Capitolo 7
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Ottaviano era a Roma quando da Brundisium giunse notizia che Marco Antonio, accompagnato da due legioni, aveva tentato di entrare nel porto della città, per esserne tuttavia respinto. La catena era stata issata, i bastioni presidiati. A Brundisium non interessava lo status di cui godeva quel mostro di Marco Antonio, diceva la lettera, né si curava se il Senato avesse ordinato di farlo entrare. Che entrasse in Italia da dove voleva; a patto che non fosse da Brundisium. Siccome l’unico altro porto nella regione in grado di far sbarcare due legioni era Tarentum, dalla parte opposta del tallone d’Italia, un frustrato e furioso Antonio era stato obbligato a far sbarcare i suoi uomini in alcuni porti assai più piccoli intorno a Brundisium, disperdendoli.
«Sarebbe dovuto andare ad Ancona» disse Ottaviano ad Agrippa. «Lì avrebbe potuto unirsi a Pollione e a Ventidio, e adesso starebbe marciando su Roma.» «Se fosse stato sicuro di Pollione, avrebbe fatto così» ribatté Agrippa, «ma di lui non è sicuro.» «Allora tu credi alla lettera di Planco che parla di dubbi e scontento?» Ottaviano agitò un foglio di carta.
«Sì, ci credo.» «Anch’io» disse Ottaviano, con un sogghigno. «Planco si trova fra l’incudine e il martello… lui preferirebbe Antonio, ma io voglio tenergli una porta aperta in caso arrivi il momento di passare dalla nostra parte della barricata.» «Tu disponi di troppe legioni nei dintorni di Brundisium perché Antonio raduni di nuovo i suoi uomini prima dell’arrivo di Pollione, cosa che secondo i miei ricognitori non avverrà per almeno un nundinum.» «Tempo che a noi basta per raggiungere Brundisium, Agrippa. Le nostre legioni sono schierate sulla Via Minucia?» «Schierate alla perfezione. Se Pollione vuole evitare una battaglia, dovrà marciare verso Beneventum e la Via Appia.» Ottaviano posò il calamo nel suo contenitore, e riordinò le carte in pile che comprendevano la corrispondenza con enti e persone, bozze di leggi e mappe dettagliate dell’Italia. Si alzò. «Allora si parte per Brundisium» esclamò. «Mi auguro che Mecenate e il mio Nerva siano pronti. Che si dice di quello neutrale dei due?» «Se non ti seppellissi sotto una valanga di carte, Cesare, lo sapresti» disse Agrippa con un tono che solo lui osava rivolgere a Ottaviano. «Sono pronti da giorni. E
Mecenate ha sviolinato il neutrale Nerva convincendolo a essere della partita.» «Eccellente!» «Perché è tanto importante, Cesare?» «Allora, quando un fratello ha scelto Antonio e l’altro fratello me, la sua neutralità era l’unica maniera con cui la fazione di Cocceio Nerva potesse continuare a esistere in caso Antonio e io fossimo finiti ai ferri corti. Il Nerva di Antonio è morto in Siria, lasciando quindi un posto vacante nella sua fazione. Un posto vacante che ha visto Lucio Nerva in un bagno di sudore… ha osato scegliere di occupare quel posto? Alla fine, ha detto di no, anche se non avrebbe scelto neanche me.» Ottaviano sogghignò.
«Con la moglie che lo tiene al guinzaglio, è vincolato a Roma, e quindi… alla neutralità.» «So tutto, ma la domanda richiede una risposta.» «L’avrai se il mio piano riuscirà.»
Ciò che aveva strappato Marco Antonio al suo confortevole divano ateniese era stata una lettera di Ottaviano.
«Mio carissimo Antonio, sono amaramente addolorato di comunicarti la notizia che ho appena ricevuto dalla Spagna Ulteriore. Tuo fratello Lucio è morto a Corduba non molto avanti nella sua carica di governatore. Dai tanti rapporti che ho letto in merito, è morto all’improvviso. Niente agonia, né dolore. Secondo i medici, la disgrazia ha avuto origine nel cervello, che dall’autopsia si è rivelato pieno di sangue intorno al tronco. È stato cremato a Corduba, e le ceneri mi sono state spedite assieme a una documentazione adeguata, tale da soddisfarmi sotto ogni punto di vista. Ho conservato le ceneri e i rapporti in vista del tuo arrivo. Ti prego di accettare le mie più sincere condoglianze.»
Era stata sigillata usando l’anello con la sfinge del divo Giulio.
Naturalmente Antonio non credette a una parola, a parte il fatto che Lucio era morto; di lì a un giorno stava già affrettandosi in direzione di Patre, ed erano stati inviati ordini in Macedonia occidentale d’imbarcare immediatamente due legioni da Apollonia. Le altre otto furono messe in attesa d’imbarcarsi per Brundisium non appena lui le avesse richieste.
Era intollerabile il fatto che Ottaviano avesse ricevuto per primo la notizia! E perché, prima di quella lettera, a lui non era giunta alcuna voce? Antonio vedeva quella lettera come una sfida bella e buona: le ceneri di tuo fratello sono a Roma… vieni a prenderle se hai coraggio! E lui ne avrebbe avuto il coraggio? Per Giove Ottimo Massimo e tutti gli dèi, sì!
Una lettera informativa di Planco per Ottaviano partì da Patre, dove l’infuriato Antonio era costretto ad attendere conferma che le sue due legioni fossero salpate.
Partì (se Antonio fosse stato al corrente del suo contenuto, non sarebbe successo) assieme al secco ordine impartito da Antonio a Pollione di mobilitare le sue legioni lungo la Via Adriatica; al momento si trovavano a Fanum Fortunae, dove Pollione avrebbe potuto muovere su Roma percorrendo la Via Flaminia, o abbracciare la costa adriatica sino a Brundisium. Un impaurito Planco implorò un passaggio sulla nave di Antonio, giudicando di riuscire a sgattaiolare più facilmente attraverso il fronte per raggiungere Ottaviano in territorio italiano. Adesso desiderava disperatamente non aver spedito quella lettera… come poteva essere sicuro che Ottaviano non ne avrebbe rivelato il contenuto ad Antonio?
Il senso di colpa rendeva Planco un compagno di viaggio nervoso e agitato, tanto che, quando in mezzo all’Adriatico si profilò in vista la flotta di Gneo Domizio Enobarbo, Planco insozzò il sospensorio e per poco non svenne.
«Oh, Antonio, siamo morti!» piagnucolava.
«Per mano di Enobarbo? Mai!» disse Antonio, le narici svasate. «Planco, credo che tu te la sia fatta addosso!» Planco se ne andò, lasciando Antonio ad attendere l’arrivo di una barca a remi diretta alla sua nave. La sua bandiera sventolava ancora sul pennone, mentre Enobarbo aveva ammainato la propria.
Tarchiato, scuro e calvo, Enobarbo si arrampicò in tutta agilità su una scaletta di corda e avanzò verso Antonio, sogghignando da un orecchio all’altro. «Finalmente» gridò l’irascibile, abbracciando Antonio. «Stai muovendo su quell’odioso insettuccio di Ottaviano, vero? Dimmi di sì, ti prego!» «Sì» fu la risposta di Antonio. «Che affoghi nella sua merda! Planco si è appena cagato addosso quando ti ha visto, e io che avrei pensato fosse più coraggioso di Ottaviano. Sai che cos’ha fatto Ottaviano, Enobarbo? Ha ucciso Lucio in Spagna, poi ha avuto la faccia tosta d’informarmi di essere l’orgoglioso possessore delle ceneri di Lucio! Mi sfida ad andare a prenderle! È pazzo?» «Sono tuo in ricchezza e povertà» disse Enobarbo con voce roca. «La mia flotta è tua.» «Ottimo» ribatté Antonio, divincolandosi da un abbraccio stritolante. «Per spezzare la catena del porto di Brundisium, potrei aver bisogno di un’imponente nave da guerra con un solido becco di bronzo.» Ma neanche una «sedicesima», una nave con sedici ordini di remi, e provvista d’un becco di bronzo di venti talenti avrebbe potuto spezzare la catena tesa da un’estremità all’altra dell’imboccatura del porto; e in ogni caso Enobarbo non possedeva neanche un vascello grande la metà di una «sedicesima». La catena era ancorata fra due pontili di cemento rafforzati con il ferro, e ciascun anello di bronzo era stato forgiato con un metallo spesso sei dita. Né Antonio né Enobarbo avevano mai visto barriera più mostruosa, né popolazione tanto festante alla vista dei loro vani tentativi di spezzare quella barriera. Mentre donne e bambini gioivano e dileggiavano, gli uomini di Brundisium sottoposero la quinquereme da battaglia di Enobarbo a salve assassine di lance e frecce che infine la spinsero al largo.
«Non ci riesco!» gridava Enobarbo, piangendo di rabbia. «Oh, ma quando ci riuscirò, eccome se soffriranno! E da dov’è spuntata fuori quella cosa? La vecchia catena era dieci volte più piccola!» «Questa è stata piazzata da quel contadino apulo di Agrippa» riuscì a dire Planco, sicuro di non puzzare più di merda. «Quando sono partito per rifugiarmi da te, Antonio, i brindisini sono stati lesti a spiegarne l’origine. Agrippa ha fortificato questo posto meglio di Ilio, persino nell’entroterra.» «Faranno una morte lenta» ringhiò Antonio. «Infilerò ai magistrati cittadini dei pali su per culo e glieli ficcherò dentro un dito al giorno.» «Ahi, ahi» disse Planco, sobbalzando al pensiero. «Che cosa faremo adesso?» «Attenderemo le mie truppe e le schiereremo dov’è possibile a nord e sud» disse Antonio. «All’arrivo di Pollione, come se la sta prendendo comoda!, entreremo a forza in questo luogo immorale dall’entroterra, fortificazioni di Agrippa o meno.
Dopo un assedio, suppongo. Sanno che non sarò magnanimo con loro… resisteranno sino all’ultimo.»
Così Antonio si ritirò sull’isola al largo della bocca del porto brindisino, ad attendere Pollione e a cercare di scoprire che fine avesse fatto Ventidio, curiosamente silenzioso.
Sestile era terminato e le none di settembre passate, eppure la temperatura era ancora abbastanza torrida da rendere la vita sull’isola un cimento. Antonio camminava; Planco lo guardava camminare. Antonio grugniva, Planco rifletteva. Le riflessioni di Antonio erano sempre concentrate sulla questione di Lucio Antonio; quelle di Planco spaziavano anch’esse in lungo e in largo su un’unica questione, ma più affascinante… Marco Antonio. Perché Planco stava notando dei nuovi aspetti di Antonio, e ciò che notava non gli piaceva. Pensava e ripensava alla meravigliosa e gloriosa Fulvia… tanto coraggiosa ed efferata, così… così interessante. Come aveva potuto Antonio picchiare una donna, e per di più sua moglie? La nipote di Caio Gracco!
È come un bimbetto con sua madre, pensò Planco, sull’orlo delle lacrime. Avrebbe dovuto trovarsi in Oriente a combattere i Parti… era quello il suo dovere. E invece era lì, sul suolo italiano, quasi non avesse il coraggio di abbandonarlo. È Ottaviano a divorarlo, o l’insicurezza? Nel profondo di sé, Antonio crede di poter ottenere dei futuri allori? Oh sì, è coraggioso, ma comandare le armate come generale non richiede coraggio. È più uno sforzo intellettuale, un’arte, una dote. Il divo Giulio era un genio in quel campo, Antonio è cugino del divo Giulio. Ma nel caso di Antonio, sospetto che sia più un peso che una gioia. Ha talmente paura di fallire che, come Pompeo Magno, non si muoverà finché non sarà superiore nei numeri. Cosa che è qui in Italia, con le legioni di Pollione, quelle di Ventidio e le sue a un breve tratto di mare di distanza. Sufficienti a sbaragliare Ottaviano, anche adesso che Ottaviano dispone delle undici legioni di Caleno nella Gallia Transalpina. Arguisco che si trovano ancora nella Gallia Transalpina sotto il comando di Salvidieno, che scrive con regolarità ad Antonio nel tentativo di cambiare partito. Un piccolo dettaglio che non ho comunicato a Ottaviano.
Ciò che Antonio teme di Ottaviano è quel talento che il divo Giulio aveva in abbondanza. Oh, non come generale di armate! Ma come uomo d’infinito coraggio, quel coraggio che Antonio sta cominciando a perdere. Sì, la sua paura di fallire cresce, mentre Ottaviano sta cominciando a osare il tutto per tutto, a scommettere su esiti imprevedibili. Antonio si trova in svantaggio trattando con Ottaviano, ma ancora di più trattando con nemici stranieri come i Parti. Si deciderà mai a fare quella guerra? Blatera sulla mancanza di denaro, ma quella mancanza è davvero il motivo assoluto della sua riluttanza a combattere la guerra che dovrebbe combattere? Se non la combatterà, perderà la fiducia di Roma e dei romani, sa anche questo. Perciò usa Ottaviano come scusa per indugiare in Occidente. Se caccerà Ottaviano dall’agone, disporrà di tante legioni da poter sconfiggere un quarto di milione di uomini. Eppure, con sessantamila uomini, il divo Giulio ne ha sconfitti più di trecentomila. Perché ci si è messo con il talento. Antonio vuol essere il padrone del mondo e primo uomo di Roma, ma non riesce a capire come arrivarci.
Cammina, cammina, cammina, su e giù, su e giù. È insicuro. La decisione incombe, e lui è insicuro. Non può neanche imbarcarsi in una delle sue celebri botte di «vita inimitabile»… che barzelletta, chiamare i suoi amici del cuore ad Alessandria i «Viventi Inimitabili»! Adesso si trova. qui, in una situazione da cui non può distrarsi a forza di bagordi. Non si sono ancora accorti i suoi colleghi, come invece ho fatto io, che nelle sue dissipatezze Antonio non fa che dimostrare la sua innata debolezza?
Sì, concluse Planco; è il momento di cambiare partito. Ma posso farlo in questo momento? Ne dubito come dubito di Antonio. Come lui, manco di coraggio.
Rispetto a Planco, Ottaviano sapeva tutto ciò con maggiore convinzione, eppure non poteva essere sicuro da che parte sarebbero caduti i dadi adesso che Antonio era giunto nelle propaggini di Brundisium; aveva puntato tutto sui legionari. Poi i loro plenipotenziari giunsero a comunicargli che le truppe non avrebbero combattuto contro quelle di Antonio, fossero state le sue, quelle di Pollione o quelle di Ventidio.
Un annuncio che fece vacillare Ottaviano dal sollievo. Restava solo da vedere se le truppe di Antonio avrebbero combattuto per lui.
Due nundinae più tardi, ebbe la sua risposta. I soldati sotto il comando di Pollione e Ventidio si erano rifiutati di combattere contro i loro fratelli in armi.
Si sedette a scrivere una lettera ad Antonio.
«Mio caro Antonio, siamo giunti a uno stallo. I miei legionari si rifiutano di combattere contro i tuoi, e i tuoi si rifiutano di combattere contro i miei. Loro appartengono a Roma, dicono, e non a un uomo solo, chiunque esso sia, persino un triumviro. I tempi delle gratifiche massicce, dicono, sono finiti. Io ne convengo.
Sin da Filippi ho capito che non possiamo più risolvere le nostre divergenze facendoci la guerra a vicenda. Potremo anche disporre di imperium maius, ma per esercitarlo, dobbiamo comandare dei soldati disposti a obbedire. E non è così.
Perciò propongo, Marco Antonio, che ciascuno di noi scelga un proprio rappresentante per cercare di trovare una soluzione a questa situazione di stallo.
In qualità di partecipante neutrale che tutti e due riteniamo corretto e imparziale, potrei scegliere Lucio Cocceio Nerva? Sei libero di obiettare sulla mia scelta e scegliere un’altra persona. Il mio delegato sarà Caio Mecenate. Nessuno di noi dovrà presenziare a questo incontro. Prendervi parte comporterebbe degli animi turbati».
«Che serpe velenosa» gridò Antonio, accartocciando e gettando la lettera.
Planco la raccolse, la lisciò, e la lesse. «Marco, è la logica soluzione al tuo dilemma» disse con tono esitante. «Te ne prego, rifletti un momento su dove ti trovi e che cos’hai di fronte. La proposta di Ottaviano potrebbe rivelarsi un balsamo per curare i sentimenti feriti di entrambe le parti in causa. A essere sinceri, è la tua migliore alternativa.» Un verdetto cui fece eco Gneo Asinio Pollione diverse ore più tardi quando giunse con una scialuppa da Barium.
«I miei uomini non combatteranno, e neanche i tuoi», disse con tono secco. «Io per primo non posso fargli cambiare idea, né i tuoi cambieranno la propria, e secondo tutti i rapporti Ottaviano naviga nelle stesse acque. Le legioni hanno deciso per noi, dunque sta a noi trovare una via d’uscita onorevole. Ho detto ai miei uomini che farò in modo di raggiungere una tregua. Ventidio ha fatto lo stesso. Cedi, Marco, cedi!
Non è una sconfitta.» «Tutto ciò che permette a Ottaviano di scampare alle fauci della morte è una sconfitta» ribatté Antonio ostinato.
«Scempiaggini! Le sue truppe sono disamorate quanto le nostre.» «Non ha neanche il coraggio di affrontarmi! Tutto dev’essere condotto da agenti come Mecenate… animi turbati? Glielo do io gli animi turbati! E non m’importa che cosa dirà, io parteciperò a questo abboccamento in rappresentanza di me stesso!» «Io non sarò presente, Antonio» disse Pollione, tenendo lo sguardo fisso su Planco, che alzò gli occhi al cielo. «Ho un piano di gran lunga migliore. Approvalo, e io andrò come tuo rappresentante.» «Tu?» domandò Antonio incredulo. «Tu?» «Sì, io! Sono console da otto mesi e mezzo, Antonio, eppure non sono ancora riuscito ad andare a Roma a indossare le vesti consolari» disse Pollione, esasperato.
«In qualità di console, sono di rango superiore a Caio Mecenate e a quell’insignificante Nerva messi assieme! Credi davvero che mi lascerei abbindolare da una persona infida come Mecenate, eh?» «No, non credo» ribatté Antonio, cominciando a cedere. «D’accordo, lo approverò.
A determinate condizioni.» «Dimmele.» «Che sarò libero di entrare in Italia passando per Brundisium, e che tu avrai il permesso di andare a Roma ad assumere la tua carica consolare senza intralci sul tuo cammino. Che io continuerò a detenere il diritto di reclutare truppe in Italia. E che gli esiliati potranno tornare a casa subito.» «Credo che nessuna di queste condizioni rappresenterà un problema» disse Pollione. «Siediti e scrivi, Antonio.»
Strano, pensò Pollione mentre discendeva la Via Minucia in direzione di Brundisium, che io riesca sempre a trovarmi dove si prendono le grandi decisioni.
Ero con Cesare, il divo Giulio, nientemeno!, quando passò il Rubicone, e su quell’isola fluviale della Gallia Cisalpina quando Antonio, Ottaviano e Lepido acconsentirono a spartirsi il mondo. Adesso sto per presiedere ai prossimi momenti cruciali… Mecenate non è uno sciocco, non obietterà sull’assunzione del seggio da parte mia. Che fortuna straordinaria per un cronista della storia moderna!
Anche se la sua famiglia sabina non era stata di spicco sino al suo avvento, Pollione era dotato d’intelletto formidabile, tale da renderlo uno dei favoriti di Cesare. Ottimo soldato e comandante migliore, aveva progredito con Cesare quando questi era divenuto dictator, e non aveva mai avuto dubbi sulla propria lealtà finché Cesare non era stato assassinato. Troppo pragmatico e troppo poco sentimentale per schierarsi con l’erede di Cesare, gli restava un solo uomo per cui parteggiare… Marco Antonio. Come molti suoi pari, trovava il diciottenne Caio Ottavio ridicolo, non riusciva a spiegarsi che cosa ci avesse visto l’impareggiabile Cesare in un ragazzo così bello. Anche lui riteneva che Cesare non si aspettasse di morire tanto presto, era coriaceo come un vecchio calzare militare, e quell’Ottaviano sarebbe stato un erede temporaneo, un semplice espediente per escludere Antonio finché non potesse valutare se Antonio avrebbe messo la testa a posto. E vedere anche che cosa sarebbe diventato con il tempo il figlio di mamma che adesso negava l’esistenza di mamma. Poi il Fato e la Fortuna avevano fatto pagare l’ultimo scotto a Cesare, permettendo a un gruppo di uomini amareggiati, invidiosi e poco lungimiranti, di ucciderlo. Come se ne rammaricava Pollione, nonostante la sua capacità di registrare gli eventi contemporanei in maniera distaccata e imparziale. Il guaio era che, all’epoca, Pollione non aveva idea di ciò che ne avrebbe fatto Cesare Ottaviano della sua inaspettata ascesa alla rilevanza. Come si potevano prevedere il coraggio e la sfrontatezza in un giovane inesperto? Cesare, come lui aveva capito da tempo, era l’unico a sapere di che stampo era fatto Caio Ottavio. Ma anche quando Pollione era riuscito a comprendere che cosa albergava in Ottaviano, era già troppo tardi perché un uomo d’onore come lui potesse seguirlo. Antonio non era migliore, era semplicemente l’alternativa permessa dall’orgoglio. Nonostante i suoi fallimenti, ed erano parecchi, Antonio, almeno, era un uomo.
Seppur conoscesse poco Ottaviano, Pollione conosceva il suo principale ambasciatore Caio Mecenate. Pollione era un uomo medio in tutti i suoi connotati fisici; altezza, corporatura, colori, attrattiva del viso. Come molti suoi simili, soprattutto se dotati di estrema intelligenza, diffidava di chi non era un uomo medio sotto alcun aspetto. Se Ottaviano non fosse stato tanto vanitoso (calzari con la suola di tre dita, per carità!) e bello, avrebbe goduto di miglior stima da parte di Pollione, subito dopo l’assassinio di Cesare. E questo valeva anche per Mecenate, con quel faccione anonimo, gli occhi sporgenti, ricco e viziato. Mecenate sorrideva in modo affettato, congiungeva le mani, arricciava le labbra, sembrava divertito quando non c’era nulla di cui divertirsi. Un borioso. Caratteristiche detestabili o fastidiose.
Eppure lui si era offerto volontario per trattare con quel borioso perché sapeva che, quando Antonio avesse sbollito la rabbia, avrebbe scelto Quinto Dellio come suo delegato. E questo non si poteva permettere; Dellio era troppo venale e bramoso di quelle trattative delicate. Era possibile che Mecenate fosse altrettanto venale e bramoso, ma da quanto riusciva a vedere Pollione, Ottaviano non aveva commesso molti errori nella scelta della sua cerchia interna. Salvidieno era un errore, ma aveva i giorni contati. La cupidigia indisponeva sempre Antonio, che non avrebbe avuto remore a stroncare Salvidieno nel momento in cui non fosse stato più utile. Ma Mecenate non aveva fatto profferte, e a dire il vero possedeva una qualità che Pollione ammirava: amava la letteratura ed era un entusiasta patrocinatore di vari poeti promettenti, fra cui Orazio e Virgilio, i migliori verseggiatori sin dai tempi di Catullo. Era solo questo a instillare in Pollione una qualche speranza che si potesse giungere a una conclusione soddisfacente per ambedue le parti. Ma lui, un semplice soldato, come avrebbe fatto a resistere ai cibi e al vino che un intenditore come Mecenate avrebbe sicuramente portato?
«Spero non ti dispiacciano dei cibi ordinari e del vino ben diluito» domandò Mecenate a Pollione quando questi raggiunse la dimora sorprendentemente modesta alle propaggini di Brundisium.
«Grazie, preferisco così» disse Pollione.
«No, grazie a te, Pollione. Prima di arrivare al nocciolo della nostra questione, posso dire che apprezzo molto la tua prosa? Non te lo dico per piaggeria, perché dubito tu sia sensibile alla raffinata arte dell’adulazione, te lo dico perché è la verità.» Imbarazzato, Pollione ignorò il complimento con diplomatica delicatezza voltandosi a salutare il terzo membro della squadra, Lucio Cocceio Nerva. Neutrale?
Come poteva essere altrimenti un uomo così neutro? Non c’era da stupirsi che fosse sua moglie a comandare.
Su una cena a base di uova, insalate, pollo e pane fresco e croccante, Pollione scoprì di apprezzare Mecenate, che sembrava aver letto di tutto, da Omero ai luminari latini come Cesare e Fabio Pittore. Se c’era una cosa che mancava negli accampamenti militari, rifletté, era un’esaustiva conversazione sulla letteratura.
«Certo Virgilio ha uno stile ellenistico, ma a questo punto anche Catullo… oh, che poeta!» disse Mecenate con un sospiro. «Io ho una teoria, sapete?» «Quale?» «Che gli esponenti più lirici nella poesia o nella prosa hanno tutti un po’ di sangue gallico. Sia che provengano loro dalla Gallia Cisalpina o i loro antenati. I Celti sono un popolo lirico. Persino musicale.» «Ne convengo» disse Pollione, sollevato di non trovare dei dolci fra le vivande.
«Lasciando da parte Iter, un poema straordinario!, di norma Cesare non è poetico.
Un latino squisito, ma nudo e scarno. Aulo Irzio è stato accanto a lui quanto basta da offrire una corretta imitazione del suo stile nei commentari che Cesare non è riuscito a scrivere prima della morte, ma mancano della scioltezza del maestro. In ogni caso, Irzio rivela qualcosa che Cesare non ha mai rivelato. Per esempio che cosa spinse Labieno ad abbandonare Pompeo Magno dopo il Rubicone.» «Uno scrittore mai noioso, però.» Mecenate ridacchiò. «Santi numi, quant’è noioso Catone il Censore! È come essere costretti ad ascoltare il discorso inaugurale di un politico che spera di salire sui rostra.» Risero assieme, sentendosi a proprio agio l’uno con l’altro, mentre Nerva il Neutro, come l’aveva soprannominato Mecenate, dormicchiava leggermente.
Il giorno successivo arrivarono al sodo, in una stanza piuttosto spoglia, arredata con un ampio tavolo, due sedie di legno con lo schienale ma prive di braccioli, e una sella curule d’avorio. Vedendola, Pollione sbatté le palpebre.
«Quella è tua» disse Mecenate, prendendo una sedia di legno e indirizzando Nerva all’altra di fronte. «So che non l’hai ancora assunto, ma il tuo rango di console richiede che tu presieda ai nostri incontri, e devi sedere sull’avorio.» Un gesto cortese e alquanto diplomatico, pensò Pollione, sedendosi a capotavola.
«Se volete che sia presente un segretario a verbalizzare, ho un uomo» continuò Mecenate.
«No, no, ci arrangeremo da soli» disse Pollione. «Nerva farà da segretario e verbalizzerà lui. Sai stenografare, Nerva?» «Sì, grazie a Cicerone.» Con l’aria soddisfatta di aver qualcosa da fare, Nerva si mise un fascio di carta fanniana bianca sotto la mano destra, scelse un calamo fra una dozzina, e scoprì che qualcuno aveva scrupolosamente sciolto un panetto d’inchiostro.
«Comincerò riassumendo la situazione» disse Pollione, con tono stringato.
«Numero uno, Marco Antonio non è compiaciuto di come Cesare Ottaviano sta adempiendo ai suoi doveri di triumviro. A) non si è assicurato dell’adeguato nutrimento del popolo d’Italia. B) non ha soppresso le attività piratesche di Sesto Pompeo. C) non ha sistemato a dovere i veterani ritirati sui loro fazzoletti di terra. D) i mercanti italiani stanno attraversando tempi duri per la loro attività. E) i proprietari terrieri italiani sono infuriati per le misure draconiane che ha adottato per strappargli la terra su cui sistemare i veterani. F) più di una dozzina di città in tutta Italia sono state illegalmente spogliate dei loro terreni pubblici, sempre per sistemare i veterani.
G) ha alzato le tasse a una quota intollerabile. E H) sta riempiendo il Senato di suoi lacchè.
«Numero due, Marco Antonio non è compiaciuto di come Cesare Ottaviano ha usurpato il governo delle legioni di una delle sue province, la Gallia Transalpina. Sia il governo sia le legioni sono sotto il comando di Marco Antonio, che avrebbe dovuto ricevere comunicazione della morte di Quinto Fufio Caleno, e avere possibilità di eleggere il nuovo governatore oltre a disporre delle undici legioni di Caleno come ritiene più opportuno.
«Numero tre, Marco Antonio non è compiaciuto del fatto di combattere una guerra civile in Italia. Perché, domanda, Cesare Ottaviano non ha risolto le sue divergenze di opinioni con il defunto Lucio Antonio in modo pacifico?
«Numero quattro, Marco Antonio non è compiaciuto del fatto che gli sia stato rifiutato l’ingresso a Brundisium, il suo principale porto adriatico, e dubita che Brundisium abbia sfidato il triumviro di stanza in Italia Cesare Ottaviano. Marco Antonio ritiene che Cesare Ottaviano abbia impartito a Brundisium l’ordine di escludere il suo collega, che non solo è tenuto a entrare in Italia, ma anche a portare con sé le legioni. Come fa a sapere Cesare Ottaviano che le legioni in questione siano state trasferite a scopo bellico? Potrebbero benissimo venire per il congedo.
«Numero cinque, Marco Antonio non è compiaciuto del fatto che Cesare Ottaviano non sia disposto a permettergli di reclutare nuove truppe in Italia e in Gallia Cisalpina, poiché legalmente tenuto a farlo.
«È tutto» concluse Pollione, dopo aver detto ogni parola di cui sopra senza consultare appunti.
Mecenate aveva ascoltato impassibile mentre Nerva continuava a scrivere… con qualche esito, a quanto pareva, visto che non aveva chiesto a Pollione di ripetere alcunché di quanto aveva detto.
«Cesare Ottaviano ha affrontato indicibili difficoltà in Italia» disse Mecenate con tono sereno e cortese. «Mi perdonerai se io non esporrò elencando per punti nel tuo stile succinto, Gneo Pollione. Io non sono governato da una logica tanto spietata… il mio stile tende alla narrazione.
«Quando Cesare Ottaviano è diventato triumviro d’Italia, delle Isole e di Spagna ha trovato il Tesoro vuoto. È stato costretto a confiscare o acquistare una quantità di terra tale da sistemare oltre centomila soldati veterani congedati. Due milioni di iugeri! Poi ha confiscato i terreni pubblici di diciotto municipia che avevano sostenuto gli assassini del divo Giulio… una decisione giusta e adeguata. E ogni volta che otteneva del denaro, acquistava la terra dai proprietari di latifundia, secondo il presupposto che tali individui stavano agendo da sfruttatori mettendo a pascolo vaste aree un tempo destinate alla coltivazione del grano. Non si sono stabiliti rapporti con nessun coltivatore, perché Cesare Ottaviano pensava di vedere un enorme incremento nella crescita del grano a livello locale quando questi latifundia fossero stati divisi in lotti per i veterani.
«Gli incessanti saccheggi compiuti da Sesto Pompeo hanno deprivato l’Italia del grano che cresceva in Africa, Sicilia e Sardegna. Il Senato e il popolo di Roma sono diventati sempre più lassisti in merito all’approvvigionamento di grano, ipotizzando che l’Italia potesse sempre alimentarsi con il grano cresciuto oltremare. Quando invece Sesto Pompeo ha dimostrato che un paese che si appoggia sull’importazione del grano è vulnerabile, può essere ricattato. Cesare Ottaviano non possiede il denaro o le navi per scacciare Sesto Pompeo dal mare aperto, né per invadere la Sicilia, la sua base. Per questa ragione ha stretto un patto con Sesto Pompeo, spingendosi persino a sposare la figlia di Libone. Se ha imposto le tasse, è perché non ha alternative. Quest’anno il grano di Sesto Pompeo è arrivato a costare trenta sesterzi al modius… grano già acquistato e pagato da Roma! Cesare Ottaviano deve pur trovare da qualche parte quaranta milioni di sesterzi al mese… te lo immagini! Quasi cinquecento milioni di sesterzi l’anno! Versati a Sesto Pompeo, un comune pirata» gridò Mecenate con tale sincerità che dal suo volto trapelava una rara passione.
«Più di diciottomila talenti» disse Pollione, meditabondo. «E ovviamente adesso mi dirai che le miniere d’argento di Spagna stavano appena cominciando a fruttare quando c’è stata l’invasione di re Bocco, così adesso sono di nuovo chiuse e il Tesoro è sul lastrico.» «Precisamente» ribatté Mecenate.
«Dando questo per approvato, che cosa succede adesso nella tua storia?» «Sin dall’epoca di Tiberio Gracco, Roma è stata divisa in fazzoletti di terra su cui alloggiare prima i poveri e poi i veterani.» «Ho sempre pensato» lo interruppe Pollione, «che il peccato di omissione più grave commesso dal Senato e dal popolo sia stato quello di rifiutare di concedere ai veterani di Roma che si congedano una pensione di gran lunga superiore alla somma che viene depositata per loro decurtandola dalla paga. Quando i consolari come Catulo e Scurulo negarono a Caio Mario la pensione ai soldati capite censi nullatenenti, Mario li ricompensò con della terra a nome suo. Questo accadeva sessant’anni fa, e sin da allora i veterani cercano gratifiche dai loro comandanti, e non da Roma in sé. Un errore terribile. Ha dato ai generali un potere che non avrebbe mai dovuto essergli concesso.» Mecenate sorrise. «Stai raccontando la mia storia per me, Pollione.» «Ti chiedo scusa, Mecenate. Continua, ti prego.» «Cesare Ottaviano non può liberare l’Italia da Sesto senza aiuto. Quell’aiuto l’ha chiesto molte volte a Marco Antonio, ma Marco Antonio o è sordo o analfabeta, perché non risponde a quelle lettere. Poi è scoppiata la guerra interna, una guerra che non è stata provocata da Cesare Ottaviano! Lui ritiene che il vero istigatore della ribellione di Lucio Antonio, perché così pare ai nostri a Roma, sia stato un liberto di nome Manio, nella clientela di Fulvia. Manio ha convinto Fulvia che Cesare Ottaviano stava, ehm, rubando il diritto di nascita a Marco Antonio. Un’accusa alquanto bizzarra cui lei ha creduto. A sua volta, ha persuaso Lucio Antonio a usare le legioni che lui stava reclutando per Marco Antonio e a marciare su Roma. Non credo sia necessario dire altro sull’argomento, a parte rassicurare Marco Antonio che suo fratello non è stato incriminato, e che gli è stato invece concesso di assumere l’imperium di proconsole e di andare a governare la Spagna Ulteriore.» Pescando fra una quantità di pergamene accanto a sé, Mecenate ne trovò una e l’agitò. «Ho qui la lettera scritta dal figlio di Quinto Fufio Caleno, non a Marco Antonio, come avrebbe dovuto, ma a Cesare Ottaviano.» La porse a Pollione, che la lesse con la facilità di un uomo estremamente erudito. «Quello che Cesare Ottaviano vi ha scorto era allarmante, perché tradiva la debolezza del giovane Caleno e la sua indecisione. In qualità di veterano della Gallia Ulteriore, Pollione, sono sicuro che non ho bisogno di dirti quanto siano volubili i Galli Comati, e con quale rapidità sentirebbero l’odore di un governatore tentennante. Per questa ragione e questa ragione soltanto, Cesare Ottaviano ha agito in fretta. Doveva agire in fretta. Sapendo che Marco Antonio si trovava a mille miglia di distanza, si è preso carico di raggiungere subito Narbo, per insediarvi un governatore provvisorio, Quinto Salvidieno. Le undici legioni di Caleno sono esattamente dov’erano… quattro a Narbo, quattro ad Agedincum e tre a Gianum. Dov’è che ha sbagliato Cesare Ottaviano nell’agire così? Ha agito da amico, da collega triumviro, da uomo sul posto.» Mecenate sospirò, con aria rincresciuta. «Oserei dire che l’accusa più giusta che si può avanzare a Cesare Ottaviano è quella di essersi scoperto incapace a tenere sotto controllo Brundisium, che ha ricevuto ordine di permettere lo sbarco di Marco Antonio con tutte le legioni che fosse intenzionato a portare nella loro patria, fosse stato per una bella vacanza o in vista del congedo. Brundisium ha sfidato il Senato e il popolo di Roma, è tanto semplice. Quello che auspica Cesare Ottaviano è di riuscire a persuadere Brundisium a cessare la propria sfida. Ed è tutto» concluse Mecenate, con un sorriso gentile.
A quel punto iniziarono a discutere, ma senza passione né rancore. Entrambi conoscevano alla perfezione ogni problema sollevato, ma sapevano anche di dover essere leali nei confronti dei rispettivi superiori, e avevano deciso che il modo migliore per raggiungere tale scopo era sostenere le proprie tesi nel modo più convincente possibile. Ottaviano avrebbe letto con attenzione i resoconti di Nerva, e Marco Antonio, se anche non li avesse letti, si sarebbe fatto comunque raccontare da Nerva i dettagli dell’incontro.
Alla fine, appena prima delle none di ottobre, Pollione decise che ne aveva abbastanza.
«Guarda» disse, «mi è chiaro che dopo Filippi la situazione è stata gestita in modo sciatto e inefficiente. Marco Antonio era pieno di sé e disprezzava Ottaviano per come si era comportato a Filippi.» Girò intorno a Nerva, che aveva iniziato a verbalizzare. «Nerva, non azzardarti a scrivere nulla di tutto ciò! È tempo di essere franchi, e dal momento che ai grandi uomini la franchezza non piace, è meglio che non glielo diciamo. Il che significa che non puoi permettere ad Antonio di trattarti con prepotenza, mi hai sentito? Lasciati sfuggire anche solo una parola su questa storia, e sei un uomo morto. Ti ucciderò con le mie stesse mani, sono stato chiaro?»
«Sì» strillò Nerva, lasciando andare immediatamente il calamo.
«Fantastico!» disse Mecenate sorridendo. «Procedi, Pollione.» «Così com’è al momento, il Triumvirato è ridicolo. Come è possibile che Antonio fosse davvero convinto di poter essere in più posti contemporaneamente? Perché questo è ciò che è successo dopo Filippi. Ha voluto fare la parte del leone in ogni campo, nelle province come nell’esercito. E alla fine com’è andata? Ottaviano eredita i rifornimenti di grano e Sesto Pompeo, ma non la flotta per batterlo, e men che meno per trasportare un esercito sufficiente a prendere la Sicilia. Se Ottaviano fosse un uomo d’armi, cosa che non è e mai ha dichiarato di essere, avrebbe previsto che il suo liberto Helenus, che evidentemente dev’essere un tipo persuasivo, non poteva conquistare la Sardegna. Principalmente perché Ottaviano non dispone di mezzi sufficienti per trasportare le truppe. Non ha le navi. Le province sono state assegnate senza criterio. Ottaviano ha avuto l’Italia, la Sardegna, la Corsica e la Spagna, Ulteriore e Citeriore. Antonio ottiene tutto l’Oriente, ma ancora non gli basta. Così si prende la Gallia e l’Illiria. E perché? Perché in Gallia ci sono ancora molte legioni che combattono sotto il segno delle Aquile, e non hanno alcun desiderio di ritirarsi.
Conosco bene Marco Antonio, e so che è un bravo ragazzo, coraggioso e generoso.
Quando è in forma, nessuno è più abile e intelligente di lui. Ma è anche un ingordo che non sa dominare i propri appetiti, qualunque cosa si appresti a divorare. I Parti e Quinto Labieno stanno mettendo a ferro e fuoco l’Asia e gran parte dell’Anatolia. E invece noi siamo qui, alle propaggini di Brundisium.» Pollione si stiracchiò e ruotò le spalle per sciogliere i muscoli. «È compito nostro, Mecenate, appianare e sistemare le cose. E come faremo? Tracciando una linea fra Occidente e Oriente, e mettendo da una parte Ottaviano, e dall’altra Antonio. Va da sé che Lepido si terrà l’Africa: laggiù ha dieci legioni, quindi non corre alcun rischio.
Non ho intenzione di discutere se sia Ottaviano quello cui è toccata la situazione più difficile perché ha l’Italia, impoverita, sfruttata e affamata. Né Ottaviano né Antonio dispongono di denari. Roma è prossima alla bancarotta e le province orientali sono talmente malridotte da non poter versare tributi significativi. Comunque, Antonio non può pretendere che vada sempre tutto come vuole lui, e bisogna farglielo capire.
Propongo che a Ottaviano siano destinate maggiori entrate affidandogli le province occidentali… Spagna Ulteriore, Spagna Citeriore, Gallia Transalpina e Cisalpina, e Illiria. Il fiume Drina è un confine naturale tra la Macedonia e l’Illiria, e quindi diventerà il confine tra la parte occidentale e quella orientale. Inutile dire che Antonio sarà libero di reclutare tutti i soldati che desidera in Italia e in Gallia Cisalpina esattamente come Ottaviano. La Gallia Cisalpina, fra l’altro, dovrebbe diventare parte dell’Italia a tutti gli effetti.» «Bravissimo, Pollione» esclamò Mecenate sorridendo. «Non avrei potuto esprimermi meglio di quanto abbia fatto tu adesso.» Finse di rabbrividire. «Per prima cosa, non avrei mai osato essere così duro con Antonio. Sì, amico mio, davvero ben detto! Ora, tutto ciò che dobbiamo fare è persuadere Antonio ad accettare. Non prevedo obiezioni da parte di Cesare Ottaviano. Sta attraversando un brutto periodo, e naturalmente il viaggio fino a Roma ha scatenato di nuovo la sua asma.» Pollione lo fissò, sconcertato. «Asma?»
«Sì. È quasi morto. Per questo motivo a Filippi si nascose nelle paludi: troppa polvere e paglia nell’aria!» «Capisco» annuì lentamente Pollione. «Capisco.» «È un segreto, Pollione.» «Antonio ne è al corrente?» «Certo. Sono cugini, l’ha sempre saputo.» «Come l’ha presa, Ottaviano, la proposta di lasciar tornare i proscritti?» «Non si opporrà.» Mecenate parve riflettere su qualcosa, poi continuò. «Dovresti sapere che Ottaviano non farà mai la guerra ad Antonio, anche se non so se riuscirai a convincere Antonio che è la verità. Basta guerre civili. Starà alle regole, Pollione.
Questo è il vero motivo per cui siamo qui. Non scenderà in guerra contro un altro romano. Lui preferisce la diplomazia, il tavolo delle trattative, i negoziati.» «Non mi ero mai reso conto che ne fosse convinto fino a questo punto.» «E così, Pollione, lui è davvero così.»
Per convincere Antonio ad accettare la proposta che Pollione aveva illustrato a Mecenate, sbraitò, picchiò i pugni sul muro, pianse e strillò per un intero nundinum.
Poi iniziò a calmarsi; le sue sfuriate erano così devastanti che nemmeno un uomo forte come Antonio era in grado di reggere quel livello di energia per più di un nundinum. Dalla rabbia precipitò nello sconforto e infine nella disperazione. Nel momento in cui toccò il fondo del baratro, Pollione colpì; ora o mai più. Uno come Mecenate non poteva farcela con Antonio, ma un soldato come Pollione, un uomo che Antonio rispettava e amava, sapeva esattamente cosa fare. Inoltre, a Roma, aveva dei sostenitori che se necessario avrebbero dato forza alle sue critiche.
«Va bene, va bene!» capitolò Antonio disperato, mettendosi le mani nei capelli.
«Lo farò! Sei sicuro riguardo ai proscritti?» «Sicurissimo.» «Insisto su alcune cose di cui non avete parlato.» «Facciamolo ora.» «Voglio che mi siano mandate cinque legioni di Caleno.» «Non credo che sarà un problema.» «E non accetterò di unire le forze con Ottaviano per spazzare via Sesto Pompeo dal mare.» «Questo non è saggio, Antonio.» «Non me ne importa niente» rispose Antonio con veemenza. «Ho dovuto nominare Enobarbo governatore della Bitinia, tanto era furioso per le condizioni che avete proposto, il che significa che non ho navi a sufficienza su cui fare affidamento senza quelle di Sesto. Lui rimane, in caso dovessi aver bisogno, questo dev’essere chiaro.» «Ottaviano accetterà, ma non ne sarà felice.» «Tutto ciò che rende infelice Ottaviano rende felice me!» «Perché non mi hai detto che Ottaviano soffre di asma?» «Puah!» sbottò Antonio con disprezzo. «Quello è una femminuccia! Solo le femminucce stanno male, di qualunque malessere si tratti. L’asma è solo una scusa.» «Non concedergli Sesto Pompeo potrebbe costarti caro.» «Per esempio?»
«Non ne ho idea» replicò Pollione, accigliandosi. «So solo che sarà così.»
La reazione di Ottaviano alle condizioni che Mecenate gli riferì fu assai diversa.
Curioso, pensò Mecenate, quanto sia cambiato il suo viso in quegli ultimi dodici mesi. Non è più bello come prima, anche se non si può certo dire brutto. I capelli sono più corti e non si cura più delle orecchie a sventola. Ma la cosa che è cambiata di più sono gli occhi, i più belli che abbia mai visto, così grandi e luminosi, e di un particolarissimo grigio argento. Sono sempre stati opachi, non si capiva mai dalla loro espressione che cosa pensasse o provasse, e invece ora, dietro quella luminosità, si intravede una certa durezza. E quella bocca che ho sempre desiderato baciare pur sapendo che non mi sarebbe mai stato permesso, ora è più forte, più decisa. Suppongo significhi che è cresciuto. Cresciuto? Non è mai stato un bambino! Nove giorni prima delle calende di ottobre ha compiuto ventitré anni. Mentre Marco Antonio ora ne ha quarantaquattro. Sorprendente davvero.
«Se Antonio rifiuta di aiutarmi a sconfiggere Sesto Pompeo» disse Ottaviano, «deve darmi qualcosa in cambio.» «Ma che cosa? Non hai abbastanza influenza per pretendere nulla.» «Sì che ce l’ho; e Sesto Pompeo mi ha dato i mezzi per farlo.» «E sarebbe?» «Un matrimonio» rispose Ottaviano, serafico.
«Ottavia!» annaspò Mecenate. «Ottavia…» «Esatto, proprio mia sorella. È vedova, non ci sono ostacoli.» «Non sono ancora trascorsi i dieci mesi di lutto stretto.» «Ma ne sono passati sei, e tutta Roma sa che non può essere incinta… Marcello è morto dopo lunghi mesi di sofferenze. Non sarà difficile ottenere una dispensa speciale dall’assemblea dei pontefici e delle diciassette tribù che i più hanno designato perché votassero nel comitium religioso.» Ottaviano sorrise con aria accondiscendente. «Faranno qualunque cosa per evitare una guerra tra me e Antonio.
Anzi, ti dico che questo matrimonio sarà celebrato come mai è successo finora negli annali di Roma.» «Lui non acconsentirà mai.» «Antonio? Ma se si fotterebbe anche una vacca.» «Ti rendi conto di quel che dici, Cesare? So quanto vuoi bene a tua sorella, e tuttavia le imporresti un tipo come Antonio? È un ubriacone e un violento. Ti prego di ripensarci! Ottavia è la donna più adorabile, dolce e gentile di Roma. Persino i capite censi l’adorano, esattamente come la figlia del divo Giulio.» «Sembra quasi che voglia sposarla tu stesso, Mecenate» replicò maliziosamente Ottaviano.
Mecenate si adombrò. «Come puoi scherzare su una cosa seria come questa? Mi piacciono le donne, ma ho anche pietà di loro. Vivono un’esistenza così piatta, dal punto di vista politico hanno importanza solo quando contraggono un matrimonio… il massimo che si può dire per amor di giustizia è che la maggior parte di loro amministra il proprio denaro. Essere relegate ai margini della vita politica può indispettire le Ortensie e le Fulvie, ma non Ottavia. Se accadesse, non te ne staresti seduto qui tutto soddisfatto e certo della sua obbedienza. Non sarebbe ora che potesse sposare un uomo con cui davvero desidera essere sposata?» «Non la costringerò a farlo, se è questo che vuoi dire» disse Ottaviano, irremovibile. «Non sono uno sciocco, sai, e dopo Farsalo ho partecipato a parecchie cene di famiglia… abbastanza da sapere che Ottavia è più che mezzo innamorata di Antonio. Andrà incontro al suo destino spontaneamente, persino di buon grado.» «Non ci credo.» «È la verità. Non riuscirò mai a capire che cosa le donne vedano negli uomini, ma sulla mia parola, Ottavia è innamorata di Antonio. Questo e la mia unione con Scribonia sono all’origine dell’idea. E non credo che Antonio sia un ubriacone e un violento. Può aver picchiato Flavia, ma la provocazione dev’essere stata inaudita.
Sotto quella magniloquenza è un sentimentale, per quanto riguarda le donne. Ottavia è perfetta per lui. L’adorerà, esattamente come i capite censi.» «Ma c’è la regina d’Egitto… non le sarà fedele.» «Chi lo è quando è in servizio lontano da casa? E poi Ottavia non gli rinfaccerà mai le sue infedeltà, è troppo beneducata.» Alzando le mani al cielo, Mecenate se ne andò a riflettere sui poco invidiabili dilemmi di un diplomatico. Ottaviano si aspettava che fosse lui, Mecenate, a condurre le trattative? Ebbene, non l’avrebbe fatto! Mettere una perla come Ottavia nelle mani di un porco come Antonio? Mai! Mai, mai, e poi mai!
Ottaviano non aveva intenzione di privarsi del piacere di condurre personalmente i negoziati. Si sarebbe divertito. Ormai Antonio doveva aver dimenticato cose come la scenata nella sua tenda, dopo Filippi, quando lui gli aveva chiesto la testa di Bruto… e l’aveva ottenuta. L’odio di Antonio era cresciuto al punto da oscurare i singoli eventi; era sufficiente in se stesso e di per se stesso. Ottaviano non si aspettava che il matrimonio con sua sorella Ottavia avrebbe cambiato le cose. Forse un tipo poetico come Mecenate avrebbe potuto pensare che quello fosse il motivo che lo aveva spinto a quel passo, ma Ottaviano era troppo intelligente per sperare nei miracoli. Una volta diventata la moglie di Antonio, Ottavia avrebbe fatto esattamente ciò che il marito voleva; e l’ultima cosa che avrebbe fatto era cercare di influenzare i sentimenti di Antonio nei confronti del fratello. No, ciò che sperava di ottenere con quell’unione era rafforzare la speranza dei comuni romani, e dei legionari, che la minaccia della guerra fosse scongiurata. Così, quando Antonio, preda di una nuova passione per una nuova donna, avesse ripudiato la moglie, si sarebbe alienato le simpatie di milioni di cittadini romani di ogni dove. Dal momento che aveva giurato a se stesso che non avrebbe mai scatenato una guerra civile, Ottaviano doveva distruggere non tanto l’auctoritas di Antonio, la sua autorità pubblica, quanto la sua dignitas, la credibilità politica che gli derivava da ciò che aveva fatto e ottenuto personalmente.
Quando Cesare il Dio aveva attraversato il Rubicone scatenando la guerra civile, l’aveva fatto per proteggere la sua dignitas, che aveva cara più della vita stessa. Per lui, vedere le proprie gesta stralciate dagli annali ufficiali della Repubblica ed essere condannato all’esilio per sempre era peggio che una guerra civile. Ebbene, Ottaviano non era quel tipo d’uomo; per lui una guerra civile era infinitamente peggio che cadere in disgrazia o esiliato. E poi, naturalmente, non era uno stratega geniale, sicuro di vincere. La strategia di Ottaviano consisteva nel corrodere la dignitas di Marco Antonio fino al punto che non sarebbe più stato una minaccia. Da quel momento in poi la sua stella avrebbe continuato a salire fino a quando lui, e non Antonio, sarebbe diventato il primo cittadino di Roma. Non sarebbe successo da un giorno all’altro; ci sarebbero voluti molti anni. Ma Ottaviano poteva permetterselo: aveva ventun anni meno di Antonio. Certo, la prospettiva di trascorrere anni e anni lottando per nutrire l’Italia e trovare terra per il flusso ininterrotto di veterani!
Aveva preso le misure ad Antonio. Cesare il Dio a quel punto sarebbe stato a Seleucia a bussare alle porte del re Orode, ma Antonio dov’era? Ad assediare Brundisium, ancora nella sua patria. Benché si ostinasse a dire che si trovava lì per difendere le terre che gli erano state assegnate in quanto triumviro, in realtà era lì perché così non poteva essere in Siria a combattere contro i Parti. Anche se andava dicendo che a Filippi avrebbe potuto vincere a man bassa, Antonio sapeva che non ci sarebbe mai riuscito senza le legioni di Ottaviano, composte di uomini da cui non poteva pretendere lealtà, perché avevano giurato fedeltà a Ottaviano.
Darei qualunque cosa, pensò Ottaviano dopo aver scritto un biglietto ad Antonio e averlo affidato a un liberto perché glielo recapitasse, darei qualunque cosa perché la Fortuna mi facesse cadere dal cielo qualcosa con cui annientare Antonio una volta per tutte. Non è Ottavia, e probabilmente non lo sarà nemmeno quando lui la ripudierà dopo essersi stancato della sua bontà. So che la Fortuna mi sorride… ci è mancato poco così tante volte! E ogni volta è stata la buonasorte a salvarmi dal disastro. Come l’ansia di Libone di trovare un marito illustre alla sorella. Come la morte di Caleno a Narbo e quello sciocco di suo figlio che rivolge una supplica a me anziché ad Antonio. Come la morte di Marcello. Come avere Agrippa che comanda l’esercito per me. Come tutte le volte che sono scampato alla morte quando l’asma non mi lascia respirare. Come avere la cassa di guerra di mio padre, il divino Giulio, per evitare la bancarotta. Come Brundisium che si rifiuta di lasciar entrare Antonio, che il Padre Libero, il Sole Indigete e la Terra garantiscano a Brundisium un futuro di pace e grande prosperità. Non ho ordinato io alla città di fare ciò che ha fatto, così come non ho provocato l’inutile guerra di Fulvia contro di me. Povera Fulvia!
Ogni giorno offro sacrifici a una dozzina di dèi, prima fra tutti Fortuna, perché mi concedano l’arma che mi serve per abbattere Antonio più in fretta dell’inevitabile vecchiaia. Quell’arma esiste, ne sono certo come sono certo di essere stato scelto per rimettere in piedi Roma una volta per tutte, per ottenere una pace duratura alle frontiere dell’impero. Io sono il Prescelto di cui scrive il poeta di Mecenate, Virgilio, e tutti gli aruspici di Roma affermano che con me inizierà un’altra età dell’oro. Il divo Giulio mi ha adottato come suo figlio e non deluderò la sua certezza che avrei portato a compimento ciò che lui aveva iniziato. Oh, non sarà certo il mondo che avrebbe creato il divo Giulio, ma ne sarebbe stato soddisfatto e l’avrebbe apprezzato.
Fortuna, dammi un po’ della favolosa fortuna di Cesare! Dammi l’arma, e aprimi gli occhi affinché la veda quando arriverà!
La risposta di Antonio giunse per mezzo dello stesso messaggero. Sì, avrebbe incontrato Cesare Ottaviano sotto la bandiera della tregua. Ma non siamo mica in guerra!, pensò Ottaviano, senza fiato per colpa di qualcosa che non era l’asma. Quale contorto ragionamento l’avrà portato a pensare che sia così?
Il giorno seguente Ottaviano partì con il cavallo pubblico della gens Iulia, una bestia piccola ma molto graziosa con il manto color crema e coda e criniera scuri.
Montare a cavallo significava non poter indossare la toga, ma non volendo apparire in assetto di guerra aveva indossato una tunica bianca con la fascia viola dei senatori drappeggiata sulla spalla destra.
Ovviamente Antonio si presentò con tanto di armatura a piastre d’argento e con un’incisione che raffigurava Ercole che doma il leone di Nemea sulla corazza. Aveva una tunica viola e un paludamentum dello stesso colore sulla spalla, anche se a rigore avrebbe dovuto essere scarlatto. Come sempre sembrava in ottima forma.
«Niente coturni con la suola alta, Ottaviano?» domandò sogghignando.
Benché Antonio non l’avesse fatto, Ottaviano gli tese la mano con un gesto così plateale che lui fu costretto a stringergliela, serrandogliela tuttavia con tanta forza da spezzargli le ossa. Ottaviano sopportò senza batter ciglio.
«Vieni, entra» lo invitò Antonio, tenendogli scostato il lembo della tenda.
Che preferisse vivere in una tenda anziché requisire un’abitazione privata era la prova di quanto fosse sicuro che l’assedio di Brundisium non sarebbe durato a lungo.
La tenda era spaziosa, ma con la falda dell’apertura abbassata non si vedeva quasi nulla, e quello per Ottaviano era segno evidente della diffidenza di Antonio. Temeva che il viso avrebbe potuto tradire le sue emozioni. Il che non preoccupava affatto Ottaviano. Non erano le espressioni del viso a preoccuparlo, quanto piuttosto il modo di ragionare, perché era su quello che avrebbe dovuto agire.
«Sono davvero contento» disse affondando in una sedia troppo grande per il suo esile fisico, «che siamo arrivati al punto di delineare un accordo. Credo sarebbe meglio che fossimo tu e io in persona a dirimere le questioni su cui non abbiamo ancora raggiunto un’intesa.» «Ti esprimi con grande delicatezza» osservò Antonio, bevendo un sorso di vino che aveva ostentatamente diluito.
«Che splendido oggetto» replicò Ottaviano, rigirandosi tra le mani il bicchiere.
«Da dove proviene? Non da Puteoli, scommetto.» «Da una vetreria di Alessandria. Mi piace bere il vino nel vetro, che non assorbe l’aroma di ciò che ha contenuto in precedenza come succede anche con la migliore ceramica.» Fece una smorfia. «E il metallo sa di… metallo.» Ottaviano ammiccò. «Edepol! Non sapevo che fossi un tale conoscitore di quelli che sono meri recipienti per il vino.» «Il sarcasmo non ti porterà da nessuna parte» replicò Antonio senza offendersi.
«Tutte queste cose me le ha dette la regina Cleopatra.» «Oh, adesso capisco tutto. Un patriota di Alessandria.» Il viso di Antonio si illuminò. «E a buon diritto! Alessandria è la città più bella del mondo; Pergamo e persino Atene scompaiono al confronto.» Dopo aver assaggiato il vino, Ottaviano posò il bicchiere come se scottasse. Un altro idiota! Perché andare in estasi per la bellezza di una città quando la propria cadeva in rovina per incuria? «Puoi avere tutte le legioni di Caleno che vuoi, non c’è nemmeno bisogno di dirlo» mentì. «In effetti, nessuna delle condizioni che poni mi sconcerta, tranne il tuo rifiuto di aiutarmi a liberare i mari da Sesto Pompeo.» Accigliandosi, Antonio si alzò in piedi e aprì la falda della tenda, decidendo apparentemente che dopo tutto preferiva vedere in faccia Ottaviano. «L’Italia è una tua provincia, Ottaviano. Ho forse chiesto il tuo aiuto per governare le mie?» «No, non l’hai fatto, ma non hai nemmeno versato i tributi delle province orientali nelle casse del Tesoro. Sono certo che non occorra ricordarti, nemmeno in qualità di triumviro, che il Tesoro dovrebbe raccogliere i tributi così da pagare ai governatori delle province romane lo stipendio con cui loro devono provvedere alle proprie legioni e finanziare le opere pubbliche nel loro territorio» disse Ottaviano, imperturbabile. «Naturalmente, mi rendo conto che un governatore, e tanto meno un triumviro, non può semplicemente raccogliere ciò che il Tesoro esige… chiedono sempre di più e tengono l’eccedenza per sé. Una lunga e onorata tradizione sulla quale non ho nulla da obiettare, visto che sono anch’io un triumviro. Ciò nonostante, nei due anni del tuo governo non hai mandato nulla a Roma. Se l’avessi fatto, avrei potuto acquistare le navi di cui ho bisogno per occuparmi di Sesto. A te potrebbe anche far comodo usare le navi dei pirati come se fossero la tua flotta, dal momento che tutti gli ammiragli che si sono schierati con Bruto e Cassio si sono dati alla pirateria dopo Filippi. E nemmeno io sarei contrario a servirmene, se non fosse che sono diventati grassi mangiando la mia carcassa! Quello che stanno facendo è dimostrare a Roma e a tutta l’Italia, da cui provengono i nostri soldati migliori, che un intero esercito non può far nulla per due triumviri senza navi. Tu dovresti avere dalle province orientali grano a sufficienza da far ingrassare le tue legioni! Non è colpa mia se hai permesso ai Parti di spadroneggiare ovunque tranne che in Bitinia e in Asia! È stato Sesto Pompeo a salvarti la pelle… finché continui a trattarlo con dolcezza, ti vende il grano dell’Italia a prezzi contenuti, grano, mi permetto di ricordarti, che viene comprato e pagato con il denaro di Roma! Sì, l’Italia è una mia provincia, ma la mia unica fonte di denaro sono le tasse che esigo da tutti i cittadini romani che vivono in Italia. E non sono abbastanza per acquistare delle navi, né per comperare da Sesto Pompeo della farina rubata per trenta sesterzi al modius! Quindi ti chiedo di nuovo: che fine hanno fatto i tributi dell’Oriente?» Antonio era fuori di sé dalla rabbia. «L’Oriente è alla bancarotta!» gridò. «I tributi non ci sono proprio!» «Questo non è vero, e lo sa anche l’ultimo dei romani d’Italia» controbatté Ottaviano. «Pitodoro di Tralle ti ha portato a Tarso duemila talenti d’argento, per esempio. Tiro e Sidone te ne hanno pagati altri mille. E il saccheggio della Cilicia Pedias te ne ha fruttati altri quattromila. Per un totale di centosettantacinque milioni di sesterzi! E questi sono fatti, Antonio; fatti di cui tutti sono a conoscenza!
Perché mai aveva accettato di incontrare quello spregevole insetto?, si domandò Antonio, sulle spine. Tutto quello che doveva fare per guadagnare ascendente su di me era ricordarmi che tutto ciò che faccio in Oriente in qualche modo si ripercuote su tutti i cittadini romani dell’Italia. Pur senza dirlo, mi sta facendo capire che la mia reputazione ne soffre. Che non sono al di sopra delle critiche, che il Senato e il popolo romano possono revocare la mia carica. E sì, potrei marciare su Roma, giustiziare Ottaviano e autoproclamarmi dictator. Ma sono stato proprio io a sollevare un gran polverone perché quella carica fosse abolita! Brundisium è la prova che i miei legionari non combatteranno contro quelli di Ottaviano. E quello è l’unico motivo per cui quel piccolo verpa può star seduto qui a sfidarmi a essere aperto riguardo al suo antagonismo.
«Dunque non sono molto popolare a Roma» borbottò con tono scontroso.
«In tutta onestà, Antonio, non sei popolare per niente, soprattutto dopo che hai cinto d’assedio Brundisium. Ti sei sentito libero di accusarmi di averti messo contro Brundisium così che si rifiutassero di farti entrare, ma sai benissimo che non l’ho fatto. Perché avrei dovuto? Non ci guadagno nulla! Ciò che hai fatto in realtà ha scatenato il panico a Roma, perché ci si aspetta che tu marci sulla città. Cosa che non puoi fare. Le tue legioni non te lo permetterebbero. Se davvero vuoi salvare la tua reputazione, devi convincere Roma, non me.» «Non mi alleerò con te contro Sesto Pompeo, se è questo ciò a cui miri. Tutto quello che ho è un centinaio di navi da guerra ad Atene» mentì Antonio. «Non abbastanza per sistemare la faccenda, visto che tu non ne hai. Data la situazione, Sesto Pompeo preferisce schierarsi con me, e io non farò nulla per provocarlo. Al momento, mi lascia in pace.» «Sapevo che non mi avresti aiutato» replicò pacato Ottaviano. «No, pensavo piuttosto a qualcosa che tutti i romani possano vedere, dal primo all’ultimo.» «Cioè?» «Il matrimonio con mia sorella Ottavia.» Antonio fissò a bocca aperta il suo aguzzino. «Santi numi!» «Che cosa c’è di strano?» domandò con gentilezza Ottaviano, sorridendo. «Anche io ho appena concluso un’analoga alleanza matrimoniale, come certo saprai.
Scribonia è molto gradevole, una brava ragazza, carina, fertile. Mi auguro che averla sposata serva a tenere a bada Sesto, almeno per un po’. Ma non si può nemmeno lontanamente paragonarla a Ottavia, non credi? Ti sto offrendo la pronipote del divo Giulio, conosciuta e amata da tutti i ceti di Roma come lo fu Giulia, bella d’aspetto, terribilmente gentile e assennata, una moglie obbediente e madre di tre figli, compreso un maschietto. Come il divo Giulio avrebbe preteso da sua moglie, è al di sopra di ogni sospetto. Sposala, e Roma si convincerà che non hai cattive intenzioni.» «Perché dovrei farlo?» «Perché essere crudele con un modello di pubblica virtù come Ottavia ti bollerebbe come un mostro agli occhi di tutti i romani. Nemmeno il più stupido di loro ti perdonerebbe se trattassi male Ottavia.» «Capisco. Sì, capisco» disse lentamente Antonio.
«Affare fatto, dunque?» Questa volta Antonio strinse la mano di Ottaviano con delicatezza.
Il trattato di Brundisium fu firmato il dodici di ottobre nella piazza principale di Brundisium, alla presenza di una folla osannante che si inchinava e gettava fiori ai piedi di Ottaviano, controllando la propria esuberanza appena quel tanto da non sputare addosso ad Antonio. Le sue angherie non erano né dimenticate né perdonate, ma quel giorno simboleggiava una grande vittoria per Ottaviano e Roma. Non ci sarebbe stata un’altra guerra civile. La qual cosa piaceva alle legioni accampate intorno alla città più di quanto facesse piacere ai suoi abitanti.
«Ebbene, che ne pensi?» domandò Pollione a Mecenate mentre percorrevano la Via Appia a bordo di un cisium trainato da quattro muli.
«Che Cesare Ottaviano è un maestro dell’intrigo e un negoziatore migliore di quanto non lo sia io.» «Ti riferisci al fatto che ha offerto ad Antonio la sua amata sorella?» «No, no! Quella è stata un’idea sua. Suppongo di aver pensato che la possibilità che Antonio accettasse fosse così remota che non mi è nemmeno passato per la mente. Poi, quando me lo ha detto, il giorno prima di incontrare Antonio, ho dato per scontato che avrebbe mandato me a presentare l’offerta… brrr! Sono rabbrividito al solo pensiero! Invece no. Ci è andato lui, e senza scorta.» «Non poteva mandare te, perché doveva parlargli da uomo a uomo. Ciò che ha detto, poteva dirlo solo lui. So che ha fatto notare ad Antonio che aveva perso l’affetto e il rispetto dei romani, e ci e riuscito così bene che Antonio ci ha creduto.
Poi quella piccola mentula potente, chiedo venia, quella piccola, potente… ehm… volpe, ha illustrato ad Antonio la possibilità di ristabilire la propria reputazione sposando Ottavia. Brillante!» «Ne convengo» ammise Mecenate, e sorrise immaginando Ottaviano come una mentula o una volpe.
«Una volta ho fatto un viaggio in cisium con Ottaviano» disse Pollione, pensoso.
«Dalla Gallia Cisalpina fino a Roma, poco dopo la formazione del Triumvirato.
Aveva vent’anni, ma si esprimeva come un venerabile console. Ha parlato delle provviste di grano, e di come la catena degli Appennini rendesse più agevole per Roma approvvigionarsi dall’Africa e dalla Sicilia anziché dalla Gallia Cisalpina.
Snocciolava numeri e statistiche come un disoccupato che cerca un impiego come funzionario pubblico. Solo che non stava cercando di ottenere un lavoro, stava semplicemente esponendo tutto ciò che secondo lui andava fatto. Sì, fu un viaggio memorabile. Quando Cesare lo nominò suo erede, pensai che sarebbe morto nel giro di qualche mese. Quel viaggio mi ha dimostrato che mi ero sbagliato. Nessuno lo ucciderà.»
Fu Azia, in lacrime, a portare a Ottavia la notizia del destino che l’attendeva.
«Bambina mia!» singhiozzò abbracciando Ottavia. «Quell’ingrato di mio figlio ti ha tradita! Tu! L’unica persona al mondo che credevo al sicuro dalle sue macchinazioni, dalla sua freddezza!» «Mamma, parla chiaro, per favore» disse Ottavia, aiutando Azia a sedersi. «Che cosa mi ha fatto il piccolo Caio?» «Ti ha fidanzata a Marco Antonio! Un bruto che ha preso a calci sua moglie! Un mostro!» Sbalordita, Ottavia si accasciò su una sedia e fissò la madre. Antonio? Lei avrebbe sposato Marco Antonio? Allo stupore seguì una vampata di calore che si diffuse lentamente in tutto il corpo. Subito abbassò le palpebre per celare gli occhi allo sguardo di Azia, che aveva smesso di piangere e aveva iniziato a mandare fulmini.
«Antonio!» strillò Azia a voce abbastanza alta da far accorrere i domestici, che subito mandò via con un gesto impaziente. «Antonio! Un bifolco, un farabutto, un… un… non ci sono parole per descriverlo!» E intanto Ottavia pensava: Sarò dunque fortunata, infine? Avrò per marito un uomo che desidero? Grazie, grazie piccolo Caio!
«Antonio» ruggì Azia, quasi con la schiuma alla bocca. «Mia adorata bambina, devi trovare il coraggio di dire di no! A lui e a quel disgraziato di mio figlio!» E intanto Ottavia pensava: l’ho sognato per così tanto tempo, disperatamente, tristemente. Tanto tempo fa, quando era in Italia e venne a trovare Marcello, cercavo ogni genere di scusa per essere presente.
«Antonio» ululò Azia, picchiando ripetutamente i pugni sul bracciolo della sedia.
«Ha messo al mondo più bastardi lui di qualunque altro uomo nella storia di Roma.
Infedele fino al midollo!» E Ottavia pensava: Non riuscivo a togliergli gli occhi di dosso e offrivo sacrifici alla dea della speranza perché tornasse a trovarci presto, sempre attenta a non tradirmi. E ora questo?
«Antonio!» uggiolò Azia, gli occhi nuovamente colmi di lacrime di fronte alla propria impotenza. «Potrei supplicarlo fino all’estate prossima, e quel traditore di mio figlio non mi darebbe ascolto!» E Ottavia: sarò una buona moglie per lui, sarò qualunque cosa voglia che sia, non mi lamenterò delle sue amanti né lo supplicherò di accompagnarlo quando tornerà in Oriente. Ci sono così tante donne, e tutte con più esperienza di me! Si stancherà di me, lo so perfettamente. Ma nessuno potrà mai privarmi del ricordo del tempo che ho passato con lui quando finirà. L’amore comprende, e sa perdonare. Sono stata una buona moglie per Marcello, e l’ho pianto come fa una buona moglie. Ma prego tutte le dee delle donne di poter stare con Marco Antonio un periodo sufficientemente lungo da bastarmi per tutto il resto della mia vita. Perché lui è il mio vero amore.
Dopo di lui, non potrà esserci nessun altro. Nessuno… «Zitta, mamma» disse ad alta voce, gli occhi che le brillavano. «Farò come dice mio fratello e sposerò Marco Antonio.» «Ma non sei costretta a fare ciò che vuole Caio, sei sui iuris!» Poi si accorse della luce che brillava in quegli splendidi occhi color acquamarina e rimase a bocca aperta.
«Ecastor!» esclamò con un fil di voce. «Sei innamorata di lui!» «Se amare significa desiderare le sue carezze e la sua stima, allora sì, è così» ammise Ottavia. «Sai quando avrà luogo?» «Stando a quanto ha detto Filippo, Antonio e il tuo insensibile fratello hanno fatto un patto, a Brundisium, per evitare la guerra civile. Il paese esulta, così i due hanno deciso di rendere il viaggio di ritorno a Roma un autentico spettacolo. Prenderanno la Via Appia fino a Teano, e poi la Via Latina. A quanto pare non arriveranno qui prima di ottobre. Il matrimonio sarà celebrato subito dopo il loro arrivo.» Azia guardò la figlia, addolorata. «Oh, ti prego, figlia adorata, rifiuta. Tu sei sui iuris, il tuo destino è nelle tue mani.» «Accetterò, e con gioia, madre, qualunque cosa tu possa dire per convincermi. So che tipo d’uomo è Antonio, ma questo non fa la minima differenza. Ci saranno sempre delle amanti, ma non ha mai avuto una moglie soddisfacente. Pensaci» proseguì Ottavia, accalorandosi. «Prima c’è stata Fadia, la figlia ignorante di un uomo che commerciava in ogni genere di articolo, dagli schiavi al grano. Non l’ho mai vista, naturalmente, ma pare che fosse brutta e insignificante. Eppure Antonio non ha mai divorziato da lei, si è limitato a tornare a casa solo di rado. Lei gli ha dato un figlio e una figlia, due bambini bellissimi, tra l’altro. E non si può certo incolpare Antonio se Fadia e i piccoli sono morti d’influenza estiva. Poi è stata la volta di Antonia Ibrida, figlia di un uomo che torturava i suoi schiavi. Corre voce che lo facesse anche lei, e che Antonio le abbia insegnato a non farlo a forza di botte… puoi forse biasimare Antonio per aver voluto togliere alla moglie una così brutta abitudine? La ricordo vagamente, e anche la figlia. Quella piccina era così grassa e banale… e soprattutto un po’ tarda di mente.» «È quel che succede sposando parenti stretti» commentò malinconicamente Azia.
«La piccola Antonia ha sedici anni, ormai, ma non troverà mai marito, nemmeno un plebeo.» Azia tirò su col naso. «Le donne sono sciocche. Antonia Ibrida è caduta in depressione dopo che Antonio ha divorziato da lei, cosa che tra l’altro ha fatto con parole crudeli. Eppure lei lo amava. È questo il destino che vuoi?» «Che Antonia Ibrida amasse Antonio o meno, mamma, rimane il fatto che non era una moglie interessante. Mentre Fulvia, nonostante tutte le sue pecche, lo era. A mio avviso i suoi problemi derivano dal fatto che aveva troppo denaro, da quello status sui iuris che continui a tirar fuori, e dal suo primo marito, Publio Clodio. È stato lui a incoraggiarla a comportarsi male nel Foro, adottando un atteggiamento che non è concesso a una donna di nobili natali. Ma non è stata troppo maleducata fino a dopo Filippi, quando ha scoperto che Antonio sarebbe rimasto in Oriente per anni e non aveva nemmeno programmato qualche viaggio a Roma. Il suo liberto, Manio, ne ha approfittato, ha lavorato su di lei e su Lucio Antonio. Ma è stata lei a pagarne le conseguenze, non Lucio.» «Continui ad accampare scuse» sospirò Azia.
«Non sono scuse, mamma. Dico solo che nessuna delle donne che Antonio ha sposato è stata una buona moglie. Io ho intenzione di essere la sposa perfetta, del genere che avrebbe approvato anche quel terribile vecchio bigotto di Catone il Censore. Gli uomini hanno prostitute e amanti per soddisfare i bisogni del corpo, una soddisfazione che non possono ottenere dalle proprie mogli perché si suppone che una moglie non debba sapere come compiacere fisicamente il marito. Le donne che sanno troppo sull’argomento sono sospette. Essendo io una moglie virtuosa, non mi comporterò né meglio né diversamente da qualunque altra moglie virtuosa. Ma ogni volta che vedrò Antonio farò in modo che mi veda come un’istruita e interessante confidente con cui è un piacere passare il tempo. Dopo tutto sono cresciuta in una famiglia di politici, ascoltando uomini come il divo Giulio e Cicerone, e sono eccezionalmente ben istruita. E sarò anche un’ottima madre per i suoi figli.» «Tu sei già un’ottima madre per i suoi figli» sbottò acida Azia, che aveva ascoltato il discorso della figlia con disperazione crescente. «Immagino che non appena sarete sposati chiederai di poterti prendere cura di quell’orribile bambino, Caio Curione?
Vedrai come ti farà ballare!» «Deve ancora nascere il bambino che non posso domare» dichiarò Ottavia.
Azia si alzò, torcendosi le mani nodose. «Lo dico per il tuo bene, Ottavia, non sei al sicuro come pensavo. Forse sei più simile a Fulvia di quanto non pensi.» «Non è vero, sono molto diversa da lei» replicò sorridendo Ottavia, «anche se ho capito cosa volevi dire. Ciò di cui non hai tenuto conto, mamma, è che sono la degna sorella del piccolo Caio, il che significa che sono una delle donne più intelligenti che Roma abbia mai visto. Il mio acume mi ha permesso di maturare una sicurezza che nella mia vita precedente non ho mai potuto mostrare a nessuno, Marcello e te compresi. Il piccolo Caio, invece, sa bene che cosa ho dentro. Credi che non sappia che cosa provo nei confronti di Marco Antonio? Nulla sfugge al piccolo Caio! E soprattutto nulla che possa aiutarlo a far carriera. Mi vuole bene, mamma. Questo dovrebbe dirti tutto. Il piccolo Caio forzarmi ad accettare un matrimonio che non mi sarebbe gradito? No, mamma, non lo farebbe mai.» Azia sospirò. «Be’, visto che sono qui, vorrei vedere i tuoi figli, prima che ne arrivino altri. Come sta la piccola Marcia?» «Si inizia a vedere il suo vero carattere. È molto determinata. Nessuno potrà costringerla a sposarsi contro la propria volontà.» «Mi è giunta voce che Scribonia è incinta.» «L’ho sentito dire anche io. Che bellezza! La sua Cornelia è una brava bambina, e dunque suppongo che anche questo bambino avrà un buon carattere.» «Be’, è ancora troppo presto perché sappia se sarà un maschietto o una femminuccia» osservò bruscamente Azia mentre camminavano verso la stanza dei bambini, dalla quale provenivano vagiti, risatine e l’eco di piccoli litigi infantili.
«Anche se spero per il piccolo Caio che sarà una femminuccia. Ha una così alta opinione di sé che non gradirebbe avere un figlio ed erede da una madre simile. Non appena gli sarà possibile, divorzierà.» Grazie agli dèi siamo arrivati alla stanza dei bambini! Ci stavamo avventurando su un terreno troppo pericoloso, pensò Ottavia. Povera mamma, sempre ai margini della vita del piccolo Caio, invisibile, mai menzionata.