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L’orologio biologico di Rowan la trascinò fuori dal sonno appena prima delle cinque di mattina. Rimase sdraiata lì dov’era, con gli occhi chiusi, facendo l’inventario. Un mondo di dolori, molta rigidità e una fame da leoni, ma nessun danno grave o inaspettato. Rotolò fuori dal sacco a pelo e, nell’oscurità, allungò i muscoli doloranti. Si concesse il lusso di fantasticare su una bella doccia calda, una Coca gelata e un vassoio ricolmo delle famose omelette ripiene con tutto di Marg.

Poi uscì carponi dalla sua tenda per affrontare la realtà.

Il campo era ancora addormentato; potevano dormire, calcolò lei, per un’altra oretta. Verso ovest, l’incendio colorava il cielo di un rosso sporco. Una luce in attesa, pensò lei. In attesa della battaglia di quel giorno.

Be’, anche loro sarebbero stati pronti.

Si sciacquò la bocca asciutta con un po’ d’acqua, sputò, poi usò il bagliore del fuoco da campo per orientarsi verso il cibo. Mangiò, buttando giù le razioni con del caffè istantaneo, che detestava ma di cui aveva un gran bisogno, mentre ripassava le mappe. Quella calma non sarebbe durata a lungo, per cui ne approfittò per riorganizzare le proprie strategie, gli ordini da impartire, le squadre e gli attrezzi.

Contattò la base per avere un rapporto sulla situazione e le previsioni meteorologiche per la giornata, prendendo appunti e scarabocchiando in fretta e furia mappe operative.

Alle prime luci dell’alba organizzò gli strumenti, rifornì il proprio zaino e mise sotto ai denti un altro panino e una mela. Sveglia, piena di energia, pronta, si raccolse nel suo piccolo momento di solitudine.

Osservò la foresta che prendeva vita attorno al campo ancora addormentato. Come emergendo da una favola lontana, le ombre di un piccolo branco di wapiti scivolarono attraverso la foschia del mattino che ammantava gli alberi come tentacoli di fumo. Il bagliore del sole nascente circondò il crinale a est con il suo alone luminoso, spargendosi nel cielo come oro liquido. Lo scintillio gocciolò giù lungo il costone, sugli alberi, luccicando sull’acqua del fiume, accarezzando il verde della valle sottostante.

Gli uccelli cinguettavano il loro canto mattutino, mentre nel cielo che rischiarava si levava un falco, già pronto alla caccia.

Questo, pensò lei, era soltanto un motivo in più per fare ciò che faceva, nonostante i rischi, il dolore e la fame. Non c’era, a suo modo di vedere, niente di più magico o di più intensamente reale dell’alba nella natura selvaggia.

Aveva combattuto fino allo sfinimento, fianco a fianco con gli uomini e le donne migliori che conosceva, per proteggere quella stessa natura.

Quando Cards rotolò fuori dalla tenda, Rowan sorrise. Sembrava un orso che aveva passato il letargo a ruzzolare nella fuliggine. Con i capelli irsuti e gli occhi velati di fatica, le grugnì un saluto prima di allontanarsi alla ricerca di un po’ di privacy per dare sollievo alla vescica.

Il campo cominciò a muoversi. Altri grugniti e fruscii, altri occhi appannati e spenti mentre i pompieri d’assalto si preparavano cibo e caffè. Gull uscì dalla tenda, con il viso offuscato dalla fuliggine e dal sonno. I suoi occhi però erano ben svegli, notò Rowan, e si posarono brevemente su di lei prima di addentrarsi tra gli alberi.

«Il vento sta già riprendendo ad aumentare.» Gibbons si mise accanto a lei con la sua tazza di caffè.

«Già.» Lei tenne lo sguardo fisso sulle colonne di fumo che salivano in cielo. Guizzi arancioni e dorati si mischiavano al rosso, ora. Come il cielo, la magia, il campo, anche il drago si svegliò. «Non riceveremo alcun aiuto dagli dèi del clima, oggi. Il vento è variabile, da quindici a venti nodi, le condizioni rimangono asciutte con punte di temperatura oltre i ventisette gradi. Il mostro avrà vita facile.»

Rowan tirò fuori le mappe che aveva tracciato a mano. «Siamo riusciti a contenere il fianco lungo questo punto, ma abbiamo perso terreno alla fonte d’acqua, e, quando il fuoco si è propagato alle chiome, l’incendio si è spostato dritto da questa parte. Gli Hotshot l’hanno frenato e l’hanno respinto fino a qui, più o meno, poi però si è rivoltato loro contro verso mezzanotte, e i rinforzi hanno dovuto ritirare gli impianti» aggiunse «e ripiegare indietro, fino a questa linea tagliafuoco.»

«Ci sono stati feriti?»

«Ustioni minime, lividi e qualche graffio. Non c’è stato bisogno di evacuare nessuno.» Rowan si lanciò un’occhiata alle spalle mentre Gull veniva verso di loro. «Sono accampati qui.» Srotolò la mappa principale per mostrare il punto a Gibbons. «Stavo valutando l’ipotesi di pompare acqua sulla testa da questo punto, tracciare una linea tagliafuoco lungo questo settore e intersecare il punto inferiore della trincea delle squadre di supporto, attraversandola. Poi risaliremmo mentre loro continuano a lavorare più sotto. Lo accerchieremmo. È una risalita molto impegnativa, ma così facendo soffocheremmo la coda, bloccheremmo il fianco sinistro, e poi ci incontreremmo con la squadra dei manicotti per tagliargli la testa.»

Gibbons annuì. «Sarà necessario mantenere questa linea, allora.» Puntò un dito sulla mappa. «Se le fiamme la oltrepassano, potrebbero passarci alle spalle. E allora sarebbe la squadra di trincea a trovarsi accerchiata.»

«Ho perlustrato l’area ieri. Ci sono un paio di zone di sicurezza. E stamattina invieranno altri pompieri d’assalto. Saremo una quarantina. Ne voglio dieci nella squadra d’acqua, e sarai tu a dirigerne le operazioni, Gib. Sei maledettamente bravo con i manicotti. Scegliti i nove che ti servono.»

«Ricevuto.» Gibbons guardò verso l’incendio. «Sembra che la pacchia sia finita.»

«Dove mi vuoi?» le chiese Gull quando Gibbons si fu allontanato per scegliere i membri della sua squadra.

«A segare sulla linea tagliafuoco, sotto Yangtree. Mantenete quella linea, o ti serviranno quei piedi veloci che ti ritrovi. Se ve lo ritrovate alle spalle, passate lungo il costone e dritti fino alla zona nera. Qui.» Lo guardò negli occhi mentre con il dito puntava la zona sulla mappa. «Tutto chiaro?»

«Noi teniamo la linea, e poi potrai pagarmi un drink.»

«Mantenete la linea, dividete l’incendio e arrivate fino alla squadra d’acqua, e forse lo farò. Prendi il tuo equipaggiamento.» Rowan andò verso il fuoco da campo e alzò la voce. «Okay, ragazzi, è tempo di fare sul serio.»

Si fece dare un passaggio per un pezzo di strada sul cingolato, poi saltò giù e si fece una scarpinata infernale fino al fronte degli Hotshot, per controllare i loro progressi.

«Winsor, giusto? Sono Tripp» gridò all’uomo atletico e con il viso ricoperto di fuliggine, oltre il rumore delle motoseghe. Le fiamme lanciavano la loro sorda minaccia mentre il calore pulsava con tanta forza da far pizzicare la pelle. «Ho una squadra al lavoro per raggiungervi e intersecare la vostra linea. Forse ce la faremo per l’una di pomeriggio.»

Un rapido esame della squadra le confermò quel che aveva sospettato: avevano minimizzato i danni subiti. Indicò uno degli uomini che impugnava un Pulaski: il suo viso era coperto di sudore, rosso e scorticato nel punto in cui le sopracciglia erano state bruciate via. «Ve la siete cavata per un soffio.»

«Da cacarsi addosso. Il vento ci ha sorpreso e il mostro si è rivoltato in un istante, venendoci dritto addosso, con quel suo ruggito gutturale. Hai presente, no?»

«Sì.» Era un verso che ti faceva torcere le budella. «Sì, ho presente.»

«Ci siamo dovuti ritirare. Non si vedeva un cazzo con quel fumo. Ti giuro, ci è corso dietro come se stessimo giocando a nascondino. Mi sono sentito i peli che prendevano fuoco. Ce la siamo cavata per un soffio.»

«Riuscite a contenerlo, ora?»

«I ragazzi lavoreranno fino allo sfinimento ma, se non abbattiamo quella testa, credo che si rivolterà di nuovo e proverà a mordere ancora.»

«Stiamo lavorando con gli idranti, ora. Torno a controllare la situazione con il caposquadra, per vedere se serve un altro lancio di repellente.» Rowan si voltò verso la parete di fiamme mentre la cenere le volteggiava intorno come neve. «L’hanno sottovalutato, ma adesso lo mettiamo sotto. Tenete gli occhi aperti per la mia squadra. Ci vediamo verso l’una.»

«Prudenza» le disse lui.

Lei tornò indietro e fece il giro dell’incendio, riempiendosi i polmoni di aria pulita quando poteva. In continuo movimento, si tenne in comunicazione con le sue squadre, con la base e con il coordinatore delle operazioni. Dopo aver oltrepassato un torrente con un salto, si diresse di nuovo verso ovest. Poi s’immobilizzò di colpo quando vide un orso sulla sua strada.

Rowan frenò l’impulso di fuggire, sapendo che sarebbe stato peggio. Ma i suoi piedi le urlavano di muoversi. «Oh, andiamo» disse sottovoce. «Lo sto facendo anche per te. Forza, va’ via.»

Sentì il suo cuore battere all’impazzata mentre l’orso la studiava, e la fuga non sembrava più un’idea così sciocca, dopotutto. Poi l’animale voltò la testa, come se fosse annoiato, e caracollò via.

«Amo la natura e tutto ciò che ne fa parte» ricordò a sé stessa quando riuscì a farsi tornare abbastanza saliva da deglutire.

Scarpinò per un altro mezzo chilometro prima che il cuore si calmasse, ma continuò a lanciare occhiate prudenti alle sue spalle finché non udì il rumore sordo delle motoseghe.

Accelerò il passo e raggiunse la nuova linea tagliafuoco.

Dopo un rapido aggiornamento con Yangtree, si unì alla linea. Le avrebbe dedicato un’ora, prima di tornare a fare il giro un’altra volta.

«Bella giornata, eh?» commentò Gull mentre facevano a pezzi il tronco di un albero abbattuto.

Lei alzò lo sguardo e, attraverso qualche spiraglio in quell’inferno di fumo, vide che il cielo era di un blu intenso. «Una meraviglia.»

«Ottima per un picnic.»

Rowan calpestò un focolaio grande quanto un vassoio che si era acceso ai suoi piedi. «Un picnic con lo champagne. Ho sempre voluto fare uno di quei picnic.»

«Peccato non aver pensato a portare una bottiglia, allora.»

Rowan si accontentò di un po’ d’acqua, poi si asciugò il viso. «Ce la faremo. Comincio a sentirmelo.»

«Il picnic?»

«Le fiamme sono una questione un po’ più pressante. Ci sai fare con la motosega. Continua così.»

Si allontanò per consultarsi di nuovo con Yangtree sulle mappe; poi, aprendo la confezione di un biscotto, rientrò nella nube di fumo.

Mentre ingoiava il biscotto ripensò all’orso, e si disse che doveva essere molto più a est, ormai. Si fece strada su per il crinale e controllò l’ora quando incontrò la linea degli Hotshot.

Mezzogiorno appena. La giornata era iniziata da cinque ore, e avevano fatto gran bei progressi.

Tagliò su, con le gambe che bruciavano, legnose, per vedere come se la stavano cavando con le pompe.

Grandi archi d’acqua colpivano le fiamme, come frecce liquide scagliate ad abbattere il nemico. Rowan si fermò, chinandosi e appoggiando le mani sulle cosce indolenzite. Non sapeva dire con esattezza quanti chilometri avesse percorso fino a quel momento, ma era dannatamente sicura che le sue gambe ne avevano sentito ogni passo.

Si tirò su e si diresse verso Gibbons. «La linea di Yangtree sta risalendo bene. Dovrebbe incontrare quella degli Hotshot entro un’ora. Il drago ha provato ad agitare la coda, ma l’hanno bloccata. L’Idaho è in preallerta, se avete bisogno di più uomini alle pompe.»

«L’abbiamo preso. Stiamo per buttargli acqua sul collo. Se riuscite a tagliare con quelle linee attraverso il corpo, lo facciamo secco.»

«Voglio usare gli inneschi e accendere un fuoco di ritorno qui.» Puntò sulla sua mappa. «Potremmo farlo ripiegare su sé stesso, così non avrebbe più ossigeno.»

«Mi piace l’idea. Ma la decisione è tua.»

«Okay, allora lo faccio.» Prese la ricetrasmittente. «Yangtree, facciamo un fuoco di ritorno. Venite via di lì, portali su. Io faccio il giro da sotto. Continuate ad affogare il mostro, Gib.»

Rowan introdusse un po’ di calorie nel suo sistema con una barretta energetica e si reidratò con dell’acqua mentre tornava sui suoi passi. E si considerò fortunata nel non ripetere il suo incontro con l’orso. Nient’altro si muoveva tra gli alberi e nel sottobosco. Rowan attraversò un sentiero dove gli alberi torreggiavano ancora alti e maestosi – alberi che loro avevano lottato per salvare – e i fiori selvatici puntavano i loro colori verso il cielo soffocato dal fumo. Gli uccelli erano fuggiti, per cui non c’era nessun cinguettio, nessun chiacchiericcio a rompere quel silenzio.

L’incendio, però, borbottava e ruggiva, scagliando fiammate furiose come fossero pugni e calci.

Rowan seguì la parete di fiamme e ripensò ai fiori selvatici, portando con sé la loro speranza mentre si dirigeva faticosamente verso l’incendio artificiale che aveva pianificato.

Per ordine di Yangtree, Gull si era staccato dalla linea tagliafuoco per spegnere i focolai isolati che il corpo principale dell’incendio sputava fuori, oltre il proprio limite. La maggior parte dei membri della squadra erano troppo stanchi per parlare e, poiché la rapidità d’azione era importante, il fiato per le chiacchiere scarseggiava.

L’acqua che consumavano tornava fuori sotto forma di sudore; il cibo ingurgitato veniva bruciato lasciandosi dietro una fame costante e tormentosa.

Il trucco, che lui conosceva grazie agli anni passati nei reparti speciali dei vigili del fuoco, era non pensarci, non pensare a nient’altro che non fosse il fuoco, e alla prossima mossa da fare per abbatterlo.

«Prendete gli inneschi.» Gibbons riportò l’informazione con la voce roca per il troppo gridare e per il fumo respirato. «Gli bruceremo il culo, finché non divorerà sé stesso.»

Gull guardò giù, verso la coda. La loro linea tagliafuoco aveva retto, e l’incrocio con quella degli Hotshot aveva isolato un fianco dell’incendio, fino a quel momento. Dei focolai solitari si accendevano qua e là, ma le fiamme avevano perso d’intensità.

Gull valutò che il tempismo per l’applicazione della strategia di fuoco di ritorno era perfetto. Nonostante la fatica, fu contento quando Yangtree lo tolse dalla linea e lo mandò giù insieme a una squadra per controllare il fuoco di ritorno.

Insieme agli altri, Gull raccolse il proprio equipaggiamento e lasciò la linea.

Vide gli stessi fiori selvatici che aveva visto Rowan, e le ferite che i picchi avevano aperto sul tronco di un abete di Douglas; l’impronta di un orso – uno di quelli grossi – spinse il suo sguardo a perlustrare la foresta ammantata di foschia. La prudenza non era mai troppa.

In testa alla fila, Cards zoppicava un po’ mentre si teneva in contatto con Rowan e gli altri capisquadra tramite ricetrasmittente. Gull si chiese che cosa gli facesse male, e come avesse fatto, ma continuarono ad avanzare a passo spedito.

Sentì il rombo di un cingolato. Il macchinario emerse dalla foschia, sradicando sterpaglie e alberelli. Rowan saltò giù mentre quello proseguiva lungo un’altra linea tagliafuoco.

«Lavoreremo dietro la traccia del cingolato. Abbiamo i manicotti.» Indicò le attrezzature che si era fatta lanciare dall’alto. «Abbiamo una fonte d’acqua grazie a quel fiume. Voglio che il fuoco di ritorno si fermi qui, cosicché, quando l’incendio si rivolterà da questa parte, si consumerà da solo. Tenete gli occhi aperti per i focolai indipendenti. Ha continuato a sputarne dappertutto.»

Fissò lo sguardo su Gull. «Riesci a maneggiare un manicotto bene quanto una motosega?»

«Così dicono.»

«Tu, Matt e Cards: cominciate a pompare acqua. Tutti gli altri, abbattete i tronconi ancora in piedi.»

Gli piacevano le donne con un piano, pensò Gull mentre si metteva al lavoro.

«Accendiamo al mio via.» Rowan offrì a Cards un cracker al burro di arachidi dalla sua scorta personale. «Sei ferito?»

«Non è niente. Sono inciampato da solo.»

«È inciampato sul mio piede» lo corresse Matt. «Mi sono messo in mezzo.»

«Okay, sono inciampato sul suo piede. C’è stato un certo casino, in trincea, per un po’.»

«Ora invece è tutto a posto. Inzuppatelo» disse loro. «Tutto ciò che è di fronte alla traccia del cingolato, inzuppatelo per bene.»

Gestire un manicotto da pompiere richiedeva muscoli, equilibrio e sudore. Dopo dieci minuti – e diverse ore passate sulla linea tagliafuoco, a segare e scavare – le braccia di Gull smisero di fargli male e diventarono del tutto insensibili. Lui continuò, mandando un possente getto d’acqua a piovere sopra gli alberi, infradiciando il suolo sottostante. Al di sopra della cacofonia di pompe, motoseghe e motori, Gull sentì Rowan gridare l’ordine di accensione.

«È partito!»

Guardò l’innesco accendersi e prendere fuoco.

Non c’è niente di meglio che un po’ di effetti speciali, pensò, mentre le fiamme si espandevano verso l’alto e accendevano il bosco. Ruggivano a squarciagola e avrebbero, se dio li avesse assistiti, richiamato il drago.

«Inchiodatelo lì! Non cediamo di un passo.»

Nella voce di Rowan udì qualcosa che lo sommerse, meraviglia e determinazione, e un’energia nuova che gli entrò nel sangue come una droga.

Anche gli altri gridarono, contagiati dalla stessa droga. Il vapore risalì dalla terra, misto a fumo, mentre spingevano il fuoco di ritorno verso l’incendio. I tizzoni schizzavano fuori dalle fiamme soltanto per sfrigolare e annegare sul terreno fradicio.

Questo sì che era vincere. Non soltanto arrivare a una svolta, o tenere testa al nemico, ma vincere. Passò un’ora, tra fumo, vapore e calore disumano, poi un’altra, prima che l’incendio cominciasse a scemare, definitivamente sconfitto.

Rowan corse verso la linea d’acqua. «Si sta ritirando. La testa è stata tagliata, ed è sotto controllo. I fianchi si stanno indebolendo. Fatelo fuori. È spacciato.»

La ritirata delle fiamme si fece immediata e fiacca. Giunta la sera, l’incendio era domato. Il getto delle pompe tacque, e Gull lasciò cadere le braccia distrutte. Rovistò nello zaino e trovò un panino che si era fregato all’alba. Non ne sentì nemmeno il sapore ma, avendo risvegliato la fame mostruosa del suo stomaco, desiderò averne presi di più, qualunque cosa ci fosse stata dentro.

Andò al fiume, si tolse il casco e lo riempì d’acqua. La sensazione di quella pioggia che gli scendeva sulla testa e sulle spalle gli sembrò bella quasi quanto il sesso.

«Bel lavoro.»

Gull lanciò un’occhiata a Rowan e riempì di nuovo il casco. Rimettendosi dritto, inarcò un sopracciglio. Lei rise, si tolse il casco, alzò il viso e chiuse gli occhi. «Oh, sì» sospirò quando lui le rovesciò addosso l’acqua. Aprì gli occhi, blu come due cristalli, e sbatté le palpebre. «Te la cavi piuttosto bene, per essere un novellino dai reparti speciali.»

«E tu te la cavi piuttosto bene, per essere una ragazza.»

Lei rise di nuovo. «Okay. Uno a uno.» Poi alzò la mano.

Lui increspò di nuovo la fronte, mentre un sorriso gli si allargava sul viso, ma lei scosse la testa. «Sei troppo sporco da baciare, e io sono ancora caposquadra di questa linea. Il cinque è il massimo che puoi sperare di ottenere.»

«Affare fatto.» Le diede il cinque. «L’abbiamo tenuto buono e lo stavamo anche respingendo pian piano, ma l’abbiamo fatto fuori nel momento in cui hai deciso di accendere il fuoco di ritorno.»

«Stavo giusto pensando che forse avrei dovuto decidermi un po’ prima.» Poi si strinse nelle spalle. «Inutile rimuginare sui ‘se’. L’abbiamo fatto fuori.» Si rimise il caschetto e alzò la voce. «Okay, ragazzi, diamo una ripulita.»

Dissotterrarono radici, calpestarono le braci e spensero del tutto qualche tizzone ardente. Quando l’ultima parte della battaglia fu conclusa, ognuno recuperò il proprio equipaggiamento, dormendo in piedi, e caricandosi gli zaini in spalla. Nessuno aprì bocca durante il breve volo che li riportò alla base; la maggior parte di loro era troppo impegnata a russare. Trentotto ore dopo l’allarme, Gull si trascinò verso il deposito e gettò a terra l’equipaggiamento. Mentre tornava verso gli alloggi, s’imbatté in Rowan.

«Che ne dici di un bicchierino prima di dormire?»

Lei grugnì una risata. Gull credette che avrebbe appoggiato una mano alla parete per tenersi in piedi. «Benché una birra fredda potrebbe essere una bella idea, credo che la tua sia una maliziosa allusione a una notte di sesso. E anche se il mio cervello fosse abbastanza fritto da accettare, non credo proprio che riusciresti a stare sveglio stanotte... oggi... stamattina.»

«Dissento profondamente, e sono disposto a sostenere le mie parole con una dimostrazione.»

«Che dolce.» Rowan gli diede un buffetto sulla guancia sporca di fuliggine. «Ma passo. ’Notte.»

Lei scivolò via, e Gull proseguì verso la propria stanza. Una volta tolti la maglietta e i pantaloni puzzolenti di fumo, cadde a faccia in giù sul letto ed ebbe appena il tempo di pensare che, grazie a dio, Rowan non aveva accettato il suo invito, prima di perdere conoscenza.

Dalla branda nel suo ufficio, dove di solito dormiva quando Rowan andava a caccia di incendi la notte, Lucas sentì l’aereo di trasporto decollare. Poi lo sentì tornare. Ma non si tranquillizzò del tutto finché il suo cellulare non ebbe ricevuto un messaggio: ‘Era brutto, ma l’abbiamo fatto fuori. Io tutto okay. Baci, Ro.’

Lucas mise il telefono da una parte, si sistemò sulla brandina e scivolò nel primo sonno tranquillo da quando la sirena aveva suonato l’allarme.

Lucas si lanciò con un gruppo di otto clienti la mattina, posò per qualche foto, firmò locandine e poi si concesse il tempo di discutere con due di loro il passaggio al corso di caduta libera.

Quando li riaccompagnò da Marcie per farli iscrivere, il suo cervello ebbe un corto circuito: Ella Frazier, con i suoi capelli rossi e gli occhi verde foresta, si voltò e gli sorrise radiosa.

Con le fossette.

«Ci rivediamo.»

«Ah... già» riuscì a dire lui, arrossendo. «Mmm, Marcie vi spiegherà la procedura, e vi inserirà in calendario» disse ai due che aveva accompagnato.

«Ho osservato il vostro lancio.» Ella si voltò e sorrise loro. «Io ho fatto il mio primo volo in tandem l’altro giorno. È fantastico, vero?»

Lucas rimase impalato sul posto, sforzandosi di non strusciare i piedi mentre Ella chiacchierava con i suoi nuovi allievi.

«Ha un minuto da dedicarmi?» gli chiese poi.

«Sicuro. Certo, il mio ufficio...»

«Non potremmo camminare un po’ all’aria aperta? Marcie mi ha detto che avete altri due lanci in tandem in programma, oggi. Mi piacerebbe molto guardare.»

«Okay.» Lucas tenne aperta la porta per Ella, poi cominciò a chiedersi che cosa fare delle sue mani. Metterle in tasca? Tenerle lungo i fianchi? Avrebbe voluto avere una cartellina per poterle tenere occupate con qualcosa.

«So che è molto impegnato, oggi, e forse avrei fatto meglio a telefonare.»

«Non c’è problema.»

«Come sta sua figlia? Ho seguito l’incendio nei notiziari» aggiunse.

«Sta bene. È tornata alla base, sana e salva. Le avevo parlato di Rowan?»

«Non proprio.» Ella si scostò i capelli dietro le orecchie mentre alzava il viso verso di lui. «L’ho googlata prima di venire per il lancio. Adoro mio figlio, ma non mi sarei certo messa a saltare giù da un aereo senza sapere chi fosse la persona a cui sarei stata legata.»

«Non si può darle torto.» Vedi, disse Lucas tra sé e sé: giudiziosa. Qualunque uomo dovrebbe essere capace di rilassarsi accanto a una donna giudiziosa. Una nonna, ricordò a sé stesso. Un’educatrice.

Riuscì a sciogliere il nodo che sentiva tra le spalle.

«La sua esperienza e reputazione mi hanno convinta. Per cui, Lucas, mi stavo chiedendo se potessi offrirle un drink.»

Le sue spalle si tesero di nuovo come due molle troppo tirate e il cervello gli andò in pappa. «Prego?»

«Per ringraziarla dell’esperienza, e per pavoneggiarmi di fronte ai miei nipotini.»

«Oh, be’...» Ecco che arrivava quella vampata di calore su per la nuca. «Ma non deve... Voglio dire...»

«L’ho colta di sorpresa, e probabilmente sto sembrando una di quelle donne che vengono qui e che ci provano con lei.»

«No, loro... lei...»

«Non lo stavo facendo. Provandoci con lei» aggiunse con un gran sorriso luminoso. «Ora però debbo confessarle che avevo un secondo fine. Ho un progetto di cui mi piacerebbe parlare con lei e, se potessi offrirle un drink, avere l’occasione di ammorbidirla un po’, spero che si dimostrerà disposto a salire a bordo. Se dovesse essere impegnato, la prego di portare la sua compagna con sé.»

«No. Non lo sono. Voglio dire, non c’è nessuna compagna. In particolare.»

«Sarebbe libero stasera? Potremmo incontrarci verso le sette, giù al bar dell’Open Range. Mi concederebbe l’occasione per ringraziarla, blandirla, e lei potrebbe dirmi qualcosa di più sul corso di caduta libera.»

Questioni di lavoro, si disse Lucas. Amichevoli questioni di lavoro. Discuteva di amichevoli questioni lavorative davanti a un drink in continuazione. Non c’era motivo per cui non potesse fare lo stesso con lei. «Non ho impegni.»

«Allora è deciso? Grazie mille.» Gli tese la mano e gliela strinse vivacemente. «Ci vediamo alle sette.»

Lui la guardò allontanarsi, così bella, così fresca, e dovette di nuovo ricordare a sé stesso che si trattava soltanto di un’amichevole questione di lavoro.