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Preso tra i venti che imperversano sui Bitterroot, il canadair lottò per mantenere la propria rotta. Il fuoco che infuriava a terra scagliava i suoi pugni verso l’alto, attraverso gigantesche colonne di fumo, come se cercasse di mettere al tappeto l’avversario.

Dal suo sedile, Rowan Tripp si sporse per osservare lo spettacolo di una Madre Natura seriamente incazzata. Di lì a qualche minuto ci si sarebbe trovata in mezzo, immersa in un folle mondo di caldo feroce, fiamme ruggenti e fumo soffocante. Avrebbe dichiarato guerra, armata di pala e sega, coraggio e astuzia. Una guerra che non aveva intenzione di perdere.

Il suo stomaco sobbalzò assieme all’aereo, una sensazione che aveva imparato a ignorare. Volava sin da quando era bambina, e aveva combattuto incendi boschivi, ogni stagione, fin dal giorno del suo diciottesimo compleanno. E, per l’ultima metà di quegli otto anni, vi si era paracadutata dentro.

Aveva studiato, si era addestrata, aveva buttato sangue e sudore, sopportato dolore e fatica per diventare una Zulie. Un pompiere d’assalto di Missoula.

Stirò le sue lunghe gambe meglio che poté per qualche istante, si sgranchì le spalle sotto lo zaino per mantenerle sciolte.

Accanto a lei, il suo compagno di missione la osservò fare. Le dita tamburellavano sulla coscia. «Sembra piuttosto incattivito.»

«Noi lo siamo di più.»

Lui le rivolse un rapido sorriso a trentadue denti. «Ci puoi scommettere.»

Nervosismo. Rowan poteva quasi percepirlo strisciare sulla pelle del suo compagno.

Lei pensò che, prossimi alla fine di quella che era stata la prima stagione per Jim Brayner, il ragazzo avesse bisogno di caricarsi prima del salto. Alcuni facevano sempre così, rifletté, mentre altri si dedicavano a rapidi pisolini per accumulare un po’ di sonno in vista di quei momenti difficili.

A quel giro lei sarebbe saltata per prima, e Jim le sarebbe venuto subito appresso. Se gli serviva un po’ di carica, lei gliel’avrebbe data.

«Vedrai che gli faremo il culo. È il primo incendio vero che ci facciamo in una settimana.» Gli diede di gomito. «Non eri tu quello che ripeteva che ormai la stagione era finita?»

Lui continuò a tamburellarsi le dita sulla coscia, seguendo un qualche ritmo interiore. «Macché, quello era Matt» si schermì lui, con l’ampio sorriso ancora stampato in viso mentre scaricava la colpa su suo fratello.

«Ecco che significa avere a che fare con un paio di contadinotti del Nebraska. Non avevi un appuntamento piccante domani sera?»

«I miei appuntamenti sono sempre piccanti.»

A quello lei non poté ribattere: aveva visto Jim prendere all’amo donne come fossero trote arcobaleno tutte le volte che la loro unità aveva avuto una notte libera per andare a spassarsela giù in città. Ci aveva provato anche con lei, se lo ricordava bene, più o meno un paio di secondi dopo essere arrivato alla base. Ma aveva incassato bene il suo rifiuto. Rowan aveva sempre perseguito una ferrea politica contro le relazioni con altri membri dell’unità.

Se così non fosse stato, sarebbe stata tentata dal suo approccio. Jim aveva un viso aperto, innocente, che contrastava piacevolmente con quel suo sorriso sornione, e quel luccichio in fondo agli occhi. Per spassarsela poteva andar bene, aveva pensato lei, per un sorso spensierato di lussuria. Per una cosa seria – nel caso in cui anche lei l’avesse cercata – non sarebbe mai stato adatto. Nonostante avessero la stessa età, lui era ancora troppo giovane, troppo inesperto – e forse appena un po’ troppo dolce, sotto il sottile strato di ingenuità che non era ancora stato spazzato via del tutto.

«Chi è la poveretta che se ne andrà a letto sola e sconsolata, se dovessi essere ancora impegnato a danzare con il drago?» gli chiese lei.

«Lucille.»

«Quella piccoletta... con la risatina sciocca.»

Le dita di lui continuavano a tamburellare, ancora e ancora, sul suo ginocchio. «Sa fare ben altro, oltre a ridere.»

«Sei proprio un allupato, Romeo.»

Lui gettò la testa all’indietro ed emise una serie di latrati che la fecero ridere.

«Vedi di non far sapere a Dolly che te ne vai in giro a ululare» commentò lei. Sapeva bene – lo sapevano tutti – che si era sbattuto una delle cuoche della base per tutta la stagione.

«Posso gestire Dolly.» Il tamburellare riprese più frenetico di prima. «Me la vedrò io con lei.»

E va bene, pensò Rowan, c’è qualcosa che non va, ed era proprio per questo che chi aveva un po’ di sale in zucca non andava in giro a scoparsi le persone con cui si trovava a lavorare.

Gli diede un’altra piccola gomitata, perché quelle dita irrequiete la preoccupavano. «Va tutto bene, Contadinotto?»

Gli occhi azzurri di lui incrociarono i suoi per un istante, poi li distolse mentre le ginocchia gli sobbalzavano sotto quelle dita tamburellanti. «Nessun problema. Andrà tutto liscio come al solito. Ho solo bisogno di fiondarmi laggiù.»

Lei gli coprì una mano con la sua per farlo star fermo. «Hai bisogno di restare concentrato, Jim.»

«Ci sono. Ci sono. Guardalo, come agita la coda» disse lui. «Una volta che gli Zulie scenderanno giù, non farà più tanto il gradasso. Gli taglieremo le gambe, e domani sera me la spasserò con Lucille.»

Improbabile, pensò Rowan tra sé e sé. Secondo quanto poteva vedere dall’aereo, per quell’incendio ci sarebbero voluti almeno due giorni di duro, sudato lavoro.

Sempre che le cose fossero andate per il verso giusto.

Rowan allungò una mano e afferrò l’elmetto di protezione, poi fece un cenno del capo verso il loro spotter. «Prepariamoci. Mantieni il sangue freddo, Contadinotto.»

«Sono di ghiaccio.»

Cards – soprannominato così perché si portava un mazzo di carte ovunque andasse – si fece strada tra i dieci paracadutisti e le loro attrezzature verso la coda del velivolo, e agganciò la sua imbragatura al cavo di sicurezza.

Prim’ancora che Cards avvertisse il gruppo di tenersi stretti i propri equipaggiamenti, Rowan passò un braccio attorno al suo. Cards, un veterano dai muscoli d’acciaio, aprì il portellone, facendo entrare una folata di vento mista a fumo e puzzo di carburante. Mentre lui afferrava il primo gruppo di banderuole a nastro, Rowan si aggiustò l’elmetto sui corti capelli biondi, allacciò la sicura e sistemò la maschera sul volto.

Fissò i nastri che danzavano frenetici e colorati nel cielo striato di fumo. Le loro lunghe strisce si agitarono nel vento, vorticando verso sudovest; sembravano rotolare, poi tornarono su e furono sbalzati ancora una volta prima di perdersi tra gli alberi.

Cards gridò: «A destra!» nel microfono delle sue cuffie, e il pilota fece virare l’aereo.

Un secondo gruppo di nastri fu gettato fuori dal portellone, mulinando come un giocattolo per bambini. Le strisce s’intrecciarono, poi si separarono e caddero sul costone ricoperto di alberi del sito di lancio.

«La linea del vento corre lungo quella fenditura, giù fino agli alberi e attraverso tutto il sito» disse Rowan a Jim.

Più in là, spotter e pilota continuavano ad aggiustare la traiettoria, e un altro blocco di banderuole a nastro fu gettato di sotto.

«Ci sono turbolenze.»

«Già. L’ho visto.» Jim si passò il dorso della mano sulla bocca prima di stringere le sicure di elmetto e maschera.

«Portaci a tremila» gridò Cards.

Altitudine di lancio. Come primo paracadutista in ordine di lancio, Rowan si alzò e si mise in posizione. «Abbiamo quasi trecento metri di deriva» gridò a Jim, ripetendo ciò che aveva sentito dire da Cards al pilota. «Ma ci sono turbolenze. Non farti prendere sottovento.»

«Non è la mia prima festa.»

Lei vide il suo sorriso dietro le protezioni della maschera, sicuro di sé, perfino impaziente. Ma c’era qualcosa nel suo sguardo, pensò. Soltanto un lampo. Fece per parlare di nuovo ma Cards, già in posizione sulla destra del portellone, gridò: «Siete pronti?»

«Pronti» gridò lei di rimando.

«Agganciati.»

Rowan assicurò il suo moschettone alla corda di sicurezza.

«Vai sul portellone!»

Lei si mise a sedere con le gambe penzoloni nella turbinosa corrente d’aria, portando indietro il peso del corpo. Ogni cosa, intorno a lei, era un ruggito. Sotto le sue gambe distese, le fiamme infuriavano in sfumature selvagge di rosso e dorato.

Non c’era nient’altro che l’attimo, nient’altro che il vento e le fiamme, e quella sensazione di esaltazione e paura che non smetteva mai di sorprenderla.

«Hai visto dove sono i nastri segnalatori?»

«Sì.»

«Riesci a vedere il punto?»

Lei annuì, mettendolo a fuoco nella sua mente, seguendo il percorso di quelle strisce colorate fino all’obiettivo.

Cards ripeté ciò che lei aveva detto a Jim, quasi parola per parola. Lei si limitò ad annuire di nuovo, tenendo lo sguardo fisso sull’orizzonte, facilitando la respirazione e visualizzando sé stessa mentre volava, precipitava, navigava nel cielo giù fino al cuore del punto di atterraggio.

Procedette al controllo della sua cintura a quattro punti mentre il velivolo completava il suo giro circolare e si stabilizzava all’altitudine prevista.

Cards tirò dentro la testa. «Preparati.»

Pronti prontissimi, disse suo padre nella sua testa. Afferrò entrambi i lati del portellone e fece un gran respiro.

Quando la mano dello spotter le diede una pacca sulla spalla, Rowan si gettò giù dall’aereo.

Non conosceva nient’altro che riuscisse a superare quel momento di follia, quel salto nel vuoto. Contò a mente, un’attività che ormai le veniva automatica come respirare, e si girò in quel cielo carico per guardare l’aereo che volava oltre. Vide Jim, che si lanciava dopo di lei.

Poi si girò di nuovo e lottò contro l’attrito dell’aria finché i suoi piedi non puntarono verso il basso. Con uno strattone, il suo paracadute si aprì di scatto. Cercò di nuovo Jim con lo sguardo e sentì un piccolo moto di sollievo salirle dentro quando vide che anche il suo paracadute si era aperto nel cielo sgombro. In quell’attimo di silenzio carico di tensione, oltre il rombo dell’aereo, sopra la voce del fuoco, Rowan afferrò le sue manopole di controllo.

Il vento sembrava testardamente deciso a trascinarla verso nord. Ma Rowan era altrettanto testarda nel voler mantenere la traiettoria che si era prefigurata mentalmente. Fissò il suolo mentre sterzava nelle violente raffiche controcorrente che strattonavano il paracadute, facendo del suo meglio per impostare una discesa a spirale in quel vento ostinato.

La turbolenza che poco prima aveva sbalzato i nastri segnalatori la schiaffeggiò con raffiche insidiose mentre il calore risaliva dal terreno in fiamme. Se il vento l’avesse avuta vinta, Rowan avrebbe oltrepassato il punto di atterraggio previsto, finendo in mezzo agli alberi e rischiando di restare impigliata tra i rami. O, peggio ancora, poteva essere spinta più verso ovest, dritta tra le fiamme.

Tirò con forza la manopola e alzò gli occhi, appena in tempo per vedere Jim che era finito sottovento e cominciava a volteggiare fuori controllo.

«Tira a destra! Tira a destra!»

«Ci sono! Ci sono.»

Ma, con suo orrore, tirò a sinistra.

«A destra, maledizione!»

Rowan dovette voltarsi per l’atterraggio, e il piacere di una discesa quasi del tutto senza intoppi verso il punto di arrivo fu affogato nel panico. Jim riprese quota verso ovest, strattonato via, impotente, da una raffica orizzontale.

Rowan toccò terra e rotolò per attutire l’impatto. Si rimise in piedi e si liberò dall’imbragatura. Immobile, in piedi nel mezzo dell’incendio, rimase in ascolto.

In ascolto delle grida del suo compagno di lancio.

Le grida la inseguirono quando si tirò di scatto a sedere sul letto, risuonandole nella testa mentre se ne restava lì, accoccolata nel buio.

Basta, basta, basta!, si impose. Tenne la fronte appoggiata sulle ginocchia tirate al petto finché non riprese a respirare normalmente.

Non ha senso, pensò. Non ha senso continuare a riviverlo, a ritornare su tutti i dettagli, tutti i momenti, o a chiedersi ancora e ancora se avrebbe potuto fare qualcosa di diverso.

A chiedersi perché Jim non avesse seguito la sua scia verso il punto d’atterraggio. Perché avesse tirato la manopola sbagliata. Già... perché, dannazione, era proprio quello che aveva fatto.

Ed era volato dritto verso le colonne di fumo e i rami mortali di quegli alberi in fiamme.

Erano passati mesi, si ricordò. Aveva avuto a disposizione un lungo inverno per superare quel fatto. E credeva di esserci riuscita.

Ma tornare alla base le aveva fatto tornare tutto in mente, ammise con sé stessa, strofinandosi le mani sul viso e passandole sui capelli che aveva tagliato in un caschetto corto e comodo soltanto pochi giorni prima.

La stagione degli incendi era alle porte. Il corso di aggiornamento sarebbe iniziato di lì a un paio d’ore. Ricordi, rimpianti, dolore... era normale che tornassero a galla. Ma aveva bisogno di dormire almeno un’altra ora prima di alzarsi e di prepararsi per la dura corsa di quattro chilometri e mezzo che li aspettava.

Era maledettamente brava a forzarsi al sonno, ovunque e in qualunque momento. Sotto pressione, in un punto di ancoraggio durante un incendio, o su un aereo in piena turbolenza. Sapeva come mangiare e dormire quando se ne presentavano l’occasione e la necessità.

Ma, quando richiuse gli occhi, si rivide sull’aereo, mentre si voltava verso il sorriso aperto di Jim.

Sapendo che doveva toglierselo dalla testa, uscì dal letto. Si sarebbe fatta una doccia, messa in corpo un po’ di caffeina e di carboidrati, e poi un po’ di esercizio leggero per scaldarsi prima dell’esame di preparazione atletica.

I suoi colleghi erano sempre sorpresi dal fatto che non consumasse mai caffè, a meno che non fosse la sua unica scelta. Preferiva le cose fredde e dolci. Dopo essersi vestita, Rowan intaccò le sue riserve di Coca-Cola e prese una barretta energetica. Se le portò fuori, dove il cielo era ancora timidamente illuminato dalle prime luci dell’alba e l’aria era fredda, nella primavera del Montana occidentale.

Le stelle svanivano nel vasto cielo, come piccole candele spente con un soffio. Rowan si lasciò avvolgere dall’oscurità e dal silenzio, trovandovi conforto. Tra un’ora, più o meno, l’intera base si sarebbe svegliata, e il testosterone avrebbe pervaso l’aria.

Dato che generalmente preferiva la compagnia degli uomini, per chiacchiere di poco conto così come per amicizie solide, a Rowan non dispiaceva trovarsi in minoranza rispetto a loro. Ma aveva a cuore anche i suoi momenti di tranquillità, quei piccoli istanti di solitudine che, durante la stagione, diventavano così rari e preziosi. La cosa migliore dopo un bel sonno, prima di affrontare una giornata piena di pressione e stress, pensò.

Poteva continuare a ripetersi che non aveva motivo di essere preoccupata per la corsa, visto che era stata attenta a mantenersi in forma per tutto l’inverno, e che era nelle migliori condizioni fisiche di sempre, ma tutto questo non significava niente.

Poteva succedere di tutto. Una storta alla caviglia, una distrazione, un crampo improvviso e debilitante. O poteva semplicemente fare una brutta corsa. Era capitato ad altri. C’era chi tornava, e chi no.

E un atteggiamento negativo non sarebbe certo stato d’aiuto. Diede un morso alla barretta energetica, introdusse caffeina nel suo sistema e osservò le prime luci del giorno spuntare con fatica oltre i frastagliati picchi settentrionali, ancora coperti di neve.

Quando entrò nella palestra, pochi minuti dopo, notò che il suo momento di solitudine era giunto al termine.

«Ehi, Trigger.» Salutò con un cenno del capo l’uomo intento a fare addominali su un tappetino. «Che mi dici?»

«Ti dico che siamo tutti fuori di testa. Che diavolo ci faccio, qui, Ro? Ho quarantatré anni, cazzo.»

Lei srotolò un tappetino e cominciò a fare stretching. «Anche se non fossi fuori di testa, e non fossi qui, avresti sempre quarantatré cazzo di anni.»

Alto quasi due metri, e appena entro i limiti di altezza, Trigger Gulch era un tipo muscoloso e tosto, con un forte accento del Texas occidentale e una predilezione per gli stivali da cowboy.

Sbuffò mentre finiva una serie di addominali veloci. «Potrei starmene sdraiato su una spiaggia di Waikiki.»

«Oppure potresti fare l’agente immobiliare ad Amarillo.»

«Suppongo che potrei.» Si asciugò il viso e puntò un dito verso di lei. «Dalle nove alle cinque per i prossimi quindici anni, e poi ritirarmi su quella spiaggia di Waikiki.»

«Waikiki è piena di gente, pare.»

«Già, questo è un cazzo di problema.» Si tirò a sedere: era un uomo di bell’aspetto, con i capelli castani striati di grigio qua e là, e una cicatrice gli serpeggiava giù per il ginocchio sinistro, segno di una vecchia operazione al menisco. Le rivolse un sorriso mentre lei si metteva supina sul tappetino, alzava la gamba destra e se la tirava verso il naso. «Mi sembri in gran forma, Ro. Com’è andata la tua stagione grassa?»

«Incasinata.» Ripeté lo stiramento con la gamba sinistra. «Non vedevo l’ora di tornare qui, per riposarmi un po’.»

Lui scoppiò a ridere. «E tuo padre, come sta?»

«In gamba come al solito.» Rowan si tirò a sedere, poi piegò in due il suo lungo corpo sinuoso. «In questo periodo dell’anno diventa sempre un po’ malinconico.» Chiuse gli occhi, azzurri come il ghiaccio, e si tirò la punta dei piedi verso la testa. «Gli manca la ripresa, il ritrovarsi tutti quanti alla base, ma gli affari non gli lasciano il tempo di rimuginarci troppo.»

«Anche a chi non è come noi piace saltare giù da un aereo.»

«E pagano anche bene per farlo. La settimana scorsa è andata di lusso.» Spalancò le gambe a V, afferrò gli alluci e si chinò nuovamente in avanti. «Una coppia ha celebrato il suo cinquantesimo anniversario di matrimonio con un lancio. Come mancia, mi hanno dato una bottiglia di champagne francese.»

Trigger rimase seduto lì dov’era, osservandola mentre si rimetteva in piedi per cominciare il primo Saluto al sole. «Continui a insegnare quella roba hippie?»

Rowan passò fluidamente dal Cane a testa in su al Cane a testa in giù, poi girò la testa per rivolgere a Trigger uno sguardo di compassione. «Si chiama yoga, vecchietto, e sì: continuo a fare qualche lavoretto come personal trainer fuori stagione. Mi aiuta a tenere il lardo lontano dalle chiappe. Tu, invece?»

«Io accumulo il lardo. Così ho più roba da bruciare quando inizia il lavoro duro.»

«Se questa stagione sarà fiacca come quella passata, resteremo tutti seduti sui nostri grassi culoni. Hai visto Cards? Sembra che questo inverno non abbia fatto altro che servirsi porzioni doppie.»

«Ha una nuova donna.»

«Cazzo, davvero?» Sentendosi più sciolta, Rowan aumentò il ritmo e inserì qualche affondo.

«L’ha incontrata nel reparto surgelati del supermercato, a ottobre, ed è andato ad abitare con lei per il nuovo anno. Lei ha un paio di bambini. Fa la maestra.»

«Maestra, bambini...? Cards?» Rowan scosse la testa. «Dev’essere proprio amore.»

«Qualcosa sarà. Ha detto che la donna e i bambini saliranno verso fine luglio, forse, e probabilmente passeranno qui la fine dell’estate.»

«Sembra una cosa seria.» Lei passò in torsione, lanciando un’occhiata verso Trigger mentre manteneva quella posizione. «Lei dev’esserlo. Comunque sia, sarà meglio che Cards veda come la sua nuova donna riesce a gestire una stagione. Un conto è spassarsela con un pompiere d’assalto durante l’inverno, ma rimanergli accanto l’estate è tutto un altro paio di maniche. Le famiglie si spaccano come uova» aggiunse, poi desiderò di non averlo detto mentre Matt Brayner faceva il suo ingresso in palestra.

Non l’aveva più visto dal giorno del funerale di Jim e, benché avesse parlato qualche volta con sua madre, non era stata sicura che sarebbe tornato in squadra.

Sembrava più vecchio, pensò lei, notando le rughe attorno agli occhi e alla bocca. E dolorosamente simile a suo fratello, con quel ciuffo spettinato di capelli sbiaditi e gli occhi azzurro chiaro. Il suo sguardo passò su Trigger e incontrò quello di lei. Rowan si chiese quanto gli fosse costato quel sorriso.

«Come sta andando?»

«Molto bene.» Lei si raddrizzò e si pulì i palmi delle mani sulla coscia dei suoi pantaloni da ginnastica. «Sto giusto scaricando un po’ di tensione prima del test di preparazione atletica.»

«Pensavo di fare lo stesso. O magari me ne frego, scendo in città e mi prendo una doppia porzione di pancake.»

«Ce li faremo dopo la corsa.» Trigger gli andò incontro e gli tese la mano. «È bello rivederti, Campagnolo.»

«Anche per me.»

«Vado a farmi un caffè. Non ci vorrà molto, prima che ci carichino.»

Mentre Trigger si allontanava, Matt si fece avanti e afferrò un manubrio da dieci chili. Poi lo rimise a terra. «Immagino che sarà strano, almeno per un po’. Quando mi vede, la gente... si mette a pensare.»

«Nessuno dimenticherà. Sono contenta che tu sia tornato.»

«Io non so se sono contento o meno, ma sembra che non riesca a fare nient’altro. Ad ogni modo, volevo ringraziarti per esserti tenuta in contatto con mia madre, come hai fatto questo inverno. Per lei ha significato molto.»

«Vorrei... Be’, se i desideri fossero cavalli, a quest’ora avrei un rodeo tutto mio. Sono contenta che tu sia tornato. Ci vediamo al furgone.»

Rowan poteva capire come si sentiva Matt, il fatto che non sembrava riuscire a fare nient’altro. Riassumeva perfettamente le sensazioni più profonde degli uomini e delle quattro donne, tra cui lei, che se ne stavano ammassati nei furgoni, diretti verso l’inizio della corsa per le loro posizioni. Si mise comoda, lasciandosi scivolare addosso le vanterie e le prese in giro dei compagni.

Volavano un sacco di insulti sui chili presi in inverno, e le battute sulle chiappe lardose erano popolari come sempre. Rowan chiuse gli occhi e cercò di rilassarsi mentre il nervosismo che serpeggiava sotto le cazzate in apparenza bonarie che riempivano il furgone cercava di insinuarsi dentro di lei e di unirsi al suo stress.

Janis Petrie, una delle quattro donne dell’unità, venne a mettersi accanto a lei. La sua statura minuta e compatta le aveva fatto guadagnare il soprannome Elfa, e aveva l’aspetto di una capo cheerleader.

Quella mattina, le sue unghie avevano uno smalto rosa shocking e i suoi capelli lucidi e castani sobbalzavano in una coda di cavallo legata stretta da un cerchietto di farfalle.

Era carina come una caramella gommosa, aveva la tendenza a emettere risatine sciocche, ed era capace di lavorare su una linea tagliafuoco per quattordici ore di fila.

«Pronta a ballare, Svedese?»

«Eccome. Perché ti sei messa il trucco prima di questo test del cazzo?»

Janis sbatté le sue lunghe palpebre seducenti. «Così questi poveretti avranno qualcosa di bello da guardare quando arrancheranno oltre il traguardo. Visto che io arriverò lì per prima.»

«In effetti sei dannatamente veloce, tu.»

«Piccola, ma possente. Hai dato un’occhiata ai novellini?»

«Non ancora.»

«Ce ne sono sei come noi, nel mucchio. Magari si aggiungeranno abbastanza donne per creare un bel club di cucito. O di lettura.»

Rowan scoppiò a ridere. «Sì, e poi organizziamo una vendita di torte fatte in casa.»

«Cupcake. I cupcake sono il mio tallone d’Achille. È un paese così bello.» Janis si chinò in avanti per avere una vista migliore dal finestrino. «Mi manca sempre tanto quando sono via, e per tutto il tempo continuo a chiedermi che cosa ci faccio in città, a praticare fisioterapia su dei tipi da country club con il gomito del tennista.»

Fece un sospiro. «Poi però, arrivati a luglio, comincerò a chiedermi che cosa ci faccio qui, distrutta dalle ore di sonno arretrate, piena di dolori dappertutto, quando invece potrei starmene in pausa pranzo a bordo piscina.»

«È un bel pezzo di strada, da Missoula a San Diego.»

«Proprio così. Tu non fai questo tira e molla. Vivi qui. Per la maggior parte di noi, tornare qui significa tornare a casa. Finché non finisce la stagione e ce ne torniamo tutti a casa, che soltanto allora significa casa. Una roba da farti diventare matto.»

Roteò gli occhi nocciola verso Rowan mentre il furgone si fermava. «Ecco che si ricomincia.»

Rowan saltò giù dal furgone e fece un gran respiro. C’era un profumo di buono, di fresco e di nuovo. La primavera, quella con l’erba, fiori selvatici e brezza mite, non avrebbe tardato ad arrivare. Individuò le bandiere che segnavano il percorso mentre il manager della base, Michael Piccolo Orso, esponeva i requisiti.

La lunga treccia nera di Piccolo Orso spiccava sul giacchetto rosso vivo. Rowan sapeva che in tasca aveva un pacchetto di caramelle Life Savers, in sostituzione delle Marlboro che aveva smesso di fumare durante l’inverno.

Lui e la sua famiglia abitavano a un tiro di schioppo dalla base, e sua moglie lavorava per il padre di Rowan.

Tutti conoscevano già le regole. Completare la corsa in ventidue minuti e trenta, o venire esclusi. Ritentare una settimana più tardi e, se si falliva di nuovo, trovarsi un nuovo lavoro per l’estate.

Rowan fece uno stretching rapido – legamenti, quadricipiti, polpacci.

«Odio questa merda.»

«Ce la farai.»Rowan gli diede di gomito sulla pancia. «Pensa a una bella pizza prosciutto e salsiccia che ti aspetta dall’altra parte del traguardo.»

«Baciami le chiappe.»

«Per come sono grosse ora, potrebbe volermici un bel po’ di tempo.»

Piccolo Orso grugnì bonario mentre i partecipanti si allineavano per la partenza.

Rowan si calmò. Si concentrò sulla propria mente e sul proprio corpo, mentre Piccolo Orso tornava al furgone. Quando il furgone partì, la corsa ebbe inizio. Rowan premette il tasto del cronometro sul suo orologio e si unì al gruppo. Conosceva ognuno di quegli uomini e donne – aveva lavorato, sudato, rischiato la propria vita insieme a loro. E, in cuor suo, augurava a tutti loro buona fortuna, e una buona corsa.

Ma, per i prossimi ventidue minuti e mezzo, ognuno avrebbe corso solo per sé stesso.

Si fece largo nel mucchio, aumentò il passo e gareggiò per quella che era, in senso lato, la sua vita. Continuò ad avanzare e, come facevano gli altri, lanciò incoraggiamenti e punzecchiature – a seconda di ciò che sarebbe servito di più, di volta in volta, a far muovere le chiappe dei suoi colleghi. Sapeva che ci sarebbero stati ginocchia indolenzite, polmoni sfiancati e stomaci sottosopra. L’allenamento primaverile avrebbe tonificato alcuni e aggiunto altri dolori ai vecchi acciacchi di altri.

Ma non era il momento di pensare a quello. Si concentrò sul primo chilometro e mezzo e, quando superò il paletto segnaletico, segnò il proprio tempo a quattro minuti e dodici.

Terzo chilometro, spronò sé stessa, mantenendo il passo regolare e leggero, perfino quando Janis la superò con un sorriso bieco. Un bruciore le risaliva dai piedi alle caviglie, rifluendo su per i polpacci. Il sudore le scivolava caldo giù per la schiena, lungo il petto, sopra il suo cuore martellante.

Avrebbe potuto rallentare il passo – il suo era un buon tempo – ma il timore di inciampare, di storte, di uno spintone da dietro, le fece mantenere l’andatura.

Non avrebbe ceduto.

Dopo aver passato il terzo chilometro aveva superato bruciore e fatica, non pensando più a niente. Ancora un chilometro e mezzo. Sorpassò alcuni, fu sorpassata da altri, mentre il suo cuore le rimbombava nelle orecchie. Come prima di un salto, teneva gli occhi fissi all’orizzonte, terra e cielo. Il suo amore per entrambi la spronò attraverso quell’ultimo chilometro e mezzo.

Superò in volata l’ultimo paletto, udì Piccolo Orso che chiamava ad alta voce il suo nome e il suo tempo. Tripp, quindici e venti. Rowan corse per altri venti metri prima di riuscire a convincere le proprie gambe che potevano fermarsi, ora.

Piegando il busto e appoggiando le mani alle ginocchia, riprese fiato e strinse forte gli occhi. Come sempre, dopo l’esame di preparazione atletica, le veniva da piangere. Non per lo sforzo. Tutti loro affrontavano sfide ben peggiori, molto più dure e sfiancanti. Poi, finalmente, la tensione che le attanagliava la mente si dissipò.

Poteva continuare a essere ciò che voleva essere.

Si allontanò dal traguardo, e ascoltò mentre venivano chiamati i nomi e i tempi degli altri. Diede il cinque a Trigger mentre concludeva i suoi quattro chilometri e mezzo.

Tutti quelli che arrivavano restavano lì. Erano di nuovo un’unità, e tutti volevano che gli altri terminassero in tempo. Rowan guardò il suo orologio, vide che il tempo limite stava per scadere e mancavano ancora quattro corridori.

Cards, Matt, Yangtree, che il mese prima aveva festeggiato – o pianto – il suo cinquantaquattresimo compleanno, e Gibbons, che, per colpa del suo ginocchio malconcio, stava quasi arrancando per completare gli ultimi metri.

Cards arrivò in volata con tre secondi di anticipo sul termine, seguito a ruota da Yangtree. Il viso di Gibbons era una maschera di dolore e sudore, ma Matt? A Rowan sembrò quasi che non ci mettesse alcun impegno.

I loro sguardi si incrociarono. Lei strinse il pugno e s’immaginò di tirare lui e Gibbons oltre quegli ultimi metri mentre i secondi continuavano a scorrere. Poteva giurare di aver visto una luce che gli si accendeva negli occhi, di aver visto Matt che si riscuoteva, che si riaccendeva.

Tagliò il traguardo in ventidue minuti e ventotto secondi, con Gibbons a mezzo secondo di distanza.

Allora ci fu un’esultanza, per il successo di un’altra stagione.

«Immagino che voi due abbiate voluto aggiungere un po’ di suspense...» Piccolo Orso abbassò la cartellina che teneva in mano. «Bentornati. Riprendete fiato per un minuto, e torniamocene alla base.»

«Ehi, Ro!» Lei rivolse lo sguardo verso Cards, appena in tempo per vederlo girarsi, chinarsi in avanti e tirarsi giù i pantaloni. «Baciami le chiappe!»

Sì, siamo proprio tornati, pensò lei.