Capitolo 9
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Abbagliata dallo spettacolo dei triumviri Antonio e Ottaviano che passeggiavano come vecchi amici, Roma quell’inverno rinacque, salutando l’inizio della nuova Età dell’Oro che gli aruspici pronosticavano stesse bussando alla porta dell’umanità. Per giunta, le mogli di entrambi i triumviri erano incinte. Assurto alle più alte vette della trasfigurazione creativa, tanto che non sapeva più come scendere, Virgilio scrisse la Quarta Egloga, nella quale preannunciava la nascita di un bambino che avrebbe salvato il mondo. I più cinici scommettevano su quale dei due nascituri sarebbe stato il Prescelto, se il figlio del triumviro Antonio o quello del triumviro Ottaviano, e nessuno si fermava a pensare che avrebbero potuto essere figlie. La decima èra non sarebbe stata introdotta da una femmina, questo era certo.
Non tutto andava per il verso giusto. La notizia che Quinto Salvidieno Rufo era stato processato in segreto si trovava sulla bocca di tutti, anche se nessuno tranne i membri del Senato sapevano quali prove fossero state addotte e che cosa Salvidieno avesse detto in propria difesa. Il verdetto suscitò un certo scalpore: era passato relativamente molto tempo dall’ultima volta che qualcuno a Roma era stato condannato a morte per alto tradimento. Moltissimi erano stati mandati in esilio, o erano finiti nelle liste di proscrizione, ma nessun processo formale in Senato si era mai concluso con una condanna a morte, che non poteva essere eseguita nei confronti di un cittadino romano e che li avrebbe obbligati a togliere al condannato prima la cittadinanza e poi la testa. Esisteva una corte deputata a giudicare i rei di tradimento, e anche se non era in funzione da qualche anno, sulle tavolette esisteva ancora.
Quindi perché tanta segretezza, e perché il Senato?
Non appena il Senato si fu sbarazzato di Salvidieno, si vide Erode sfoggiare il proprio equipaggiamento viola e oro per le strade di Roma. Si sistemò nella locanda all’angolo del Clivus Orbius, l’albergo più costoso della città, e dà lì iniziò a elargire generose donazioni a certi senatori in ristrettezze. La sua petizione al Senato perché lo nominassero re di Giudea fu regolarmente presentata nel Senaculum davanti a un’assemblea di senatori che superava di poco il quorum richiesto grazie alla sua liberalità e alla presenza di Marco Antonio al suo fianco. L’intero esercizio fu meramente teorico, comunque, dal momento che Antigono era re di Giudea con il sostegno dei Parti e non era probabile che sarebbe stato detronizzato in un prossimo futuro; Parti o meno, la maggior parte dei giudei voleva Antigono.
«Dove hai preso tutto quel denaro?» gli chiese Antonio mentre si recavano al Senaculum, un piccolo edificio adiacente al Tempio della Concordia, ai piedi del Colle Capitolino. Era lì che il Senato riceveva i forestieri, ai quali non era permesso l’accesso alla Casa.
«Da Cleopatra» rispose Erode.
Le gigantesche mani si serrarono di colpo. «Cleopatra?» «Sì, cosa c’è di strano?» «È troppo avara per dare del denaro a qualcuno.»
«Ma suo figlio non lo è. Inoltre, ho dovuto prometterle che quando sarò re le pagherò le tasse sul balsamo di Gerico.» «Ah!» Erode ebbe il suo senatus consultum, che lo confermò ufficialmente re di Giudea.
«Ora tutto quello che devi fare è conquistare il tuo regno» disse Quinto Dellio durante la deliziosa cena che seguì; i cuochi di quella locanda erano famosi.
«Lo so, lo so» sbottò Erode.
«Non sono stato io a scegliere la Giudea» ribatté Dellio in tono di rimprovero, «quindi perché te la prendi con me?» «Perché tu sei qui davanti a me che ingurgiti mammelle di scrofa a una media di una goccia di balsamo di Gerico per morso! Credi davvero che Antonio alzerà il culo per combattere contro Pacoro? Non ha nemmeno accennato a una campagna contro i Parti.» «Non può. Deve tener d’occhio quel bocconcino di un ragazzo, Ottaviano.» «Oh, questo lo sa tutto il mondo!» replicò con impazienza Erode.
«A proposito di bocconcini, Erode, che fine hanno fatto le tue speranze di sposare Mariamne? Non è che Antigono ormai se l’è già presa?» «Non può sposarla, perché è suo zio e ha troppa paura dei suoi parenti per darla in moglie a uno di loro.» Erode sorrise, lasciandosi andare sulla schiena agitando le mani grassocce. «E poi lui non ce l’ha. Ce l’ho io.» «Tu ?» «Sì, l’ho portata via e l’ho nascosta appena prima che Gerusalemme cadesse.» «Non sei tu quello intelligente?» Dellio scorse una nuova prelibatezza. «Quante gocce di balsamo di Gerico ci sono in quegli scriccioli ripieni?»
Questo e diversi altri incidenti impallidirono di fronte al vero, grande problema che Roma avesse mai dovuto affrontare fin dalla morte di Cesare: i rifornimenti di grano.
Avendo promesso fedelmente di comportarsi bene, Sesto Pompeo tornò a imperversare sui mari e a impadronirsi dei rifornimenti di farina prima ancora che la cera sul trattato di Brundisium si fosse asciugata. Diventò sempre più arrogante, arrivando persino a mandare dei contingenti di uomini in terra italica ovunque ci fosse una certa concentrazione di grano, e rubava farina che nessuno avrebbe mai considerato a rischio di furto. Quando il prezzo del grano lievitò fino a raggiungere i dieci sesterzi per una razione da sei giorni, la popolazione si ribellò sia nella capitale che nelle cittadine italiche di ogni dimensione. Ai cittadini più poveri furono distribuite gratuitamente razioni di grano, ma il divo Giulio aveva dimezzato il numero degli aventi diritto a centocinquanta persone introducendo un sistema per valutare il reddito. Ma questo, strepitava la gente, era successo quando la farina costava dieci sesterzi al modius, non quaranta! La lista di chi aveva diritto al sussidio doveva essere allargata a comprendere i cittadini che non potevano permettersi di pagare il quadruplo del vecchio prezzo. Quando il Senato rifiutò di accontentare la loro richiesta, la ribellione si fece più seria di quanto non lo fosse mai stata dai Saturnali.
Una strana situazione per Antonio, costretto a constatare di persona quanto fosse diventata critica la questione dei rifornimenti di grano e consapevole che solo lui e nessun altro, aveva dato a Sesto Pompeo la possibilità di continuare ad approfittarne, indisturbato.
Soffocando un sospiro, Antonio abbandonò del tutto l’idea di usare per se stesso i duecento talenti che aveva messo da parte per finanziare i propri piaceri e li usò invece per acquistare grano a sufficienza per sfamare altri centocinquantamila cittadini, guadagnandosi così l’immeritata adulazione dei capite censi. Da dove era arrivato quel colpo di fortuna? Nientemeno che da Pitodoro di Tralle. Antonio aveva offerto a quel plutocrate sua figlia Antonia Minore, sciatta, obesa e ritardata, in cambio di duecento talenti in contanti. Pitodoro, che era ancora nel fiore della giovinezza, aveva colto l’occasione al balzo, e pur lamentandosi come un vitellino che ha perso la mamma, Antonia Minore era stata spedita a Tralle da qualcosa che si chiamava marito. Piangendo come una vacca che ha perduto il vitellino, Antonia Ibrida si era messa d’impegno per far sapere a tutta Roma che cosa era successo a sua figlia.
«Che cosa spregevole!» gridò Ottaviano, quando incontrò il suo inimicus Antonio.
«Spregevole? Spregevole? Prima di tutto è mia figlia e posso darla in moglie a chi mi pare e piace!» ruggì Antonio, colto alla sprovvista da quella manifestazione di coraggio da parte di Ottaviano. «Secondo, con i soldi che ci ho guadagnato ho potuto sfamare il doppio dei cittadini per un mese e mezzo! E mi parli di ingratitudine?
Potrai criticarmi, Ottaviano, quando metterai al mondo una figlia capace di fare per i poveri tra i capite censi un decimo di quanto ha fatto la mia!» «Gerrae!» ribatté Ottaviano, sarcastico. «Finché non sei venuto a Roma e non hai constatato con i tuoi stessi occhi cosa stava succedendo avevi tutte le intenzioni di tenerti i soldi per pagare i tuoi conti sempre più esorbitanti! Quella povera ragazza non ha un briciolo di intelligenza per capire il destino che l’aspetta… avresti almeno potuto mandare con lei sua madre invece di lasciarla a Roma a piangere la sua partenza con chiunque fosse disposto ad ascoltarla!» «E da quando sei diventato sentimentale? Mentulam caco!» Mentre Ottaviano faceva una smorfia di disgusto a tale oscenità, Antonio se ne andò, furioso al punto che nemmeno Ottavia riuscì a blandirlo.
A questo punto entrò in scena Gneo Asinio Pollione, un console fatto e finito almeno in virtù del fatto che aveva ottenuto le insegne del comando e pronunciato il giuramento. Si era chiesto spesso che cosa avrebbe potuto fare per nobilitare due mesi di onorato servizio, e ora aveva la risposta: ricondurre Sesto Pompeo alla ragione. Una certa imparzialità gli diceva che quell’indegno figlio di un grande uomo aveva tuttavia una parte di ragione dalla sua; appena diciassettenne quando suo padre era stato assassinato in Egitto e non ancora ventenne quando suo fratello era morto dopo la battaglia di Munda, aveva dovuto assistere, impotente, mentre un Senato e un popolo vendicativi lo costringevano a vivere come un fuorilegge, rifiutando di offrirgli l’opportunità di ricostituire il patrimonio di famiglia. Tutto quello che occorreva per evitare quell’incresciosa situazione era un decreto senatoriale che gli permettesse di tornare in patria e di ereditare la posizione e le ricchezze di suo padre.
Ma la prima era stata deliberatamente infangata per dare maggior lustro alla reputazione dei suoi nemici, e la seconda era da lungo stata fagocitata da quel pozzo senza fondo che era la guerra civile.
Tuttavia, pensò Pollione, convocando Antonio, Ottaviano e Mecenate a una riunione in casa mia potrei fare un tentativo per far capire ai nostri triumviri che occorre fare qualcosa di positivo.
«Se non accadrà» disse di fronte a un bicchiere di vino annacquato nel suo studio, «non ci vorrà molto prima che tutti i presenti periscano per mano del popolo. Dal momento che la gente non ha la minima idea di come si governi, nascerà una nuova classe politica, fatta di uomini di cui non so immaginare nemmeno il nome e che assurgeranno alle vette del potere dagli strati più bassi della popolazione. Ebbene, non è così che desidero finisca la mia vita. Ciò che voglio è andare in pensione con la fronte cinta d’alloro a scrivere la storia di questi tempi turbolenti.» «Che bella conclusione» commentò Mecenate visto che i suoi due superiori rimanevano in silenzio.
«Che cosa vuoi dire esattamente, Pollione?» domandò Ottaviano dopo una lunga pausa. «Che dopo aver sopportato le sue irresponsabili ruberie per anni e aver visto le casse del Tesoro svuotate a causa delle sue attività, ora dovremmo fare marcia indietro e lodarlo? Dirgli che è tutto perdonato e che può tornare a casa? Bah!» «Suvvia» intervenne Antonio, con aria da statista, «è una affermazione un po’ dura, non credi? La tesi di Pollione secondo la quale Sesto non sarebbe completamente dalla parte del torto ha un po’ di ragione. Personalmente, ho sempre pensato che Sesto è stato trattato con troppa durezza, e da qui, Ottaviano, deriva la mia riluttanza a infierire sul ragazzo… giovane uomo, voglio dire.» «Sei un ipocrita!» urlò Ottaviano, più arrabbiato di quanto i presenti l’avessero mai visto. «È facile per te essere gentile e comprensivo, pigro e indolente come sei, che butti via i tuoi inverni nell’ozio e nella dissolutezza mentre io lotto per dare da mangiare a milioni di persone! E dov’è il denaro che mi serve per farlo? Ma certo, nei forzieri di quel ragazzo patetico, spiantato e incredibilmente maltrattato. Perché deve averne forzieri interi, a giudicare da quanto spreme i miei! E quando spreme me, Antonio, spreme Roma e l’Italia!» Mecenate tese una mano e la posò sulla spalla di Ottaviano; sembrava un gesto gentile, ma le sue dita artigliarono la carne di Ottaviano con tale ferocia che lui ammiccò e se le scrollò di dosso.
«Non vi ho chiesto di venire qui stasera ad ascoltare quelle che sono essenzialmente delle opinioni personali» affermò Pollione. «L’ho fatto per vedere se siamo in grado di trovare un modo per trattare con Pompeo che sia meno costoso di una guerra navale. La risposta è trattare, non combattere! E mi aspetto che tu, Ottaviano, sia il primo a rendertene conto.» «Farei prima a stipulare un trattato con Pacoro e a consegnargli tutto l’Oriente» replicò Ottaviano.
«A sentirti parlare così, si direbbe che non hai intenzione di arrivare a una soluzione» osservò Antonio.
«Certo che voglio una soluzione! L’unica soluzione possibile! E precisamente bruciare le sue navi fino all’ultima, giustiziare i suoi ammiragli, vendere come schiavi i suoi equipaggi e i suoi soldati e lasciarlo libero di emigrare nella Scizia!
Perché fino a quando non ammetteremo che questo è quello che dobbiamo fare, Sesto Pompeo continuerà ad affamare Roma e l’Italia secondo il proprio capriccio! Quel disgraziato non ha né mezzi né onore!» «Propongo, Pollione, di inviare un’ambasceria a Sesto invitandolo a un incontro con noi a… Puteoli? Sì, Puteoli sembra perfetto» disse Antonio, irradiando buona volontà.
«Sono d’accordo» accettò Ottaviano con una prontezza che sorprese tutti gli altri, persino Mecenate. Che il suo sfogo fosse stato calcolato e non spontaneo? Che cosa aveva in mente?
Qualche tempo dopo Pollione cambiò argomento, visto che Ottaviano aveva accettato senza obiettare l’idea di un incontro a Puteoli.
«Sarà compito tuo, Mecenate» disse Pollione. «Io ho intenzione di partire al più presto per il mio proconsolato in Macedonia. Il Senato può nominare un consul suffectus per il resto dell’anno. Un nundinum a Roma per me è più che sufficiente.» «Quante legioni desideri?» domandò Antonio, sollevato all’idea di discutere di qualcosa che si riferiva indiscutibilmente al suo campo d’azione.
«Sei dovrebbero bastare.» «Bene! Questo significa che a Ventidio posso darne undici da portare in Oriente.
Dovrà trattenere Pacoro e Labieno dove sono, per il momento.» Antonio sorrise. «Un buon vecchio mulattiere, Ventidio.» «Forse persino più di quanto tu creda» replicò secco Pollione.
«Ci crederò quando lo vedrò. Non ha esattamente brillato quando mio fratello era bloccato a Perusia.» «Nemmeno io, Antonio!» sbottò Pollione. «Forse la nostra inattività era dovuta a un certo triumviro che non rispondeva alle sue lettere.» Ottaviano si alzò. «Io me ne vado, se non vi dispiace. Mi è bastato sentir parlare di lettere per ricordare che ne ho un centinaio da scrivere. È in momenti come questo che vorrei avere la capacità del divo Giulio di dettare contemporaneamente a quattro segretari.» Usciti Ottaviano e Mecenate, Pollione lanciò ad Antonio uno sguardo truce.
«Il tuo problema, Marco, è che sei pigro e sciatto» gli disse caustico. «Se non porti il tuo podex fuori di qui al più presto e non fai qualcosa, potresti scoprire che è troppo tardi per fare qualunque cosa.» «Invece il tuo problema, Pollione, è che sei un pignolo piagnone.» «Planco brontola, ed è a capo di una fazione.» «E tu lascialo brontolare, ma a Efeso. Può andare a fare il governatore dell’Asia, e prima è, meglio è.» «E come la mettiamo con Enobarbo?» «Può continuare a governare la Bitinia.» «E i regni alleati? Deiotaro è morto e la Galazia è in rovina.» «Oh, non preoccuparti, ho qualche idea» disse Antonio, per nulla preoccupato. Poi sbadigliò. «Santi numi, come detesto Roma d’inverno!»