5

Il cuore dell’incendio pulsava rovente e feroce. Passarci attraverso faceva colare lungo la schiena di Rowan una cascata di sudore, in rivoli costanti. La sua motosega gridava mentre mordeva corteccia e legno, sputando via schegge e segatura che le ricoprivano vestiti, guanti ed elmetto. Il ruggito delle motoseghe, del legno che si spaccava, degli alberi che si schiantavano lottava per soffocare quella feroce, rovente pulsazione.

Rowan si fermava soltanto per bagnarsi la gola con dell’acqua e per lavare via polvere e fuliggine, o per pulire gli occhiali di protezione quando il sudore che le scendeva lungo il viso li appannava.

Si fece indietro quando il ponderosa che aveva ucciso per salvare gli altri alberi cedette e si abbatté al suolo.

«Ehi, Svedese!» Gibbons, in veste di caposquadra, gridò oltre il frastuono. Aveva il volto annerito dalla cenere e gli occhi arrossati per tutto il fumo che aveva attraversato. «Tu, Matt e Yangtree dovete uscire dalla linea tagliafuoco. La testa dell’incendio si è spostata da noi. Si sta muovendo su per il crinale verso sud, in aumento. Abbiamo focolai diffusi ovunque. Dobbiamo farlo girare finché possiamo.»

Tirò fuori la mappa per mostrarle la situazione. «Abbiamo la squadra speciale al lavoro qui, e Janis, Trigger e due dei novellini impegnati ad attaccarlo sul fianco, qui. Abbiamo un’altra squadra in arrivo, che si occuperà della linea tagliafuoco e di spegnere nuovi focolai. Siamo in attesa del repellente, dovrebbero scaricarlo tra una decina di minuti, per cui vedete di portare via le chiappe da qui.»

«Ricevuto.»

«Portali su. E state in allerta.»

Rowan prese il suo equipaggiamento, radunò i suoi compagni di squadra e cominciò la salita di un chilometro attraverso il fumo e fiamme.

Nella sua mente, intanto, calcolava vie di fuga, distanze e direzione per la zona di sicurezza. Piccoli focolai aggressivi prendevano corpo lungo il ripido percorso, per cui dovettero fermarsi a soffocarli prima di poter continuare verso l’alto.

Alla loro sinistra, una parete arancione pulsava di calore e luce, succhiando via l’ossigeno dall’aria per nutrirsi mentre ruggiva e divorava gli alberi tutto intorno a sé. Rowan osservò dense colonne di fumo levarsi spesse e alte nel cielo.

Una sezione della parete si spinse all’esterno, saltando oltre il sentiero sterrato di fronte a loro e cominciando a bruciare allegramente. Rowan fece un balzo in avanti e vi scalciò sopra della terra, aiutandosi con il Pulaski per spegnere le fiamme mentre Yangtree batteva il terreno con un grosso ramo di pino.

Continuarono ad avanzare battendo, spalando e scavando fin sopra il crinale.

Oltre il frastuono delle fiamme, Rowan colse il rombo dell’aereo cisterna e tirò fuori la radio per rispondere al suo segnale. «Al riparo!» gridò alla sua squadra. «Siamo a posto, Gibbons. Digli di sganciare il fango. Siamo al sicuro.»

Attraverso il fumo, vide l’aereo con il repellente passare oltre il crinale, udì lo schianto dei suoi portelloni che si aprivano per rilasciare il liquido e un ruggito quando la spessa pioggia rosa si abbatté dal cielo sul bosco.

Anche quelli che si trovavano in azione più vicino alla testa dell’incendio dovevano essersi messi al riparo, ma sarebbero comunque stati ricoperti da quel gel che bruciava e pizzicava la pelle rimasta esposta.

«Siamo a posto» disse lei alla sua squadra mentre Yangtree azzannava una barretta energetica. «Ci sposteremo un poco verso est, girando attorno alla testa, e ci riuniremo a Janis e agli altri. Gibbons dice che si sta muovendo piuttosto rapidamente. Dobbiamo fare lo stesso per mantenere il nostro vantaggio. Muoviamoci! Tenete gli occhi aperti per altri focolai.»

Rowan tenne a mente la mappa, lasciando che i capricci del fuoco le smuovessero soltanto lo stomaco. Continuarono a dare la caccia ai focolai isolati, alcuni dei quali non erano più grandi di un vassoio, e altri delle dimensioni di una piscina.

E, nel frattempo, continuavano a risalire la china.

Udì la testa prima ancora di vederla. Urlava e sbatteva come un tuono, a cui seguiva poi un ruggito subdolo e pulsante. E la sentì prima di vederla, quell’ondata di calore che le aggredì il viso e si insinuò nei suoi polmoni.

Poi ogni cosa fu piena di fiamme, un mondo arancione e vivido, e dorato, e rosso maligno che eruttava soffocanti nuvole di fumo. Attraverso la fuliggine e quei bagliori spettrali, Rowan vide delle sagome e colse qualche immagine delle magliette gialle e degli elmetti dei pompieri d’assalto impegnati a dar battaglia all’incendio.

Spostandosi lo zaino in spalla, Rowan si spinse verso l’alto, in direzione delle fiamme più feroci. «Chiama Gibbons» gridò a Matt. «Digli che ce l’abbiamo fatta. Ehi, Elfa!» Rowan salutò Janis mentre la donna veniva svelta verso di loro, agitando le braccia. «È arrivata la cavalleria!»

«Ci serviva. Abbiamo tracciato delle linee attorno alla parte più calda della testa. Il fango l’ha placato un po’, e siamo riusciti a tracciare altre linee giù, verso la coda. Dobbiamo allargarle e abbattere gli alberi morti ancora in piedi. Cristo.»

Si prese un minuto per mandare giù un po’ d’acqua e asciugarsi il sudore che le scendeva negli occhi. Il liquido vischioso e rosa del repellente le imbrattava il cappello e la maglia. «Il primo incendio della stagione, e lo stronzo è pure bello tosto. Gibbons mi ha appena detto che stanno mandando un’altra squadra di Zulie, e che hanno allertato l’Idaho. Dobbiamo tagliargli la testa, Svedese.»

«Possiamo cominciare allargando le tracce e abbattendo gli alberi morti. Abbiamo spento un sacco di focolai venendo su. Continua a cercare di propagarsi.»

«Non dirmelo. Cominciate. Ho due novellini lassù, Libby e Stovic. Li tengo d’occhio.»

«Va bene.»

Rowan scavò, tagliò, attaccò, colpì e sudò. Le ore passarono in un lampo. Abbatté gli alberi già morti, che l’incendio avrebbe usato per darsi ulteriore spinta. Quando sentì la sua energia vacillare, si fermò abbastanza a lungo da riempirsi la bocca di cracker al burro d’arachidi che si era portata appresso nella sua borsa di equipaggiamento personale, accompagnandoli con l’unica Coca-Cola – ormai quasi calda – che aveva preso.

I suoi vestiti mostravano il vischioso liquido rosa dovuto a una seconda scarica di repellente e, sotto gli indumenti, la schiena, le gambe e le spalle bruciavano per il calore e tutte quelle ore di sforzi continuati.

Ma lo sentì, il momento esatto in cui le cose cominciarono a girare a loro favore.

La massiccia nube di fumo si assottigliò, anche se di poco, e attraverso di essa Rowan vide un singolo bagliore di luce e speranza dalla Stella Polare.

Il giorno era diventato notte mentre loro continuavano a stare in prima linea.

Rowan si raddrizzò, inarcò la schiena per darle sollievo e si guardò dietro, verso il buio, l’appezzamento di foresta consumata dal fuoco, i tronchi carbonizzati, i mozziconi, gli spuntoni spettrali, le nere pozze di cenere.

Non c’è niente da mangiare, ora, pensò lei, e avevano interrotto il rifornimento di carburante lì in testa.

La sua energia tornò in circolo. Non era ancora finita, ma l’avevano battuto. Il drago stava cominciando a cedere.

Rowan abbatté un pino morto, poi usò uno dei suoi rami per spegnere un piccolo focolaio subdolo. Un grido di sorpresa e dolore la fece girare appena in tempo per osservare Stovic che andava a terra. La motosega cadde dalle mani del novellino e rimbalzò a terra, e del sangue gocciolò dai suoi denti sul terreno devastato.

Rowan lasciò la sua sega nel punto in cui si trovava e si precipitò verso di lui.

Lo raggiunse mentre stava cercando di rimettersi seduto, tenendosi stretta la coscia.

«Tieni duro! Tieni duro!» scansò le mani di lui e gli lacerò i pantaloni per ingrandire lo strappo.

«Non capisco che cosa sia successo. Mi sono tagliato!» Sotto la fuliggine e la cenere, il viso del ragazzo era pallidissimo.

Rowan sapeva che cos’era successo. La fatica l’aveva reso disattento, gli aveva fatto perdere la presa sulla sega o gliel’aveva fatta usare con sufficiente imprudenza, anche soltanto per un secondo, da farla rimbalzare verso di lui.

«Quanto è brutta?» chiese Stovic mentre lei usava un coltello dal suo equipaggiamento per tagliare i pantaloni. «È brutta?»

«È solo un graffio. Tira fuori le palle, novellino.» Ma non poteva dirlo con esattezza, non ancora. «Prendi il kit di pronto soccorso» ordinò Rowan quando Libby le fu accanto. «Ora ti pulisco la ferita, Stovic, per dare un’occhiata migliore.»

Era un po’ sotto shock, capì lei mentre lo guardava negli occhi, ma stava reggendo.

E la sua aspra litania di imprecazioni – alcune in russo, pronunciate con il suo accento di Brooklyn – la resero ottimista mentre ripuliva la ferita.

«C’è un bel taglietto.» Lo disse con voce allegra, ma pensava: Gesù, Gesù, un po’ più profonda, un po’ più a sinistra, e addio Stovic. «La lama ti ha preso più che altro i pantaloni.»

Lo guardò di nuovo negli occhi. Avrebbe mentito, se fosse stato necessario, e il suo stomaco si liberò dalla tensione al pensiero di non averne avuto bisogno. «Ti ci vorranno una ventina di punti, ma la cosa non dovrebbe rallentarti per molto. Ti farò una fasciatura d’emergenza che ti terrà in piedi finché non torniamo alla base.»

Lui riuscì a rivolgerle un sorriso incerto, ma Rowan sentì l’angoscia che aveva in gola quando deglutì. «Non ho tagliato niente di essenziale, vero?»

«La tua merce è intatta, Motosega.»

«Fa un male cane.»

«Ci scommetto.»

Lui cercò di ricomporsi, e fece un paio di lunghi respiri. Rowan sentì un’altra ondata di sollievo quando vide che sul suo volto tornava un po’ di colore. «La prima volta che mi lancio in un incendio, e guarda che combino. Non mi terrà a terra per molto, vero?»

«Nah.» Rowan fasciò la ferita con rapidità e competenza. «E poi avrai una cicatrice sexy per impressionare le ragazze.» Si accovacciò accanto a lui e gli sorrise. «Le donne non resistono al fascino di un guerriero ferito, dico bene, Lib?»

«Giustissimo. Anzi, io mi sto trattenendo per non saltarti addosso qui e ora, Stovic.»

Lui le rivolse un sorriso ironico. «L’abbiamo battuto, vero, Svedese?»

«Già, l’abbiamo fatto secco.» Gli diede una pacca sul ginocchio e si alzò in piedi. Lasciando Libby a occuparsi di lui, si allontanò per contattare Gibbons e organizzare i soccorsi per Stovic.

Diciotto ore dopo aver attaccato l’incendio, Rowan risalì sull’aereo che l’avrebbe riportata alla base.

Usando lo zaino come cuscino, si stiracchiò sul pavimento e chiuse gli occhi.

«Bistecca,» disse «media cottura. Una patata arrosto della taglia di un pallone da rugby affogata nel burro, una montagna di carote caramellate, il tutto seguito da una fetta di torta al cioccolato grande quanto lo Utah, ricoperta da due chili di gelato.»

«Polpettone.» Yangtree si lasciò cadere accanto a lei mentre qualcun altro – o un paio di persone, a giudicare dall’effetto stereo – russava come una sega circolare. «Un polpettone intero, e scalerò la mia montagna di purè di patate con un secchio di sugo di carne. Torta di mele, e facciamo pure quattro chili di gelato.»

Rowan aprì appena gli occhi per guardare verso Matt, che le restituì lo sguardo con un sorriso trasognato. «Tu che cosa vuoi, Matt?»

«Il pollo e i ravioli di mia madre. I migliori del mondo. Mettetemeli in un secchio da venti litri, così posso infilarci la testa e ingozzarmi a volontà. Crostata di ciliegie e panna montata fatta in casa.»

«Lo sanno tutti che la panna montata si compra già fatta.»

«Non a casa di mia madre. Ma sono abbastanza affamato da mangiarmi una pizza vecchia di cinque giorni, con tutto il cartone.»

«Pizza» gemette Libby, cercando di trovare una posizione più comoda sul sedile. «Non avrei mai pensato di essere così vuota eppure essere ancora in vita.»

«Diciotto ore sul fronte possono farti questo effetto.» Rowan sbadigliò, si rigirò e lasciò che le voci, il russare e il rumore dei motori la cullassero verso il sonno.

«Ci fiondiamo in cucina quando torniamo, Ro?» le chiese Matt.

«Mmm. Mangiare. Prima però devo togliermi questa puzza di dosso.»

Quando si svegliò erano a terra. Rowan scese barcollando dall’aereo, avvolta in una nebbia di spossatezza. Dopo aver lasciato il suo equipaggiamento, si trascinò fino alla sua stanza e strappò via l’involto di una barretta di cioccolato. La divorò in un boccone mentre si liberava dei suoi abiti sporchi. A malapena sveglia, si diresse sotto la doccia, gemendo un po’ mentre l’acqua calda le scivolava addosso. Con occhi annebbiati guardò l’acqua scorrere grigia e sudicia nello scolo.

Si insaponò i capelli, il corpo, il viso, inalando il profumo di pesche che sembrava innescare Gull. Sciacquati e ripeti, ordinò a sé stessa. Sciacquati e ripeti. Quando, alla fine, l’acqua colò via pulita, si dedicò a un tentativo malriuscito di asciugarsi.

Poi cadde sul letto, ancora avvolta nell’asciugamano umido.

Il sogno s’insinuò in lei durante il sonno più leggero, quando la sua mente cominciò a tornare in superficie dalle profondità dello sfinimento.

Il rombo dei motori, il vento che la schiaffeggiava, il salto inebriante nel vuoto. Il brivido che si trasformava in panico, il martellare squassante del cuore nel suo petto mentre osservava, impotente, Jim che precipitava verso il terreno in fiamme.

«Ehi. Ehi. Devi svegliarti.»

La voce coprì le grida nella sua testa, e uno scossone sulla sua spalla la fece scattare a sedere sul letto.

«Che c’è? La sirena? Che c’è?» Fissò il viso di Gull, che le teneva una mano.

«No. Stavi avendo un incubo.»

Lei inspirò, espirò, socchiudendo gli occhi. Era mattina – o forse pomeriggio – questo riusciva a capirlo. E Gulliver Curry era nella sua stanza, senza il suo permesso.

«Che diavolo ci fai, qui?»

«Magari vuoi tirarti un po’ su quell’asciugamano? Non che la vista mi dispiaccia. Anzi, a dire il vero potrei anche passare il resto della giornata ad ammirarla.»

Lei guardò giù e vide che era nuda fino in vita, e l’asciugamano che era scivolato via non copriva molto nemmeno più sotto. Digrignando i denti, tirò su l’asciugamano e vi si avvolse. «Rispondi alla mia domanda, prima che ti prenda a calci nel culo.»

«Hai saltato la colazione, e probabilmente avresti saltato anche il pranzo.»

«Abbiamo lavorato a quell’incendio per diciotto ore. Sono andata a dormire alle tre di mattina.»

«L’ho sentito dire, e, a proposito, bel lavoro! Ma qualcuno mi ha detto anche che non avevi mangiato, e che hai una passione per i panini con il bacon e le uova, e il formaggio Monterey. Per cui...» Indicò con il pollice il comodino. «Te ne ho portato uno. Stavo per lasciarlo sul comodino, ma tu stavi avendo un incubo. Ti ho svegliato, mi hai mostrato le tue grazie – e permettimi solo di dire che hai le tette più meravigliose che abbia mai avuto il privilegio di poter ammirare – ed eccoci qui.»

Lei osservò il panino con la bottiglia di soda accanto. Quando inspirò di nuovo, per poco il suo profumino non la fece piangere di gioia. «Mi hai portato un panino con bacon e uova?»

«Con formaggio Monterey.»

«Direi che ti sei guadagnato la sbirciata.»

«Te ne posso portare un altro, se è questo che serve.»

Lei rise, sbadigliò, poi sistemò bene l’asciugamano prima di prendere il piatto. Il primo morso le fece chiudere gli occhi per l’estasi. Avvolta dal piacere, non gli intimò di togliersi dal letto quando sentì il suo peso che faceva sprofondare il materasso.

«Grazie» gli disse, con la bocca piena del secondo boccone. «Sinceramente.»

«Lascia che ti risponda sinceramente. Ne è valsa davvero la pena.»

«È vero che ho delle tette eccezionali.» Prese la bottiglietta e aprì il tappo. «L’incendio continuava a cambiare direzione, sputando fuori focolai in continuazione. Riuscivamo a tracciare una linea, e il mostro diceva: ‘Ah, volete giocarvela così, eh? Beccatevi questo.’ Alla fine, però, non è riuscito a sconfiggere gli Zulie. Che notizie ci sono, stamattina, di Stovic?»

«Meglio noto come Motosega, ormai. Lui e i suoi ventisette punti stanno bene.»

«Avrei dovuto tenerlo d’occhio più da vicino.»

«Ha superato l’esame, Rowan. Gli incidenti possono capitare. Fanno parte del lavoro.»

«Non discuto, ma faceva parte della mia squadra, e io ero il membro più anziano in quel settore.» Si strinse nelle spalle. «Ma se lui sta bene, va tutto bene.»

Lei spostò lo sguardo. «Le tue mani sembrano stare meglio.»

«Abbastanza.» Gull le fletté. «Sono di nuovo in lista di lancio.»

«Dobie?»

«Si sta riprendendo, ma gli ci vorranno comunque un altro paio di giorni. Piccolo Orso ha scoperto che Dobie è capace di cucire come Betsy Ross, per cui lo tiene incatenato alla macchina. Ieri sera ho vinto cinquantasei dollari e spicci a poker, e Bicardi – uno dei meccanici – si è mezzo ubriacato e ha cantato arie di lirica italiana. Questo, più o meno, è tutto quello che è successo.»

«Ti sono grata per l’aggiornamento e il panino. Ora esci, così mi posso cambiare.»

«Ti ho già vista nuda.»

«Ti ci vorrà più di un panino a colazione per vedermi di nuovo nuda.»

«Che ne dici di una cena?»

Dio, sapeva come farla ridere. «Fuori, Hotshot. Ho bisogno di andare in palestra, sistemare le cose e togliermi un po’ di cazzi dalla testa.»

«Per dimostrarti che uomo di classe che sono, mi asterrò dal produrre qualunque commento facile a questa tua ultima uscita.» Si alzò e prese il piatto vuoto. «Sei una femmina fantastica, Rowan» disse mentre usciva. «Non ci dormo la notte.»

«Anche tu sei un maschio niente male, Gulliver» mormorò lei quando se ne fu andato. «E mi stai incasinando la testa.»

Rimase in palestra per un’ora e mezza, ma ci andò piano per evitare di sovraccaricare il suo corpo, poi passò alla mensa.

Sentendosi di nuovo umana, inviò un messaggio succinto a suo padre. ‘L’abbiamo fatto secco. Io tutto okay. Baci, Ro.’

Si diresse all’hangar per controllare il paracadute che aveva appeso la sera prima.

Cominciò a verificare che non ci fossero fori, lacerazioni o difetti.

Alzò la testa quando sentì entrare Matt e Libby.

«Be’, non sembri proprio in forma, con quegli occhi gonfi.»

«Ricordami di non mangiare mai più come un maiale prima di sprofondare a letto.» Libby si premette una mano sullo stomaco. «Non sono riuscita ad addormentarmi prima delle cinque, e poi me ne sono rimasta sdraiata lì come una balena spiaggiata.»

«Tu, piuttosto, non sei venuta a mensa» commentò Matt mentre tirava giù il suo paracadute.

«Dopo essermi ripulita per bene, sono a malapena riuscita a passare dalla doccia al letto. Ho dormito come un sasso» aggiunse, sorridendo a Libby. «Ho avuto il servizio in camera, mi sono allenata per un’oretta e mezzo, ho mangiato di nuovo, ed eccomi qui, pronta a rifare tutto da capo.»

«Fico.» Libby allargò il proprio paracadute. «Servizio in camera?»

«Gull mi ha portato un panino per colazione.»

«È così che lo chiamano, a Missoula?»

Rowan puntò un dito. «Era solo un panino, ma ha guadagnato qualche punto. Qualcuno di voi ha visto Motosega?»

«Sì, sono passata a trovarlo prima di incontrare Matt. Mi ha mostrato i punti.»

«È così che lo chiamano, in California?»

«Me la sono cercata.»

«Gli ha detto bene» disse Matt. «Ha preso solo la carne. Se fosse stato due centimetri più in là, da una parte o dall’altra, sarebbe stata un’altra storia.»

«È tutta una questione di centimetri, vero?» Libby passò le dita sul suo paracadute. «O di secondi. O di un momento di distrazione. La differenza che passa tra l’avere una cicatrice interessante e...»

S’interruppe, impallidendo un poco. «Mi dispiace, Matt. Non ci pensavo.»

«È tutto a posto. Non lo conoscevi nemmeno.» Matt continuò la sua ispezione, poi si schiarì la gola. «A dire la verità, non sapevo, non con certezza, se sarei stato capace di tornare a farlo per davvero, fino a ieri. Una volta sul portellone, guardando giù verso le fiamme, aspettando che la mano dello spotter si posasse sulla mia spalla. Non sapevo se sarei stato capace di saltare di nuovo in un incendio.»

«Però l’hai fatto» mormorò Rowan.

«Già. Mi ero detto che avrei dovuto farlo per Jim, ma finché non l’ho fatto per davvero... Perché è proprio come hai detto tu, Libby. Si tratta di centimetri e di secondi. Si tratta di destino. È per questo che non possiamo mollare. Comunque sia.» Emise un lungo respiro. «Sapevi che Dolly è tornata?» chiese a Rowan.

«No.» Sorpresa, Rowan smise di fare quello che stava facendo. «Quando? Non l’ho vista alla base.»

«È tornata ieri, mentre eravamo al lavoro sull’incendio. È passata dalla mia camera questa mattina, dopo la colazione.» Tenne lo sguardo fisso sul paracadute. «Sembra stia bene. Voleva scusarsi per come si è comportata dopo la morte di Jim.»

«Bene.» Ma Rowan sentì lo stomaco che le si torceva mentre completava il controllo del paracadute.

«Le ho detto che dovrebbe fare lo stesso con te.»

«Non importa.»

«Sì, invece.»

«Posso chiedere chi è questa Dolly?» chiese Libby. «O devo farmi gli affari miei?»

«Era una delle cuoche» le rispose Rowan. «Lei e Jim avevano una storia. A dire il vero, aveva la tendenza ad avere una serie di storie, ma aveva ristretto il campo a Jim per la maggior parte dell’ultima stagione. Quando lui morì, lei la prese male. Comprensibile.»

«Ti ha aggredito con un coltello da cucina» le ricordò Matt. «Non c’è niente di comprensibile in questo.»

«Oh, Cristo.»

«Non mi ha proprio aggredito» precisò Rowan mentre Libby la fissava stupita.

«E perché l’ha fatto?»

«Io ero la compagna di lancio di Jim, quel giorno. Dolly aveva bisogno di incolpare qualcuno. Perse un po’ la testa, mi agitò contro un coltello. Ma, fondamentalmente, incolpò tutti noi, disse che l’avevamo ucciso noi.»

Rowan attese un istante per vedere se Matt aveva qualcosa da commentare, ma lui rimase in silenzio.

«Se ne andò subito dopo. Non credo che nessuno si aspettasse che tornasse, o che venisse riassunta, se è per questo.»

Matt spostò il peso del corpo e guardò di nuovo verso Rowan. «A te sta bene?»

«Non lo so.» Rowan si strofinò la nuca. «Direi che, se non mi agiterà contro oggetti affilati e non cercherà di avvelenarmi, per me non c’è problema.»

«Ha una bambina.»

Stavolta fu Rowan a restare allibita. «Che cosa?»

«Mi ha detto che ha avuto una bambina, ad aprile.» I suoi occhi s’inumidirono un po’, per cui distolse lo sguardo. «Dolly l’ha chiamata Shiloh. Sua madre bada a lei mentre Dolly è qui al lavoro. Ha detto che è di Jim.»

«Be’, santo cielo, lo hai saputo solo ora? La tua famiglia non lo sa?»

Lui scosse la testa. «È per questo che si è scusata. Mi ha chiesto di dirlo a mia madre, alla famiglia, e mi ha dato un po’ di foto. Ha detto che, se volevo, potevo andare a vederlo – a vederla – la bambina.»

«Jim lo sapeva?»

Il viso di Matt si arrossò per un attimo. «Ha detto che glielo aveva svelato quella mattina, prima del lancio. Ha detto che era euforico, che aveva scelto lui il nome. Maschio o femmina, le aveva detto, voleva che si chiamasse Shiloh. Avrebbero dovuto sposarsi, mi ha raccontato, in autunno.»

Tirò fuori dalla tasca una foto tessera. «Eccola qui. Questa è Shiloh.»

Libby prese la foto. «È bellissima, Matt.»

Gli occhi di lui si rischiararono a quel commento, e un sorriso gli si allargò in volto. «Calva come un melone. Anche io e Jim eravamo così, e anche mia sorella. Devo chiamare mia madre» disse, mentre Libby passava la foto a Rowan. «Non ho idea di come fare a dirglielo.»

Rowan studiò la bimba dalle guanciotte paffute e gli occhi brillanti prima di restituire la foto. «Vatti a fare una passeggiata, riflettici sopra. Poi chiama tua madre. Sarà felice. Forse un po’ arrabbiata per non averlo saputo prima, ma nel complesso sicuramente felice. Vai. Al tuo paracadute ci penso io.»

«Non riesco a togliermi la cosa dalla mente, per cui mi sa che hai ragione. Posso finire di controllare il paracadute più tardi.»

«Me ne occupo io.»

«Grazie. Grazie» ripeté, e uscì dall’hangar come trasognato.

«È un bel problema con cui fare i conti» commentò Libby.

«Già, un bel problema.»

Lasciò decantare la cosa in un angolino della sua mente mentre continuava a lavorare. Altri vennero nell’hangar e, poiché la notizia del ritorno di Dolly Brakeman si era sparsa in fretta, era diventato l’argomento di conversazione di quella giornata.

«L’hai già incontrata?»

Rowan scosse la testa in risposta a Trigger. Dopo aver finito di raccontare il suo paracadute, si concentrò su quello di Matt.

«Si dice che sia arrivata ieri pomeriggio, con sua madre e il suo reverendo.»

«Il suo cosa

«Già.» Trigger roteò gli occhi. «Tale reverendo Latterly. Si dice che sia il prete della parrocchia di sua madre, e che Dolly vada in chiesa regolarmente, ora. Insomma, si sono chiusi per un’ora nell’ufficio di Piccolo Orso. Stamattina, lei se ne stava in cucina a friggere bacon, insieme a Lynn e Marg.»

«Di sicuro, sa cucinare.»

«Già, non è mai stato questo il suo problema.»

Gli occhi di Rowan incontrarono lo sguardo di Trigger, e scosse di nuovo la testa, brevemente. «Ha una bambina, adesso.» Rowan abbassò la voce. «Non ha più senso stare a rivangare la questione.»

«Tu credi che la bambina sia di Jim, come dice lei?»

«Scopavano come due conigli, per cui perché no?» Perché, ma nessuno dei due lo disse, Dolly aveva l’abitudine di saltare da un coniglietto all’altro. «E comunque, non sono affari nostri.»

«Jim era uno di noi, per cui sai bene che la cosa li rende anche affari nostri.»

Rowan non poteva obbiettare, ma si estraniò dalle chiacchiere e dalle speculazioni finché non ebbe rimesso a posto i paracadute. Poi andò a caccia di Piccolo Orso.

Lui, seduto chino alla scrivania, si raddrizzò e le fece segno di chiudere la porta. «Immaginavo che saresti passata di qua.»

«Voglio solo sapere se ho bisogno di guardarmi le spalle. Preferirei non dover finire con un coltello per il pane piantato tra le scapole.»

Piccolo Orso si strofinò un punto tra le sopracciglia. «Credi che l’avrei riammessa nella base se avessi pensato che avesse l’intenzione di crearti qualunque problema?»

«No. Ma non mi dispiace sentirtelo dire chiaro e tondo.»

«Ha cominciato a lavorare qui tre anni prima di Jim. L’unico problema che avevamo erano le folate di vento per la rapidità con cui si alzava la gonna. E, comunque, non che nessuno abbia mai avuto molto da ridire su questo.»

«Non m’interessa se faceva pompini a tutti i novellini, a quelli del secondo anno, ai veterani e ai meccanici nella sala d’equipaggiamento.» Rowan ficcò le mani in tasca e cominciò a passeggiare su e giù per l’ufficio. «È una brava cuoca.»

«È vero. E, da quel che ho sentito, un sacco di uomini hanno sentito la mancanza di quei pompini dopo che si era messa con Jim. E ora ha una bambina. Dal tempo trascorso, e da quel che dice lei, è suo.» Piccolo Orso gonfiò le guance. «Si è portata appresso il prete. Sua madre l’ha convinta ad andare in chiesa. Ha bisogno del lavoro, e vuole fare ammenda.»

Agitò una mano per aria. «Non posso negare di essermi sentito dispiaciuto per lei, ma l’avrei mandata via senza pensarci due volte, se non fossi stato convinto che vuole davvero un nuovo inizio, per lei e la bambina. Sa perfettamente che se crea problemi a te o a chiunque altro, è fuori.»

«Non voglio questa responsabilità, Piccolo Orso.»

Piccolo Orso la guardò a lungo con i suoi solenni occhi marroni. «E allora diciamo che è la mia. Se la cosa non ti va bene, me ne occuperò subito.»

«Diavolo.»

«Canta nel coro della chiesa, la domenica.»

«Ma fammi il piacere!» Rowan infilò di nuovo le mani in tasca mentre Piccolo Orso le faceva un gran sorriso. «E va bene, va bene.» Ma si sedette su una sedia.

«Non va bene?»

«Ti ha detto che lei e Jim si sarebbero sposati, e che lui era felicissimo della bambina?»

«Sì.»

«Il fatto è che, Piccolo Orso, io so che lui si vedeva con un’altra. Abbiamo dato la caccia a quell’incendio l’anno scorso, a St Joe, e ci siamo rimasti per tre giorni. Jim si è fatto una delle donne della mensa; sembrava avere una predilezione per le cuoche. So che si erano incontrati parecchie volte in un motel a metà strada, quando lui non era in servizio. E aveva anche altre donne.»

«Lo so. Dovetti farci un discorso sul fatto che si aspettava che lo coprissi con Dolly.»

«E il giorno dell’incidente, come ti ho già detto, era agitato, sull’aereo. Non eccitato, ma nervoso, teso. Se Dolly gli ha detto della gravidanza prima della chiamata, forse era questa la ragione. O parte della ragione.»

Piccolo Orso picchiettò la scrivania con la penna. «Non vedo motivi per cui Dolly debba venire a sapere tutto questo. E tu?»

«No. Ma sto dicendo che può anche aver trovato Dio, o trarre un qualche conforto dal fatto di cantare per Gesù Cristo, ma su Jim sta mentendo, oppure ha preso una cantonata. Per cui io non ho problemi con il fatto che sia tornata, fintantoché questo sia ben chiaro.»

«Ho chiesto a Marg di tenerla d’occhio, di farmi sapere come se la cava.»

Soddisfatta, Rowan si alzò dalla sedia. «Per me va bene.»

«Ci hanno segnalato qualche fulmine su a nord» le disse Piccolo Orso mentre lei faceva per uscire.

«Ah, sì? Magari ci dice bene e ci tocca un bell’incendio da lavorare, così tutti potranno smetterla di parlare del ritorno di Dolly. Me compresa.»

Tanto valeva chiarire per bene le cose fin da subito, pensò Rowan, e si diresse verso le cucine.

Trovò che stavano preparando la cena, come aveva previsto.

Marg, la regina della cucina, dove regnava incontrastata da dodici lunghi anni, se ne stava al bancone, impegnata a tagliare a spicchi un mucchio di patate rosse. Indossava il suo solito grembiule, sopra una maglietta e un paio di jeans, con i lunghi capelli castani tenuti fermi sotto una retina rosa shocking.

Nuvole di vapore sbuffavano dalle pentole mentre Lady Gaga cantava a squarciagola Speechless dalla playlist del lettore mp3 che Marg teneva sul bancone.

Nessun altro, oltre a lei, aveva il potere di scegliere la musica in cucina.

La donna canticchiava con la sua forte voce da contralto, tenendo il ritmo con il coltello.

Il suo sangue indiano – da parte della nonna materna – risaltava nei suoi zigomi, ma era l’Irlanda a dominare sulla sua pelle chiara punteggiata di lentiggini e nei suoi vivaci occhi nocciola.

Quegli stessi occhi che notarono l’ingresso di Rowan e che si spostarono rapidi verso la donna intenta a lavare verdure nel lavandino.

Rowan alzò le spalle e le lasciò ricadere. «C’è un buon profumo, da queste parti.» Si assicurò che la sua voce fosse udibile al di sopra della musica.

Davanti al lavello, Dolly si fermò, poi chiuse lentamente l’acqua e si voltò.

Aveva il viso più pieno, notò Rowan, così come il seno. Si era legata i capelli biondi in una pratica coda di cavallo alta, e sembrava avere un gran bisogno di farsi una maschera per il viso.

Ma la sua era un’osservazione poco gentile, pensò Rowan. Una neomamma aveva altre priorità. Il colore sulle sue gote era più frutto dell’emozione che di un difetto dell’incarnato, mentre abbassava lo sguardo e si asciugava le mani con uno strofinaccio.

«Abbiamo del maiale arrosto accompagnato da patate al rosmarino, fagioli di Lima e carote. Per i vegetariani ci sono dei ravioli ai tre formaggi. E ora vediamo di fare una bella insalatona mediterranea. Come dessert, torta margherita e crumble di mirtilli.»

«Dove devo firmare?»

Rowan aprì il frigorifero e prese una soda mentre Marg tornava alle sue patate.

«Come stai, Dolly?»

«Bene, e tu?» Disse lei, freddamente, con il mento alzato.

«Abbastanza bene. Forse potresti fare una pausa, venire a prendere una boccata d’aria con me?»

«Siamo molto impegnate. Lynn...»

«Farà meglio a sbrigarsi a portare qui le sue chiappe magre» la interruppe Marg. «Va’ pure fuori e, se la vedi, mandala subito qui.»

«Devo ancora asciugare queste verdure» cominciò a dire Dolly, ma si fece piccola – come facevano tutti – sotto lo sguardo d’acciaio di Marg. «Okay, va bene.» Tirò da una parte lo strofinaccio e si diresse verso la porta.

Rowan scambiò un’occhiata con Marg, poi la seguì.

«Ho visto una foto della tua bambina» cominciò Rowan. «È molto bella.»

«La bimba di Jim.»

«È molto bella» ripeté Rowan.

«È un dono di Dio.» Dolly incrociò le braccia mentre camminavano. «Ho bisogno di questo lavoro per potermi prendere cura di lei. Spero che tu sia abbastanza fedele ai precetti cristiani da non fare niente che possa farmi licenziare.»

«Non credo che si tratti di essere cristiani o altro, Dolly. Credo che si tratti semplicemente di essere umani. Non ho mai avuto problemi con te, e non ho intenzione di averne adesso.»

«Cucinerò per te come cucinerò per tutti gli altri. Spero che vorrai concedermi il rispetto di starmi alla larga e io farò lo stesso. Il reverendo Latterly dice che devo perdonarti per essere in pace con il Signore, ma io non ci riesco.»

«Perdonarmi per cosa?»

«Perché la mia bambina crescerà senza un padre.»

Rowan non disse nulla per un momento. «Può darsi che tu abbia bisogno di credere una cosa del genere per andare avanti, e io mi rendo conto che in fondo non me ne frega un cazzo.»

«Me lo aspettavo, da parte tua.»

«Be’, sono felice di non deluderti, allora. Puoi anche continuare a dire di aver incontrato Dio o di essere rinata, per quello che me ne importa. Ma hai una bambina, e hai bisogno di lavoro. Sei brava come cuoca. Quello che dovrai farti andar bene, Dolly, è che per tenerti il lavoro dovrai sopportare me. Quando avrò voglia di venire in cucina, lo farò, che tu ci sia o meno. Non ho intenzione di vivere la mia vita secondo i tuoi dettami o i tuoi risentimenti malriposti.»

Rowan alzò una mano prima che Dolly potesse replicare. «Un’ultima cosa. L’hai passata liscia la prima volta che hai cercato di aggredirmi. Non la passerai liscia una seconda volta. Bambina o meno, ti faccio secca. A parte questo, non ci saranno problemi.»

«Sei una puttana senza cuore, e un giorno pagherai per tutto quello che hai fatto. Avresti dovuto esserci tu, al posto di Jim, quel giorno. Avresti dovuto essere tu, quella che si schiantava gridando tra le fiamme.»

Dolly scappò via in cucina.

«Be’» mormorò Rowan. «È andata bene, direi.»