13

Mentre suo padre dormiva il sonno dei giusti, esausto nel letto di Ella, Rowan si accingeva a entrare nell’ottava ora della battaglia. Avevano circoscritto l’incendio ed era quasi sotto controllo, quando una serie di focolai isolati si era accesa oltre il limitare da una pioggia di tizzoni. In un attimo, la sua squadra si era ritrovata intrappolata tra l’incendio principale e i nuovi focolai che si andavano diffondendo.

Come grandine infernale, i tizzoni squarciavano la foschia, colpivano caschi, bruciavano la pelle scoperta. Con un ruggito tonante, un pino giallo prese fuoco, sferzando fiamme attraverso nuvole di fumo che faceva lacrimare gli occhi. Catapultati dal vento creato dalla vampata, i tizzoni ardenti volarono oltre la linea che si disgregava, trasformando una vittoria quasi raggiunta in una nuova, disperata battaglia.

Quando furono urlati gli ordini, Rowan si staccò con metà della squadra, trasportando di corsa l’equipaggiamento verso il nuovo focolaio attivo.

«La via di fuga è lungo il costone» gridò, sapendo che sarebbero rimasti intrappolati se quel fianco semovente fosse andato ad alimentare la testa. «Se dobbiamo andare, abbandonate l’equipaggiamento e correte come se aveste il diavolo alle calcagna.»

«Lo prenderemo. Lo faremo fuori» le urlò Cards di rimando, con il viso ardente di febbre da drago.

Estinguevano i focolai mentre procedevano, picchiando, scavando e segando.

«C’è un torrente a circa cinquanta metri da qui» disse Gull, correndo accanto a lei.

«Lo so.» Ma fu sorpresa che lo sapesse lui. «Ci metteremo dentro la pompa e faremo funzionare i manicotti per creare una linea d’acqua. Affogheremo il secondario.»

«L’avevamo quasi fatto fuori, prima.»

«Gibbons e gli altri abbatteranno la testa.» Lo guardò, con il volto che brillava nel riflesso del fuoco mentre urla roche e risate scomposte si aggrovigliavano con il ringhio animalesco dell’incendio.

Rowan sapeva che la febbre da drago poteva diffondersi come un virus... nel bene e nel male. Ora pompava nel suo sangue, perché stavano per arrivare al punto in cui ce l’avrebbero fatta o avrebbero dovuto ritirarsi.

«Se non ci riescono, Piè veloce, afferra l’equipaggiamento che puoi e trasportalo più lontano possibile. Dal modo in cui corri, dovresti essere in grado di essere più veloce del drago.»

«Andata.»

Lavorarono con velocità diabolica, posizionando l’equipaggiamento per montare la pompa e avviare il manicotto mentre altri creavano una rapida linea tagliafuoco.

«Lasciate passare!» urlò Rowan, piantando i piedi e preparando il suo corpo mentre stringeva il manicotto. Quando si riempì, sputò fuori il suo getto poderoso e lei proruppe in un urlo infervorato.

Le sue braccia, già provate da ore di duro lavoro fisico, tremavano. Ma le sue labbra si arricciarono all’indietro in un ghigno feroce. «Beviti questo!»

Si lanciò un’occhiata alle spalle: Gull stava ridendo come un pazzo. «È solo un’altra pigra, afosa notte d’estate. Guarda.» Lei fece un cenno con il mento. «Sta cedendo. La testa sta morendo. Che spettacolo stupendo.»

Un’ora prima dell’alba, l’incendio si arrese. Invece di radunare le loro cose e andarsene, la squadra, esausta, si stravaccò accanto al torrente, usando gli zaini come cuscini per un paio d’ore di sonno prima di ripulire. Rowan non obiettò quando Gull si lasciò cadere pesantemente accanto a lei, in particolare quando le offrì un sorso della sua birra.

«Dove l’hai presa?»

«Ho i miei segreti.»

Rowan bevve a fondo, poi si stese a guardare le stelle che spuntavano attraverso la cortina di fumo che si andava diradando.

Non c’era niente di meglio, pensò: l’attimo senza tempo tra la notte e il giorno, il silenzio della foresta, di montagne e cielo. Nessuno che non avesse combattuto la loro guerra avrebbe mai potuto provare l’intensa soddisfazione di quella vittoria.

«A una buona nottata di lavoro dovrebbero sempre seguire birra e stelle» stabilì Rowan.

«Ora chi è la romantica?»

«Solo perché sono confusa dal fumo, come un’ape.»

«Una volta frequentavo un’apicoltrice.»

«Davvero?»

«Katherine Anne Westfield.» Emise un piccolo sospiro nostalgico. «Una brunetta con le gambe lunghe e occhi come cioccolato fuso. Ero talmente cotto da aiutarla con gli alveari per un po’. Ma non ha funzionato.»

«Sei stato punto nel vivo.»

«Ah ah. Il fatto era che lei insisteva per essere chiamata Katherine Anne. Non Katherine, non Kathy o Kate o Kat, e nemmeno K.A. Doveva essere tutto quanto. Era troppa fatica.»

«Hai rotto con una donna perché il suo nome aveva troppe sillabe?»

«Puoi dirlo. Inoltre, devo ammettere che anche le api stavano cominciando a farmi venire i brividi.»

«A me piace ascoltarle. È un suono che mi aiuta a prendere sonno. Guarda, Cassiopea» disse, mentre la costellazione si schiariva. Poi chiuse gli occhi e si addormentò.

Si svegliò raggomitolata contro di lui, con la testa accoccolata sulla sua spalla. Rowan pensò che lei non si raggomitolava. Le piaceva avere il suo spazio e, poco ma sicuro, non si accoccolava quando dormiva a cielo aperto con la squadra.

Era semplicemente imbarazzante.

Fece per districarsi, ma il braccio di Gull la tenne a sé, un po’ più vicino.

«Ancora un minuto.»

«Dobbiamo metterci in moto.»

«Sì, sì. Dov’è il mio caffè, donna?»

«Molto divertente.» In effetti, le fece contrarre le labbra. «Togliti.»

«Noterai che sono io quello che è ancora nello spazio a lui assegnato, e che sei stata tu a sgattaiolare qui e ad avvolgerti attorno a me. Ma mi sto forse lamentando?»

«Immagino di aver avuto freddo.»

Lui voltò la testa per baciare quella di Rowan. «A me sembri sempre bollente.»

«Sai, Gull, non stiamo facendo un campeggio romantico sulle montagne. Ci aspetta una giornata intera passata a ripulire.»

«Cosa che sono lieto di rimandare per un altro paio di minuti mentre immagino che stiamo per fare sesso al risveglio, nel nostro campeggio romantico sulle montagne. Dopodiché mi preparerai il caffè e mi friggerai uova e bacon mentre indossi dei pantaloncini alla Daisy Duke e una di quelle canottiere attillate. E poi dovrò lottare con l’orso che sconfinerà nel nostro campo. Naturalmente me ne sbarazzerò dopo uno scontro brutale. E dopo tu ti occuperai teneramente delle mie ferite, e dopo faremo altro sesso.»

Rowan continuò a pensare che lei non si accoccolava, e che il fascino di Gull non faceva presa su di lei. Allora perché si accoccolava ed era affascinata? «Hai una vita immaginaria davvero attiva.»

«Non esco mai di casa senza.»

«Che tipo di orso?»

«Dev’essere un grizzly, altrimenti dov’è il divertimento?»

«E immagino che io indossi dei tacchi a spillo, assieme ai pantaloncini alla Daisy Duke.»

«Ripeto, altrimenti dove sarebbe il divertimento?»

«Be’, tutto quel sesso, cucinare e fasciarti le ferite mi ha messo fame.» Si spinse via e si mise a sedere. «Venti minuti in una Jacuzzi calda e gorgogliante, seguiti da un massaggio su pietre calde. Questa è la mia fantasia mattutina.»

Rowan frugò nello zaino in cerca di una barretta energetica. La divorò mentre lo studiava. Lui si ripulì parte della sporcizia dalla faccia, ma ne restava ancora molta e sembrava che i suoi capelli fossero stati usati per pulire il pavimento dello scantinato.

Poi Rowan distolse lo sguardo, verso le montagne e la foresta che scintillavano sotto il sole di un giallo brillante. Chi aveva bisogno di fantasie quando potevi svegliarti qui, pensò?

«Datti una mossa, novellino.» Gli diede una pacca sulla gamba. «Stiamo sprecando la mattinata.»

Gull aiutò a tirar fuori un po’ del carico di supporto per poter avere delle razioni militari per colazione e, cosa più importante, il caffè. Si lasciò cadere accanto a Dobie.

«Come ti è andata?»

«Figliolo, è stato il giorno più duro della mia giovane vita.» Dobie irrorò le sue frittelle di patate e il bacon di tabasco prima di ficcarseli in bocca come se stessero per essere dichiarati fuori legge. «E forse il migliore. Pensi di saperlo,» aggiunse, agitando il bacon «ma non lo sai. Non puoi saperlo finché non lo sai.»

«Vedo che qualche bacetto te lo sei preso.»

Dobie sollevò la mano per tastarsi le ustioni sulla parte posteriore del collo. «Sì, è riuscito a darmi un paio di leccatine. Quando ha cominciato a piovere fuoco pensavo che potessimo finire cotti. Solo per un minuto. Ma l’abbiamo sconfitto. Dovevi vedere Trigger. Un pezzo di legno è volato indietro da un albero secco che stava abbattendo. L’ha preso proprio qui.» Dobie si diede dei colpetti con un dito sul lato della gola. «Quando se l’è tolto, ha lasciato un buco che sembrava che l’avessero pugnalato con un coltello a serramanico.»

«Non l’avevo sentito.»

«È successo poco dopo che la tua squadra se l’è filata verso il punto sul costone. Sangue dappertutto. Così ci ha messo sopra del cotone, se l’è fissato con del nastro adesivo e ci ha dato sotto con l’arbusto successivo. Mi ha fatto pensare che, se fossi stato cotto, lo sarei stato assieme al migliore.»

«E adesso possiamo starcene qui seduti a fare colazione con questo panorama.»

«Non si può chiedere di meglio» disse Dobie, e prese un’altra razione. «Cos’hai intenzione di fare con quella donna?»

Non c’era bisogno di chiedere a quale donna si riferisse, e Gull lanciò un’occhiata in direzione di Rowan. «Tutto quello che posso.»

«Meglio aumentare il passo, ragazzo.» Dobie agitò la sua onnipresente boccetta di tabasco. «L’estate non dura per sempre.»

Gull ci pensò su mentre lavorava, sudando tutta la mattina e per buona parte del pomeriggio. L’aveva avvicinata come avrebbe fatto se si fossero incontrati fuori, dove c’era tempo in abbondanza, opportunità di andare a cena o al cinema, di fare una gita fuori o passare una giornata sulla spiaggia. Questo mondo e quello non avevano molti punti di contatto, a conti fatti.

Forse era arrivato il momento di avvicinarla come faceva con il lavoro. Non c’era nulla di sbagliato nei picnic a base di champagne, ma c’erano momenti in cui una situazione richiedeva un... approccio meno elegante.

Quando ebbero rimesso tutto a posto, Gull immaginò che il suo più grande desiderio al mondo, in quel momento, fosse sentirsi di nuovo pulito e godersi un vero materasso per otto ore filate.

Mentre saliva sull’aereo stabilì che non c’era da meravigliarsi se le donne, malgrado la loro straordinaria attrattiva, fossero così in basso sulla sua lista delle priorità di molte sue stagioni.

Spense il cervello e si addormentò prima che l’aereo fosse in volo.

Scese con il resto della squadra, poi andò a passi pesanti a occuparsi del suo equipaggiamento e ad appendere il suo paracadute. Guardò Rowan mandare un sms mentre era diretta alle caserme. Lui la seguì, del tutto intenzionato ad andare dritto ai propri alloggi, togliersi la camicia e i pantaloni ignifughi, per poi levare i piedi da quei dannati stivali che al momento pesavano come piombo. Tutto dentro di lui pulsava di fatica, tensione, e un’irritazione che derivava da entrambe.

Se aveva fame, non era per una donna o per Rowan Tripp in particolare. E se era stanco era perché, quando non era completamente esausto, passava troppo tempo a pensare a lei nel mezzo della notte. Perciò avrebbe smesso. Avrebbe semplicemente smesso di pensare a lei.

Quando Rowan entrò nella sua stanza, lui la seguì. «Cosa stai...»

Gull chiuse la porta – e la bocca di lei – premendola contro di essa. Il suo bacio ardeva di collera, alimentata dalla frustrazione che era riuscito a ignorare nelle settimane passate. Ora liberò entrambe. Al diavolo.

Si fece indietro di qualche centimetro, fissando gli occhi in quelli di Rowan. «Sono stanco. Sono incazzato. Non so esattamente perché, ma non me ne frega un cazzo.»

«Allora perché non...»

«Zitta. Ho qualcosa da dire.» Premette di nuovo la bocca contro la sua, tenendole i polsi con le mani. «Tutto questo è diventato stupido. Io sono stupido, o forse tu sei stupida. Non m’importa.»

«E cosa diavolo t’importa?» domandò lei.

«A quanto pare, di te. Forse è perché sei così dannatamente bella, e in forma, e riesci a essere intelligente e spavalda allo stesso tempo. Forse è solo perché sono arrapato. Potrebbe essere quello. Ma qui è scattato qualcosa; lo sappiamo entrambi.»

Dal momento che lei non gli aveva detto di andare all’inferno, né gli aveva dato una ginocchiata all’inguine – ancora – Gull calcolò di avere una piccola opportunità di esporre il suo caso.

«È ora di smetterla con i giochetti, Rowan. È il momento di gettare dalla finestra quella tua regola idiota. Qualunque cosa ci sia tra di noi, dobbiamo buttarci a capofitto. Se è solo un’infatuazione, bene, ci divertiremo e poi andremo avanti. Nessun danno, niente di male. Ma che sia dannato se continuerò a soffocare questi focolai. O sei dentro o sei fuori. Ora, come vuoi giocartela?»

Rowan non si era aspettata collera e forza da parte sua, il che era stato un errore di valutazione, considerando che l’aveva visto affrontare tre uomini con una ferocia che aveva ammirato. Credeva che nulla potesse farle venire i bollori dopo trentasei ore di salto, ma adesso lui era lì e, a quanto pareva, non riusciva a decidere se voleva baciarla o strangolarla, e quelli non erano semplici bollori ma avvampavano forti.

«Come voglio giocarmela?»

«Proprio così.»

«Affoghiamola.» Chiuse le mani a pugno fra i suoi capelli, poi strattonò la bocca di Gull contro la propria. Quindi invertì le loro posizioni, spintonandolo contro la porta. «Nella doccia, recluta.» Gli sbottonò rapidamente la camicia.

«Divertente: era la prima cosa sulla mia lista prima che m’incazzassi.» Le tolse la camicetta mentre indietreggiava verso il bagno. «Poi tutto ciò a cui riuscivo a pensare era mettere le mani su di te.» Le slacciò i pantaloni.

«Stivali» riuscì a dire Rowan mentre si palpavano. Si sedette sulla toilette, con le dita che volavano sui lacci. Lui si abbassò sul pavimento per fare lo stesso.

«Questo non dovrebbe essere sexy. Forse sono solo arrapato.»

«Sbrigati e basta!» Ridendo, lei gli strattonò via i pantaloni, poi si alzò per togliersi la canottiera e il reggiseno.

«Alleluia» mormorò Gull.

«Spogliati!» gli ordinò lei, togliendosi le mutandine e facendo scorrere l’acqua della doccia.

Folle, pensò. Era una cosa folle da fare, ma lei si sentiva folle. Un altro tipo di febbre da drago, decise, e si voltò per trascinarlo con sé sotto il getto d’acqua.

«Siamo davvero sporchi» disse lei, congiungendo le mani dietro il suo collo e premendo il corpo contro il suo.

«E stiamo per esserlo ancora di più. Alziamo la temperatura.» Allungando una mano dietro di lei, aumentò la temperatura dell’acqua di una tacca, poi si concesse al piacere di quelle labbra vogliose e in attesa.

Era bello, così bello, pensò Rowan con l’acqua che le accarezzava la pelle e le mani di Gull che diffondevano l’umido e il caldo sopra di lei. Perché negare quello che aveva pensato la prima volta che aveva incrociato il suo sguardo? Erano sempre stati diretti verso quel momento. Gli fece scorrere le mani lungo la schiena, sopra superfici dure, muscoli sodi, muovendo d’istinto le dita su parti contratte da ore di sforzi tremendi.

Lui gemette di piacere mentre Rowan arrivava su, fino alle spalle.

Gull fissò i denti sul lato del suo collo e le premette le dita in una linea lungo la schiena, scendendo e poi risalendo fino a trovare punti di dolore e di piacere alla base del collo.

«Lascia che me ne occupi io.» Rowan versò dello shampoo nel palmo, sfregò le mani assieme lievemente mentre lo guardava, poi gli fece scivolare le dita fra i capelli. Mentre sfregava e massaggiava, lui si riempì le mani del suo gel doccia. La doccia si riempì dell’odore di pesche mature mentre Gull descriveva un lento cerchio dopo l’altro sopra i suoi seni e poi sulla pancia.

La schiuma si espandeva e colava, emanando una fragranza tra i loro corpi mentre lui faceva scorrere le mani verso il basso, con le dita che la stuzzicavano appena quando gliele mise sui seni.

Lei gettò la testa all’indietro, nella gola un gemito sordo di piacere. Osservandola assorbire quella sensazione, Gull le diede un po’ di più, ancora un po’ di più finché i suoi fianchi e il fiato non presero il ritmo.

Non ancora, pensò, non ancora, e la fece gemere quando la girò, rivolta verso la parete umida.

«Gull, Cristo...»

«Ho bisogno di lavarti la schiena. Amarti la schiena.» Sulle reni, il tatuaggio di un drago rosso soffiava una fiamma dorata. Lui le passò sopra le mani coperte di schiuma, a cui fece seguire le sue labbra. «La tua pelle è come latte.»

Si gustò la curva sottile della nuca, esposta e vulnerabile ai suoi denti e alla sua lingua, e quando il braccio di Ro lo agganciò per tirarlo più vicino, lui le fece scivolare le mani attorno e le riempì con i suoi seni.

Così pieni, così sodi.

La fece girare e sostituì le mani con la bocca.

Non era ciò che lei si era aspettata o per cui era preparata. Non era mai come si aspettava, pensò mentre il suo corpo fremeva. L’uomo arrabbiato che l’aveva spintonata contro la porta avrebbe dovuto assalirla. Invece la seduceva. Non sapeva se poteva sopportarlo.

Con il vapore che si gonfiava come fumo, Gull fece scorrere quella bocca lungo il suo corpo, finché ogni muscolo non tremò, finché la trepidazione e l’eccitazione si premettero come un dolore pulsante dentro di lei.

Poi Gull usò la lingua su di lei finché il caldo flusso dell’orgasmo non la travolse.

Quando fu debole, nell’istante tremante in cui corpo e mente si arrendevano, lui le entrò dentro.

Niente seduzione ora, niente mani lente o bocca a stuzzicarla. Le afferrò le anche e non fece che prendere, prendere, prendere. Il bisogno infuriava dentro di lui, incitato dall’aspro suono di carne umida schiaffata contro carne umida, il battito martellante dell’acqua, la selvaggia spinta dei suoi fianchi mentre si abbandonava a quello che alimentavano l’uno nell’altro.

Le catene del controllo andarono in pezzi; la follia fu libera.

Attraverso il velo di vapore e di passione, Gull osservò i suoi occhi diventare ciechi. Tuttavia la condusse lui stesso, bramoso di avere di più finché il piacere lo lacerò e lo svuotò.

Rowan lasciò ricadere la testa sulla spalla di Gull finché non riuscì a riprendere fiato. Si rese conto che poteva volerci un po’, dato che al momento stava annaspando come una vecchia.

«Solo un minuto e mi riprendo.»

Lei emise un qualche suono di assenso alla frase di lui.

«Se cerchiamo di muoverci ora, finiremo entrambi per andar giù e affogare... dopo esserci fratturati il cranio.»

«Siamo fortunati a non averlo già fatto.»

«Probabilmente. Ma moriremmo puliti e soddisfatti. Ora spengo l’acqua. Sta diventando fredda.»

Rowan doveva credergli sulla parola. Il suo corpo pompava ancora abbastanza calore da fondere un blocco di ghiaccio. Riuscì a prendere il suo primo respiro completo quando lui le sfiorò i capelli con le labbra. Semplicemente non sapeva come reagire alla dolcezza... dopo.

«Riesci a reggerti in piedi?» le chiese.

«Salda come una roccia.» Almeno sperava.

Gull la lasciò andare per afferrare degli asciugamani. «È un sacrificio doverti dare qualcosa per coprire quel corpo.» Prima che lei potesse prenderlo, Gull glielo avvolse attorno e le posò un lungo e caldo bacio sulle sue labbra.

«Problemi?» le chiese.

«No. Perché?»

Le passò un dito tra le sopracciglia. «Sei accigliata.»

«La mia faccia riflette l’umore del mio stomaco, che si sta domandando perché è ancora vuoto.» Il che era vero, in parte. «Sto morendo di fame.» Si rilassò di nuovo e sorrise ancora. «Tra il salto e il bonus della doccia, sono esausta.»

«Anch’io. Andiamo a mangiare.»

Rowan fece per superarlo e andare nella camera da letto, poi si voltò. «L’ho detto prima, ma vale la pena ripeterlo. Ci sai fare.»

«Lavoro bene anche orizzontalmente.»

Rowan scoppiò a ridere mentre tirava fuori jeans e maglietta. «Penso che dovrai dimostrarlo.»

«Subito, o dopo mangiato?»

Lei scosse il capo mentre si infilava i vestiti. «Dopo, decisamente. Sono dell’umore di... Non ti vesti?»

«Non ho intenzione di rimettermi quella roba puzzolente. Devo prendere in prestito il tuo asciugamano.»

Rowan pensò allo stato dei vestiti che entrambi si erano levati. «Aspetta un minuto. Ti procurerò dei vestiti.»

«Davvero?»

«So dove sono i tuoi alloggi.» Uscì ed entrò nella sua stanza.

Mentre apriva un cassetto, pensò che lui la teneva ordinata. Prese quello di cui secondo lei Gull aveva bisogno e si diede un’altra rapida occhiata intorno. Quando notò la fotografia, si avvicinò per esaminarla meglio.

Osservò Gull con quelli che dovevano essere i suoi zii e i suoi cugini, tutti sottobraccio di fronte a delle grandi porte di un rosso vivido.

Che gruppo stupendo, pensò, e il linguaggio corporeo lasciava intendere affetto e felicità. Di fronte alla sala giochi che, da quello che riusciva a vedere, era molto più grande di quanto aveva immaginato.

Portò i vestiti in camera sua e glieli mise tra le mani. «Sbrigati e vestiti prima che inizi a rosicchiarmi le mani.»

«Sbrigati e spogliati, sbrigati e vestiti. Ordini, sempre ordini.» Le scoccò un’occhiata esageratamente ardente. «Le femmine dominanti mi attizzano.»

«Più tardi vedo se riesco a trovare la mia frusta e la catena.»

«Ah, una nuovissima fantasia da esplorare.»

«Non dimenticare di chiamarmi ‘padrona’.»

«Se prometti di essere gentile. A proposito, mi piace il tatuaggio.»

«È un portafortuna» gli disse lei. «Se ho il drago addosso, il drago non mi mangia. E il tuo?» Gli girò attorno e seguì con le dita le lettere che scorrevano sopra la sua scapola sinistra. «Teine» disse lei.

«Si pronuncia ‘tiin’, non ‘ti-ain’. Fuoco in irlandese antico. Immagino che, se ho il fuoco addosso, il fuoco non mi mangia.»

«Ci mette alla prova di tanto in tanto. Come ti sei fatto quella?» chiese lei indicando la cicatrice lungo il costato sinistro.

«Una rissa in un bar di New Orleans.»

«No, sul serio.»

«Be’, tecnicamente è stata fuori dal bar. Ci andai un anno per il Mardi Gras. Ci sei mai stata?»

«No.»

«È imperdibile.» I capelli di Gull, ancora umidi per la doccia, si arricciarono sul colletto della camicia che si infilò. «Ero al college, ci andai con alcuni amici. Dopo aver fatto bisboccia, andammo in un bar. E insomma, questo coglione fa il galletto con questa ragazza. Tipo lo stronzo che ha molestato te, ma questo era più ubriaco e più cattivo, e lei non aveva il tuo stile.»

«In poche ce l’hanno» disse lei con un sogghigno.

«Non discuto. Perciò, quando gli suggerii di lasciar perdere, lui trovò da ridire. Una cosa tira l’altra e, a quanto pareva, non gli piaceva il fatto che gli stessi facendo il culo di fronte a dei testimoni, così tirò fuori un coltello.»

Il sogghigno si tramutò in un’espressione sconcertata a bocca aperta. «Per il bambinello Gesù, allora ti ha accoltellato

«Non esattamente. La lama ha deviato lungo le mie costole.» Gull si passò un dito con noncuranza sul punto. «Mi scalfì appena e io ebbi il piacere di spaccargli il muso. La ragazza mi fu davvero grata, perciò fu una notte ben spesa.»

Si allacciò le scarpe da ginnastica. «Ho un passato turbolento e pieno di macchie.»

«Sei un enigma.»

«Okay.» Gull allungò una mano. «Che ne dici se ti offro la cena e un paio di birre fredde?»

«Dico che, dato che i pasti sono inclusi nel contratto, questo ti rende un taccagno, ma che diavolo.»

Più tardi, dopo che Gull ebbe dimostrato che sapeva veramente il fatto suo anche in orizzontale, Rowan, assonnata, gli diede di gomito. «Vai a casa tua.»

«No.» Lui l’attirò a sé.

«Gull, nessuno di noi due è esattamente quello che definiresti minuto, e questo letto non è costruito per due.» E poi, dormire con un ragazzo era diverso dal farci sesso.

«Ha funzionato piuttosto bene finora. Ce lo faremo bastare. E poi, hai visto la lista di lancio. Siamo primo e secondo, prima coppia. Se riceviamo una chiamata, non dobbiamo far altro che metterci i vestiti attualmente disseminati per il pavimento e via. È efficiente.»

«Quindi pensi di dormire sempre con il tuo partner di lancio per motivi di efficienza.»

«Con te è la prima volta che ci provo. Chissà, se fa risparmiare abbastanza tempo, potrebbe diventare un’abitudine. Se siamo liberi, vuoi fare una corsa domattina?»

La mano di Gull che scorreva delicatamente su e giù per la sua schiena le dava una bella sensazione, tranquillizzante. Rowan pensò che era comunque tardi e che per questa volta poteva fare un’eccezione sulla regola del dormire ognuno nel proprio letto. Se non fosse che aveva già fatto un’eccezione per il sesso, e ora...

«Continueremo a farlo?» si domandò.

«D’accordo, dovrai darmi venti minuti circa.»

«Non stanotte. Penso che abbiamo già dato.»

«Oh, intendi come una serie continua.» Gull le diede una pacca scherzosa sul sedere. «Decisamente.»

«Se lo facciamo in maniera continuativa, c’è una regola.»

«Ovvio.»

«Se vado a letto con un ragazzo, non vado a letto con altri ragazzi, né vado a letto con quel ragazzo se lui si scopa altre ragazze. Se uno di noi decide che gli piace qualcun altro, va bene. Serie finita. È una regola rigida. Niente eccezioni.»

«Mi pare giusto. Ho una domanda: perché mai dovrei volere un’altra, quando posso fare la doccia con te?»

«Perché la gente ha la tendenza a volere quello che non ha.»

«Mi piace quello che ho.» Le diede una strizzatina. «Ergo, sono lieto di attenermi alla tua regola su questo.»

«Ergo.» Rowan ridacchiò e chiuse gli occhi. «Sei davvero un tipo strano, Gulliver.»

In quel momento, accoccolato nel letto con lei, mentre un gufo fischiava cupo nella notte e la luce della luna filtrava dalla finestra, Gull capì esattamente chi era e dove voleva essere.

Ci voleva meno tempo a bruciare un corpo che una foresta. Una faccenda più sgradevole, ma più veloce. Tuttavia, i danni collaterali non si potevano evitare e probabilmente costituivano un vantaggio. Lei non pesava molto, tutto sommato, perciò trasportarla lungo il sentiero, tra i lodgepole, non era stato poi così difficile.

Lo scintillio della luna aiutava a illuminare la strada – come un segnale – e il brusio musicale della fauna notturna era tranquillizzante.

Il sentiero si biforcava e diventava più ripido, ma la scalata non era del tutto sgradevole nell’aria fredda, odorosa di pino.

Meglio non pensare a ciò che era sgradevole, all’orrore. Meglio pensare alla luce della luna, all’aria fresca e agli uccelli notturni.

In lontananza, un coyote lanciò il suo richiamo, forte e chiaro. Un suono selvaggio, un suono affamato. Bruciarla sarebbe stato compassionevole. Meglio che lasciarla agli animali.

Probabilmente sarebbero arrivati fin lì.

Per quel compito non servivano molti sforzi o troppi attrezzi. Bastava tagliare qualche arbusto e ramoscello secco, poi bagnare quelli e i suoi vestiti. E lei.

Non pensare.

Bagnare tutto quanto con benzina dalla tanica di riserva.

Cercare di non guardarla in faccia, di non pensare a quello che aveva detto e fatto. A quel che era successo. Attenersi a quello che andava fatto, ora.

Accendere il fuoco. Sentire il calore. Vedere il colore e la forma. Udire lo sfrigolio e lo scoppiettio. Poi il fruscio di aria e fiamme del fuoco che cominciava a respirare.

Era uno spettacolo stupendo. Abbagliante, pericoloso, distruttivo.

Così bello e feroce, e personale, quando lo avviavi con le tue mani. Non l’aveva mai capito, non l’aveva mai saputo.

Avrebbe purificato. L’avrebbe cancellata. L’avrebbe mandata all’inferno. Era quello il suo posto. Gli animali non l’avrebbero presa, dilaniata come i cani avevano dilaniato Jezebel. Ma lei si era guadagnata l’inferno.

Niente più male, niente più minacce. Mai più. Nel fuoco, lei avrebbe cessato di essere.

Osservarlo che se la prendeva portò con sé un brivido orribile, un formicolio intenso di un’eccitazione inattesa. Un assaggio di potere. Niente lacrime, niente rimorsi. Non più.

Quell’eccitazione, e la voce sempre più forte del fuoco, procedettero lungo il sentiero mentre il fumo iniziava a salire verso la luna scintillante.