Capitolo 25

 

Cleopatra arrancava di fronte a terribili ostacoli, ostacoli che aumentarono soltanto quando Antonio lasciò Efeso alla volta di Atene. Alla base della sua preoccupazione stava il convincimento che Antonio non le confidasse tutti i suoi pensieri o progetti; ogni volta che fantasticava di emettere le sue sentenze in Campidoglio a Roma, negli occhi di lui balenava una scintilla di divertimento e, conoscendolo, sapeva che era una prova d’incredulità. Sì, Antonio era giunto alla conclusione che Ottaviano doveva essere fermato, e che la guerra fosse l’unico modo rimasto per fermarlo, ma in merito ai suoi progetti per Roma lei non poteva essere altrettanto certa. E anche se Antonio si schierava sempre con lei in quelle dispute da tenda del comando, lo faceva come se non fossero realmente importanti… come se assecondare lei fosse più importante di compiacere i suoi legati. Ed era diventato anche notevolmente svelto a schivare le sue accuse di slealtà quando lei dava voce ai propri sospetti. Per quanto potesse essere attempato e soggetto a vuoti di memoria, credeva davvero in cuor suo che Cesarione sarebbe stato re di Roma? Non ne era sicura.

Solo diciannove delle trenta legioni romane di Antonio salparono per la Grecia occidentale, le altre undici furono assegnate alle guarnigioni di Siria e Macedonia. In ogni caso, le forze di terra di Antonio furono arricchite di quaranta fanti e cavalleggeri donati dai re clienti, quasi tutti giunti a Efeso di persona… solo per apprendere che non avrebbero accompagnato Antonio e Cleopatra ad Atene.

Avrebbero invece raggiunto da soli lo scenario di guerra designato nella Grecia occidentale. Cosa che non piacque a nessuno di loro.

Era stato lo stesso Marco Antonio a tenere separata la sua avanzata da quella dei suoi re clienti, temendo che, se avessero assistito agli atti dispotici di Cleopatra nella tenda del comando, gli avrebbero complicato ulteriormente le cose schierandosi contro i suoi generali romani. Solo lui sapeva quanto fosse disperata la sua situazione, perché solo lui conosceva il grado di determinazione della moglie egiziana a dire la sua. Ed era tutto talmente stupido! Di solito, quello che voleva Cleopatra e quello che volevano i suoi generali romani era più o meno la stessa cosa; il guaio era che né lei né loro volevano ammetterlo.

Caio Giulio Cesare avrebbe sottolineato i punti deboli di Antonio come comandante, mentre solo Canidio aveva quel tipo di sensibilità e Canidio, di mediocri natali, era ampiamente ignorato. In breve, Antonio era in grado di guidare una battaglia in veste di generale, ma non una campagna. La sua allegra fiducia che le cose sarebbero andate per il meglio lo tradiva di fronte a questioni logistiche e di approvvigionamento, eternamente trascurate. Inoltre Antonio era troppo preoccupato a rendere felice Cleopatra per pensare all’equipaggiamento e alle provviste; profondeva tutte le sue energie a strusciarsi su di lei. Al suo stato maggiore questo sembrava un punto debole, mentre il vero punto debole di Antonio era la sua incapacità a ucciderla e confiscarle il fondo di guerra. Sia il suo amore per lei sia la sua correttezza glielo impedivano.

Così lei, senza capire, si vantava del proprio ascendente su Antonio, provocando volutamente i suoi marescialli a pretendere da lui questo o quello come prova della sua devozione verso di lei, senza capire che la sua condotta stava rendendo molto più difficile la missione di Antonio… e facendo della sua presenza un abominio peggiore di giorno in giorno.

A Samo Antonio ebbe un lampo di genio e insistette per restare lì a gozzovigliare; i suoi legati proseguirono per Atene e lui tenne Cleopatra con sé. Se lo avesse ritenuto ubriaco, meglio ancora; gran parte del vino nel suo calice veniva furtivamente svuotato nel suo pitale d’oro massiccio, dono della donna. Sul fondo di quello di Cleopatra, lei lo sottolineava gongolante, erano impresse un’aquila e la sigla SPQR così da poter urinare e defecare su Roma. Questo le guadagnò una filippica e un pitale rotto, ma non prima che si diffondesse il pettegolezzo, che Ottaviano sfruttò oltre misura.

Un ulteriore ostacolo stava nella sempre più ferma convinzione della donna che, in fondo, Antonio non era un genio militare, anche se non riusciva a capire che era la sua stessa condotta a rendere impossibile ad Antonio affrontare quella guerra con l’entusiasmo di sempre, con la sua giusta posizione di autorità. Sì, alla fine lui faceva sempre a modo suo, ma le continue baruffe gli fiaccavano lo spirito.

«Vattene a casa» le diceva stancamente e di continuo. «Vattene a casa e lascia questa guerra a me.» Ma come poteva farlo, visto che gli leggeva dentro? Se fosse partita per l’Egitto, Antonio avrebbe raggiunto un accordo con l’Occidente e tutti i suoi piani sarebbero falliti.

Ad Atene lui si rifiutò di avanzare ulteriormente a est, paventando il giorno in cui Cleopatra si fosse ricongiunta al suo esercito. Canidio era un eccellente secondo in comando; sapeva gestire la situazione in Grecia occidentale. Il suo scopo principale, Antonio pensava, era quello di proteggere i suoi legati dalla regina, attività tanto faticosa da indurlo a trascurare la corrispondenza con Canidio, non più difficile di quanto sarebbe stata per un uomo meno schiavo dei piaceri rispetto ad Antonio. Sulla questione degli approvvigionamenti, ignorò ogni lettera.

Alla notizia che Ottaviano si era impadronito del suo testamento e l’aveva letto, Antonio rimase senza fiato.

«Io, un traditore?» domandò a Cleopatra, incredulo. «Da quando le disposizioni postume di un uomo lo marchiano come traditore? Oh, cacat, questo va oltre ogni misura! Sono stato derubato della mia legittima carica di triumviro e di tutto il mio imperio! Come osa il Senato schierarsi con quel piccolo e disgustoso irrumator? È stato lui a commettere sacrilegio! Nessuno può aprire il testamento di un uomo ancora vivo, e invece lui l’ha fatto! E l’hanno perdonato!» Poi ci fu la pubblicazione del giuramento di fedeltà. Pollione ne inviò una copia ad Atene, corredata da una lettera in cui dichiarava il suo rifiuto ad accettare il giuramento.

«Antonio, quell’uomo è scaltro!» diceva la lettera. «Non vi sono state rappresaglie su chi si è rifiutato di giurare… vuole che le nuove generazioni restino colpite dalla sua clementia, ombra del suo divino padre! Ha persino inviato dei messaggi ai magistrati di Bononia e Mutina, le tue città, gremite di tuoi clienti!, dicendo che nessuno sarà costretto a giurare. Arguisco che il giuramento sarà esteso alle province di Ottaviano, che non avranno molta fortuna. Volente o nolente, ogni provinciale dovrà giurare… non avranno scelta come Bononia, Mutina, e io.

«Posso dirti, Antonio, che la gente sta giurando in grande quantità, del tutto volontariamente. Gli uomini di Bononia e Mutina stanno giurando in massa… e non perché si sentono intimiditi. Perché sono talmente stanchi delle incertezze degli ultimi anni che giurerebbero sul centunculus di un buffone, se pensassero che possa garantire stabilità. Ottaviano ti ha stralciato dall’imminente campagna… tu sei solo un fantoccio drogato e ubriacato della Regina delle Bestie. La cosa più affascinante è che Ottaviano non ha chiamato in causa soltanto la regina d’Egitto. Assieme a lei cita come pari aggressore re Tolomeo XV Cesare.» Quando Cleopatra, con dita tremanti, posò la missiva di Pollione, aveva il volto cinereo. «Antonio, come può Ottaviano far questo al figlio di Cesare? Figlio di sangue, il suo vero erede… oltre che solo un bambino!» «Di certo puoi vederlo da te» disse Enobarbo, leggendo a sua volta. «Cesarione ha compiuto sedici anni nel giugno scorso… è un uomo.» «Ma è il figlio di Cesare! Il suo unico figlio!» «È l’immagine vivente di suo padre» disse Enobarbo con tono secco. «Ottaviano sa benissimo che, se Roma e l’Italia posano gli occhi sul ragazzo, questi sarà subissato di seguaci. Il Senato si affretterà a farne un cittadino romano e a spogliare Ottaviano del suo sedicente patrimonio paterno… e di tutti i suoi clienti, cosa di gran lunga più importante.» Enobarbo la guardò in cagnesco. «Avresti fatto meglio a restare in Egitto, Cleopatra, e mandare Cesarione in questa campagna. Così ci sarebbe stato meno rancore nei concili.» Lei si ritrasse, impossibilitata a contrastare Enobarbo. «No, se quanto dici è vero, ho fatto bene a trattenere Cesarione in Egitto. Devo conquistare per lui, e solo a quel punto farlo vedere.» «Sei una pazza, donna! Finché Cesarione resterà nel buco di culo del Mare Nostrum, sarà invisibile. Ottaviano potrà diffondere dei libelli che lo descrivano del tutto diverso da Cesare, e non ricevere alcuna obiezione. E se Ottaviano dovesse spingersi sino in Egitto, il figlio che hai avuto da Cesare morirà senza essere mai stato visto.» «Ottaviano non raggiungerà mai l’Egitto» gridò la donna.

«Certo che no» intervenne Canidio. «Lo sconfiggeremo adesso in Grecia occidentale. Ho appreso da fonte sicura che Ottaviano ha stanziato sedici legioni a piena forza e diciassettemila cavalleggeri germani e galli. Costituiscono le sue sole forze di terra. La sua flotta consiste in duecento enormi quinqueremi che si sono comportate egregiamente a Nauloco, oltre a duecento miserabili e piccole liburniche.

Noi lo superiamo per numero sotto ogni aspetto.» «Ben detto, Canidio. Per noi sarà impossibile perdere.» Poi rabbrividì. «Certe questioni si possono sistemare solo con una guerra, ma l’esito è sempre incerto, non trovate? Guardate Cesare. Lo superavano sempre per numero. Dicono che questo Agrippa sia in gamba quasi come lui.»

Subito dopo la lettera di Pollione si spostarono a Patre, alla bocca del Golfo di Corinto, in Grecia occidentale; ormai erano arrivati l’esercito e la flotta al completo, circumnavigando la penisola più occidentale del Peloponneso ed entrando nell’Adriatico.

Anche se diverse centinaia di galee furono lasciate alla guarnigione di Metone oltre che a Corcira e su altre isole strategiche, la parte consistente della flotta contava ancora all’incirca 480 quinqueremi, fra le più imponenti mai costruite. Quei leviatani ospitavano otto uomini ai loro tre remi per panca, erano completamente impavesate e disponevano di un becco di speronamento in bronzo massiccio circondato da bagli di quercia; i loro scafi erano rinforzati con cinghie di legno quadrate e laminate di ferro per agire da paracolpi in caso di speronamento. Lunghe duecento piedi e larghe cinquantacinque al traverso, svettavano di dieci piedi sulla linea d’acqua a mezza nave e di venticinque sulla linea d’acqua a poppa e prua. Ciascuna disponeva di 480 rematori e 150 marinai, ed erano irte di alte torri munite di pezzi di artiglieria. Tutto ciò le rendeva inespugnabili, un vantaggio in difesa; ma procedevano a passo di lumaca, uno svantaggio in attacco. La nave ammiraglia di Antonio, l’Antonia, era persino più imponente. Sessanta navi di Cleopatra erano di identiche dimensioni e struttura, mentre le seconde sessanta erano ampie triremi con quattro uomini per panca, ed erano in grado di muoversi a velocità sostenuta, specie se a forza di vela o di remi. L’ammiraglia di Cleopatra, la Cesarione, seppur squisitamente dipinta e laminata d’oro, era scattante e progettata per il volo più che per la battaglia.

Quando tutto si mise in movimento, Antonio si rilassò compiaciuto, non trovando nulla di male nell’impartire ordini talmente vaghi da lasciare quasi tutti i dettagli alla capacità dei singoli legati, alcuni ottimi, alcuni mediocri e alcuni senza speranza.

Si era stanziato su un fronte che si estendeva fra l’isola di Corcira e Metone, porto del Peloponneso subito a nord di Capo Acritas. A Bogud di Mauritania, fuggito dal fratello Bocco, fu affidato il comando di Metone, mentre l’altra grande base navale sull’isola di Leucade fu affidata a Caio Sosio. Persino la Cirenaica in Africa era stata presidiata. Lucio Pinario Scarpo, un nipote del divo Giulio, la occupava con una flotta e quattro legioni. Tutto ciò era necessario per salvaguardare le spedizioni via mare di granaglie e viveri dall’Egitto. Ingenti depositi di vettovaglie furono posti a Samo, a Efeso, e in molti porti sulla costa orientale greca.

Antonio aveva deciso d’ignorare la Macedonia occidentale e l’Epiro settentrionale; cercare di occuparli avrebbe allungato il suo fronte e ridotto la densità delle sue truppe e navi, perciò che le occupasse pure Ottaviano assieme alla Via Egnazia, la grande strada d’Oriente. Il timore d’un fronte troppo lungo e diradato l’ossessionava sino al punto di lasciare Corcira. La sua base principale era il Golfo di Ambracia; quella massa d’acqua vasta, irregolare e quasi priva di sbocchi sul mare disponeva di una bocca nell’Adriatico larga meno di un miglio. Il promontorio meridionale della bocca si chiamava Capo Azio, e qui Antonio insediò il suo accampamento pretoriano, con le legioni e gli ausiliari disseminati per molte miglia di terra paludosa, insalubre e infestata dalle zanzare. Anche se non era rimasto accampato a lungo, l’esercito di terra era vicino alla situazione critica. C’erano epidemie di polmonite e febbre malarica, anche gli uomini più temprati erano affetti da grave influenza e il cibo stava cominciando a scarseggiare.

La sua catena di approvvigionamento non era stata organizzata a dovere, e tutto ciò che suggeriva Cleopatra per rettificarne le pecche era ignorato o volutamente sabotato. Non che lei e Antonio si dessero tanto pensiero per l’approvvigionamento, sicuri che la loro politica di tenere le vettovaglie nella parte orientale del territorio fosse un’ottima strategia; per raggiungere i depositi, Ottaviano avrebbe dovuto doppiare il Peloponneso. Ma quello che trascuravano di considerare era l’alta, scoscesa e quasi invalicabile catena montuosa che si estendeva come un’enorme spina dorsale dalla Macedonia sino al Golfo di Corinto, separando la Grecia orientale da quella occidentale. Le strade erano dei semplici solchi, quando c’erano.

Unico fra i legati, Publio Canidio giudicava imperativo trasportare gran parte di quei depositi di viveri e granaglie nel Peloponneso via nave, ma Antonio, ostinato, si concesse parecchi giorni per approvare l’ordine, che a quel punto dovette fare il viaggio a est prima di poter essere eseguito. E tutto ciò richiese tempo.

Tempo, si scoprì, di cui Antonio e Cleopatra non disponevano. Era noto che l’inverno inoltrato e l’inizio della primavera svantaggiavano chi risiedeva sulla sponda orientale dell’Adriatico, tanto che nessuno nella tenda del comando di Antonio pensava che Ottaviano e le sue forze volessero, o potessero, attraversare l’Adriatico sino all’estate. Ma quell’anno tutte le divinità acquatiche, da Padre Nettuno ai Lari Permarini, furono dalla parte di Ottaviano. Presero a soffiare venti di ponente molto forti, tanto insoliti quanto fuori stagione. Questi comportarono venti e mari favorevoli per Ottaviano, ma venti e mari contrari per Antonio. Che si trovò a non poter impedire la navigazione di Ottaviano… o lo sbarco ovunque egli desiderasse.

Mentre le navi di trasporto truppe si riversavano sull’Adriatico da Brundisium, Marco Agrippa distaccò metà delle sue quattrocento galee e colpì la base di Antonio a Metone. Riportò una vittoria schiacciante, soprattutto perché, dopo aver ucciso Bogud, avergli distrutto metà delle navi e arruolato forzatamente l’altra metà al suo servizio, Agrippa procedette a fare lo stesso con Sosio a Leucade. Sosio fuggi, un minimo contentino. Perché adesso Antonio e Cleopatra erano completamente tagliati fuori da tutte le granaglie e i viveri provenienti via mare, a prescindere dal loro punto di partenza. D’improvviso l’unica maniera per alimentare le forze di terra e di mare era via terra, ma Antonio rifiutava. categoricamente che i suoi soldati romani si trasformassero in bestie da soma… o addirittura in macchine da carico! Che quegli indolenti egizi di Cleopatra si dessero da fare, una volta tanto! Che organizzassero loro la traversata via terra!

Ogni asino e mulo a est del paese fu quindi requisito e caricato sino al limite di tolleranza. Ma come si scoprì, i sovrintendenti egiziani avevano scarso rispetto per gli animali, trascuravano di abbeverarli e li osservavano indifferenti morire mentre le carovane s’inerpicavano sulle montagne della Dolopia. Così, migliaia di uomini greci furono costretti a fil di spada a caricarsi in spalla sacchi e giare di provviste e scarpinare per le ottanta spaventose miglia comprese fra l’estremità del Golfo di Malis e il Golfo di Ambracia. In mezzo a quegli sventurati portatori c’era un greco di nome Nimarco, che sopravvisse a quel cimento e che da allora intrattenne i nipoti con impressionanti racconti sul trasporto del grano per ottanta orribili miglia.

A fine aprile Agrippa controllava ormai l’Adriatico, e le truppe di Ottaviano al completo erano state sbarcate in tutta sicurezza intorno a Epirote Toryne, sulla costa di Corcira. Dopo la decisione di fare di Corcira la sua principale base navale, Ottaviano proseguì a sud con le forze di terra nel tentativo di sorprendere Antonio ad Azio.

Sino a quel momento le decisioni sbagliate di Antonio erano dovute all’avversione che Cleopatra suscitava nei suoi legati. Ma adesso commise un errore cruciale: imprigionò tutte le navi che aveva nel Golfo di Ambracia, in tutto 440 vascelli anche dopo le perdite per mano di Agrippa. Date le dimensioni e la lentezza delle sue navi era impossibile, se non nelle condizioni più ideali, far uscire dalla baia le navi imbottigliate attraverso una gola larga meno di un miglio. E mentre Antonio e Cleopatra sedevano impotenti, il resto delle loro basi cedeva ad Agrippa: Patre, l’intero Golfo di Corinto e il Peloponneso occidentale.

Il tentativo di Ottaviano di spostarsi a debita velocità da cogliere di soppiatto l’esercito di terra di Antonio fallì; c’era umidità, il terreno era acquitrinoso e i suoi uomini fiaccati dall’influenza.

Agendo in base ai rapporti dei suoi ricognitori, Antonio e l’assassino Decimo Turullio partirono con diverse legioni e cavalleggeri galaziani e sconfissero le avanguardie di Ottaviano, che fu costretto a fermarsi.

Con un bisogno disperato d’una vittoria, Antonio si fece acclamare dai suoi soldati imperatore sul campo (per la quarta volta nella sua carriera) e gonfiò in maniera notevole il proprio successo. Fra le malattie e le razioni sempre più scarse, il morale nei suoi accampamenti era bassissimo. I suoi gerarchi erano seriamente scoraggiati, e per questo doveva ringraziare Cleopatra. Non ci provava neanche a restare dietro le quinte, faceva regolarmente il suo giro di lamentele e critiche, e si comportava con gelido sussiego. Secondo la sua mentalità, non stava facendo niente di male; anche se ormai erano sedici anni che intratteneva rapporti con i romani, non era ancora riuscita ad afferrare il concetto dell’egualitarismo, che non comportava l’automatica deferenza a uomo o donna che fosse, neanche a una nata per portare il diadema.

Biasimandola per il ginepraio in cui si trovavano, i legionari semplici la schernivano, la disapprovavano e la fischiavano, ululando come migliaia di cagnetti. E lei non poteva ordinare che venissero puniti. I loro centurioni o legati si limitavano a ignorarla.

Infine Ottaviano si accampò su un ottimo fazzoletto di terra secca nei pressi del promontorio settentrionale della baia, collegando la sua vasta base a un deposito di vettovagliamento sulle rive dell’Adriatico tramite la fortificazione di «mura lunghe».

Seguì uno stallo, con Agrippa a sbarrare la baia dal mare e Ottaviano a impedire ad Antonio di trasferirsi in una zona meno paludosa del suo territorio. La fame mostrava il suo volto più spaventoso, seguita dalla disperazione.

In un giorno in cui i venti di ponente soffiavano meno costanti, Antonio fece salpare parte della sua flotta sotto il comando di Tarcondimoto. Agrippa si precipitò a incontrarlo con le sue fide liburniche e lo sbaragliò. Lo stesso Tarcondimoto rimase ucciso; solo un improvviso mutamento nella direzione del vento permise a gran parte della flotta antoniana di tornarsene a fatica nella propria prigione. Agrippa rimase perplesso dal fatto che la sortita fosse guidata da un re cliente e che le navi non ospitassero soldati romani, ma interpretò la mossa come un’incertezza di Antonio su un’eventuale vittoria.

Per la verità, era dovuta al dissenso nei concili che uno scoraggiato Marco Antonio teneva ancora regolarmente. Antonio e i romani volevano una battaglia sulla terra, mentre Cleopatra e i re clienti ne volevano una sul mare. Entrambe le fazioni erano in grado di rendersi conto della loro paralisi dovuta a una situazione di stallo, e stavano cominciando a capire la necessità di abbandonare l’invasione dell’Italia a favore del ritorno in Egitto, dove raggrupparsi ed escogitare una migliore strategia. Se così avessero deciso, in ogni modo, avrebbero dovuto prima infliggere a Ottaviano una sconfitta tanto cocente da consentire una ritirata massiccia.

Dalle montagne continuava l’afflusso di cibo sufficiente a tenere a bada l’inedia, ma le razioni ridotte dovevano essere arricchite. Sotto questo aspetto Cleopatra subì una sconfitta che contribuì ad alienarle rapidamente le simpatie dei contingenti non romani, settantamila uomini in totale. Antonio stava ammanendo delle razioni più ingenti ai suoi 65.000 soldati romani in tutta furtività… ma non abbastanza. Il segreto trapelò ai re clienti, che mossero forti obiezioni e di conseguenza presero a disprezzare Antonio. E giudicarono Cleopatra debole, perché incapace di persuaderlo o costringerlo a cessare quella condotta scorretta.

All’arrivo dell’estate, negli accampamenti dilagavano febbri malariche e tifoidi.

Nessuno, romano o meno, aveva l’accortezza, o l’entusiasmo, di far esercitare le forze di terra o quelle di mare. Quasi 140.000 uomini antoniani ciondolavano indolenti, affamati, malati e scontenti. In attesa che qualcuno ai vertici escogitasse una via di uscita. Non protestavano neanche per dare battaglia, sicuro segnale che avevano gettato la spugna.

A quel punto Antonio escogitò una via d’uscita. Riscuotendosi dal proprio torpore, convocò lo stato maggiore ed espose il suo progetto.

«Qui siamo piuttosto fortunati, siamo vicini al fiume Acheronte» disse indicando su una mappa. «E qui c’è Ottaviano… che non è neanche lontanamente fortunato come noi. Deve trasportare l’acqua dal fiume Oropo, un lungo tragitto dai suoi accampamenti. L’acqua è convogliata attraverso delle metà di tronchi cavi, che sta rimpiazzando con dei tubi di terracotta che Agrippa porta dall’Italia. Ma al momento, il suo approvvigionamento d’acqua versa in condizioni precarie. Pertanto noi andremo a tagliare fuori la sua provvista obbligandolo a ritirarsi dalla posizione attuale e avvicinarsi ulteriormente al fiume Oropo. Purtroppo, la distanza che dovremo coprire per coglierlo di sorpresa impedirà un attacco di fanteria su vasta scala, almeno all’inizio.» Proseguì, usando l’indice della mano destra per illustrare le zone d’interesse, e dal tono sembrava molto fiducioso; l’umore nella tenda del comando si rischiarò, specie quando Cleopatra tacque.

«Perciò, Deiotaro Filadelfo, tu prenderai la tua cavalleria e quella tracia

Remetalce sarà il secondo in comando, e ti metterai alla testa dell’offensiva. So che dovrete effettuare una lunghissima deviazione, aggirando la parte orientale della baia, ma Ottaviano non vigilerà su eventuali avvenimenti in quella zona, è troppo lontana.

Marco Lario prenderà con sé dieci legioni romane e vi tallonerà il più possibile. Nel frattempo, io porterò una grande quantità di fanti dall’altra parte della baia e ci accamperemo proprio sotto le mura di Ottaviano. Lui non ne sarà particolarmente scosso, e quando io offrirò battaglia, m’ignorerà. È troppo ben trincerato per allarmarsi. Quando la tua fanteria, Lurio, s’incontrerà con la cavalleria di Deiotaro Filadelfo, farete a pezzi miglia e miglia di condotti di Ottaviano per poi depredare i suoi depositi di vettovaglie a nord. Quando lui verrà a sapere dell’accaduto, uscirà per spostarsi lungo l’Oropo. E quando sarà impegnato a far questo, e mentre Agrippa lo aiuterà, noi evacueremo verso l’Egitto.» Dilagò l’eccitazione; era una manovra eccelsa, con ottime possibilità di riuscita.

Ma dopo la notizia che i soldati romani erano meglio nutriti, la disaffezione si era fatta sempre più forte; un comandante tracio disertò, raggiunse Ottaviano, e rivelò il piano sin nei minimi dettagli. Ottaviano riuscì a intercettare la cavalleria con alcuni dei suoi germani. Non ci fu battaglia. Deiotaro Filadelfo e Remetalce passarono dalla parte di Ottaviano su due piedi, e quindi, assieme ai germani, si precipitarono a scontrarsi con la fanteria in avvicinamento. Che girò i tacchi e fuggì verso Azio.

Quando seppe del disastro, Antonio mobilitò i suoi ultimi cavalleggeri, il contingente di Galazia sotto Aminta, e partì di persona per riprendersi le sue legioni.

Ma quando Aminta s’incontrò con i colleghi e i germani, disertò, offrendosi a Ottaviano con i suoi duemila cavalleggeri.

Frustrato e scoraggiato, Antonio riportò le proprie legioni ad Azio, convinto che in quel luogo orrendo non si potesse vincere alcuno scontro di terra.

«Non so come uscirne!» gridò rivolto a Cleopatra, le sue speranze nere e avvizzite come una mummia. «Gli dèi mi hanno abbandonato, e anche la mia fortuna! Se i venti avessero soffiato come fanno sempre, Ottaviano non sarebbe mai riuscito ad attraversare l’Adriatico! E invece hanno soffiato a suo favore, e hanno scombinato tutti i miei piani! Cleopatra, Cleopatra, che cosa posso fare? È tutto finito!» «Calma, calma» rispose lei sommessamente, carezzandogli i capelli stopposi e ricci, e notando per la prima volta che si stavano ingrigendo. Imbiancati quasi dal giorno alla notte!

Anche lei aveva avvertito la stessa sensazione d’impotenza, un sacro terrore che i suoi dèi e quelli di Roma si fossero schierati dalla parte di Ottaviano in quella contingenza. Perché altrimenti sarebbe riuscito ad attraversare l’Adriatico fuori stagione? E perché altrimenti avrebbe potuto disporre di un grande comandante come Agrippa? Ma, domanda più urgente di tutte, perché lei non aveva abbandonato Marco Antonio al suo ineluttabile destino, fuggendo a casa sua in Egitto? Lealtà? No, certo che no! Che cosa doveva ad Antonio, dopo tutto? Lui era il suo fantoccio, il suo strumento, la sua arma! Lei l’aveva sempre saputo! Allora perché adesso restava attaccata a lui? Quell’uomo non aveva le capacità o il fegato per quella missione, non li aveva mai avuti. Era solo che, amandola, aveva cercato di essere quello di cui lei aveva bisogno. È Roma, pensò, carezzandolo, e carezzandolo. Neanche un monarca grande e potente come Cleopatra d’Egitto era in grado di strappare a un romano la sua romanità. Ci ero quasi riuscita. Ma solo quasi. Non ci riuscii con Cesare, e non ci riesco con Antonio. Allora perché sono qui? Perché in queste ultime nundinae mi sono scoperta sempre più gentile con lui, ho smesso di tormentarlo? Gentile con lui, io che non sono gentile?

Poi comprese tutto, con il terrore che si prova per un’improvvisa calamità naturale… una valanga, un maremoto, un terremoto: lo amo! Cullandolo con gesto protettivo, lo baciò sul viso, sulle mani, sui polsi e, stupefatta, si accorse dell’identità di quella nuova emozione che si era insinuata in lei tanto furtivamente, invadendola, conquistandola. Lo amo! Lo amo! Oh, povero Marco Antonio, finalmente hai avuto la tua vendetta! Ti amo quanto tu ami me… in maniera assoluta, sfrenata. Le mura che cingevano il mio cuore si sono scosse, crepate, aperte per accogliere Marco Antonio, il cuneo creato dal suo amore per me. Lui mi ha offerto il suo spirito romano, è uscito in una notte così densa e scura da non vedere altro che me. E io, nell’accettare il suo sacrificio, sono arrivata ad amarlo. Qualunque cosa riservi il futuro, sarà lo stesso futuro per entrambi. Non posso abbandonarlo.

«Oh, Antonio, io ti amo!» gridò, abbracciandolo.

Con il procedere dell’estate i legati disertarono da Antonio a dozzine, i senatori affluirono da Ottaviano a centinaia. Bastava raggiungere l’altra parte della baia a remi, perché Antonio, sprofondato nello sconforto, si rifiutava di fermarli. I loro appelli di asilo erano sempre imperniati su quella donna, la causa della rovina. Ma una spia riferì a Cleopatra un aneddoto curioso: Remetalce di Tracia era particolarmente acido nel criticare Antonio finché Ottaviano non l’aggredì.

«Quin taces!» ribatté bruscamente. «Se mi piace il tradimento non è detto che mi piacciano i traditori.» Per Antonio, il colpo peggiore giunse a luglio inoltrato; non facendo segreto del suo disprezzo per Cleopatra, anzi, declamandolo, Enobarbo se ne andò.

«Neanche per te, Antonio, posso tollerare un altro giorno con quella donna. Tu sai che sono malato, ma forse non sai che sto morendo. E voglio morire in un ambiente adeguatamente romano, libero anche dal più flebile odore di quella donna. Che pazzo sei stato, Marco! Senza di lei avresti vinto. Con lei, non hai nessuna possibilità.» Piangendo, Antonio osservò la barca a remi trasportare Gneo Domizio Enobarbo dall’altra parte della baia, quindi gli spedì dietro tutte le sue proprietà. Le tenaci obiezioni di Cleopatra rimasero inascoltate.

Il giorno dopo l’abbandono di Enobarbo, lo seguì Quinto Dellio, assieme a ciò che restava dei senatori.

Il giorno successivo, Ottaviano inviò ad Antonio una lettera cortese. «Il tuo amico più devoto Gneo Domizio Enobarbo è morto serenamente la notte scorsa. Voglio che tu sappia che l’ho accolto e trattato con grande considerazione. Da quanto ho capito, suo figlio Lucio è stato fidanzato con la tua figlia primogenita da mia sorella Ottavia.

Il fidanzamento sarà onorato, ho dato la mia parola a Enobarbo. Sarà interessante vedere la prole di una coppia che lega il sangue del divo Giulio, di Marco Antonio e degli Enobarbi, non sei d’accordo? Un metaforico tiro alla fune, visto che gli Enobarbi si sono sempre opposti ai Giuliani.» «Come sento la sua mancanza!» disse Antonio, il volto rigato di lacrime incontrollate.

«Era il mio acerrimo nemico» ribatté Cleopatra, a fil di labbra.

Alle idi di sestile Cleopatra convocò un consiglio di guerra. Come siamo in pochi, come siamo in pochi! pensò mentre, con gentilezza, aiutava a sedere Marco Antonio nel suo curule d’avorio.

«Ho un piano» annunciò la donna a Canidio, Poplicola, Sosio e Marco Lurio, l’unico legato superiore rimasto. «Ma può darsi che anche qualcun altro abbia un piano. In tal caso, gradirei ascoltarlo prima di parlare.» Il suo tono era umile, dunque parve sincero.

«Io ho un piano» rispose Canidio, del tutto grato per quell’inattesa opportunità di esporlo senza bisogno di convocare un consiglio lui stesso. Erano mesi che non riusciva più a nutrire fiducia in Antonio, che si era trasformato in un avanzo di quello che era. Colpa di lei, e nessun altro. E pensare che una volta l’aveva sostenuta!

Ebbene, non più.

«Parla, Publio Canidio» disse Cleopatra.

Anche Canidio aveva l’aria invecchiata, nonostante il corpo asciutto e la passione per l’esercizio fisico. Ma non aveva perduto neanche un briciolo della sua franchezza.

«La prima cosa che dobbiamo fare è abbandonare la flotta» esclamò, «e con questo non dico di salvare le ammiraglie. Tutte le navi, compresa quella della regina Cleopatra, devono essere abbandonate.» Irrigidendosi, Cleopatra aprì la bocca, poi la richiuse. Lascia che Canidio termini di delineare il suo ridicolo piano, poi colpisci!

«Ritireremo l’esercito di terra a marce forzate nella Tracia macedonica, dove avremo spazio per manovrare e per dare battaglia su un terreno di nostra scelta.

Saremo in posizione perfetta per radunare altre truppe dall’Asia Minore, dall’Anatolia e persino dalla Dacia. Potremo utilizzare le sette legioni macedoni, attualmente nei dintorni di Tessalonica… uomini di valore, Antonio, come tu sai.

Suggerisco la zona dietro Anfipoli, dove l’aria è pulita e secca. Quest’anno è stato abbastanza umido da scongiurare le tempeste di polvere, come accadde quando combattemmo a Filippi. Quando arriveremo, sarà periodo di raccolto e sarà abbondante. Questa mossa darà tempo ai nostri soldati di recuperare le forze, e il morale delle truppe migliorerà per il solo fatto di lasciare questo luogo orribile. Per giunta, dubito che Ottaviano e Agrippa possano marciare alla velocità di Cesare… Ottaviano, da quel che ho sentito, è a corto di denari. Potrebbe persino decidere di non combattere una campagna tanto lontana dall’Italia con l’inverno alle porte e le linee di approvvigionamento incerte. Noi marceremo via terra, mentre lui dovrà portare le sue flotte dall’Adriatico all’Egeo superiore. Noi non avremo bisogno di flotte, ma con il nostro sbarramento della Via Egnazia, Ottaviano dovrà affidarsi alle navi per approvvigionarsi.» Canidio s’interruppe, ma quando Cleopatra fece per parlare, alzò la mano con aria tanto imperiosa da fermarla. Gli altri pendevano dalle sue labbra, quegli idioti!

«Vostra Maestà» continuò Canidio, adesso rivolto a lei, «sapete che sono stato il vostro più fervido sostenitore. Ma non più. Il tempo ha dimostrato che una campagna non è luogo adatto a una donna, specie quando la donna in questione occupa la tenda del comando. La vostra presenza ha strappato ai soldati romani la loro vitalità, il loro desiderio di vittoria. Il vostro sesso ha creato così tanti problemi che, anche se foste Giulio Cesare, cosa che decisamente non siete, la vostra presenza costituirebbe uno spaventoso fardello per Antonio e i suoi generali. Perciò io affermo categoricamente che dovete tornarvene subito in Egitto.» «Non farò niente del genere» gridò Cleopatra, balzando in piedi. «Come osi, Canidio? Sono stati i miei soldi a tenere in piedi questa guerra, e i miei soldi significano me! Non me ne andrò finché questa guerra non sarà stata vinta!» «Forse non mi sono spiegato, Vostra Maestà. Noi non potremo vincere questa guerra finché voi resterete qui. Siete una donna che cerca di indossare i calzari militari, senza riuscirci. Voi e le vostre pagliacciate ci sono costate care, ed è ora che ve ne accorgiate. Se vogliamo vincere, dovete tornare a casa immediatamente!» «Non lo farò» disse lei a denti stretti. «E inoltre, come puoi anche solo suggerire di abbandonare le flotte? Sono costate dieci volte l’esercito di terra, e tu vorresti consegnarle a Ottaviano e ad Agrippa? Equivarrebbe a consegnargli tutto il mondo!» «Non ho detto di consegnarle al nemico. Alludevo, ma adesso lo dirò chiaro e tondo, a incendiarle.» «Incendiarle?», domandò lei boccheggiando, le mani alla gola e a quel nodo che cresceva. «Incendiarle? Tutti quegli alberi, tutta quella fatica, tutti quei soldi, in fumo? No, no, e no! Disponiamo di oltre quattrocento quinqueremi in condizioni di combattere, e molte altre navi ancora. Non abbiamo più cavalleggeri, idiota! Ciò significa che l’esercito di terra non è in condizione di dare battaglia… è del tutto azzoppato! Se c’è qualcosa da abbandonare, sarà la fanteria!» «Gli scontri di terra sono decisi dalla fanteria, e non dalla cavalleria» disse Canidio, deciso a non cedere a quella donna folle e alla sua smania di sfruttare al massimo i propri soldi. «Incendiamo la flotta, e marciamo verso Anfipoli.» Mentre infuriava la battaglia verbale, Antonio rimase seduto in silenzio con Cleopatra a lottare da sola contro Canidio spalleggiato da Poplicola, Sosio e Lurio. Le loro parole sembravano ronzare, aleggiare, crescere e affievolirsi, cancellare i colori dalle pareti per mescolarli l’uno nell’altro. Irreale, pensò Antonio.

«Non andrò a casa! Non incendierete le mie navi» gridava lei, con dei fili di bava agli angoli della bocca.

«Vattene a casa, donna! Dobbiamo bruciare le navi» gridavano gli uomini, a pugni stretti, alcuni sventolati contro di lei.

Infine Antonio si riscosse; una mano calò sul tavolo, facendolo vibrare. «Chiudete la bocca, tutti! Tacete e sedetevi!» Si sedettero tutti, tremanti di rabbia e frustrazione.

«Non incendieremo le flotte» disse Antonio con voce stanca. «La regina ha ragione, devono essere risparmiate. Se bruceremo tutte le nostre navi, non resterà nulla fra Ottaviano e l’estremità orientale del Mare Nostrum. L’Egitto cadrà, perché Ottaviano si limiterà ad aggirarci ad Anfipoli. Navigherà direttamente in Egitto, e l’Egitto cadrà perché noi non saremo in grado di raggiungerlo per primi se dovremo marciare via terra. Pensate alla distanza! Un migliaio di miglia sino all’Ellesponto, un altro per attraversare l’Anatolia e un terzo sino ad Alessandria. Forse Cesare avrebbe potuto coprirli in tre o quattro mesi, ma le sue truppe sarebbero morte per lui, mentre le nostre si stancheranno sempre più di marciare, e diserteranno nel giro di un mese.»

La sua argomentazione era inattaccabile; Canidio, Poplicola, Sosio e Lurio si arresero, mentre Cleopatra rimase seduta con gli occhi bassi senza alcuna espressione di trionfo. Capiva finalmente che ciò che non tolleravano quegli idioti non era né la sua origine straniera né le sue borse di soldi, era il suo sesso. Tutto il loro disprezzo era rivolto a una donna. Ai romani le donne non piacevano, ecco perché le lasciavano a casa anche quando erano occupati in cose di scarsa importanza come il soggiorno in una villa di campagna! Finalmente aveva la soluzione dell’enigma.

«Non sapevo fosse il mio sesso» disse ad Antonio dopo che i quattro generali se ne furono andati, mormorando qualcosa d’indecifrabile, ma convinti che lui aveva ragione. «Come ho fatto a essere tanto cieca?» «Perché la tua vita non ti ha mai dato possibilità di alzare quel velo.» Calò il silenzio, ma non era di disagio. Cleopatra avvertiva un mutamento in Antonio, quasi l’amarezza e le lungaggini della lite fra lei e i suoi quattro amici rimasti avessero penetrato il suo distacco, infondendogli di nuovo un po’ di energia.

«Non credo di voler più condividere il mio piano con Canidio e gli altri» disse la donna, «ma vorrei esporlo a te. Mi ascolterai?» «Con piacere, cara, con piacere.» «Qui non possiamo vincere, lo so» esclamò, ma con tono asettico, come se non la riguardasse. «Capisco anche che l’esercito di terra è inutile. Le tue truppe romane sono leali come sempre, e fra loro non vi sono state diserzioni. Quindi, se possibile, dovrebbero essere salvate. La mia intenzione è quella di evadere da Ambracia e tentare la fuga in Egitto. E c’è un solo modo per farlo. Le nostre flotte devono dare battaglia. Una battaglia che dovrai comandare tu personalmente a bordo dell’Antonia.

Lascerò a te e ai tuoi amici l’elaborazione dei dettagli perché io non sono ferrata in materia navale. La mia idea è quella di caricare quanti più soldati romani possano ospitare le mie navi onerarie, mentre tu farai salire gli altri a bordo delle tue più veloci galee. Lascia perdere le quinqueremi, con la loro lentezza verranno catturate.» Antonio stava ascoltando con attenzione, gli occhi fissi sul volto di lei.

«Continua.» «Questo sarà il nostro segreto, Marco, amore mio. Non potrai parlarne neanche con Canidio, che terrai a terra a comandare quel che resta della fanteria. Affida a Poplicola, Sosio e Lurio il comando delle tue flotte, questo li terrà occupati. Finché sapranno che ci sarai tu di persona, non mangeranno la foglia. Io sarò a bordo della Cesarione nelle retrovie, a debita distanza per vedere se si apre un varco. E nell’istante in cui quel varco si aprirà, fuggiremo in Egitto con le nostre truppe.

Dovrai tenere una scialuppa vicino all’Antonia e quando mi vedrai prendere il largo, mi seguirai. Mi raggiungerai in fretta, e salirai a bordo della Cesarione.» «Sembrerò un disertore» disse Antonio accigliandosi.

«Non quando si saprà che hai agito per salvare le tue legioni.» «Posso migliorare il tuo piano, mia adorata. Dispongo di una flotta e di quattro ottime legioni in Cirenaica con Pinario Scarpo. Dammi una nave e salperò per Paretonio a raccogliere Pinario e i miei uomini. Ci incontreremo di nuovo ad Alessandria.» «Paretonio? Si trova in Libia, non in Cirenaica.»

«Ecco perché manderò subito una nave in Cirenaica. Ordinerò a Pinario di marciare immediatamente alla volta di Paretonio.» «Siccome non potremo salvare tutte le tue undici legioni stanziate qui, riusciremo a farlo con altre quattro» esclamò lei con soddisfazione. «Allora che sia, Marco. Terrò quella nave al traverso della Cesarione, in attesa. Ma prima che tu abbordi quell’uomo, dovrai dirmi addio sulla Cesarione, te ne prego.» «Non è un sacrificio» disse con una risata, e la baciò.

Il segreto trapelò inevitabilmente quando, alle calende di settembre, le legioni furono caricate e stipate come sardine a bordo delle navi onerarie di Cleopatra e di tutte quelle ritenute in grado di navigare spedite. Prima ancora, c’era stata un’altra prova che non si trattava di una semplice battaglia navale: a parte le imponenti quinqueremi, tutte le navi avevano imbarcato le vele ed enormi quantità di acqua e cibo. Canidio, Poplicola, Sosio, Lurio e gli altri legati ipotizzarono che, subito dopo lo scontro, avrebbero tentato il tutto per tutto per raggiungere l’Egitto. L’ipotesi fu corroborata quando tutti i vascelli non idonei alla navigazione o non necessari furono spiaggiati e bruciati a debita distanza dalla bocca di Ambracia, così da dissipare il fumo prima che potesse vederlo Ottaviano. Nessuno però sospettava che anche lo scontro era fumo, che non si sarebbe combattuto fino all’ultimo. Da romani orgogliosi quali erano, Poplicola, Sosio e Lurio non potevano concepire un piano che non comportasse una battaglia totale. Canidio, che vedeva oltre il fumo, non disse nulla ai colleghi, attento solo a recuperare tutti quei soldati che non riuscivano a trovare posto sulle onerarie in partenza, prima che Ottaviano mangiasse la foglia.