Ha incontrato un uomo, lì, lo stesso uomo ogni volta. Abbiamo un testimone che sta lavorando con il nostro ritrattista per ricostruirne il volto.»

Con le lacrime che le rigavano il viso, Irene annuì. «Avevo paura che fosse così. Nel mio cuore, sapevo che stava mentendo, ma ero talmente arrabbiata con lei... Non m’importava. Vai, allora, fa’ come ti pare, pensavo. Va’ e fa’ quel che ti pare, e della bambina me ne occuperò io. Poi, dopo... dopo che è successo, non ho più voluto pensarci. Mi sono detta che ero stata troppo dura e severa, una madre fredda.

«Sapevo che stava mentendo» disse, voltandosi verso il marito. «Avevo riconosciuto i segni. Ma non volevo crederci, quando è morta. Non riuscivo a convivere con questa idea.»

«Ha idea di chi fosse la persona con cui aveva una relazione?»

«Vi giuro che non lo so. Ma ora credo che andasse avanti da un po’. Riconosco i segni. Il modo in cui sussurrava al telefono, o quando diceva che aveva bisogno di andare a farsi un giro in macchina, per schiarirsi le idee, o che aveva delle compere da fare, e se potevo guardarle Shiloh... E poi tornava a casa, con quella luce negli occhi.»

Fece uscire un respiro tremante. «Non ha mai avuto intenzione di cambiare.» Distrutta, Irene si voltò e premette il viso sulla spalla di Leo. «Forse non ne era capace.»

«Perché dobbiamo sapere una cosa del genere?» chiese Leo. «Perché dovete dirci una cosa del genere? Non ci lasciate niente.»

«Mi dispiace, ma Dolly era con quest’uomo, la notte in cui è morta. Abbiamo bisogno di identificarlo e di interrogarlo.»

«L’ha uccisa lui? Quest’uomo a cui si è data, quest’uomo su cui lei ci mentiva?»

«Abbiamo bisogno di interrogarlo» ripeté Quinniock. «Se avete una qualche idea su chi possa essere, dobbiamo saperlo.»

«Ci mentiva. Non sappiamo nulla. Non ci rimane più nulla. Lasciateci in pace.»

«Signor Brakeman, c’è un’altra cosa di cui dovremmo parlarle.» DiCicco prese la conversazione in mano. «Verso le nove e trenta di questa sera, Rowan Tripp e Gulliver Curry sono stati attaccati con colpi di arma da fuoco mentre camminavano fuori dalla base.»

«Questo non ha niente a che fare con noi.»

«Al contrario. Nascosto tra gli alberi adiacenti alla base è stato rinvenuto un Remington 700, edizione speciale. Sul calcio del fucile c’è una placca, con su inciso il suo nome.»

«Mi state accusando di aver cercato di uccidere quella donna? Venite in casa mia, a dirmi che mia figlia era una bugiarda e una puttana, e ad accusarmi di essere un assassino?»

«Si tratta del suo fucile, signor Brakeman, e lei ha di recente minacciato la signorina Tripp.»

«Mia figlia è stata assassinata, e... Il mio fucile è nella cassaforte. Non lo tiro fuori da settimane.»

«Se è così, ci farebbe piacere se volesse mostrarcelo.» DiCicco si alzò in piedi.

«Ve lo mostrerò, dopodiché vi voglio fuori da casa mia.»

Brakeman si alzò di scatto e si diresse a passi furiosi in cucina, dove spalancò una porta che conduceva nel seminterrato.

O in una sala hobby per soli uomini, pensò DiCicco mentre lo seguiva. Teste di animali morti erano appese alle pareti in un serraglio di vita selvatica che incombeva su uno sgraziato divano fuori misura. Il tavolo di fronte a esso mostrava i segni di anni e anni di talloni e stivalate, e si trovava davanti a un enorme televisore a schermo piatto.

Nella sala c’era un vecchio frigorifero che, immaginò DiCicco, doveva contenere soprattutto bevande, un tavolo di lavoro per caricare le cartucce, uno scaffale di servizio pieno di piattelli, vesti da caccia, cappelli e, piuttosto stranamente, pensò lei, diverse fotografie di famiglia incorniciate, tra cui ne spiccava una di una graziosa bambina con uno di quei cerchietti elastici rosa in testa.

Su un tavolo di metallo grigio spinto in un angolo c’erano una lampada da scrivania a forma di pallone da rugby, un computer e una pila di scartoffie. Appesa sopra al tavolo c’era una fotografia di Leo con diversi altri uomini accanto a ciò che le sembrò un 747, ricordandole che il padre di Dolly lavorava in aeroporto come meccanico.

E sul muro lungo c’era una grossa cassaforte per fucili, chiusa da un portello arancione.

Schiumando ondate di rabbia e risentimento, Leo andò alla cassaforte, inserì la combinazione e l’aprì di scatto.

DiCicco non aveva problemi con le armi da fuoco; anzi, era una sostenitrice della loro utilità. Ma il piccolo arsenale che vide all’interno della cassaforte le fece sgranare gli occhi. Carabine, fucili, pistole; a molla, semiautomatici, a rivoltella, doppiette sovrapposte, con mirino telescopico. Tutti esibivano la lucentezza tipica dell’arma ben oliata, ben tenuta e pulita.

Ma il suo esame non rivelò l’arma che stavano cercando, e la sua mano scivolò verso la fondina mentre il fiato di Leo Brakeman si faceva corto e rapido.

«Ha un’eccellente collezione di armi da fuoco, signor Brakeman, ma sembra che manchi un Remington 700.»

«Qualcuno l’ha rubato.»

La mano di DiCicco si richiuse sul calcio della pistola quando Brakeman si voltò di scatto, con il viso rosso e i pugni chiusi.

«Qualcuno è entrato qui di nascosto e l’ha rubato.»

«Non ci risulta nessuna denuncia per furto» disse Quinniock, intervenendo.

«Perché non lo sapevo. Qualcuno ci sta incastrando. Dovete trovare chi è che ci sta facendo questo.»

«Signor Brakeman, dovrà venire con noi.» Non voleva puntargli la pistola addosso, sperò di non doverlo fare, ma DiCicco si preparò a farlo.

«Non mi porterete via da casa mia.»

«Leo.» Quinniock parlò con tono calmo. «Non peggiorare le cose. Vieni con noi senza fare problemi, andremo in centrale e ne parleremo con calma. Oppure sarò costretto ad ammanettarti e a portarti dentro con la forza.»

«Leo.» Irene crollò a sedere sulle scale. «Mio dio, Leo.»

«Non ho fatto niente. Dio mi è testimone, Irene. Non ti ho mai mentito in vita mia, Reenie. Non ho fatto niente.»

«Allora andiamo e parliamone.» Quinniock si avvicinò di un passo e mise una mano sulla spalla tremante di Brakeman. «Cerchiamo di arrivare in fondo a questa faccenda.»

«Qualcuno ci sta facendo tutto questo. Non ho mai sparato a nessuno, né alla base, né da nessun’altra parte.» Si liberò della mano di Quinniock. «So camminare da solo.»

«Va bene, Leo. È meglio così.»

Con le gambe rigide, Brakeman avanzò verso le scale. Si fermò e allungò una mano verso quella di sua moglie. «Irene, te lo giuro sulla mia vita, non ho sparato a nessuno. Devi credermi.»

«Ti credo.» Mentre lo diceva, però, lei abbassò lo sguardo.

«Chiuditi in casa. Assicurati di chiudere bene le porte. Sarò di ritorno non appena sarà tutto chiarito.»

Rowan ricevette la notizia non appena entrò nella cucina della mensa, la mattina dopo.

Lynn posò il cestino di pancake caldi che stava portando e l’abbracciò. «Sono contenta che tu stia bene. Che stiano tutti bene.»

«Anch’io.»

«Non so che cosa pensare. Non so che cosa dire.» Scuotendo la testa, riprese il cestino. «Devo portare queste sul buffet.»

Ai fornelli, Marg ritirò il bacon dalla griglia e lo mise a scolare dall’olio prima di spostarsi e di versare un gran bicchiere di succo di frutta. Lo porse a Rowan. «Bevi, ti fa bene» le ordinò, poi si girò per tirare fuori dal forno una teglia piena di biscotti. «Hanno arrestato Leo Brakeman ieri sera.»

Rowan bevette il succo. «Sai che cos’ha detto?»

«Non so molto, ma so che ci hanno parlato a lungo e che lo stanno tenendo in custodia. So che ha detto di non essere stato lui. Io mi sento un po’ come Lynn. Non so che cosa pensare.»

«Io credo che sia stato da stupidi lasciare lì il fucile. Ma comunque, la polizia farà le sue ricerche alla csi, visto che hanno ritrovato almeno uno dei proiettili. D’altra parte, con la sua mira, avrebbe potuto ficcarmeli tutti e tre in corpo, da quella distanza.»

«Non dirlo nemmeno.»

Quando sentì la voce di Marg rompersi per la preoccupazione, Rowan le si avvicinò e le accarezzò la schiena. «Ma non l’ha fatto, così posso venire qui a bere una centrifuga di carote, mele, pere e pastinache.»

«Hai dimenticato le barbabietole.»

«Ah, ecco cos’era. Sono meglio frullate che nel piatto.»

Marg si spostò per prendere un cartone di uova dal frigo. «Va’ dentro a fare colazione. Ho delle bocche da sfamare, io.»

«Volevo chiederti, anzi volevo chiedere a tutte e due...» disse, quando Lynn tornò con un altro vassoio vuoto. «Dolly si stava vedendo con qualcuno? Vi ha mai detto niente sul fatto di avere una relazione?»

«Non era così sciocca da mettersi a parlare di cose del genere con me intorno,» esordì Marg «quando non la smetteva di dire che si sentiva come una vedova in lutto, che aveva trovato conforto in Dio e nella bambina. Ma dubito che si prendesse quelle pause per uscire e mettersi a ridacchiare al telefono perché chiamava il servizio di barzellette telefoniche.»

«Non mi ha mai detto niente, non in modo diretto» aggiunse Lynn. «Ma un paio di volte mi ha detto quanto fossi fortunata ad avere un papà per i miei bambini, e quanto anche sua figlia ne avrebbe avuto bisogno. Diceva che passava un sacco di tempo a pregare perché accadesse, e che aveva fede nel fatto che Dio avrebbe provveduto.»

Lynn si mosse, evidentemente a disagio. «Non mi piace parlare di lei in questo modo, ma il fatto è che... faceva un po’ la furba quando lo diceva, hai presente? E io ho pensato, be’, che doveva aver già messo gli occhi su un candidato. Non è stato molto gentile da parte mia, ma è quel che ho pensato.»

«L’hai detto alla polizia?»

«Mi hanno solo chiesto se Dolly avesse un fidanzato, e cose così. Io ho detto loro che non sapevo di nessuno. Non mi sembrava giusto dire che pensavo che ne stesse cercando uno. Credi che avrei dovuto farlo?»

«Hai detto loro quel che sapevi. Credo che mi farò una corsetta, per stimolare l’appetito.» Vide Lynn mordersi un labbro. «La polizia ha preso il fucile in custodia, e hanno Brakeman. Non posso passare tutta la vita dentro un edificio. Sarò di ritorno con un buon appetito.»

Rowan uscì. Il brivido che l’attraversò quando guardò verso gli alberi le irrigidì appena la schiena. Non poteva vivere per tutta la vita con la preoccupazione di avere un bersaglio dipinto sulla schiena. Inforcò gli occhiali da sole – quelli che Cards aveva ritrovato dopo che Gull l’aveva placcata – e s’incamminò verso la pista.

Poteva anche correre sulla strada, pensò, ma era sulla lista di lancio, in prima squadra. Le nuvole sopra le montagne confermarono le previsioni del tempo comunicate durante la riunione mattutina. Cumulonembi da straordinari, pensò, sapendo che quell’addensarsi poteva portare a una tempesta di fulmini. Quel giorno avrebbe probabilmente dato la caccia a un incendio, e di straordinari ne avrebbe fatti parecchi.

Meglio restare alla base, per sicurezza.

«Ehi.» Gull la raggiunse corricchiando. «Ci facciamo una corsetta?»

«Pensavo che avessi da fare.»

«Ho detto che volevo un caffè e un po’ di calorie. Ma più che altro era per darti il tempo di parlare con Marg e Lynn. Cinque chilometri secchi?»

«Io...» Alle spalle di Gull, Rowan vide Matt, Cards e Trigger uscire dalla mensa e dirigersi verso di loro. Strinse gli occhi a fessura. «Per caso Lynn è venuta a dirvi che andavo in pista?»

«Tu cosa credi?»

Ora anche Dobie, Stovic e Gibbons uscirono dall’edificio.

«Per caso ha chiamato anche i Marines, già che c’era? Non mi serve un manipolo di guardie del corpo.»

«Ma hai un gruppo di persone che si preoccupano per te. Pensi davvero di poterti lamentare?»

«No, ma non vedo perché...» Yangtree, Libby e Janis uscirono dalla palestra. «Cristo santo, tra un minuto ci sarà l’intera unità.»

«Non mi sorprenderebbe.»

«La metà di voi non è nemmeno in tuta» gridò loro Rowan.

Trigger, in jeans e stivali, la raggiunse per primo. «Non indossiamo mica una tuta quando c’è un incendio.»

Lei lo squadrò. «Bel salvataggio.»

«Quando corri tu, corriamo tutti» le disse Cards. «Perlomeno, tutti quelli che non hanno altri compiti da svolgere. Abbiamo votato.»

«Io non ho votato niente.» Rowan puntò un dito sul petto di Gull. «Tu hai votato?»

«Ho aggiunto il mio voto al risultato unanime di questa mattina, per cui il tuo voto sarebbe stato comunque inutile.»

«Bene. Perfetto. Corriamo.»

Andò verso la pista, poi accelerò in uno sprint non appena ne toccò la superficie. Tanto per vedere chi avrebbe retto il passo, a parte Gull, che le stava dietro senza problemi. Udì il tramestio e il battito dei piedi alle sue spalle, poi le fischia e gli incitamenti mentre Libby passava in volata.

«Abbi cuore, Ro» le gridò. «Abbiamo dei vecchietti, come Yangtree, là dietro.»

«Chi è che stai chiamando vecchio?» Yangtree accelerò il passo ed emerse dal gruppo in corsa.

«Gli zoppi come Cards, che se ne sta lì a zoppicare con i suoi stivali.»

Divertita, Rowan si guardò alle spalle e vide Cards che alzava il dito medio. E Dobie cominciò a correre all’indietro per prenderlo in giro.

Rallentò il passo perché si accorse che in effetti zoppicava un po’, poi rise fino a restare senza fiato quando Gibbons si mise a correre con Janis sulle spalle, mentre lei agitava le braccia.

«Che banda di pazzi» borbottò Rowan.

«Già. I pazzi migliori che conosca.» Il sorriso di Gull si allargò quando Southern arrivò sbuffando, con Dobie sulle spalle. «Vuoi un passaggio?»

«Ti risparmierò questi centocinquanta chili. Fagli vedere come si fa, Piè veloce. Sai che ne hai voglia.»

Gull le diede una pacca sul sedere e partì come un razzo, seguito da un coro d’incoraggiamenti, insulti e fischi.

Quando Rowan ebbe finito i suoi cinque chilometri, Gull era già spaparanzato sul prato, con i gomiti puntati a terra per godersi lo spettacolo. Divertita, Rowan rimase in piedi con le mani sui fianchi, a guardare gli altri. Finché non vide arrivare la macchina di suo padre.

«Per fortuna non è arrivato prima,» commentò «altrimenti si sarebbe messo a correre anche lui in pista.»

«Scommetto che si difende ancora bene.»

«Sì, eccome.» Rowan gli andò incontro, cercando di sorridere spensierata. Ma l’espressione sul viso di suo padre le disse che non avrebbe funzionato.

Lui l’afferrò e la strinse forte a sé.

«Sto bene. Ti ho detto che stavo bene.»

«Non sono venuto l’altra sera perché mi hai chiesto di non farlo, perché hai detto che dovevi parlare con la polizia e che avevi bisogno di riposare, dopo.» La tirò indietro e le studiò lungamente il volto. «Ma avevo bisogno di accertarmene di persona.»

«Puoi smettere di preoccuparti, allora. La polizia ha fermato Brakeman. Ti avevo scritto che avevano trovato il suo fucile e che stavano andando a prenderlo. E l’hanno preso.»

«Voglio vederlo. Voglio guardarlo negli occhi e chiedergli se crede che far del male a mia figlia possa riportare la sua in vita. Voglio chiederglielo, prima di spaccargli la faccia.»

«Apprezzo il sentimento. Davvero. Ma non mi ha ferito, e non lo farà. Guarda là.» Fece un gesto verso la pista. «Sono uscita per correre un po’, e sono tutti usciti dalle loro tane.»

«Tutti per uno» mormorò Lucas. «Devo parlare con il tuo ragazzo.»

«Non è il mio... Papà, non ho più sedici anni.»

«Ragazzo è il termine più facile per me. Hai fatto colazione?»

«Non ancora.»

«Va’ dentro, allora, e io vedrò di convincere Marg a darmi qualcosa per tenerti compagnia, quando avrò finito di parlare con il tuo ragazzo.»

«Puoi usare il suo nome. Dovrebbe essere facile.»

Lucas si limitò a sorridere e le baciò la fronte. «Ti raggiungo tra un minuto.»

Si diresse verso Gull, diede il cinque a Gibbons e una pacca sulla schiena a Yangtree, mentre lui se ne stava piegato con le mani sulle ginocchia per riprendere fiato.

«Voglio parlarti un minuto» disse a Gull.

«Certo.» Gull si mise in piedi. Le sue sopracciglia s’inarcarono quando Lucas si allontanò dal gruppo, ma lo seguì.

«Ho sentito quello che hai fatto per Rowan. L’hai protetta.»

«Mi farebbe un piacere se potesse evitare di dirglielo.»

«Certo, la conosco, ma lo dico a te. Ti sto dicendo che sono grato. Lei per me è tutta la mia vita. È il mio universo. Se mai dovessi avere bisogno di qualcosa...»

«Signor Tripp...»

«Lucas.»

«Lucas. Prima di tutto, immagino che chiunque avrebbe fatto quel che ho fatto io, che non è stato poi chissà che cosa. Se i riflessi di Rowan fossero stati più rapidi dei miei, sarebbe stata lei a buttarmi a terra, e sarei stato io a ritrovarmi sotto di lei. Inoltre, non l’ho fatto perché così si sentisse in debito nei miei confronti.»

«Te le sei scorticate parecchio, quelle braccia.»

«Guariranno, e non m’impediscono di essere in lista di lancio. Per cui, non è niente di che.»

Lucas annuì e guardò verso gli alberi. «È il caso che ti chieda quali siano le tue intenzioni, riguardo a mia figlia?»

«Dio, spero di no.»

«Perché, per come la vedo io, se fosse solo un passatempo, il fatto che io ti abbia detto che sono in debito con te non ti avrebbe fatto rispondere così. Per cui, ti restituirò questo favore, che tu lo voglia o no. Eccolo qui.» Fissò Gull negli occhi. «Se fai sul serio, con lei, non lasciarti respingere. Devi tenere duro finché non si fiderà di te. È una tosta ma, una volta che dà la sua fiducia, si lega.»

«Allora» Lucas tese la mano a Gull e gliela strinse. «Vado a fare colazione con la mia bambina. Vieni anche tu?»

«Sì. Vi raggiungo» disse Gull.

Rimase da solo per un momento, assorbendo il fatto che Iron Man Tripp gli avesse appena dato la sua benedizione. E riflettendo su cosa volesse farne, esattamente.

Ci rimuginò su, tornando lentamente verso la mensa. La sirena suonò un attimo prima che riuscisse a entrare. Imprecando per la mancata colazione, Gull girò i tacchi e corse verso la sala d’equipaggiamento.