Capitolo 5

 

In maggio, quando Antonio giunse ad Atene, il governatore Censorino era indaffaratissimo a respingere le incursioni barbariche nell’estremo nord della Macedonia, perciò non poté accogliere il suo superiore. Il generale non era di buon umore; il suo amico Barbazio si era rivelato tutt’altro che amico. Appena aveva appreso che Antonio se la stava spassando in Egitto, aveva lasciato il suo posto tra le legioni di Efeso e si era recato in Italia. Dove, come ora scoprì Antonio, aveva intorbidato ulteriormente le acque che il triumviro aveva trascurato di ripulire. Le parole che Barbazio aveva detto a Pollione e Ventidio avevano spinto il primo a ritirarsi tra le paludi del Padus e il secondo a tentennare inutilmente fuori della portata di Ottaviano, Agrippa e Salvidieno.

La fonte di quasi tutte quelle sgradevolissime notizie dall’Italia fu Lucio Munazio Planco, che Antonio trovò nell’appartamento del capolegato nella residenza ateniese.

«L’impresa di Lucio Antonio è stata un disastro totale» disse Planco, scegliendo le parole. Doveva in qualche modo fornire un resoconto accurato senza mettersi in cattiva luce, perché per il momento non vedeva alcuna opportunità di passare dalla parte di Ottaviano, la sua unica alternativa. «L’ultimo giorno dell’anno i perusiani hanno tentato di sfondare le mura d’assedio di Agrippa. Invano. Pollione e Ventidio non hanno mosso un dito per impegnare gli eserciti di Ottaviano benché quest’ultimo fosse in netta inferiorità numerica. Pollione ha continuato a ripetere che… be’… non sapeva quali fossero i tuoi desideri e Ventidio non ha voluto seguire nessuno a eccezione di Pollione. Dopo che Barbazio aveva raccontato le storie delle tue… ecco… gozzoviglie (una parola sua, non mia), Pollione è rimasto così disgustato da rifiutarsi di sacrificare se stesso o le sue legioni per tirare fuori tuo fratello da Perusia.

La città ha capitolato poco dopo l’inizio del nuovo anno.» «E dov’eravate tu e le tue legioni, Planco?» domandò Antonio, una scintilla minacciosa negli occhi.

«Più vicino a Perusia di Pollione e Ventidio! Sono caduto in battaglia a Spoletium mentre cercavo di formare il braccio meridionale di un attacco a tenaglia che non ha mai avuto luogo.» Sospirò, stringendosi nelle spalle. «Nel mio accampamento c’era anche Fulvia ed era intrattabile.» La amava, sì, ma amava di più la propria pelle.

Dopo tutto, Antonio non l’avrebbe giustiziata per tradimento. «Agrippa ha avuto l’impudenza di rubarmi le due legioni migliori, riesci a crederci? Le avevo mandate ad aiutare Claudio Nerone in Campania, poi Agrippa è comparso e ha proposto agli uomini condizioni più vantaggiose. Sì, ha sconfitto Nerone con le mie due legioni!

Nerone ha dovuto fuggire in Sicilia da Sesto Pompeo. Pare che a Roma alcuni elementi parlassero di uccidere le famiglie, perché sua moglie Livia Drusilla l’ha raggiunto con il bambino.» Al che Planco aggrottò le sopracciglia, incerto su come procedere.

«Sputa il rospo, Planco, sputa il rospo!» «Ah, Giulia, la tua onorata madre, si è rifugiata da Sesto Pompeo con Livia Drusilla.»

«Se le avessi rivolto un pensiero, cosa che non ho fatto perché cerco sempre di evitarlo, l’avrei previsto, perché è proprio da lei. Oh, com’è bizzarro il mondo in cui viviamo!» Antonio serrò i pugni. «Mogli e madri che alloggiano negli accampamenti militari comportandosi come se sapessero distinguere le due estremità di una spada.

Puah!» Si calmò con uno sforzo visibile. «Mio fratello… Suppongo che sia morto ma che tu non abbia ancora trovato il coraggio di dirmelo, Planco?» Finalmente l’altro aveva l’opportunità di dargli una bella notizia. «No, no, mio caro Marco! Tutt’altro! Quando Perusia ha aperto le porte, un notabile locale si è entusiasmato troppo per le dimensioni e lo splendore della sua pira funeraria e l’intera città è andata a fuoco. Una catastrofe peggiore dell’assedio. Ottaviano ha giustiziato venti cittadini illustri, ma non si è vendicato sulle truppe di Lucio e le ha accorpate alle legioni di Agrippa. Lucio ha chiesto la grazia e l’ha ottenuta senza dover dare nulla in cambio. Ottaviano gli ha dato la Spagna Ulteriore da governare e tuo fratello è partito subito. Era soddisfatto, credo.» «E questa nomina dittatoriale è stata sancita dal Senato e dal popolo di Roma?» chiese Antonio, a metà tra il sollievo e l’indignazione. Maledetto Lucio! Cercava sempre di eclissare suo fratello Marco senza mai riuscirci.

«Sì» rispose Planco. «Alcuni hanno protestato.» «Trattamento privilegiato per il demagogo calvo del Foro?» «Mmm… Be’, sì, qualcuno ha usato questa espressione. Posso elencarti i nomi.

Tuttavia, Lucio è stato console lo scorso anno e tuo zio Ibrida è censore, perciò quasi tutti ritenevano che tuo fratello meritasse la grazia e la nomina. Dovrebbe essere in grado di combattere una bella guerra contro i Lusitani e tornare trionfante.» Antonio grugnì. «Dunque l’ha fatta più franca di quanto meritasse. Stupidità bell’e buona dall’inizio alla fine! Anche se scommetterei che Lucio ha soltanto seguìto degli ordini. Questa è stata la guerra di Fulvia: Dov’è?» Planco spalancò gli occhi marrone. «Qui, ad Atene. Siamo scappati insieme.

All’inizio non pensavamo che Brundisium ce l’avrebbe permesso, parteggia ardentemente per Ottaviano, come sempre, ma desumo che Ottaviano abbia ordinato di consentire la nostra fuga dall’Italia purché non portassimo con noi le truppe.» «Così abbiamo stabilito che Fulvia è ad Atene, ma dove ad Atene?» «Attico le ha prestato la sua domus qui.» «Bella mossa! Al nostro Attico piace sempre tenere il piede in due scarpe, vero?

Ma che cosa gli fa credere che io sia contento di vedere Fulvia?» Planco tacque, non sapendo quale risposta volesse sentire Antonio.

«E cos’altro è accaduto?» «Non ti sembra abbastanza?» «Non se non è un resoconto completo.» «Be’, Ottaviano non ha ricavato da Perusia il denaro per finanziare le sue attività anche se da qualche parte trova soldi sufficienti per tenere le legioni dalla sua parte.» «Il fondo di guerra di Cesare deve esaurirsi rapidamente.» «Credi davvero che l’abbia preso lui?» «Certo che l’ha preso lui! Che cosa fa Sesto Pompeo?»

«Blocca i corridoi di mare e fa razzìa del grano proveniente dall’Africa. Il suo ammiraglio Menodoro ha invaso la Sardegna e ha buttato fuori Lurio, perciò Ottaviano non dispone di altro grano a eccezione di quello che compra da Sesto a prezzi esagerati… fino a venticinque o trenta sesterzi il modius.» Planco emise un lieve gemito di invidia. «Ecco dov’è tutto il denaro. Nei forzieri di Sesto Pompeo.

Intende forse usarlo per assumere il controllo di Roma e dell’Italia? Fantasticherie!

Le legioni apprezzano le gratifiche generose, ma non combatterebbero per l’uomo che fa morire di fame le loro nonne. Ecco perché, suppongo» proseguì Planco con aria pensosa, «deve arruolare gli schiavi e nominare ammiragli i liberti. Tuttavia, un giorno dovrai strappargli i soldi, Antonio. Se non lo farai tu, forse lo farà Ottaviano, e tu ne hai più bisogno.» Antonio sghignazzò. «Ottaviano che vince una battaglia navale contro un uomo esperto come Sesto Pompeo? Con alleati come Murco ed Enobarbo? Mi occuperò di Sesto Pompeo quando arriverà il momento, ma non ora. Pompeo è la rovina di Ottaviano.»

Sapendo di essere in forma smagliante, Fulvia aspettava con impazienza suo marito. Benché i pochi capelli grigi che aveva non si vedessero tra la chioma ambrata, aveva chiesto alla sua serva di strapparglieli tutti con cura prima di abbigliarsi all’ultima moda. La veste rosso scuro le sottolineava le curve dei seni prima di cadere in un pannello diritto che non mostrava alcuna traccia di ventre sporgente o figura appesantita. Sì, pensò, pavoneggiandosi, porto benissimo la mia età. Sono ancora una delle donne più avvenenti di Roma.

Naturalmente, sapeva dell’inverno allegro che Antonio aveva trascorso ad Alessandria; Barbazio aveva chiacchierato a briglia sciolta. Ma quelle erano cose da uomini e non erano affari suoi. Se suo marito avesse fatto il cascamorto con una romana di nobili natali, sarebbe stato diverso. Fulvia avrebbe tirato fuori gli artigli nel giro di un istante. Ma quando un uomo restava lontano per mesi, e talvolta per anni, di fila, nessuna moglie romana assennata l’avrebbe giudicato male se avesse sfogato i suoi istinti. E il caro Antonio aveva una predilezione per le regine, le principesse, le rappresentanti dell’alta nobiltà straniera. Portarsele a letto lo faceva sentire un re in misura tollerabile per qualsiasi romano repubblicano.

Avendo conosciuto Cleopatra quando quest’ultima aveva vissuto a Roma prima dell’assassinio di Cesare, Fulvia sapeva che ad attirare Antonio erano stati il suo titolo e il suo potere. Sul piano fisico, la regina era lontana dalle donne floride e formose che gli piacevano di solito. Inoltre, era ricchissima, e Fulvia conosceva suo marito; probabilmente il suo obiettivo era il denaro.

Così, quando l’usciere di Attico le annunciò che Marco Antonio era nell’atrio, scrollò i drappeggi per sistemarli e si lanciò lungo l’austero e interminabile corridoio che conduceva fuori delle sue stanze.

«Antonio! Oh, meum mel, com’è bello vederti!» esclamò dalla soglia.

Il triumviro, impegnato a studiare un magnifico dipinto che ritraeva Achille imbronciato accanto alle sue navi, si voltò udendo la voce di sua moglie.

Poi si mosse con tanta fulmineità che Fulvia non capì con esattezza che cosa stesse accadendo. Sentì un poderoso schiaffo che la catapultò per terra. Quindi Antonio torreggiò sopra di lei, le dita tra i suoi capelli, e la tirò su. Fu investita da una serie di ceffoni non meno violenti e dolorosi dei pugni di qualsiasi altro uomo, che le staccarono alcuni denti e le fratturarono il naso.

«Stupida cunnus!» tuonò Antonio, continuando a picchiarla. «Stupida, stupida cunnus! Chi credi di essere, Caio Cesare?» Il sangue le usciva dal naso e dalla bocca e Fulvia, che aveva affrontato con intenso ardore tutte le sfide della sua vita movimentata, era impotente, distrutta.

Qualcuno urlava e doveva essere lei, perché i servitori accorsero da tutte le direzioni, diedero un’occhiata e fuggirono.

«Idiota! Sgualdrina! Come ti è saltato in mente di entrare in guerra contro Ottaviano a mio nome? Di scialacquare i soldi che avevo lasciato a Roma, a Bononia, a Mutina? Di comprare legioni perché individui come Planco le perdessero? Di vivere in un accampamento militare? Chi credi di essere per pensare che uomini come Pollione prendano ordini da te? Da una donna? Per intimorire e ingannare mio fratello a mio nome? È un imbecille! È sempre stato un imbecille! Se mi serviva un’altra prova della sua stoltezza, il fatto che si sia alleato con una donna lo è! Sei inqualificabile!» Sputando con rabbia, la spinse in malo modo sul pavimento; continuando a strillare, Fulvia sgattaiolò via come un animale azzoppato, le lacrime che ora scorrevano più rapidamente del sangue.

«Antonio, Antonio! Pensavo di compiacerti! Manio ha detto che saresti stato contento!» gridò con voce velata. «Ho continuato la tua battaglia in Italia mentre eri impegnato in Oriente! È stato Manio a suggerirmelo!» Aveva parlato biascicando. Quando Antonio udì «Manio», la sua collera si placò all’improvviso. Il liberto greco di Fulvia, una serpe. In realtà, finché non aveva visto sua moglie, il generale non si era reso conto di quanto fosse furibondo, di quanto il suo rancore si fosse inasprito durante il viaggio da Efeso. Forse, se avesse seguito il piano iniziale e fosse andato direttamente da Antiochia ad Atene, non sarebbe stato così furioso.

Barbazio non era l’unico pettegolo di Efeso e non tutti avevano parlato del suo inverno con Cleopatra. Alcuni l’avevano dileggiato dicendo che a casa sua lui indossava le vesti e Fulvia l’armatura. Altri avevano osservato che almeno un membro della famiglia antoniana aveva ingaggiato una guerra, anche se si trattava di una donna. Antonio aveva dovuto fingere di non udire quei commenti, ma la sua rabbia era cresciuta. Sentire tutta la storia da Planco non l’aveva aiutato, e neppure il dolore che l’aveva consumato finché aveva scoperto che Lucio era vivo e vegeto.

Caio, il terzo fratello, era stato assassinato in Macedonia e solo l’esecuzione del colpevole aveva attutito la sofferenza. Antonio, il fratello maggiore, voleva bene a entrambi.

L’amore per Fulvia, pensò, guardandola con aria sprezzante, era scomparso per sempre. Stupida, stupida cunnus! Così sciocca da indossare l’armatura ed evirarlo pubblicamente.

«Voglio che tu te ne vada da questa casa entro domani» dichiarò, stringendole il polso destro e alzandola a sedere sotto Achille. «Che Attico riservi la sua beneficenza a chi se la merita. Gli scriverò oggi stesso per dirglielo e, per quanto denaro possieda, non può permettersi di offendermi. Sei una vergogna come moglie e come donna, Fulvia! Non voglio più avere a che fare con te. Ti spedirò subito la comunicazione di divorzio.» «Ma» protestò lei, singhiozzando, «sono fuggita senza soldi né proprietà, Marco!

Ho bisogno di denaro per vivere!» «Rivolgiti ai tuoi banchieri. Sei una donna facoltosa e sui iuris.» Antonio cominciò a chiamare i servitori a gran voce. «Ripulitela e poi buttatela fuori!» ordinò all’usciere, che per poco non svenne dalla paura. Quindi il triumviro girò sui tacchi e sparì.

Fulvia rimase a lungo appoggiata alla parete, quasi senza accorgersi delle fanciulle terrorizzate che le tamponavano il viso cercando di fermare il sangue e le lacrime. Un tempo aveva riso sentendo di questa o di quell’altra donna e dei loro cuori spezzati, perché riteneva che fosse impossibile spezzare un cuore. Ora sapeva che non era così.

Marco Antonio aveva spezzato il suo in maniera irreparabile.

Ad Atene si diffuse la voce di come il generale aveva trattato sua moglie, ma pochi di coloro che la udirono provarono compassione per Fulvia, che aveva fatto l’imperdonabile, usurpando le prerogative di un uomo. Le storie delle sue imprese nel Foro mentre era sposata con Publio Clodio erano sulla bocca di tutti, insieme alle scenate cui si era abbandonata davanti alle porte della Camera del Senato e alla sua presunta complicità con Clodio quando quest’ultimo aveva profanato i riti di Bona Dea.

Non che ad Antonio importassero i pettegolezzi di Atene. Lui, un uomo romano, sapeva che gli uomini romani della città non l’avrebbero giudicato male.

Inoltre, era impegnato a scrivere lettere, un compito arduo. La prima, breve e recisa, era indirizzata a Tito Pomponio Attico e lo informava che l’imperator Marco Antonio, triumviro, gli sarebbe stato grato se avesse tenuto il naso fuori dai suoi affari e non avesse più avuto nulla a che fare con Fulvia. La seconda, per Fulvia, le comunicava di considerarsi divorziata per condotta indegna di una donna e le proibiva di vedere i due figli che aveva avuto da lui. La terza, destinata a Gneo Asinio Pollione, gli domandava che cosa diavolo accadesse in Italia e lo invitava a tenere le legioni pronte a marciare verso sud qualora la plebe di Brundisium, fedele a Ottaviano, avesse impedito a Marco Antonio di entrare nel paese. La quarta, per l’etnarca di Atene, ringraziava quel notabile per la gentilezza e la fedeltà ai (sottinteso) giusti romani; l’imperator Marco Antonio, triumviro, era dunque lieto di donare ad Atene l’isola di Egina e altre isole minori poco distanti. Quel regalo avrebbe dovuto rendere felici gli ateniesi, pensò.

Forse avrebbe scritto altre missive se non fosse stato per l’arrivo di Tiberio Claudio Nerone, che gli fece una visita formale appena ebbe sistemato sua moglie e suo figlio in un alloggio decoroso poco lontano.

«Puah!» esclamò Nerone, le narici che fremevano. «Sesto Pompeo è un barbaro!

Ma cos’altro ci si può aspettare dal membro di un clan arricchito di Piceno? Non hai idea di come sia il suo quartier generale: topi, ratti, spazzatura putrefatta. Non ho osato esporre la mia famiglia al sudiciume e alle malattie, anche se non erano le cose peggiori che Pompeo avesse da offrire. Non avevamo ancora disfatto i bagagli quando alcuni dei suoi azzimati liberti “ammiragli” hanno iniziato a gironzolare intorno a mia moglie. Ho dovuto tagliare una fetta di braccio a uno di quei pezzenti!

E figurati che Pompeo si è schierato dalla parte di quel bastardo! Gli ho detto quello che pensavo, poi ho messo Livia Drusilla e mio figlio sulla prima nave per Atene.» Antonio lo ascoltò con vaghi ricordi dell’opinione di Cesare su Nerone. «Inepte» era stata la parola più gentile che suo cugino avesse trovato per descriverlo. Intuendo più cose da ciò che l’altro non aveva detto, il generale decise che Nerone era arrivato nel covo di Sesto Pompeo e aveva cominciato a camminare tutto impettito come un galletto, brontolando e criticando, fino a rendersi così intollerabile che Sesto l’aveva buttato fuori. Sarebbe stato difficile trovare uno snob più insopportabile di Nerone e i Pompei erano molto suscettibili riguardo alle loro origini picentine.

«Dunque che cosa intendi fare ora, Nerone?» chiese.

«Vivere secondo i miei mezzi, che non sono illimitati» rispose l’altro, rigido, l’espressione cupa e malinconica che diventava ancora più orgogliosa.

«E tua moglie?» domandò Antonio in tono allusivo.

«Livia Drusilla è una brava moglie. Fa quello che le dico, cosa che non si può affermare della tua!» Tipico commento neroniano; il visitatore sembrava non avere un sesto senso che gli suggerisse di non dire certe cose. Dovrei sedurla, pensò Antonio con rabbia. Che vita deve condurre, sposata con questo inepte!

«Portala a cena oggi pomeriggio, Nerone» disse, allegro. «Consideralo un risparmio di denaro. Non dovrai mandare il cuoco al mercato fino a domani.» «Ti ringrazio» replicò l’altro, ergendosi in tutta la sua notevole altezza. Uscì stringendo le pieghe della toga con il braccio sinistro e lasciando Antonio a ridacchiare tra sé e sé.

Entrò Planco, l’orrore scritto a chiare lettere sul volto. «Oh, Edepol, Antonio! Che cosa ci fa qui Nerone?» «A parte insultare chiunque incontri? Al quartier generale di Sesto Pompeo si è reso così odioso, credo, che l’hanno invitato ad andarsene. Puoi venire a cena oggi pomeriggio e dividere con me la gioia della sua compagnia. Porterà sua moglie, che dev’essere una noia terribile per sopportarlo. Chi è?» «Sua cugina… una parente abbastanza stretta, a dire il vero. Suo padre era un certo Claudio Nerone, adottato da Livio Druso, il famoso tribuno della plebe, da cui il nome, Livia Drusilla. Nerone è figlio di Tiberio Nerone, fratello di Druso per patto di sangue. Naturalmente, sua moglie è un’ereditiera… Un bel gruzzolo, nella famiglia di Livio Druso. Una volta Cicerone sperava che Nerone sposasse la sua Tullia, ma quest’ultima ha preferito Dolabella. Un marito peggiore sotto diversi aspetti, ma almeno era un tipo gioviale. Non frequentavi quegli ambienti quando Clodio era vivo, Antonio?» «Sì. E hai ragione, Dolabella era simpatico. Ma non è Nerone a dare quell’espressione alla tua faccia, Planco. Che cosa succede?» «Una lettera da Efeso. Ne ho ricevuta una anch’io, ma quella indirizzata a te è di tuo cugino Caninio, perciò dovrebbe dire di più.» Planco sedette sulla sedia del cliente dall’altra parte della scrivania, con gli occhi che gli luccicavano.

Antonio spezzò il sigillo, srotolò la missiva e la lesse borbottando, un’operazione complessa accompagnata da imprecazioni e corrugamenti della fronte. «Vorrei» gemette, «che altri uomini avessero seguito il suggerimento di Cesare e avessero iniziato a mettere un puntino all’inizio di ogni nuova parola. Io lo faccio, e anche Pollione, Ventidio e, benché detesti dirlo, Ottaviano. Uno scarabocchio ininterrotto si trasforma in qualcosa di leggibile quasi a prima vista.» Riprese a borbottare, quindi sospirò e posò la pergamena.

«Come faccio a essere contemporaneamente in due posti diversi?» domandò a Planco. «A rigor di logica dovrei essere nella Provincia d’Asia per sostenerla contro l’attacco di Labieno, invece sono costretto a restare più vicino all’Italia e a tenere le mie legioni a portata di voce. Pacoro ha invaso la Siria e tutti quei meschini principotti hanno deciso di correre la stessa ventura dei Parti, persino Amblico.

Caninio dice che le legioni di Saxa hanno defezionato a favore di Pacoro. Saxa è dovuto fuggire ad Apamaea, poi ha preso una nave per la Cilicia. Da allora nessuno ha più avuto sue notizie, ma gira voce che suo fratello sia stato ucciso in Siria.

Labieno è impegnato a occupare la Cilicia Pedias e la Cappadocia orientale.» «E naturalmente non vi sono legioni a est di Efeso.» «Né ce ne saranno a Efeso, temo. La provincia d’Asia dovrà arrangiarsi da sola finché risolverò il caos in Italia. Ho già scritto a Caninio per chiedergli di portare le legioni in Macedonia» disse Antonio, risoluto.

«Questa è la tua unica linea d’azione?» chiese Planco, impallidendo.

«Certo. Mi sono concesso il resto di quest’anno per occuparmi di Roma, dell’Italia e di Ottaviano, dunque per il resto dell’anno le legioni resteranno accampate intorno ad Apollonia. Se si venisse a sapere che sono sull’Adriatico, Ottaviano ne dedurrebbe che intendo schiacciarlo come uno scarafaggio.» «Marco» gemette Planco, «tutti sono stufi della guerra civile e tu parli di guerra civile! Le legioni non combatteranno!» «Le legioni combatteranno per me», replicò Antonio.

Livia Drusilla entrò nella residenza del governatore con la sua consueta compostezza, le palpebre color crema abbassate sugli occhi, che, come ben sapeva, erano la sua caratteristica migliore. Nascondili! Come sempre, camminava un po’ indietro rispetto a Nerone perché era così che faceva una brava moglie, e lei aveva giurato di essere tale. Mai e poi mai, si era ripromessa apprendendo ciò che Antonio aveva fatto a Fulvia, si sarebbe ritrovata in una posizione simile. Per indossare l’armatura e brandire la spada, bisognava essere Ortensia, che l’aveva fatto solo per dimostrare ai capi dello stato romano che le donne di Roma, dalla più nobile alla più umile, non avrebbero mai acconsentito a pagare le tasse finché non avessero avuto il diritto di voto. Ortensia aveva vinto lo scontro, una vittoria incruenta, con notevole imbarazzo dei triumviri Antonio, Ottaviano e Lepido.

Non che Livia Drusilla intendesse comportarsi da vigliacca; fingeva semplicemente di essere piccola, docile e un po’ timorosa. In lei bruciava un’enorme ambizione, ancora allo stato rudimentale perché non aveva idea di come afferrarla e trasformarla in qualcosa di produttivo. Quell’ambizione aveva senz’altro preso forma in un autentico stampo romano, il che significava niente condotte poco femminili, niente tentativi di mettersi in evidenza, niente manipolazioni palesi. Non che volesse essere un’altra Cornelia, la madre dei Gracchi, venerata da alcune donne come una vera dea romana perché aveva sofferto, aveva partorito dei figli, li aveva visti morire e non si era mai lamentata del suo destino. No, Livia Drusilla intuiva che doveva esserci un’altra strada per raggiungere la vetta.

Tre anni di matrimonio, tuttavia, le avevano dimostrato senza ombra di dubbio che quella strada non passava attraverso Tiberio Claudio Nerone. Come quasi tutte le ragazze altolocate, prima di sposarsi non aveva conosciuto molto bene il suo futuro marito pur essendo sua parente stretta. Nelle poche occasioni in cui si erano visti, Nerone non le aveva ispirato nulla se non disprezzo per la sua stupidità e un ribrezzo istintivo per la sua persona. Di carnagione scura, Livia Drusilla preferiva gli uomini con i capelli biondi e gli occhi chiari. Intelligente, preferiva gli uomini di grande perspicacia. Nerone non soddisfaceva nessuno di quei criteri. Livia aveva quindici anni quando Druso l’aveva data in sposa al suo primo cugino e nella casa in cui era cresciuta non vi erano pitture murali priapee o lampade falliche che potessero insegnare a una fanciulla qualcosa sull’amore fisico. Così l’unione con suo marito l’aveva disgustata. Anche lui preferiva le amanti dai capelli biondi e dagli occhi chiari; di sua moglie Livia apprezzava la discendenza nobile e il patrimonio.

Ma come avrebbe potuto sbarazzarsi di Tiberio Claudio Nerone se era determinata a essere una brava moglie? Sembrava impossibile a meno che qualcuno non gli avesse proposto un matrimonio più vantaggioso, un’eventualità molto improbabile.

Fin dall’inizio era stata così sagace da capire che gli altri detestavano Nerone e lo tolleravano solo per il suo rango patrizio e per il conseguente diritto di occupare tutte le cariche che Roma offriva alla nobiltà di sua moglie. E com’era noioso! Livia Drusilla aveva sentito molte storie su Catone Uticense, il più grande nemico di Cesare, e sul suo carattere ciarliero e privo di tatto, ma rispetto a Nerone le era parso un dio magnifico. Non riusciva nemmeno ad amare il figlio che aveva partorito dieci mesi dopo le nozze; il piccolo Tiberio era alto, scuro, gracile, solenne e un po’ ipocrita benché avesse solo due anni. Aveva preso l’abitudine di criticare sua madre perché sentiva Nerone che faceva la stessa cosa e, a differenza di quasi tutti i bambini piccoli, finora aveva trascorso la vita in compagnia di suo padre. Livia Drusilla sospettava che Nerone preferisse tenersi vicini lei e il bimbo per impedire a eventuali bellimbusti dal fascino cesareo di corrompere la virtù di sua moglie. Com’era irritante! Quell’idiota non sapeva che non si sarebbe mai abbassata a tanto?

L’esistenza da reclusa che aveva condotto finché Nerone si era imbarcato nella sua disastrosa iniziativa campana a favore di Lucio Antonio non le aveva nemmeno consentito di vedere i famosi uomini di cui tutta Roma parlava; non aveva mai posato lo sguardo su Marco Antonio, Lepido, Servilio Vatia, Gneo Domizio Calvino, Ottaviano e neppure su Cesare, morto quando lei aveva quindici anni. Quel giorno, dunque, era emozionata sebbene il suo comportamento non lo desse a vedere: avrebbe cenato con Marco Antonio, l’uomo più potente del mondo!

Un piacere che le fu quasi negato quando Nerone scoprì che Antonio era uno di quegli individui così immorali e ignobili da permettere alle donne di stendersi sui divani degli uomini.

«Se non c’è una sedia per mia moglie, me ne vado!» dichiarò con il suo solito tatto.

Se Antonio non avesse già trovato incantevole il visetto ovale di Livia Drusilla, avrebbe cacciato fuori Nerone a forza di urla; invece, sorrise e ordinò di portare una sedia e di collocarla di fronte a sé, ma poiché vi erano solo i tre commensali uomini, Nerone non poté sollevare obiezioni. Non era come se sua moglie fosse dietro un angolo lì vicino, anche se il fatto che Antonio l’avesse relegato all’estremità del divano per mettere al centro una tronfia nullità come Planco gli parve un’ulteriore dimostrazione della natura rozza del triumviro.

Quando Livia Drusilla si tolse il mantello, rivelò una veste marrone chiaro con le maniche lunghe e il collo alto, ma nulla riusciva a mascherare l’avvenenza della sua figura o la perfezione della sua pelle color avorio. Neri e fitti come la notte, con una lucentezza della medesima sfumatura indaco, i capelli erano acconciati con semplicità, tirati indietro a coprirle le orecchie e annodati sulla nuca. E il volto era splendido! Una boccuccia rossa e voluttuosa, enormi occhi bordati da lunghe ciglia nere simili a ventagli, guance rosa e un naso piccolo ma aquilino, il tutto unito in una combinazione perfetta. Proprio quando Antonio si irritò perché non riusciva a decidere di che colore fossero gli occhi, la donna spostò la sedia e un sottile raggio di sole glieli rischiarò. Oh, stupefacente! Erano di un blu molto scuro, ma striati di magiche pagliuzze biancastre e marrone chiaro. Diversi da tutti quelli che il triumviro aveva visto fino ad allora e… misteriosi. Livia Drusilla, potrei mangiarti!, disse tra sé e sé prima di provare a farla innamorare.

Ma non ci riuscì. La sua interlocutrice non era timida, rispondeva a tutte le domande con franchezza ma con modestia e non aveva paura di fare un breve commento quando era opportuno. Non introduceva tuttavia argomenti di sua scelta e non diceva o non faceva niente che Nerone, intento a osservarla con aria sospettosa, potesse criticare. Nulla di tutto questo avrebbe avuto importanza per Antonio se una sola scintilla di interesse avesse brillato negli occhi di Livia Drusilla, ma non accadde. Se fosse stato un uomo più acuto, avrebbe intuito che la lieve smorfia che le attraversava il volto di tanto in tanto esprimeva disgusto.

Sì, Antonio avrebbe picchiato una moglie che si fosse macchiata di un errore grossolano, decise Livia, ma non con il freddo calcolo di Nerone. L’avrebbe fatto in preda alla rabbia anche se in seguito, una volta calmatosi, non si sarebbe pentito del suo gesto, perché il crimine sarebbe stato imperdonabile. Quasi tutti gli uomini lo stimavano, gli erano devoti, e quasi tutte le donne lo desideravano. I pochi giorni trascorsi nel covo di Sesto Pompeo ad Agrigentum avevano messo Livia Drusilla in contatto con donne umili e le avevano insegnato parecchie cose sull’amore, gli uomini e l’atto sessuale. A quanto pareva, le signore preferivano i partner dal pene grande perché quest’ultimo consentiva loro di raggiungere più facilmente l’orgasmo, qualunque cosa esso fosse (temendo che la deridessero, non l’aveva chiesto a nessuno). Aveva tuttavia scoperto che Marco Antonio era famoso per le enormi dimensioni dei suoi genitali. Be’, poteva darsi, ma ora non vedeva in lui nulla da apprezzare o ammirare. Soprattutto dopo essersi accorta che il generale faceva del suo meglio per strapparle una reazione. Negargliela fu una soddisfazione notevole, il che le insegnò qualcosa su come una donna potesse acquisire il potere. Solo che non era stimolante farlo con Antonio, le cui voglie erano passeggere, se non addirittura trascurabili.

«Che cosa ne pensi del grand’uomo?» domandò suo marito mentre tornavano a casa nel breve crepuscolo fiammeggiante.

Livia Drusilla batté le palpebre; di solito Nerone non chiedeva il suo parere.

«Nobile di stirpe, rozzo di natura» rispose. «Un volgare bifolco.» «Un giudizio categorico» commentò lui, compiaciuto.

Per la prima volta nella loro relazione, osò porgli un quesito politico. «Marito, perché resti fedele a un volgare bifolco come Marco Antonio? Perché non Cesare Ottaviano, che, a detta di tutti, non è un bifolco e non è nemmeno volgare?» Per un attimo Nerone rimase perfettamente immobile, poi si voltò verso sua moglie, più sorpreso che irritato. «Il lignaggio supera entrambe le cose. Antonio ha un lignaggio migliore. Roma appartiene agli uomini con la giusta discendenza. Loro e solo loro dovrebbero avere il permesso di detenere cariche prestigiose, governare province e condurre guerre.» «Ma Ottaviano è il nipote di Cesare! Il lignaggio di Cesare non era forse irreprensibile?» «Oh, Cesare aveva tutto: lignaggio, intelligenza, bellezza. Il più augusto tra i patrizi augusti. Persino il suo sangue plebeo era il migliore: madre aureliana, nonna marciana, bisnonna popilliana. Ottaviano è un impostore! Una goccia di sangue giuliano, il resto è spazzatura. Chi sono gli Ottavi di Velitrae? Assolute nullità!

Alcuni Ottavi sono abbastanza rispettabili, ma non quelli di Velitrae. Uno dei bisnonni di Ottaviano era cordaio, l’altro era fornaio. Suo nonno era banchiere. Gente modesta, gente modesta! Suo padre ha avuto la fortuna di sposare la nipote di Cesare in seconde nozze. Sebbene lei fosse contaminata: suo padre era un ricco sconosciuto che aveva comprato la sorella di Cesare. A quei tempi i Giulii non avevano denaro, perciò dovevano vendere le loro figlie.» «Un nipote non è giuliano per un quarto?» «Pronipote, quel piccolo sbruffone! Giuliano per un ottavo. Il resto è ributtante!» abbaiò Nerone, innervosendosi. «Non so che cosa abbia spinto il grande Cesare a designare suo erede un ragazzo di umili origini, ma di una cosa puoi stare certa, Livia Drusilla: non mi legherò mai a individui come Ottaviano!» D’accordo, d’accordo, pensò sua moglie, preferendo non aggiungere altro. Ecco perché così tanti aristocratici romani detestano Ottaviano! Essendo una persona di nobili natali, dovrei detestarlo anch’io, ma mi incuriosisce. Ha fatto così tanta strada!

Ammiro questo aspetto di lui perché lo comprendo. Forse, di tanto in tanto, Roma deve creare nuovi aristocratici; può darsi addirittura che il grande Cesare se ne sia reso conto quando ha fatto testamento.

La sua interpretazione dei motivi per cui Nerone restava devoto a Marco Antonio era una grossolana semplificazione, ma lo stesso valeva per il ragionamento di suo marito. Nerone aveva un intelletto ottuso e sottosviluppato e gli anni trascorsi da quando era un giovane al servizio di Cesare non l’avevano aiutato a migliorare. Anzi, era così stupido da non aver mai capito che Cesare lo aveva in antipatia. Non gli faceva né caldo né freddo, come si suol dire. Quando nelle vene ti scorre il sangue migliore, quale difetto potrebbe mai trovare in te un altro nobile?

Marco Antonio ebbe l’impressione che il suo primo mese ad Atene fosse costellato di donne, nessuna delle quali degna del suo tempo prezioso. Ma il suo tempo era davvero prezioso se nulla di ciò che faceva dava qualche frutto? L’unica buona notizia arrivò da Apollonia con Quinto Dellio, secondo cui le legioni erano arrivate sulla costa occidentale della Macedonia ed erano state felici di accamparsi in un clima più mite.

Subito dopo Dellio arrivò Lucio Scribonio Libone, che scortava la donna con le maggiori probabilità di guastare l’umore di Antonio: sua madre.

Fece irruzione nello studio spargendo forcine per capelli, semi per l’uccello che la sua serva portava in una gabbia e i fili di una lunga frangia che una cucitrice impazzita le aveva attaccato ai bordi della stola. I capelli erano ormai più grigi che biondi, ma gli occhi erano proprio come li ricordava Antonio: sempre pieni di lacrime.

«Marco, Marco!» strillò, gettandoglisi contro il petto. «Oh, figlio carissimo, credevo che non ti avrei mai più rivisto! Ho trascorso un periodo così orribile! Una misera stanzetta in una villa che riecheggiava a ogni ora dei suoni di atti indicibili, strade coperte di sputi e del contenuto dei vasi (la notte, un letto brulicante di cimici, nessun posto per fare un bagno come si deve…» Con molte rassicurazioni e parole di conforto, alla fine Antonio riuscì a farla sedere su una seggiola e a calmarla per quanto fosse possibile calmare Giulia Antonia. Solo quando il pianto si fu placato e fu tornato più o meno al suo ritmo consueto, il triumviro ebbe l’opportunità di vedere chi fosse entrato dietro Giulia Antonia. Ah! Il leccapiedi dei leccapiedi, Lucio Scribonio Libone. Non incollato a Sesto Pompeo, bensì innestato su di lui per far sì che un rizoma acido producesse grappoli dolci.

Basso e gracile, Libone aveva una faccia che sottolineava le sue dimensioni sproporzionate e tradiva la natura della sua bestia interiore: avida, egoista, timorosa, irresoluta, ambiziosa. Il suo momento era arrivato quando il primogenito di Pompeo Magno si era innamorato di sua figlia, aveva divorziato da una certa Claudia Pulchra per sposarla e aveva obbligato Pompeo a promuoverlo come si conveniva al suocero di suo figlio. Poi, quando Gneo Pompeo aveva seguito suo padre nella morte, Sesto, il figlio minore, ne aveva sposata la vedova. Con il risultato che Libone aveva comandato alcune flotte navali e ora fungeva da ambasciatore non ufficiale del suo padrone, Sesto. Le donne scriboniane si erano accasate bene; la sorella di Libone aveva sposato due uomini facoltosi e influenti, tra cui un certo Cornelio, un patrizio da cui aveva avuto una figlia. Benché ora avesse superato la trentina e sembrasse perseguitata dalla malasorte, due vedovanze erano davvero troppe, Libone non disperava di trovarle un terzo marito. Fertile, piacevole da guardare, con una dote di duecento talenti… Sì, Scribonia si sarebbe sposata di nuovo.

Antonio non era tuttavia interessato alle donne di Libone; era la sua a infastidirlo.

«Perché diavolo me l’hai portata?» domandò.

L’altro spalancò gli occhi marrone chiaro, allargando le mani. «Mio caro Antonio, dove avrei potuto portarla?» «Avresti potuto mandarla nella sua domus di Roma.»

«Si è rifiutata con una tale crisi isterica che sono stato costretto a spingere Sesto Pompeo fuori della stanza. Altrimenti l’avrebbe uccisa. Credimi, non sarebbe andata a Roma, continuava a strillare che Ottaviano l’avrebbe giustiziata per tradimento.» «Giustiziare la cugina di Cesare?» chiese Antonio, incredulo.

«Perché no?» fece Libone con aria candida. «Ha proscritto Lucio, cugino di Cesare e fratello di tua madre.» «Io e Ottaviano abbiamo proscritto Lucio insieme!» sbottò Antonio, stizzito. «Ma non l’abbiamo giustiziato! Avevamo bisogno dei suoi soldi, tutto qui. Mia madre non ha un centesimo, non corre alcun pericolo.» «Allora dillo a lei!» ringhiò Libone; dopo tutto, era stato lui a doverla sopportare durante un viaggio in mare abbastanza lungo.

Se uno dei due avesse pensato di guardare Giulia Antonia, cosa che non fecero, forse avrebbe visto che gli occhi azzurri velati di lacrime contenevano una scintilla di astuzia e che le orecchie tutte ingioiellate captavano ogni singola parola. La donna sarà anche stata di una stupidità colossale, ma aveva un sano interesse per il proprio benessere ed era convinta che sarebbe stata molto meglio con il suo primogenito che a Roma, sola e senza reddito.

Ormai erano arrivati l’usciere e varie serve, i volti che esprimevano una certa trepidazione. Indifferente a quella manifestazione di paura abietta davanti alla prospettiva di vedersi scaricare addosso un problema, Antonio consegnò loro sua madre con gratitudine, continuando a ripeterle che non l’avrebbe rispedita a Roma.

Alla fine riuscirono a condurla fuori e la pace tornò nello studio; Antonio si appoggiò allo schienale della sedia con un sospiro di sollievo.

«Vino! Ho bisogno di vino!» urlò, alzandosi di scatto. «Bianco o rosso, Libone?» «Un rosso bello forte, grazie. Niente acqua. Nelle ultime tre nundinae ho visto acqua sufficiente per metà della vita.» Antonio sorrise. «Ti capisco benissimo. Sorvegliare mia madre non è una passeggiata.» Riempì una grossa coppa fin quasi all’orlo. «Tieni, questo dovrebbe attutire il dolore. Vino di Chio, invecchiato di dieci anni.» Per qualche istante regnò la quiete mentre i due uomini seppellivano il naso nei calici emettendo versi soddisfatti. «Dunque che cosa ti porta ad Atene, Libone?» domandò Antonio, rompendo il silenzio. «E non dire mia madre.» «Hai ragione. Tua madre mi è tornata utile.» «Non a me» abbaiò Antonio.

«Vorrei sapere come fai» disse Libone in tono allegro. «La tua voce è alta e lieve, ma in un baleno riesci a trasformarla in un profondo ringhio o ruggito gutturale.» «O in un urlo. Hai dimenticato l’urlo. E non chiedermi come. Non lo so. Succede e basta. A proposito, se vuoi sentirmi urlare, continua a evitare l’argomento.» «Mmm… No, non è necessario. Ma se posso dilungarmi su tua madre ancora per un attimo, ti consiglio di regalarle molto denaro e una visita alle migliori botteghe di Atene. Fai così e non la vedrai né sentirai più.» Libone sorrise, abbassando lo sguardo sulle bollicine che imperlavano il bordo del vino. «Quando ha scoperto che tuo fratello Lucio era stato graziato e spedito nella Spagna Ulteriore con un imperium proconsolare, è diventata meno intrattabile.» «Perché sei qui?» insistette Antonio.

«Sesto Pompeo riteneva opportuno che ti vedessi.» «Davvero? A che scopo?» «Stringere un’alleanza contro Ottaviano. Voi due insieme lo ridurreste in poltiglia.» La bocca piccola e piena si arricciò; Antonio lo guardò di traverso. «Un’alleanza contro Ottaviano… Per favore, Libone, dimmi perché io, uno dei tre uomini nominati dal Senato e dal popolo di Roma per ricostituire la Repubblica, dovrei stringere un’alleanza con un tizio che altro non è se non un pirata.» Libone fece una smorfia. «Sesto Pompeo è il governatore della Sicilia in piena conformità con il mos maiorum! Non considera il triumvirato né legittimo né appropriato e deplora l’editto di proscrizione che l’ha messo iniquamente al bando, privandolo anche dei beni e dell’eredità! Le sue attività in mare aperto hanno il solo obiettivo di convincere il Senato e il popolo di Roma che la sua condanna è ingiusta.

Annulla la condizione di hostis, leva tutti i bandi, gli embarghi e le interdizioni, e Sesto Pompeo smetterà di fare… mmm… il pirata.» «E crede che se mi aiuterà a liberare Roma da Ottaviano, proporrò al Palazzo di revocare il suo status di nemico pubblico e di levare tutti i bandi, gli embarghi e le interdizioni?» «Già, proprio così.» «Ne deduco che vorrebbe una guerra bell’e buona, domani se possibile.» «Suvvia, suvvia, Marco Antonio, tutto il mondo sa che alla fine tu e Ottaviano passerete alle vie di fatto! Poiché voi due, non prendo in considerazione Lepido, avete l’imperium maius su nove decimi del mondo romano e ne controllate le legioni e le entrate, che cos’altro potrà capitare quando vi scontrerete se non una guerra in piena regola? Da oltre cinquant’anni la storia della Repubblica romana è fatta di una guerra civile dopo l’altra. Credi davvero che Filippi abbia segnato la conclusione dell’ultimo conflitto?» Libone mantenne un tono cordiale e un’espressione serena.

«Sesto Pompeo è stanco della proscrizione. Vuole ciò che gli spetta: il ripristino della cittadinanza, il permesso di ereditare i beni di suo padre Pompeo Magno, la restituzione di detti beni, il consolato e un imperium proconsolare permanente in Sicilia.» Scrollò le spalle. «C’è dell’altro, ma penso che si accontenterà.» «E in cambio di tutto questo?» «Controllerà e sgombrerà i mari come tuo alleato. Aggiungi la grazia per Murco e avrai anche le sue flotte. Enobarbo dice di essere indipendente pur essendo un pirata quanto loro. Sesto Pompeo ti regalerà anche il grano per le legioni.» «Mi sta ricattando.» «È un sì o un no?» «Io non tratto con i pirati» disse Antonio con la sua consueta voce lieve. «Tuttavia, puoi dire al tuo padrone che se dovessimo incrociarci in mare, mi aspetto che mi lasci andare ovunque stia andando. In tal caso, vedremo.» «Più sì che no.» «Più no che sì… per il momento. Non mi serve Sesto Pompeo per schiacciare Ottaviano, Libone. Se Sesto crede il contrario, si sbaglia.» «Se dovessi decidere di mandare le tue truppe dalla Macedonia all’Italia attraverso l’Adriatico, non ti farà piacere incontrare varie flotte pronte a impedirtelo.»

«L’Adriatico è il territorio di Enobarbo e lui non mi ostacolerà. Non ho paura.» «Allora Sesto Pompeo non può considerarsi tuo alleato? Non accetterai di parlare in suo favore al Palazzo?» «Assolutamente no, Libone. Il massimo che posso fare è non stanarlo. Se lo facessi, sarebbe lui a finire ridotto in poltiglia. Digli che può tenersi i suoi regali, ma che esigo mi venda il grano per le legioni al solito prezzo all’ingrosso di cinque sesterzi il modius, non un centesimo di più.» «Un accordo molto vantaggioso.» «Io sono nella posizione di chiederlo. Sesto Pompeo no.» E fino a che punto, si domandò Libone, quella caparbietà dipende dalla presenza di sua madre? Avevo detto a Sesto che non era una buona idea, ma non ha voluto ascoltarmi. Entrò Quinto Dellio, a braccetto con Senzio Saturnino, un altro leccapiedi.

«Guarda chi è appena arrivato da Agrigentum con Libone!» esclamò Dellio, entusiasta. «Antonio, hai ancora un po’ di quel vino di Chio?» «Puah!» sputò Antonio. «Dov’è Planco?» «Qui, Antonio!» rispose Planco, andando ad abbracciare Libone e Senzio Saturnino. «Non è fantastico?» Davvero magnifico, pensò il triumviro con stizza. Quattro dosi di sciroppo.

All’inizio, trasferire l’esercito sulla costa adriatica della Macedonia era stata solo una mossa studiata per spaventare Ottaviano; dopo aver rinunciato a combattere contro i Parti finché i suoi introiti non fossero migliorati, in un primo momento Antonio aveva deciso di lasciare le legioni a Efeso, ma la visita alla città gli aveva fatto cambiare idea. Caninio era troppo debole per controllare così tanti legati anziani a meno che il cugino Antonio non fosse nelle vicinanze. Inoltre, l’idea di spaventare Ottaviano era una tentazione troppo forte per resistere. Ma in qualche modo tutti davano per scontato che la guerra destinata a scoppiare fra i due triumviri stesse finalmente per iniziare e Antonio si ritrovò di fronte a un dilemma. Avrebbe dovuto schiacciare subito Ottaviano? Per come andavano le campagne, quella gli sarebbe costata poco, e lui disponeva di molte navi per traghettare i soldati attraverso un piccolo tratto di mare fino in patria, dove avrebbe potuto assorbire le legioni di Ottaviano e liberare Pollione e Ventidio, che, da soli, ne avevano altre quattordici.

Una volta sconfitto Ottaviano, ne avrebbe recuperate altre dieci. E tutto il contenuto del Tesoro da mettere nel suo fondo di guerra.

Eppure non era sicuro… Quando il consiglio di Libone su Giulia Antonia si rivelò corretto e sua madre non si fece più vedere, Antonio si rilassò un poco. Il divano ateniese era comodo e l’esercito era contento di essere ad Apollonia. Il tempo gli avrebbe detto che cosa fare. Non gli venne in mente che, rimandando la decisione, dimostrava al mondo di essere irresoluto riguardo alla sua linea d’azione futura.