7

Con la sirena che si ostinava a rimanere in silenzio, Rowan passava la maggior parte del suo tempo nella rimessa, a controllare, pulire o riparare i paracadute. Aveva finito di compilare le sue scartoffie, ripreparato la sua sacca di equipaggiamento personale, esaminato più volte il suo paracadute e preparato il suo equipaggiamento di lancio.

Era ancora la prima a lanciarsi del primo gruppo in lista.

«Sto dando di matto, a starmene qui dentro» disse Cards quando emerse dal motore.

«Tutti noi stiamo dando di matto. E la parola di oggi è...»

«Fastidio. Non abbiamo fatto un cazzo di altro che ripulire e riorganizzare. La sala dei preparativi è fastidiosa abbastanza da soddisfare perfino gli spaventosi requisiti di mia madre.»

«Non può durare ancora per molto.»

«Spero di no, Cristo. Mi sono dovuto prendere a schiaffi da solo per aver barato al solitario, ieri, e sto cominciando a pensare di darmi all’artigianato. Tra poco ci ritroveremo tutti a lavorare a maglia.»

«Mi piacerebbe una bella sciarpa che mi mettesse in risalto gli occhi.»

«Potrebbe succedere» disse lui, cupo. «Almeno ho fatto un po’ di sesso telefonico con Vicki, l’altra sera.» Tirò fuori il mazzo di carte dalla tasca della camicia e cominciò a mischiarle mentre camminava irrequieto per la sala. «È divertente, finché dura, ma non è che sia proprio la stessa cosa.»

«E sono finiti i tempi in cui davi la caccia a una donna per del sesso reale?»

«Finiti da un pezzo. Lei vale questo sacrificio. Ti ho detto che lei e i bambini verranno su il mese prossimo, vero?»

«Me ne hai parlato, sì.» Un paio di migliaia di volte, pensò Rowan.

«Devo segnare un po’ di ore sulla mia tabella di marcia adesso, così il mese prossimo potrò prendermi un paio di giorni di riposo. Ho bisogno di lavorare, ho bisogno della paga, ho bisogno...»

«Di resistere alla tentazione di comprare gomitoli e ferri» concluse Rowan.

«Non sarò l’unico, se questo stallo dura ancora a lungo. Tu hai niente da leggere? Gibbons ha soltanto libri che mi fanno venire il mal di testa. Ho letto uno dei romanzi rosa di Janis, ma la cosa non aiuta a distrarmi la mente dal sesso.»

«Niente di impegnativo, niente di eccitante. Okay.» Firmò e datò il cartellino del paracadute appena revisionato. «Che cosa vorresti leggere?»

«Vorrei qualcosa di violento, in cui la gente va incontro a una morte orribile per mano di uno psicopatico.»

«Potrei avere qualcosa per te. Vieni, andiamo a rovistare nella mia libreria.»

«Dobie è in cucina con Marg» le disse Cards, passandole una mano sopra la testa e facendo comparire un asso di spade. «Sua madre gli ha dato una qualche ricetta e si è messo in cucina a fare una torta, o qualcosa del genere.»

Cucinare, lavorare a maglia... Tra poco sarebbero arrivati a vendere torte per beneficienza. Poi, un pensiero la colpì, e Rowan si fermò. «Per caso Dobie ci sta provando con Marg?»

Cards si limitò a scuotere la testa. «Ha vent’anni più di lui!»

«Solitamente gli uomini ci provano con donne di vent’anni più giovani.»

«Mi annoio, Ro, ma non abbastanza da mettermi a discutere con te di quest’argomento.»

«Codardo.» Quando però uscirono dall’edificio, Rowan si fermò di nuovo. «Ehi, guarda quelle nuvole.»

«Un’avanguardia.» Il viso di lui s’illuminò mentre studiava le nuvole oltre le montagne. «Ce n’è una bella striscia.»

«Potrebbe voler dire che avremo un incendio, oggi. Con un po’ di fortuna, quella sala di equipaggiamento sarà di nuovo in disordine già da questo pomeriggio. Vuoi ancora quel libro?»

«Perché no? Mi metterò bello comodo, con un bel libro e qualcosa di buono da sgranocchiare. Praticamente, equivale a garantirsi l’uscita, oggi.»

«È l’inizio di stagione più lento che ricordi. D’altra parte, una volta mio padre mi ha detto che, quando comincia piano, finisce in bellezza. Forse non dovremmo essere così impazienti di lanciarci.»

«Se non ci lanciamo, che cosa siamo venuti a fare qui?»

«Niente da ridire. Allora...» Rowan cercò di assumere un tono disinteressato mentre si dirigevano verso i suoi alloggi. «Hai visto Piè veloce, questa mattina?»

«Sta studiando nella sala mappe. O almeno, era lì fino a un’ora fa.»

«A studiare. Mmm...» Non le andava di mettersi a sedere con un libro, ma un po’ di interazione con Gull poteva essere la soluzione alla sua noia.

Una volta nell’edificio, guidò Cards verso i suoi alloggi. «Omicidi sanguinosi» cominciò a dire lei. «Vuoi soltanto violenza, o sesso e violenza? A differenza di sesso e romanticismo.»

«Il sesso mi fa sempre piacere.»

«Mi ripeto, ma è difficile da...» S’interruppe non appena aprì la porta. Il lezzo di mattatoio le arrivò in gola come un pugno.

Sul letto si allargava una pozza di sangue. Rivoli scuri sgocciolavano da una pila di vestiti ammucchiata sul pavimento. Sulle pareti, in lettere ancora umide, campeggiava la scritta: BRUCIA ALL’INFERNO!

Al centro di quello schifo, Dolly si voltò di scatto verso la porta. Uno schizzo di sangue del barattolo che teneva in mano le macchiò la maglietta.

«Figlia di puttana!» Con i pugni alzati, con il rosso del sangue negli occhi, Rowan caricò a testa bassa. Una striscia di sangue di maiale le schizzò sullo zigomo mentre Dolly lanciava un urlo e si buttava a terra, un secondo prima che Cards afferrasse Rowan per le braccia.

«Aspetta un attimo, aspetta un attimo.»

«Vaffanculo.» Rowan si raddrizzò, aggiungendo altro sangue alla scena quando la sua testa andò a spaccare il naso di Cards, che cominciò a spruzzare copioso.

Lui grugnì di dolore ma riuscì comunque a tenerla ferma, caparbiamente, per un altro paio di secondi.

«Sei morta!» gridò Rowan a Dolly, e, accecata dalla sete di vendetta, piantò il gomito nel costato di Cards e si liberò dalla sua stretta.

Gridando, annaspando all’indietro, Dolly le tirò addosso il barattolo. Spruzzi di sangue volarono dappertutto, schizzando pareti, soffitto e mobili, quando Rowan lo intercettò con una manata.

«Ti piace il sangue? Vediamo se ti piace dipingere con il tuo, di sangue, brutta pazza di una troia!»

Rowan afferrò Dolly per le caviglie, mentre la cuoca cercava di rifugiarsi sotto al letto. Nel momento in cui trascinò Dolly sul pavimento sporco di sangue, gli uomini che erano accorsi per il trambusto si tuffarono per bloccarla.

Rowan non perse tempo a sprecar fiato. Tirò pugni, calci, picchiò e scalciò con gomiti e ginocchia, incurante di dove piombassero i colpi, finché non si ritrovò faccia a terra, bloccata.

«Sta’ giù» le disse Gull nell’orecchio.

«Togliti di dosso. Accidenti a te, togliti di dosso. Hai visto che cosa ha fatto?»

«L’hanno visto tutti. Cristo, qualcuno porti via quell’idiota di una scalmanata prima che sia io a prenderla a pugni!»

«Le prenderò a calci ogni centimetro quadrato di quel culo da vacca che si ritrova. Lasciami alzare! Mi hai sentito, psicopatica? Alla prima occasione non sarà sangue di maiale, quello che ti ritroverai addosso, ma il tuo! Lasciami alzare, cazzo

«Resti giù finché non ti sarai calmata.»

«Okay. Sono calma.»

«Non direi proprio.»

«Ha il sangue di Jim sulla coscienza» piagnucolava Dolly mentre Yangtree e Matt la trascinavano fuori dalla stanza. «Ce l’avete tutti. Spero che moriate tutti. Spero che bruciate vivi. Tutti voi.»

«Credo che abbia perso la fede» commentò Gull. «Ascoltami, Rowan. Ascolta. Se n’è andata, e se cerchi di correrle appresso per pestarla, ti rimettiamo a terra un’altra volta. Hai già spaccato il naso a Cards, e sono piuttosto sicuro che Janis tra poco avrà un occhio nero.»

«Non si sarebbero dovuti mettere in mezzo.»

«Se loro, e tutti noi non l’avessimo fatto, avresti preso a pugni una patetica squilibrata, e saresti stata esclusa dalla lista di lancio finché la faccenda non fosse stata sistemata.»

Queste parole, notò lui, le fecero prendere un primo respiro per calmarsi. Fece segno a Libby e Trigger di lasciarle andare le gambe e, quando non cercò di scalciare, indicò la porta.

Libby la chiuse piano alle loro spalle.

«Ora ti lascio alzare.» Allentò la presa sulle braccia di Rowan, e si preparò a riafferrarla, se necessario. Poi, con prudenza, spostò il suo peso da lei e si sedette sul pavimento.

Erano entrambi coperti di sangue, ma Gull era piuttosto sicuro che fosse lei ad avere avuto la peggio. Il sangue le sporcava il viso, gocciolava dai suoi capelli, coprendole braccia e maglietta. Sembrava che qualcuno l’avesse colpita con un’ascia. E la situazione era nauseante.

«Diavolo, è un vero porcile qui dentro.»

«Non sei divertente.»

«No, è vero, ma era il meglio che mi veniva in mente.» La fissò calmo mentre lei si tirava a sedere, e vide che stringeva la mano destra in un pugno. «Posso incassare un pugno, se senti il bisogno di picchiare qualcuno.»

«Esci.»

«No. Io e te ce ne staremo qui per un po’.»

Rowan tentò di pulirsi la guancia con la spalla, ma si sporcò ancora di più. «Mi ha schizzato addosso quella merda. È dappertutto, sul letto, sul pavimento, sulle pareti.»

«È disgustosa e stupida. E meritava di farsi prendere a calci ogni centimetro quadrato di quel suo culo da vacca. Sarà licenziata e tutti quanti alla base, e anche entro cento chilometri di distanza da qui, sapranno il perché. Potrebbe essere anche peggio.»

«Non è la stessa soddisfazione.» Rowan distolse lo sguardo per un istante quando, una volta svanita la furia selvaggia dell’ira, sentì le lacrime sul punto di pizzicarle gli occhi. Si strinse le mani; avevano cominciato a tremare.

«Puzza come un mattatoio, qui dentro.»

«Puoi dormire nella mia stanza stanotte.» Gull tirò fuori una bandana dalla tasca e la usò per ripulirle il viso dal sangue. «Però ti dico subito che tutti quelli che dormono nella mia stanza devono essere nudi.»

Lei fece un sospiro stanco. «Mi butterò da Janis finché non riuscirò a farla pulire. Anche lei ha questa regola del dormire nudi.»

«Questa è una vera cattiveria.»

Soltanto allora lei alzò gli occhi su di lui, restandosene seduta e osservandolo mentre si rovinava la bandana nel tentativo inutile di ripulirle il viso. Le fu di conforto vedere che non era così tranquillo come sembrava dalla voce, vedere la rabbia e il disgusto sul suo viso.

Stranamente, questa constatazione la fece calmare un po’.

«Sono stata io a farti sanguinare quel labbro?»

«Già. Un pugno all’indietro. Niente male.»

«Probabilmente sarò dispiaciuta di averlo fatto, prima o poi, ma adesso non me la sento proprio.»

«Ci sono voluti cinque di noi per tenerti ferma.»

«Accidenti. Devo andare a lavarmi.»

Rowan cominciò ad alzarsi quando Piccolo Orso bussò bruscamente alla porta e l’aprì. «Dacci un minuto, per favore, Gull.»

«Sicuro.» Prima di alzarsi, Gull si chinò in avanti e mise una mano sul ginocchio di Rowan. «Le persone come quella lì non capiscono quelle come te. Peggio per loro.»

Si mise in piedi e richiuse la porta alle sue spalle dopo essere uscito.

Piccolo Orso si guardò intorno per la stanza e si passò una mano sul viso. «Cristo, Ro. Cristo. Mi dispiace. Non posso dirti nemmeno quanto.»

«Non sei stato tu a farlo.»

«Non avrei mai dovuto assumerla. Non avrei mai dovuto riprenderla. Tutto questo è colpa mia.»

«È colpa sua.»

«Sono stato io a dargli la possibilità di farti questo.» Si accovacciò, guardando Rowan negli occhi. «L’abbiamo portata nel mio ufficio, con un paio di ragazzi che la sorvegliano. Sarà licenziata, e bandita dalla base. Stavolta chiamerò la polizia. Vuoi sporgere denuncia?»

«Mi piacerebbe farlo, perché se lo merita.» Le lacrime erano tornate indietro, grazie al cielo. Ora si sentiva soltanto nauseata, nauseata e stanca. «Ma la bambina no. Voglio solo che se ne vada.»

«Se ne andrà subito» promise lui. «Forza, devi uscire da qui. Lasciamo che siano quelli delle pulizie a occuparsene.»

«Ho bisogno di prendere una boccata d’aria, di scusarmi con un po’ di gente. Ho bisogno di fare una doccia, per togliermi questo schifo di dosso.» Fece un altro sospiro profondo quando si guardò i vestiti. «Mi sa che avrò bisogno di un decontaminante alla Silkwood.»

«Prenditi tutto il tempo che ti serve. E nessuno vuole le tue scuse.»

«Io voglio scusarmi. Ma questa merda è su tutta la mia roba. Ho bisogno di ripulirne un po’ io stessa.»

Si alzò e aprì la porta. Poi si guardò alle spalle. «Lo amava davvero a tal punto? È questo, l’amore?»

Piccolo Orso fissò le parole insanguinate sulla parete. «Questa roba non c’entra niente con l’amore.»

L’allarme suonò proprio mentre Rowan usciva dalla doccia.

«Perfetto» mormorò. S’infilò le mutandine senza prendersi nemmeno la briga di asciugarsi, indossò una maglietta, i pantaloni, e se li chiuse mentre correva verso la sala di equipaggiamento.

Gli altri nove in lista l’avevano battuta sul tempo. Ascoltò il resoconto mentre indossava la tuta. Dei fulmini avevano colpito una zona sul monte Morrell. Lei e Cards ci avevano visto giusto, quando avevano notato quelle nubi in avvicinamento. L’osservatorio aveva individuato del fumo verso le undici, più o meno all’ora in cui aveva sorpreso Dolly con il suo fottuto sangue di maiale.

Durante l’ora successiva, l’ufficiale incaricato aveva dovuto decidere se lasciarlo bruciare, permettendo che facesse pulizia di un po’ di boscaglia e di qualche albero caduto, o se chiamare i pompieri d’assalto.

Qualche altro fulmine e le condizioni eccessivamente secche per quella stagione avevano reso quel rimedio naturale un rischio troppo grande da correre.

«Sei pronto per un po’ d’azione vera, Piè veloce?» Rowan infilò la sua corda di riserva nella tasca mentre Gull prendeva il proprio equipaggiamento dalla rastrelliera a portata di mano.

«Parli di andare a caccia d’incendi, o di me e di te che ce la spassiamo?»

«Faresti meglio a smetterla di sognare l’impossibile. Questo non sarà un lancio di allenamento.»

«Sembri in forma.» Dobie diede una pacca sulla schiena di Gull. «Mi piacerebbe poter venire con voi.»

«Presto sarai fuori dalla lista invalidi. Tienimi da parte una fetta di torta» gridò Rowan mentre si allontanava verso l’aereo in attesa.

Incastrò l’elmetto nell’incavo del gomito. «Okay, ragazzi e ragazze, oggi sarò io il vostro caposquadra. Per un paio di voi, questo è il vostro primo lancio in un incendio. Fate le cose come sapete, non fate stronzate, e ve la caverete alla grande. Ricordate: se proprio non riuscite a evitare gli alberi...»

«Mirate a quelli piccoli» rispose l’equipaggio.

Una volta decollati, Rowan si sedette accanto a Cards. «Perlomeno quel naso non ti ha tenuto a terra.»

Lui se lo pizzicò delicatamente con le dita e lo mosse avanti e indietro. «Così non dovrò prendermela con te. Come ho detto, Svedese, quella ragazza è fuori di testa.»

«Già. Ha chiuso.» Prese la nota che le passavano dalla cabina di pilotaggio. «Dovremo aspettare mentre scaricano una partita di repellente. L’inverno è stato duro in questa zona, e ci sono un sacco di alberi a terra che alimentano le fiamme. L’incendio si sta muovendo più rapidamente del previsto.»

«Succede quasi sempre.»

Rowan tirò fuori la sua mappa e studiò la zona. Dopo pochi istanti però le bastò guardare giù dal finestrino per rendersi conto di ciò con cui avevano a che fare.

Una torre di fumo s’innalzava verso il cielo, scivolando sul costone della montagna. Gli alberi, tanto quelli ritti quanto quelli abbattuti, alimentavano la parete di fiamme. Rowan cercò e trovò il corso d’acqua che aveva individuato sulla mappa, calcolò la quantità di tubi che avevano a bordo, e valutò che sarebbero stati in grado di utilizzare quella risorsa.

L’aereo sobbalzò e beccheggiò tra le turbolenze mentre i paracadutisti si affacciavano ai finestrini per studiare il terreno in fiamme. Continuando a beccheggiare, volarono in cerchio nell’attesa del momento giusto per rilasciare il repellente sulla testa dell’incendio, che scagliava fiamme alte almeno dieci metri, secondo le stime di Rowan.

Lei fece un cenno verso Piccolo Orso, che li aveva accompagnati in qualità di spotter.

«Vedi quella radura?» gridò lui, rivolgendosi a Rowan. «Quello è il nostro punto di atterraggio. Più vicino al fronte destro di quanto vorrei, ma è il meglio che potevamo trovare su questo tipo di terreno.»

«Ci risparmia una bella scarpinata.»

«Il vento sta attizzando le fiamme. È meglio tenersi lontani da quelle lingue di fuoco a est del punto di atterraggio.»

«Ci puoi scommettere.»

Insieme guardarono la cisterna scaricare il suo carico sulla testa dell’incendio. Le nubi rossastre di repellente le fecero pensare al sangue di cui era imbrattata la sua stanza.

Non è il momento di rimuginarci su, ricordò a sé stessa.

«Questo lo calmerà un poco.» Quando il velivolo virò, Piccolo Orso le rivolse un cenno del capo. «Sei pronta?»

«Pronta.»

Le strinse il braccio in un tacito assenso. «Occhio all’equipaggiamento» gridò, e si avvicinò al portellone.

Dal suo sedile, Gull osservò Rowan mentre il vento s’ingolfava nell’abitacolo. Un’ora prima sbraitava come una matta, con il viso coperto di sangue e la vendetta nei pugni. E ora, mentre si consultava con il loro spotter non appena i primi nastri segnaletici scendevano verso terra, la calma era tornata in quei suoi meravigliosi occhi di ghiaccio. Sarebbe stata la prima a lanciarsi, portando quel ghiaccio in mezzo alle fiamme.

Non vedeva come l’incendio potesse avere scampo.

Guardò fuori dal finestrino per studiare il nemico sotto di loro. Nei suoi giorni da Hotshot era andato incontro alle fiamme, assieme a una squadra di venti altri uomini, trasportato dalla Scatola, il camioncino di servizio che, a ogni stagione, diventava la loro casa lontano da casa.

Ora ci sarebbe andato incontro lanciandosi da un aereo.

Metodi differenti, stesso obiettivo. Sopprimere e controllare.

Una volta arrivato a terra, sapeva come svolgere il suo lavoro e sapeva come prendere ordini. Rispostò lo sguardo su Rowan. Era fuor di dubbio che lei sapesse bene come impartirli.

In quel preciso istante, però, la questione cruciale era riuscire ad arrivare sul posto. Gull osservò il secondo set di banderuole a nastro e cercò di valutare da sé la corrente. Con l’aereo che sobbalzava e beccheggiava sotto di loro, aveva capito che il vento non sarebbe stato loro alleato.

L’aereo si portò in quota di lancio secondo gli ordini di Piccolo Orso e, mentre Rowan s’infilava elmetto e maschera, e Cards – il suo compagno di lancio – si metteva in posizione dietro di lei, Gull sentì il proprio respiro accelerare. Aumentava d’intensità man mano che l’aereo aumentava di quota.

Ma mantenne un viso inespressivo mentre si sforzava di controllarsi, visualizzando sé stesso che si lanciava dal portellone, sulla scia dell’aereo e più giù, precipitandosi verso terra per fare il suo lavoro.

Rowan lo guardò di sfuggita, e lui riuscì a cogliere quel lampo di blu oltre la sua maschera. Poi lei si mise in posizione e, pochi secondi dopo, era svanita. Gull tornò al finestrino per vederla volare, seguita da Cards. Mentre l’aereo virava, cambiò fiancata e vide il paracadute che si apriva.

Rowan scivolò verso il fumo.

Quando gli altri paracadutisti presero posizione, Gull si sistemò elmetto e maschera, e si schiarì la mente, calmandosi. Aveva tutto ciò di cui aveva bisogno: equipaggiamento, addestramento, capacità. E, a poche migliaia di piedi più sotto, c’era quel che voleva. La donna e le fiamme.

Avanzò verso il portellone e sentì lo schiaffo del vento.

«Riesci a vedere il punto di atterraggio?»

«Sì, lo vedo.»

«Il vento ti spingerà per tutta la discesa, cercando di portarti a est. Cerca di stare lontano da quella zona di alberi tagliati. Lo vedi quel fulmine?»

Gull osservò il lampo squarciare il cielo, come una pallottola elettrica.

«Difficile non notarlo.»

«Non stargli tra i piedi.»

«Capito.»

«Sei pronto?»

«Pronto.»

«Mettiti in posizione.»

Con lo sguardo fisso all’orizzonte, Gull si sedette e fece penzolare le gambe nella corrente impetuosa del vento. Il calore dell’incendio irradiava fin sul suo viso; l’odore forte del fumo sporcava l’aria che inalava.

Ancora una volta, Piccolo Orso si affacciò dal portellone, studiando le colline, i costoni coperti dagli alberi, le pareti ribollenti dell’incendio.

«Vai!»

Quando sentì la pacca sulla spalla, Gull si spinse fuori. Il mondo si capovolse e vorticò, terra, cielo, fuoco, fumo, mentre precipitava a centoquaranta chilometri all’ora. Verde, blu, rosso e nero gli turbinarono intorno in una confusione sfocata mentre contava i secondi all’apertura. Il rumore – un ruggito selvaggio – era incredibile. Il vento lo spingeva di lato, costringendolo a girarsi mentre lui sfruttava forza, volontà e addestramento per arrivare a posizionarsi con la testa in su e i piedi verso il terreno, stabilizzandosi con il parafreno.

Con il cuore a mille – adrenalina, stupore, gioia e paura – individuò Trigger, il suo compagno di lancio, sopra di lui.

Aspetta, impose a sé stesso. Aspetta.

Un lampo trafisse il cielo come una lancia blu, aggiungendo un sapore di ozono all’aria.

Poi Gull tirò la maniglia. Gettò la testa all’indietro e vide il suo paracadute che si dispiegava, aprendosi come un fiore nell’aria. Non riuscì a trattenersi dal lanciare un grido di trionfo e, nel momento in cui afferrava le sue manopole direzionali, udì Trigger che gli rispondeva con una risata.

Dovette lottare contro il vento per girarsi nella direzione giusta, ma per lui era una gioia. Perfino mentre respirava il fumo che il vento gli sbatteva indifferente sul viso, mentre nelle orecchie gli risuonava l’assordante rombo del tuono che seguiva un’altra scarica di elettricità, Gull non smise di sorridere. E, con il paracadute che sobbalzava nelle correnti, tenendo d’occhio la zona di foresta abbattuta, la linea degli alberi e le rabbiose pareti dell’incendio – abbastanza vicine ora da schiaffeggiarlo con il loro intenso calore – cominciò a puntare il punto di atterraggio.

Per un istante pensò che, nonostante i suoi sforzi, il vento avrebbe avuto la meglio, e immaginò il fastidio, l’imbarazzo e la fottuta figuraccia di andarsi a ficcare tra quegli alberi già tagliati. E al suo primo lancio.

Tirò con forza sulla maniglia, gridando: «E no, cazzo!»

Udì la risata selvaggia di Trigger e, pochi secondi prima di toccare terra, Gull sterzò verso ovest. I suoi piedi impattarono con il suolo proprio sul limite orientale del punto di atterraggio. Lo slancio per poco non lo fece capitombolare verso la zona di alberi tagliati, ma lui si tirò indietro con una capriola improvvisata nella radura.

Si concesse un secondo – forse mezzo secondo – per riprendere fiato, per congratularsi con sé stesso per essere riuscito ad arrivare a terra tutto intero, poi corse a raccogliere il paracadute.

«Niente male, novellino.» Cards gli indirizzò un gesto di approvazione con il pollice. «Il giro panoramico è finito, e ora comincia il bello. La Svedese sta organizzando una squadra per scavare una linea tagliafuoco lungo il fianco, lì.» Puntò un dito verso la parete ruggente. «Sei stato eletto. Un’altra squadra si dirigerà verso la testa per colpirla con gli idranti. Il repellente l’ha placata un po’, ma il vento gli ha fatto rialzare la cresta, e ci stanno piovendo addosso fulmini come dio li manda. Tu sei con Trigger, Elfa, Gibbons, Southern e me sulla linea tagliafuoco... Cazzo, eccone uno che va tra i pini e l’altro verso i tronchi abbattuti! Tiriamoli fuori e mettiamoci al lavoro.»

Gull corse verso Southern per dargli una mano, ma si fermò quando lo vide rialzarsi tra gli alberi segati.

«Sei ferito?» gridò Gull.

«No. Maledizione. Qualche livido, e il mio paracadute si è strappato.»

«Poteva andare peggio. Poteva capitare a me. Siamo sulla linea tagliafuoco.»

Si mosse attraverso la zona di monconi tagliati per aiutare Southern a recuperare il suo paracadute lacerato. Dopo aver riposto la tuta di lancio, Gull si diresse verso Cards, che stava prendendo in giro Gibbons.

«Ora che Tarzan, qui, ha finito di dondolarsi tra gli alberi, vediamo di fare quello per cui siamo pagati.»

Insieme alla sua squadra, Gull scarpinò per un chilometro in equipaggiamento completo fino alla trincea che Rowan aveva ordinato a Cards di scavare.

Presero posizione e, con le fiamme sempre più vicine, il rumore dei picconi che squassavano la terra, delle seghe e delle lame che facevano a pezzi gli alberi riempì l’aria soffocata dal fumo. Gull pensò alla linea tagliafuoco come a un muro invisibile o, se erano fortunati, come a un campo di forza che avrebbe contenuto le fiamme dall’altro lato.

Un eroico lavoro da soldato semplice, pensò mentre rivoli di sudore gli scendevano dalla fronte, lasciando una traccia sulla fuliggine che gli sporcava il viso. Quella definizione, e quel lavoro, lo soddisfacevano.

Per due volte le fiamme cercarono di scavalcare la linea, sputando fuori piccoli avamposti avvampanti come pietre piatte lanciate sulla superficie di un fiume. L’aria era carica di faville che sciamavano intorno a loro come lucciole assassine. Ma riuscirono a tenere la posizione. Di tanto in tanto, attraverso la cenere nell’aria e il fumo soffocante, Gull riusciva a intravedere un fugace raggio di sole.

Piccole fiammelle di speranza che baluginavano rosse, per poi svanire in un guizzo.

Arrivò la notizia che il gruppo con gli idranti si era dovuto ritirare e, con il fianco sotto controllo, li avrebbero raggiunti per dar loro man forte.

Dopo più di sei ore passate a scavare la linea tagliafuoco, risalirono la montagna sul terreno annerito, dove il fuoco aveva già avuto la sua vittoria.

Se la linea tagliafuoco era un muro invisibile, Gull pensò a tutto quel nero come alle zone di regno in cui la battaglia era stata persa. La guerra continuava, ma in quel luogo il nemico aveva flagellato ogni cosa, lasciandosi dietro l’ardente rovina scheletrica di ciò che un tempo era stato verde e dorato.

I tenui raggi di sole che riuscivano a farsi largo tra la foschia non facevano altro che amplificare quell’impressione.

Zoppicando appena, Southern gli si fece accanto.

«Come te la passi?» gli chiese Gull.

«Starei meglio se non fossi atterrato in quella dannatissima zona disboscata» disse con quel fluido accento della Georgia che gli era valso il suo soprannome. «Pensavo di sapere com’era. Ho fatto già due stagioni come vigile del fuoco, e questo prima dell’addestramento spaccaculi per reclute. Ma qui c’è da cacarsi sotto di brutto, ecco com’è. Quasi me la sono fatta nei pantaloni quando ho capito che avrei mancato il perimetro di atterraggio.»

Gull prese uno Snickers rammollito dal caldo dallo zaino e lo spezzò in due. «Snickers, una vera soddisfazione» disse con il tono allegro di uno spot pubblicitario.

Southern fece un sorriso e addentò la sua metà. «Eccome.»

Arrivarono al fiume e da lì si diressero a nordest, verso il rumore dei motori e delle seghe.

Rowan emerse da una nube di fumo, come una dea vichinga attraverso l’infuriare della battaglia.

«I fulmini ci stanno facendo il culo.» Fece una pausa per bere un sorso d’acqua. «Eravamo riusciti ad abbattere la testa, ce l’avevamo quasi in pugno, poi però ci sono stati tre lampi in successione. Abbiamo fuochi di chioma lungo il costone nord, e la testa si sta ricostituendo a ovest dei nuovi focolai. Dobbiamo tagliare in mezzo e impedirgli di ricongiungersi. Tenete questa posizione finché non saremo a posto. Stanno inviando un secondo carico di repellente. E un altro gruppo dalla base ci raggiungerà per contenere i fianchi e la coda, per tenerli bassi. Il cingolato è riuscito a passare, e sta ripulendo il terreno da sterpaglie e alberi abbattuti. Ma abbiamo bisogno di mantenere la linea tagliafuoco.»

Rowan passò in rassegna i loro volti.

«Avete cinque minuti prima del rilascio del repellente. Approfittatene per mangiare e bere, perché non ci saranno altre pause, oggi.»

Poi si mise a confabulare con Cards. Gull attese finché i due non si separarono, poi andò accanto a Rowan. Prima che potesse parlare, lei scosse la testa.

«Il vento ha cambiato direzione all’improvviso, e ci ha travolto. Ha fuso quindici metri di manicotto prima che riuscissimo a toglierci di lì. E poi Boom!Boom!Boom! Pareva il quattro di luglio. Gli alberi sono diventati torce, e il vento ha portato le fiamme sulle chiome.»

«Ci sono feriti?»

«No. Non sperare in un cuscino e un lenzuolo pulito, per stasera. Prepareremo l’accampamento, e torneremo ad attaccare domani. Questo mostro non morirà facilmente.» Alzò gli occhi verso il cielo. «Ecco l’aereo cisterna.»

«Non lo vedo.»

«Non ancora. Ma puoi sentirlo.»

Lui chiuse gli occhi e inclinò la testa. «No. Devi avere un udito sopraffino. Ah, ecco... Ora lo sento.»

Rowan tirò fuori la ricetrasmittente, comunicò con l’aereo cisterna e poi con il personale sul costone.

«Falla scendere» mormorò.

La pioggia rosa precipitò giù dal cielo, provocando piccoli arcobaleni tra i raggi del sole.

«A posto!» gridò Rowan. «Muoviamoci. Attenti a dove mettete i piedi, ma non vi gingillate.»

Dopo queste parole, svanì nel fumo.

Picconarono, tagliarono, segarono e picchiarono fino a tarda notte. I loro corpi, addestrati a sopportare ogni genere di inferno, cominciarono a vacillare. Ma non cedettero. Gull vide Rowan di tanto in tanto, impegnata sulla linea tagliafuoco, che andava e veniva mentre coordinava i lavori con le altre squadre e la base.

Verso l’una, più di dodici ore dopo essere atterrati nella radura, il fuoco cominciò a infiacchirsi.

Sta solo riprendendo le forze, pensò Gull, non si è arreso. Si sta facendo un sonnellino. Diavolo, anche a lui non avrebbe fatto male. Lavorarono ancora per un’ora prima di ricevere istruzione di montare il campo un chilometro a est del fianco destro dell’incendio.

«Come sta andando la tua prima giornata di lavoro, novellino?»

Gull lanciò un’occhiata di sfuggita al viso esausto di Cards mentre si allontanavano dalla linea tagliafuoco. «Stavo pensando di chiedere un aumento.»

«Diavolo, io mi accontenterei di un panino al prosciutto.»

«Preferirei una pizza.»

«Sei un irlandese schizzinoso. Ci sei mai stato, in Irlanda?»

«Un paio di volte, sì.»

«È davvero verde come dicono, come sembra dalle fotografie?»

«Di più.»

Cards guardò lontano, nel buio fumoso. «E fresca, vero? Fresca e umida. Un sacco di pioggia.»

«È per questo che è verde.»

«Magari ci andrò, prima o poi, ci porto Vicki e i ragazzi. Fresco e umido e verde suona bene, dopo una giornata come questa. Eccoci arrivati.» Indicò con il mento delle luci più avanti. «Tempo di riempirsi lo stomaco.»

Quelli che erano già arrivati avevano montato le tende, o stavano finendo di farlo. Alcuni se ne stavano seduti per terra, spazzolandosi le proprie razioni MRE.

Rowan, usando come piano d’appoggio una roccia accanto al fuoco da campo, studiava una mappa insieme a Gibbons, addentando una mela. Si era tolta l’elmetto. I suoi capelli sembravano quasi bianchi, in contrasto con il viso sporco.

Gull pensò che fosse bellissima, di una bellezza magnifica e misteriosa, e fu costretto ad ammettere che Rowan aveva probabilmente ragione sul suo conto: in fondo, era un romantico.

Lasciò cadere a terra il suo equipaggiamento e sentì la schiena e le spalle gemere di sollievo prima di contrarsi furiosamente come pugni.

Niente Scatola in cui rifugiarsi, stavolta, pensò mentre montava la tenda. Poi, come gli altri, si diresse al fuoco da campo e mangiò come se avesse patito la fame per anni. Il carico di riserve arrivato dall’alto conteneva altre razioni MRE, acqua, altri attrezzi, altri manicotti e, che dio benedicesse quell’anima premurosa, una cassetta di mele e una di barrette di cioccolata.

Gull mangiò la sua razione, due mele, una barretta dolce, e se ne infilò un’altra nella sacca. La nausea che l’aveva vagamente attanagliato lungo il percorso verso il campo svanì un po’ alla volta, mentre il suo corpo riprendeva a carburare.

Si alzò in piedi e andò da Rowan, dandole un colpetto sulla spalla. «Posso parlarti un attimo?»

Lei si alzò, evidentemente frastornata e distratta, e lo seguì lontano dal fuoco da campo, tra le ombre. «Che problema c’è? Devo mettermi a riposare. Domani avremo...»

Lui la tirò a sé e le coprì la bocca con le sue labbra, avidamente, come aveva fatto con il cibo. Lo sfinimento si trasformò in semplice fatica, mentre si abbeverava di lei. Le fitte che sentiva nella schiena, nelle braccia, nelle gambe, cedettero il passo alle ondate di desiderio nel bassoventre.

Lei prese da lui in egual misura, mordendogli le labbra, afferrandogli i capelli, premendo il suo corpo straordinario contro quello di lui, abbandonandosi completamente a quei baci avidi e profondi.

Ed era quello, pensò lui, che rendeva tutto così bello.

Quando alla fine Gull si tirò indietro, lasciò le mani sulle spalle di lei e osservò il suo viso.

«È tutto quello che hai da dire?» chiese lei.

«Ti direi di più, ma il resto di questa conversazione necessita di maggiore privacy. Comunque sia, questo dovrebbe bastarti per la notte.»

Un sorriso le balenò negli occhi. «Bastare a me

«Il caposquadra lavora più duramente di tutti gli altri, per come la vedo io. Per cui, ho voluto darti qualcosina in più da portarti a letto.»

«Ma che premuroso.»

«Non c’è di che.» Gull vide gli occhi di lei passare dal divertimento alla curiosità mentre si chinava e le lasciava un bacio sulla fronte sporca di fuliggine. «Buonanotte, capo.»

«Sei un mistero, Gulliver.»

«Può darsi, ma non così difficile da risolvere. Ci vediamo domani mattina.»

Gull tornò alla sua tenda e s’infilò dentro. Riuscì a malapena a togliersi gli stivali prima di sprofondare nel sonno, con un gran sorriso dipinto in volto.