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Gull si mise in riga assieme alle altre reclute nella sala di equipaggiamento. Dall’altra parte del piazzale d’asfalto ruggiva il motore dell’aereo che li avrebbe portati su per il loro primo lancio, mentre i nervi si tendevano tra le loro file.
Gli istruttori passavano tra di loro, controllando il loro equipaggiamento.
Gull pensò che era il suo giorno fortunato quando Rowan venne verso di lui. «Ti hanno controllato?»
«No.»
Lei si inginocchiò e lui poté studiare il modo in cui i suoi capelli biondi le scolpivano la testa. Rowan gli controllò gli stivali, le fibbie dei pantaloni e salì verso l’alto – tasche dei pantaloni, fibbie superiori – controllando la data di scadenza del suo paracadute di riserva e le sue molle di contenimento.
«Profumi di pesche.» Gli occhi di lei scattarono verso i suoi. «È un buon profumo.»
«Fibbia di riserva sinistra okay» disse lei, continuando il controllo senza altri commenti. «Fibbia di riserva destra okay. Concentrati, Piè veloce» aggiunse, poi continuò a seguire la lista di controllo. «Se uno di noi due tralascia un dettaglio, potresti finire come una chiazza di sangue sul terreno. Elmetto, guanti. Hai la tua corda di emergenza?»
«Sì.»
«Puoi andare.»
«E tu?»
«Mi hanno già controllato, grazie. Puoi salire a bordo.» Rowan passò alla recluta successiva.
Gull salì sull’aereo e si mise sul pavimento, accanto a Dobie.
«Stai pensando di sbatterti quella bionda?» chiese Dobie. «Quella che chiamano Svedese?»
«Un uomo deve pur sognare. Sei sempre più vicino a perdere quei venti» aggiunse Gull quando Libby oltrepassò il portellone, chinando la testa.
«Merda. Ancora non si è lanciata, però. Scommetto dieci sull’unghia che si tira indietro.»
«Potrebbero farmi comodo, dieci verdoni.»
«Benvenuti a bordo» annunciò Rowan. «Vi preghiamo di riportare i sedili in posizione verticale. La durata del nostro volo, quest’oggi, dipenderà da quanti di voi si metteranno a gridare come poppanti di fronte al portellone di lancio. Gibbons sarà il nostro spotter. Fate attenzione. Restate concentrati. Siete pronti a lanciarvi?»
La risposta fu un’acclamazione entusiasta.
«Andiamo, allora.»
L’aereo rullò in pista, prese velocità e sollevò il muso. Gull sentì quel tipico vuoto nello stomaco mentre si staccavano dal suolo. Osservò Rowan, nella sua mente sensuale come non mai in quella tuta da lancio, mentre alzava la voce per farsi sentire oltre il rombo del motore e – per l’ennesima volta – passava in rassegna ogni singola fase del lancio.
Gibbons le passò un appunto dalla cabina di pilotaggio.
«Quello laggiù è il vostro punto di atterraggio» disse loro, e ognuna delle reclute si fiondò verso un finestrino.
Gull studiò l’andamento della radura, bella come in un quadro: c’erano abeti di Douglas, pini gialli e un fiumiciattolo che brillava nel sole. Il loro compito, una volta lanciati, sarebbe stato quello di atterrare sulla radura, evitando gli alberi e l’acqua. Sarebbe stato un dardo, pensò, e doveva solo colpire il centro del bersaglio.
Quando Gibbons emerse dal cockpit, Rowan gridò di tenere sotto controllo il proprio equipaggiamento. Gibbons afferrò le maniglie del portellone, tirò, e l’aria fredda e dolce di primavera si riversò all’interno del velivolo.
«Porca merda.» Dobie fischiò tra i denti. «Lo stiamo facendo per davvero. Niente sostituti.»
Gibbons mise la testa fuori, si consultò con il pilota attraverso il microfono della cuffia. L’aereo virò a destra, sobbalzò, poi si stabilizzò.
«Occhio alle banderuole a nastro» li ammonì Rowan. «Quelle siete voi.»
I nastri volteggiarono e sobbalzarono, precipitando per metri e metri nel morbido cielo azzurro, per finire risucchiati tra gli alberi.
Gull calibrò il lancio nella propria testa, tirando mentalmente le manopole direzionali del suo paracadute e calcolandone la deriva. Ricalibrò il lancio mentre studiava la traiettoria di un altro gruppo di nastri.
«Portaci su!» esclamò Gibbons.
Dobie si ficcò in bocca una gomma da masticare prima di infilarsi l’elmetto, e ne offrì una a Gull. Dietro la maschera, gli occhi di Dobie erano sgranati come pianeti. «Ho un po’ di nausea.»
«Aspetta di essere a terra, per vomitare» gli consigliò Gull.
«Libby, tu vai per seconda.» Rowan si mise l’elmetto. «Basta che mi segui giù. Capito?»
«Capito.»
A un segnale di Gibbons, Rowan si sedette sul portellone e si preparò al salto. Nell’aereo esplose un’acclamazione per Libby, mani guantate le davano pacche d’incoraggiamento mentre prendeva posizione alle spalle di Rowan.
Poi la mano di Gibbons calò sulla schiena di Rowan, e lei saltò.
Gull osservò il suo volo; non riusciva a staccare gli occhi da lei. Il paracadute bianco e blu si spiegò e si aprì con un guizzo. Era una cosa bellissima, in quel morbido cielo blu, sopra il verde e il marrone della terra e lo scintillio del fiume.
Le grida di esultanza lo riportarono alla realtà. Si era perso il lancio di Libby, ma vide il suo paracadute aprirsi e si spostò per cercare di mantenere entrambi i paracadute nella propria visuale mentre l’aereo passava oltre.
«Direi che mi devi dieci verdoni.»
Un sorriso balenò negli occhi di Dobie. «Mettici sopra una cassa da sei che farò meglio di lei. Meglio di te.»
Dopo che l’aereo si fu voltato, Gibbons fissò Gull negli occhi, sostenendo il suo sguardo per un istante. «Sei pronto?»
«Pronto.»
«Agganciati.»
Gull avanzò e agganciò la sua cinghia.
«Mettiti sul portellone.»
Gull calmò il respiro e si mise sull’apertura del portellone.
Ascoltò le istruzioni dello spotter sulla corrente, sui venti, mentre l’aria gli schiaffeggiava le gambe. Fece un ultimo controllo mentre l’aereo virava verso la posizione di lancio, e mantenne gli occhi fissi sull’orizzonte.
«Preparati» gli disse Gibbons.
Oh, se era pronto! Ogni livido, graffio, vescica delle ultime settimane l’avevano portato fin lì. Quando sentì la pacca sulla sua spalla destra, si lanciò a capofitto nel momento.
Vento e cielo, e l’esaltante brivido mozzafiato di sfidare entrambi. La velocità era come una droga che gli soffiava nelle vene. Tutto ciò che riusciva a pensare era: Sì, Cristo, sì! Era nato per questo, perfino mentre eseguiva il conteggio e posizionava il corpo in modo da poter guardare a terra tra i suoi piedi.
Il paracadute si aprì con uno schianto e lo strattonò verso l’alto. Guardò a destra, poi a sinistra, e vide Dobie. Udì la risata sguaiata e selvaggia del suo compagno di lancio.
«Ora sì che si ragiona!»
Gull sorrise e si guardò intorno. In quanti potevano vedere quello spettacolo, si chiese, quell’incredibile distesa di boschi e montagne, quel cielo così aperto e infinito? Passò lo sguardo sopra la neve che ricopriva i picchi più alti, con il verde che cominciava appena a invadere la vallata. Gli sembrò, benché sapeva che era improbabile, di poter sentire il profumo di entrambi, inverno e primavera, mentre volteggiava giù, sospeso tra le due stagioni.
Lavorò di manopole direzionali, usando l’istinto, l’addestramento, il capriccio del vento. Riusciva a vedere Rowan, ora, il modo in cui il sole si rifletteva sui suoi corti capelli chiari, perfino la sua postura, con le gambe aperte e ben piantate sul terreno, e i pugni chiusi sui fianchi. Lo guardava, mentre lui guardava lei.
Si mise a fianco a lei, valutando la traiettoria di discesa, e sentì il momento in cui si allineava alla perfezione. I paracadutisti definivano quel momento ‘andare sul cavo’, per cui Gull si lasciò scivolare lungo la sua diagonale, mantenendo il respiro regolare mentre si preparava all’impatto.
Diede un’occhiata veloce verso Dobie e si rese conto che il suo compagno di lancio avrebbe mancato il punto di atterraggio. Poi toccò terra, si rannicchiò e capriolò. Lasciò cadere il suo equipaggiamento e cominciò a raccogliere il paracadute.
Udì Rowan gridare e la vide correre verso gli alberi. Per un istante tutto si fermò, poi il tempo tornò a scorrere quando Gull udì la voce di Dobie urlare una valanga di imprecazioni.
Sopra di loro, l’aereo inclinò le ali e cominciò a virare per consentire il lancio ad altri due paracadutisti. Gull raccolse il suo equipaggiamento e s’incamminò con un gran sorriso verso il punto in cui Dobie stava estraendo il suo paracadute dalla boscaglia.
«Era andato tutto bene, poi il vento mi ha spinto tra gli alberi. È stata una roba pazzesca, però.» Il brivido e il senso di trionfo gli illuminavano il volto. «Una roba fottutamente pazzesca. A parte il fatto che ho ingoiato la gomma.»
«Siete a terra» disse loro Rowan. «E non avete niente di rotto. Per cui, niente male.» Aprì la sua borsa e tirò fuori delle barrette dolci. «Congratulazioni.»
«Non c’è niente di più eccitante.» Il viso di Libby era raggiante, mentre fissava il cielo. «Niente di lontanamente paragonabile.»
«Non vi siete ancora lanciati in un incendio.» Rowan si mise a sedere e si stiracchiò sull’erba. «Quello è tutto un altro mondo.» Osservò il cielo, in attesa che l’aereo tornasse verso di loro, poi lanciò un’occhiata a Gull, che si era seduto accanto a lei. «Un buon atterraggio.»
«Ho preso te, come punto di riferimento. Il sole tra i tuoi capelli» aggiunse quando lei aggrottò le sopracciglia.
«Cristo, Gull, sei davvero un tipo romantico. Che dio ti aiuti.»
Lui si rese conto di averla colpita, e si assegnò un punto sul suo tabellone personale. Visto che non aveva ingoiato la sua gomma, mise da parte la barretta di cioccolato per mangiarla più tardi.
«Che cosa fai, quando non fai questo?»
«Come lavoro? Do una mano a mio padre, lanciandomi con dei turisti che vanno in cerca di emozioni forti, insegnando a persone che pensano, o che decidono, di voler praticare il paracadutismo come hobby. Faccio la personal trainer.» Fletté i bicipiti.
«Scommetto che sei brava a farlo.»
«Lavorare come allenatrice significa essere pagata per tenermi in forma durante l’inverno, in vista della stagione. E tu?»
«Io gioco per guadagnarmi da vivere. Al Fun World. È come un grande parco giochi – videogiochi, bowling, autoscontro, Skee ball...»
«Lavori in un parco giochi?»
Lui incrociò le braccia dietro la testa. «Non è lavoro, se ti diverti.»
«Non pensavo fossi il tipo che si diverte a star tutto il giorno dietro a ragazzini e macchinine.»
«Mi piacciono i bambini. Sono perlopiù spericolati e aperti a tutte le possibilità. Gli adulti invece tendono a dimenticare come si fa.» Si strinse nelle spalle. «Tu passi le giornate a cercare di far sudare dei grassi pantofolai.»
«Non tutti i miei clienti sono grassi pantofolai. E nessuno di loro lo è più, una volta che ho finito di allenarli.» Si tirò a sedere. «Ecco che arriva il terzo gruppo.»
Dopo aver completato il primo lancio di prova, raccolsero le loro cose e tornarono alla base. Fecero un’altra sessione di allenamento, un po’ di lezione in aula, e si misero in marcia per il secondo lancio della giornata.
Si allenarono all’atterraggio in equipaggiamento completo, delinearono strategie per l’abbattimento degli incendi, studiarono mappe, eseguirono un’infinità di addominali, trazioni, flessioni, corsero per chilometri e chilometri e si lanciarono giù dagli aerei. Alla fine di quattro brutali settimane, il loro numero era sceso a sedici. Quelli che avevano resistito erano allineati fuori dalla sala operativa, pronti a rispondere all’ultimo appello da reclute.
Quando Libby rispose alla chiamata, Dobie schiaffò una banconota da venti in mano a Gull. «Barbie pompiere d’assalto. Tanto di cappello. Una donnina minuta come lei ce la fa, e quell’omone grande e grosso di McGinty getta la spugna.»
«Noi non l’abbiamo gettata» gli ricordò Gull.
«Col cazzo che l’abbiamo gettata.»
Proprio mentre si davano il cinque, furono sommersi da un’ondata di acqua gelida.
«Vi stiamo solo lavando via la puzza da novellini» gridò qualcuno. E, tra urla d’incitamento ed esclamazioni salaci, gli uomini e le donne sul tetto gettarono loro addosso un’altra valanga di secchiate.
«Ora siete dei nostri» gridò Piccolo Orso, dalla sua posizione, fuori dalla portata delle secchiate. «Fate parte dei migliori. Datevi una pulita, poi salite sui furgoni. Scendiamo in città, ragazzi e ragazze. Avete una notte intera per festeggiare e bere fino a perdere i sensi. Da domani, comincerete la vostra stagione da pompieri d’assalto... da Zulie!»
Quando Gull si mise a strizzare la sua banconota da venti, Dobie scoppiò a ridere così forte che dovette sedersi a terra. «Il primo giro lo pago io. Anche a te, Libby.»
«Grazie.»
Lui sorrise e s’infilò il biglietto umido in tasca. «Li devo a te, questi.»
Tornati dentro, Gull si tolse i vestiti bagnati. Prese nota dei suoi lividi – niente di troppo grave – e, per la prima volta in una settimana, ebbe il tempo di radersi. Una volta raccattati una maglietta e un paio di jeans puliti, si prese qualche minuto per inviare un’email alla sua famiglia e comunicare loro che aveva superato la selezione.
Si aspettava che quella notizia generasse reazioni di vario tipo, benché avrebbero fatto tutti finta di essere contenti quanto lui. S’infilò un sigaro celebrativo nel taschino e uscì fuori.
Ci aveva messo un po’ a scrivere l’email, per cui salì a bordo dell’ultimo furgone e trovò un posto tra gli altri novellini e i veterani.
«Pronto a festeggiare, novellino?» gli chiese Trigger.
«Sono nato pronto.»
«Ricordati, però: nessuno ha la baby-sitter, qui. Se i furgoni se ne vanno e tu non ci sei, devi arrangiarti per trovare il modo di tornare alla base. Se finisci con una donna, stasera, la cosa più furba da fare è finire con una donna che abbia la macchina.»
«Lo terrò a mente.»
«Sai ballare?»
«Perché, vuoi ballare?»
Trigger scoppiò a ridere. «Sei quasi abbastanza carino per me. Il posto in cui stiamo andando ha una pista da ballo. Se lo fai bene, ballare con una donna equivale ai preliminari.»
«Secondo la tua esperienza è davvero così?»
«È così, giovane Padawan. Eccome, se è così.»
«Interessante. E senti... a Rowan piace ballare?»
Trigger inarcò un sopracciglio. «Questo è quello che chiamiamo abbaiare all’albero sbagliato.»
«È l’unico albero che abbia catturato il mio interesse e la mia attenzione.»
«Allora la tua sarà una lunga estate a becco asciutto.» Diede a Gull una pacca sulla spalla. «E lascia che ti dica un’altra cosa, dall’alto della mia immensa esperienza. Quando sulle mani hai calli su calli, e pure qualche vescica, farsi una sega non è più così piacevole come dovrebbe.»
«Ho passato cinque anni con gli Hotshot» gli ricordò Gull. «Se l’estate si rivelerà lunga e secca, le mie mani se la caveranno.»
«Può darsi. Ma una donna è meglio.»
«È proprio vero, maestro Jedi. Lo è.»
«Ne hai una, a casa?»
«No. E tu?»
«Un tempo, sì. Per due volte. Una di loro l’ho sposata. Ma non ci prendevamo. Matt ne ha una. Hai una donna giù in Nebraska, giusto, Matt?»
Matt si spostò sul sedile e si voltò per guardarsi oltre la spalla. «Sì, Annie è giù in Nebraska.»
«Si erano fidanzati ai tempi del liceo» precisò Trigger. «Poi lei è andata all’università, ma si sono rimessi insieme quando è tornata a casa. Due teste, un solo cuore. Per cui Matt non balla, se capisci che intendo.»
«Capito. È bello» continuò Gull «avere qualcuno.»
«Questo fottuto mondo non ha senso, se non ce l’hai.» Matt si strinse nelle spalle. «Non ha senso fare quel che facciamo se non abbiamo nessuno ad aspettarci, una volta che l’abbiamo fatto.»
«Addolcisce la vita» concordò Trigger. «Ma alcuni di noi devono accontentarsi di un ballo di tanto in tanto.» Si strofinò le mani mentre il furgone si fermava in un parcheggio pieno di macchine e camion. «E i miei piedi stanno già fremendo.»
Gull osservò il lungo edificio basso mentre usciva dal furgone, e rimase colpito dall’insegna al neon.
«‘All’impiccato’» lesse. «Sul serio?»
«Tira fuori il cowboy che è in te, amico.» Trigger gli diede una pacca sulla spalla ed entrò nel locale con i suoi stivali di pelle di serpente.
È tutta esperienza, ricordò Gull a sé stesso. Non era mai troppa.
Si addentrò nel suono eccessivamente amplificato di una musica country veramente mediocre, suonata da un quartetto di tizi dall’aspetto sudicio protetti da una rete per i polli di dubbia efficacia. Al momento, le uniche cose che venivano lanciate loro contro erano grida e invettive, ma la notte era ancora giovane.
Tuttavia c’era gente sulla pista da ballo, che alzava i tacchi degli stivali e agitava le chiappe. Altri se ne stavano lungo il bancone o incastrati su sedie traballanti davanti a un tavolino, da dove potevano sgraffignare nachos pieni di salsa o azzannare ali di pollo ricoperte di una sostanza sospetta che le faceva diventare arancioni come una patatina al formaggio. La maggior parte dei clienti sceglieva di buttar giù quella combinazione micidiale con una birra servita in bicchieri di plastica trasparente.
Le luci erano basse, per fortuna, e, nonostante il divieto di fumare, l’aria era annebbiata da nuvole di fumo blu che puzzavano come un posacenere troppo pieno, coperto di sudore e frittura.
L’unica cosa sensata da fare, per come la vide Gull, era cominciare a bere.
Si spostò al bancone, si fece largo e ordinò una birra Bitter Root in bottiglia. Dobie si infilò accanto a lui e gli diede un pugno sul braccio. «Perché vuoi bere quella merda straniera?»
«Prodotta in Montana.» Gull passò la bottiglia a Dobie e ne ordinò un’altra.
«Piuttosto buona» disse Dobie dopo averne preso un sorso «ma niente di paragonabile a una Budweiser.»
«Non hai tutti i torti.» Divertito, Gull picchiò il collo della sua bottiglia su quella di Dobie e bevve. «Birra. La risposta a così tante domande...»
«Mi scolo questa e poi isolerò una di quelle donne dal branco, attirandola con me sulla pista da ballo.»
Gull diede un altro sorso e studiò il chitarrista dalle dita grassocce. «Come fai a ballare con questa merda?»
Gli occhi di Dobie si fecero due fessure, e con un dito sembrò scavare sul petto di Gull. «Hai qualche problema con la musica country?»
«Devi esserti giocato un timpano durante l’ultimo lancio, se questa la chiami musica. Comunque sia, mi piace la bluegrass,» aggiunse «quando è ben eseguita.»
«Non raccontarmi stronzate, ragazzo di città. Tu non sapresti distinguere la bluegrass da un convolvolo.»
Gull prese un altro sorso di birra. «‘Sono un uomo dalle molte delusioni’» cantò con voce suadente, da tenore. «‘Ho visto guai ogni giorno della mia vita1.’»
Dobie gli diede un pugno sul petto, stavolta con affetto. «Sei una sorpresa continua, Gulliver. Hai anche una bella voce, lì dentro. Dovresti salire lassù e insegnare a quei cazzoni come si fa.»
«Credo che mi limiterò a bere la mia birra.»
«Come vuoi.» Dobie fece tintinnare la bottiglia che aveva tra le mani con il collo della sua, e se la scolò. «Io vado a caccia di femmine.»
«Buona fortuna, allora.»
«Qui non si tratta di fortuna, ma di stile.»
Gull osservò Dobie partire all’assalto di un tavolo con quattro donne, e decise che quell’uomo aveva uno stile tutto suo.
Godendosi quel momento, Gull appoggiò un gomito al bancone e incrociò le caviglie. Trigger, fedele alla sua parola, aveva già una compagna sulla pista da ballo, e Matt – fedele alla sua Annie – se ne stava seduto insieme a Piccolo Orso, a un novellino di nome Stovic e a uno dei piloti, soprannominato Stetson per via del suo amato cappello nero, tutto rovinato.
Poi c’era Rowan, intenta a sgranocchiare i nachos arancioni a un tavolo insieme con Janis Petrie, Gibbons e Yangtree. Si era messa una maglietta blu – attillata e con la scollatura profonda – che le fasciava il seno e il busto. Per la prima volta, dal giorno in cui l’aveva incontrata, Gull vide che indossava degli orecchini, qualcosa che brillava e dondolava dalle sue orecchie quando scuoteva la testa e rideva.
Aveva fatto qualcosa agli occhi, alle sue labbra, notò, che li aveva messi in risalto. E, quando lasciò che Cards la trascinasse in piedi per un ballo, Gull vide che i suoi jeans erano attillati quanto la maglietta.
Lei colse il suo sguardo mentre Cards la faceva volteggiare, poi gli si fermò il cuore quando gli rivolse un gran sorriso malizioso.
Gull decise che, se Rowan aveva intenzione di ucciderlo, tanto valeva lasciarglielo fare a distanza ravvicinata. Ordinò un’altra birra e la portò fino al tavolo di lei.
«Ehi, carne fresca.» Janis lo accolse alzando un nacho pieno di salsa. «Vuoi ballare, novellino?»
«Non ho bevuto abbastanza birra per ballare questa roba, qualunque cosa sia.»
«Sono talmente pessimi da risultare bravi.» Janis diede un colpetto sulla sedia vuota di Rowan. «Qualche altro drink e saranno quasi abbastanza bravi da essere pessimi.»
«La tua logica mi dice che sei già stata da queste parti.»
«Non sei un vero Zulie finché non sei sopravvissuto a una notte All’impiccato.» Janis si voltò verso la porta, mentre un gruppo di tre uomini entrava barcollando nel locale. «In tutta la sua magnificenza.»
«Ragazzi del posto?»
«Non credo. Indossano tutti scarpe nuove. Costose, anche.» Si riempì il bicchiere con la caraffa sul tavolo. «Immagino che siano gente di città, tipi da ranch della domenica che sono venuti qui per respirare un po’ d’aria locale.»
I tre si diressero al bancone e il tipo davanti si fece largo verso il barista. Schiaffò una banconota sul bancone.
«Del whisky, e una donna!»Alzò la voce deliberatamente, immaginò Gull, per farsi sentire oltre tutto quel casino. Le risate sguaiate dei suoi amici dissero a Gull che quella non doveva essere la loro prima bevuta, quella sera.
Alcune persone al bancone si spostarono per far spazio al gruppo mentre il barista versava i loro drink. Il capo della combriccola tracannò il suo, rimise giù il bicchiere e lo indicò.
«Abbiamo bisogno di femmine.»
Scoppiarono nuovamente a ridere. Sono in cerca di guai, concluse Gull, e, visto che lui non lo era, tornò a osservare Rowan sulla pista da ballo.
Janis si chinò verso di lui mentre la band si lanciava in una dolorosa cover di When the Sun Goes Down. «Ro dice che lavori in un parco giochi.»
«Ti ha parlato di me?»
«Sicuro. Ci scambiamo gli appunti nel corridoio della scuola tutti i giorni. Mi piacciono i parchi giochi. Ce li avete i flipper? Io sono una maga, con il flipper.»
«Sì, abbiamo sia quelli nuovi che quelli vintage.»
«Vintage?» Lei gli rivolse uno sguardo indagatore con i suoi grandi occhi nocciola. «Non è che avete High Speed, eh?»
«Se è considerato un classico, un motivo ci sarà.»
«Ah, lo adoro!» Diede una pacca sul tavolo con la mano. «Quando ero bambina, nella sala giochi c’era questo vecchio flipper, tutto scalcagnato. Ero diventata così brava che riuscivo a giocare per tutto il giorno con una sola moneta. Con il tipo della sala barattai cinque partite gratis con il mio primo bacio alla francese.» Sospirò e si appoggiò allo schienale della sedia. «Bei tempi, quelli.»
Seguendo lo sguardo di lei spostarsi verso il bancone, Gull fece in tempo a vedere il tipo con il whisky dare una pacca giocosa sul culo di una cameriera che gli passava accanto con il vassoio carico. Quando la donna si voltò, il tipo alzò entrambe le mani con un ghigno.
«Stronzo. Non puoi andare da nessuna parte» disse Janis «senza incontrare qualche stronzo.»
«Il loro numero è infinito.» Gull si spostò sulla sedia quando Rowan uscì dalla pista da ballo.
«Quello è il mio posto.»
«Te lo sto tenendo in caldo.» Si diede una pacca sul ginocchio.
Lei lo sorprese sedendoglisi in grembo, prendendo la sua birra e bevendo un lungo sorso. «Ti costerà parecchio comprare birra locale in bottiglia. Non balli, riccone?»
«Potrei anche ballare, se non suonassero qualcosa che mi fa sanguinare le orecchie.»
«Riesci ancora a sentirli? A questo c’è rimedio. È il momento degli shot.»
«Non mi contare» disse immediatamente Gibbons. «L’ultima volta che mi hai convinto a farlo non mi sono sentito più le dita per una settimana.»
«Non farlo, Gull» lo avvertì Yangtree. «La Svedese ha uno stomaco di ferro. L’ha preso dal suo vecchio.»
Rowan si voltò, avvicinò il viso a quello di Gull e sorrise. «Oh, hai un pancino delicato, Hotshot?»
Lui immaginò di mordicchiarle il labbro inferiore, soltanto un morsetto rapido e forte. «Che tipo di shot?»
«C’è soltanto uno shot che valga la pena di spararsi. Te-qui-la» canticchiò lei, picchiando il palmo della mano sul tavolo a sottolineare ogni sillaba. «Sempre se hai le palle per farlo.»
«Ci sei seduta sopra, per cui dovresti saperlo.»
Lei mandò indietro la testa e rise, con quella sua sexy risata da ragazza del saloon. «Tienile buone per un attimo, allora. Ci faccio organizzare la cosa.»
Saltò su e fece un paio di piroette quando Dobie le prese una mano e la fece girare. Titania e Puck, pensò Gull.
Poi ficcò i pollici nei taschini della maglia e si unì a lui in una sorta di ballo, sbattendo i tacchi degli stivali sulle assi del pavimento in un modo che fece battere le mani e fischiare gli altri danzatori.
Puntò un dito verso Gull – e, dannazione, ecco che il suo cuore partiva di nuovo – poi si avvicinò al bancone, continuando a ballare.
«Ehi, Big Nate!» Rowan si sporse e chiamò il barista. «Ho bisogno di una dozzina di shot di tequila, un paio di saliere e qualche spicchio di lime da succhiare.»
Si guardò intorno, diede un’occhiata annoiata all’uomo che si stava tenendo l’inforcatura dei pantaloni, accanto a lei, e distolse lo sguardo. «Posso portarli io, se Molly è impegnata.»
Il tipo con la mano sul pacco schiaffò una banconota da cento dollari sul bancone, davanti a lei. «Ti pago i tuoi shot e dieci minuti fuori con me.»
Rowan indirizzò al barista un leggero cenno del capo, fermandolo prima che potesse intervenire.
Si voltò e fissò quello spregevole ubriacone negli occhi. «Immagino che, visto che manchi completamente di fascino, e che l’unico modo in cui tu possa avere una donna è pagando, tu sia convinto che siamo tutte puttane.»
«Sei andata in giro ad agitare quel culetto e quelle tette dal primo momento che sono entrato qui dentro. Sto solo offrendo di pagare per quello che hai messo in piazza. E prima ti pago anche da bere.»
Al tavolo, Gull pensò: Merda!, e fece per alzarsi. Gibbons gli mise una mano sul braccio. «Non ti conviene metterti in mezzo. Credimi.»
«Non mi piacciono gli ubriaconi molesti.»
Si alzò e notò che il rumore intorno era diventato un brusio basso, tanto che riuscì chiaramente a sentire Rowan che diceva, con voce dolce come zucchero filato: «Oh, mi paghi anche da bere, prima? È questa, la tua frase a effetto?»
Prese il bicchiere e, data la sua altezza, non ebbe alcuna difficoltà a rovesciarne il contenuto sulla testa dell’uomo. «Vedi di sparire, testa di cazzo.»
L’uomo si mosse piuttosto velocemente, per un ubriacone. Spintonò Rowan addosso al bancone, afferrandole il seno e strizzandolo.
Ma lei fu ancora più veloce. Prima che Gull arrivasse a metà della sala, Rowan aveva schiacciato il piede dell’uomo con il tacco dello stivale, piantandogli una ginocchiata in quell’inguine di cui sembrava andare tanto fiero e poi mandandolo a gambe all’aria con un montante di rara potenza, nel momento in cui lui si piegava in avanti per il dolore.
Sferrò un pugno all’indietro a uno dei compari dell’uomo a terra, che era stato tanto stupido da cercare di strattonarla. Gli afferrò un braccio e lo tirò in avanti, oltrepassandolo. Con una stivalata di piatto sul sedere, lo mandò a schiantarsi sul suo amico che stava tentando di rialzarsi.
Poi si voltò di scatto verso il terzo uomo. «Ne vuoi un po’ anche tu?»
«No.» Il tipo alzò le mani in una posa da ‘non sparare’. «No, signora, non voglio.»
«Allora forse ti è rimasto mezzo cervello. Usalo, e vedi di portare fuori di qui i tuoi amici idioti, prima che mi arrabbi sul serio. Perché, quando mi arrabbio, vado fuori di testa.»
«Immagino che non le servisse aiuto» osservò Dobie.
«Ecco fatto.» Gull si mise una mano sul cuore e diede un colpetto. «Mi sono innamorato.»
«Non credo che mi piacerebbe innamorarmi di una donna che potrebbe ridurmi uno straccio.»
«Chi non risica non rosica.»
Rimase a guardare mentre una mezza dozzina di Zulie si faceva avanti per accompagnare i tre uomini alla porta e li buttava fuori. Rowan si rimise a posto la maglietta con un colpetto. «Arrivano questi shot, Big Nate?»
«Arrivano. Offre la casa!»
Gull tornò a sedersi e attese che Rowan portasse il vassoio al tavolo.
«Sei pronto?» gli chiese lei.
«Mettili in fila, tesoro. Vuoi un po’ di ghiaccio per le nocche?»
Lei si sgranchì le dita. «Stanno bene. È stato come dare un pugno alla mascotte della Pillsbury.»
«Ho sentito dire che anche quel pupazzo è un ubriacone niente male.»
Lei scoppiò a ridere e si mise a sedere sulla sedia che Gibbons le aveva preso. «Vediamo che razza di ubriacone sei tu, ora.»
1 Versi iniziali di Man of Constant Sorrow, tradizionale canzone folk americana.