Capitolo 22
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La conquista dell’Illiria sarebbe dovuta durare tre anni, ma il primo, quello durante il quale Antonio avrebbe dovuto essere console anziano, fu il più duro, semplicemente perché ci volle un anno intero solo per capire come affrontare l’impresa nella pratica. Come per tutte le imprese di Ottaviano, anche questa fu meticolosamente organizzata, quanto lo permetteva una campagna militare. Il governatore della Gallia Cisalpina per la durata della campagna illirica, Caio Antistio il Vecchio, doveva affrontare le irrequiete tribù che abitavano la Valle dei Salassi alla frontiera nordoccidentale; sebbene distasse molte centinaia di miglia dall’Illiria, Ottaviano voleva che nessuna parte della Gallia Cisalpina fosse alla mercé delle tribù barbare e i Salassi erano un problema.
La campagna vera e propria fu suddivisa in tre teatri distinti; uno in mare, due sulla terra.
Riguadagnato il favore, Menodoro ottenne il comando della flotta adriatica; il suo compito era di pattugliare le isole al largo dell’Istria e della Dalmazia e di spazzare via i pirati liburni. A Statilio Tauro fu assegnato il comando del gruppo di legati che da Aquileia si spostavano a est passando per il passo del Monte Ocra verso la città di Emona e poi alle sorgenti del fiume Savus. Qui dimoravano i taurisci e i loro alleati che compivano continue razzie su Aquileia e Tergeste. Agrippa sarebbe penetrato a sud di Tergeste nelle terre dei dalmati e nella città di Senia; a quel punto Ottaviano avrebbe assunto personalmente il comando, si sarebbe diretto a est, avrebbe valicato le montagne e sarebbe sceso verso il fiume Colapis. Una volta raggiunto il fiume, avrebbe marciato su Siscia, alla confluenza del Colapis e del Savus. Era il territorio più selvaggio e sconosciuto.
La propaganda fu lanciata con largo anticipo rispetto alla campagna, perché la conquista dell’Illiria faceva parte del piano di Ottaviano per dimostrare alla popolazione dell’Italia e di Roma che lui e lui soltanto aveva a cuore la loro sicurezza almeno quanto il loro benessere. Una volta che la Gallia Cisalpina fosse stata liberata da ogni minaccia esterna, tutto l’arco dell’Italia contornato dalle Alpi sarebbe stato sicuro quanto il resto dello stivale.
Lasciato Mecenate a governare Roma sotto gli occhi indifferenti dei consoli, Ottaviano salpò da Ancona per Tergeste, dove proseguì a piedi per raggiungere le legioni di Agrippa in qualità di loro comandante in capo nominale. L’Illiria fu uno shock per lui; per quanto fosse abituato alle folte foreste, intuì che queste somigliavano più alle distese boscose della Germania piuttosto che a qualsiasi altra cosa potesse produrre l’Italia o un altro paese civilizzato. Umide, buie e fitte oltre ogni immaginazione, erano una distesa sconfinata di grossi alberi, a tal punto frondosi che sul terreno accidentato crescevano soltanto felci e funghi. Gli abitanti, gli Iapigi, cacciavano cervi, orsi, lupi, uro e linci, in parte per cibarsene, in parte per proteggere i loro patetici villaggi. Nelle rare radure dissodavano il terreno per coltivare miglio e spelta, dai quali ricavano un pane esangue. Le donne allevavano qualche gallina, ma la dieta era monotona e non particolarmente nutriente.
Il commercio, concentrato nell’unico emporio di Nauportus, si basava su pelli d’orso, pellicce e oro estratto da fiumi come il Corcoras e il Colapis.
Ottaviano trovò Agrippa ad Avendo, che si era arresa senza combattere alla vista delle legioni e della loro formidabile attrezzatura d’assedio.
Avendo sarebbe stata la loro ultima conquista pacifica; quando le legioni cominciarono ad attraversare le montagne di Capella, le foreste rivelarono contenere un sottobosco di arbusti e cespugli troppo fitto da penetrare senza aprirsi una strada a colpi d’ascia.
«Non c’è da sorprendersi» disse Ottaviano ad Agrippa, «che paesi molto più distanti dall’Italia siano stati conquistati mentre l’Illiria no. Credo che persino il mio divino padre sarebbe indietreggiato di fronte a questo luogo terribile.» Rabbrividì.
«Stiamo marciando, se posso usare questa espressione in senso ironico, rischiando di essere attaccati. Il sottobosco ci impedisce di riconoscere in anticipo il luogo di una possibile imboscata.» «Vero» confermò Agrippa, aspettando di sentire che cosa proponeva Cesare.
«Potrebbe servire se inviassimo qualche coorte più in alto sui rilievi ai nostri lati?
Potrebbero avere la possibilità di scorgere eventuali aggressori mentre attraversano una radura.» «Ottima tattica, Cesare» disse Agrippa soddisfatto.
Ottaviano sorrise. «Non pensavi che avessi questa dote, vero?» «Non ti ho mai sottovalutato, Cesare. Sei troppo pieno di sorprese.» Le coorti di avanscoperta intercettarono diverse imboscate; Terpo cadde, Metulum era più avanti. Si trattava dell’insediamento più grande della zona, con una roccaforte di legno ben difesa sulla sommità di una rupe alta duecento piedi. Le sue porte erano sprangate, gli abitanti pronti a difendersi.
«Credi di riuscire a conquistarla?» chiese Agrippa a Ottaviano.
«Non saprei, ma so che tu ce la puoi fare.» «No, perché non sarò qui. Tauro si trova di fronte a un dilemma, deve proseguire verso est, oppure dirigersi a nord, verso la Pannonia?» «Visto che Roma ha bisogno di pacificare sia l’est sia il nord, Agrippa, farai meglio a decidere per lui. Però mi mancherai.»
Ottaviano esaminò scrupolosamente Metulum e decise che la linea d’attacco migliore fosse di innalzare una montagnola dal fondovalle su su fino ai tronchi della recinzione in cima alla rupe. I legionari si misero a scavare allegramente, ammucchiando la terra sassosa fino all’altezza richiesta. Ma i metulani, che anni prima avevano requisito ad Aulo Gabinio macchine ed equipaggiamenti da assedio, utilizzarono prontamente le ottime zappe e vanghe romane per indebolire l’altura che, costellata di gallerie, crollò su se stessa. Ottaviano la fece innalzare di nuovo, ma stavolta non contro la rupe di Metulum. Ora stava su da sola, rinforzata su tutti i lati da robusti pali. Una seconda altura fu eretta accanto a essa. Capaci di trasformare tutto, i legionari cominciarono a costruire una struttura di legno tra la rupe della fortezza e i due cumuli romani; una volta raggiunta l’altezza delle mura, l’impalcatura avrebbe retto due ponti di assi da ciascun cumulo verso la fortezza.
Ognuno dei quattro accessi era largo abbastanza da far passare otto soldati in riga, e questo avrebbe dato grande forza di penetrazione all’assalto.
Agrippa tornò indietro appena in tempo per assistere all’attacco alle mura di Metulum, e fece il giro della struttura con aria pensierosa.
«Avaricum in scala ridotta e molto meno solido» disse.
Ottaviano assunse un’espressione sconvolta. «Ho sbagliato? Non era quello che ci serviva? Oh, Marco, non sprechiamo delle vite! Se non va bene, fallo abbattere!
Troverai tu un modo migliore.» «No, no, va bene» lo tranquillizzò Agrippa. «Avaricum era una città con mura di murus Gallicus e la piattaforma di tronchi del divo Giulio richiese un mese per essere costruita, anche da lui. Per Metulum basterà questa.»
Per Ottaviano molto dipendeva da questa campagna d’Illiria, al di là della sua importanza politica. Erano passati otto anni da Filippi, ma nonostante la campagna contro Sesto Pompeo, la gente ancora in segreto lo additava come un codardo, troppo vile per affrontare truppe nemiche. L’asma finalmente era scomparsa, e lui riteneva che difficilmente gli sarebbe tornata in un ambiente come quello, umido e boscoso.
Era convinto che il matrimonio con Livia Drusilla lo avesse guarito, perché ricordava che il medico egiziano del suo divino padre, Hapd’efan’e, aveva affermato che una felice vita domestica era la ricetta migliore per guarire.
Qui nell’Illiria doveva forgiarsi una nuova reputazione, quella di soldato coraggioso. Non di generale, ma di uno che combatte in prima linea con scudo e spada, come aveva spesso fatto il suo divino padre in numerose occasioni. Finora non gli era mai riuscito di trovare un’occasione per essere un soldato in prima linea.
Doveva trattarsi di un gesto spontaneo e drammatico, visibile a quanti combattevano accanto a lui, qualcosa di veramente notevole, degno di essere raccontato di legione in legione. Se fosse accaduto, si sarebbe liberato della fama di codardo che lo perseguitava da Filippi. Avrebbe potuto mostrare a tutti le sue cicatrici di battaglia.
La sua occasione venne quando fu lanciato l’attacco a Metulum, alle prime luci dell’alba del giorno successivo al ritorno di Agrippa. Decisi a liberarsi in ogni modo della presenza romana, i metulani, senza farsi vedere, erano riusciti a scavarsi una via di uscita dalla cittadella fin sotto l’impalcatura nel cuore della notte. Avevano segato i pali portanti, ma non del tutto; sarebbe stato il peso dei legionari ammassati sui ponti a causare il crollo.
Tre dei quattro ponti in effetti crollarono, facendo precipitare i soldati a dozzine nel fondovalle. Per pura fortuna, Ottaviano era nei pressi del quarto ponte ancora intatto. Quando le sue truppe fecero per ritirarsi, confuse, afferrò uno scudo, sguainò la spada e corse davanti a tutti fino a metà del ponte.
«Avanti, ragazzi!» gridò. «Cesare è qui, potete farcela anche voi!» La sua vista compì il miracolo; lanciando la loro invocazione di guerra a Mars Invictus, le truppe si lanciarono all’assalto lungo il ponte d’accesso, capeggiati da Ottaviano. Erano riusciti quasi a farcela, ma proprio sotto le mura, il ponte cedette con un boato assordante; Ottaviano e i soldati subito dietro di lui precipitarono nella vallata.
Non posso morire! ripeteva una parte della mente di Ottaviano, ma la sua mente era ancora lucida. Mentre cadeva dall’impalcatura, si aggrappò all’estremità di un montante spezzato e lo strinse abbastanza a lungo da individuarne un altro più in basso, e così la sua caduta procedette per stadi. Aveva un braccio slogato, le mani e gli avambracci infilzati di schegge e a un certo punto prese un terribile colpo al ginocchio destro, ma quando cadde sul terreno morbido di muschio coperto di legname era ancora vivo.
Molti uomini allarmati presero a rimuovere freneticamente i detriti, gridando ai compagni terrorizzati che Cesare era ferito ma non morto. Quando lo trassero fuori, tenendogli la gamba destra con la massima cautela, Agrippa arrivò pallido e trafelato.
Ottaviano guardò le facce riunite in cerchio sopra di sé cercando di mostrarsi forte e di non tradire quanto stesse soffrendo.
«Che cosa c’è?» domandò. «Che ci fai qui tu, Agrippa? Costruisci degli altri ponti e prendi questa maledetta piccola roccaforte!» Agrippa, che era al corrente degli incubi di Ottaviano sulla propria codardia, sogghignò. «Tipico!» ruggì. «Cesare è gravemente ferito, ma i nostri ordini sono di prendere Metulum! Avanti, ragazzi, ricominciamo da capo.» La battaglia per Ottaviano era terminata; fu caricato su una barella e portato alla tenda del chirurgo, straripante di feriti, al punto che molti erano sdraiati tutt’intorno a essa. Alcuni erano spaventosamente immobili, altri gemevano, ululavano, urlavano.
Quando i barellieri fecero per scavalcare gli altri feriti, in modo che Cesare ricevesse cure immediate, Ottaviano li bloccò.
«No!» esclamò. «Mettetemi in fila come gli altri. Aspetterò finché i medici riterranno opportuno curarmi.» E non ci fu modo di fargli cambiare idea.
Qualcuno gli fasciò saldamente il ginocchio, per bloccare l’emorragia, poi lui rimase sdraiato sulla barella, in attesa, mentre i soldati che avevano ancora la forza di strisciare fino a lui, cercavano di toccarlo come un portafortuna.
In ogni caso, quando venne il suo turno, non finì sotto i ferri di un assistente qualunque. Il capo chirurgo Publio Cornelio in persona si occupò del ginocchio, mentre un assistente gli sfilava le schegge dalle mani e dagli avambracci.
Quando la benda di emergenza fu rimossa, Cornelio sbuffò contrariato. «Una brutta ferita, Cesare» disse, tastando delicatamente. «Vi siete rotto la rotula, che si è frantumata e in alcuni punti ha forato la pelle. Per fortuna le schegge non hanno reciso nessun vaso principale, ma ci sono molte emorragie secondarie. Dovrò togliere tutti i frammenti, un lavoro doloroso.» «Procedi, Cornelio» ordinò Ottaviano con un sorriso, consapevole che tutti gli occupanti della vasta tenda lo osservavano e lo ascoltavano. «Se grido, tappami la bocca.» Non sapeva da dove traesse la forza di resistere all’ora successiva; mentre Cornelio curava il ginocchio, lui si teneva occupato parlando con gli altri feriti, scherzando con loro, senza dare a vedere niente della propria sofferenza. Anzi, a parte il dolore lancinante, fu un’esperienza affascinante. Quanti sono i comandanti che si preoccupano di entrare nella tenda dei feriti, per verificare che cosa può fare la guerra? si chiese. Ciò che ho visto oggi mi dà una ragione in più per cui, una volta divenuto indiscutibilmente primo uomo di Roma, farò tutto quanto in mio potere per evitare la guerra per la guerra, la guerra per garantirsi un trionfo una volta terminato un governo. Le mie legioni controlleranno, ma non invaderanno. Combatteranno soltanto in mancanza di altre valide alternative. Questi uomini hanno coraggio da vendere, e non si meritano di soffrire inutilmente. Il mio piano per conquistare Metulum era insufficiente, non ho tenuto conto che il nemico avesse abbastanza intelligenza da fare ciò che ha fatto. E questo fa di me uno sprovveduto. Ma uno sprovveduto fortunato. Siccome sono stato gravemente ferito a seguito della mia dabbenaggine, i soldati non coveranno risentimento per me.
«Devi fermarti qui e tornare a Roma» gli disse Agrippa dopo la capitolazione di Metulum.
I ponti d’accesso erano stati ricostruiti su un’impalcatura più robusta ed erano stati messi degli uomini a guardia dei pilastri, per impedire che minatori metulani ripetessero la loro impresa.
Il fatto che Cesare fosse rimasto ferito diede agli uomini nuovo slancio nella conquista della roccaforte, che fu rasa al suolo da un incendio, dopo che alcuni dei suoi abitanti si lasciarono prendere dal panico. Niente spoglie, niente prigionieri da vendere come schiavi.
«Temo tu abbia ragione» rispose Ottaviano con un filo di voce; il dolore era aumentato rispetto a subito dopo la caduta. Si avvinghiava alle coperte, gli occhi infossati nelle orbite. «Dovrai andare avanti senza di me, Agrippa.» Rise amaramente. «Non ci sono impedimenti per il successo, lo so! Anzi, farai di meglio.» «Non abbatterti così, te ne prego, Cesare.» Agrippa si accigliò. «Cornelio mi ha detto che il ginocchio sembra infiammato e mi ha chiesto di persuaderti a bere un po’ di sciroppo di papavero per alleviare il dolore.» «Quando sarò lontano dal distretto, forse, ma fino ad allora non posso. I semplici legionari non possono disporre dello sciroppo di papavero, e alcuni dei feriti soffrono molto più di me.» Ottaviano fece una smorfia, agitandosi sul lettino da campo. «Se voglio rimediare a Filippi, devo mantenere le apparenze.» «Solo se questo significa che sopravvivrai, Cesare.» «Oh, sopravvivrò eccome!»
Ci vollero cinque nundinae per trasportare Ottaviano in barella fino a Tergeste e altre tre per condurlo da qui a Roma via Ancona. Durante il viaggio un’infezione gli fece passare gli Appennini delirando, ma l’assistente chirurgo che lo aveva accompagnato, riuscì a incidere l’ascesso che si era formato e quando arrivò a casa, Ottaviano si sentiva già meglio.
Livia Drusilla lo ricoprì di lacrime e baci, poi gli disse che avrebbe dormito altrove finché non fosse stato del tutto fuori pericolo.
«No» obiettò lui con forza, «no! Ciò che mi ha sostenuto finora è stato il pensiero di giacere accanto a te sul nostro letto.» Lusingata quanto era preoccupata, Livia Drusilla acconsentì di dormire insieme a lui, a patto che una protezione di giunchi gli fosse posta sopra il ginocchio ferito.
«Cecilio Antifane saprà come curarti» disse.
«Io sputo su Cecilio Antifane!» brontolò Ottaviano con aria feroce. «Se ho imparato qualcosa durante questa campagna, mia cara, è che i chirurghi del nostro esercito sono infinitamente più bravi di qualunque medico greco presente a Roma.
Publio Cornelio mi ha regalato i servigi di Caio Licinio e sarà Caio Licinio che continuerà a curarmi, è chiaro?» «Sì, Cesare.» Che fosse per le cure di Caio Licinio, o per il fatto che a ventinove anni Ottaviano era molto più sano che a venti, una volta installato nel suo proprio letto con accanto Livia Drusilla, la guarigione fu molto rapida. La prima volta che provò a uscire e si avventurò fino al Foro Romano, zoppicava sostenendosi a due bastoni, ma due nundinae più tardi riusciva già a camminare con l’aiuto di un solo bastone che ben presto venne eliminato.
Il popolo lo acclamava festoso; nessuno, neppure i più fedeli senatori di Antonio, menzionò più Filippi. Il ginocchio (un punto molto comodo dove mostrare una brutta ferita, come scoperse in fretta) poteva essere mostrato ed esaminato, tra esclamazioni di raccapriccio e di stupore, ora che le bende non erano più necessarie. Persino le cicatrici sulle mani e sugli avambracci facevano impressione, visto che alcune schegge erano state grosse. Il suo eroismo era evidente.
Sulla scorta del suo recupero giunsero notizie di disordini sorti a Siscia, che Agrippa aveva raggiunto e conquistato. Lasciò Fufio Gemino a capo di una guarnigione, ma gli Iapigi attaccarono in forze. Ottaviano e Agrippa si misero in viaggio per aiutarlo, ma al loro arrivo scoprirono che Fufio Gemino era riuscito a sedare la ribellione anche senza di loro.
In questo modo, il primo dell’anno, i festeggiamenti poterono procedere come previsto: Ottaviano sarebbe diventato console anziano e Agrippa, sebbene consolare, prese l’incarico di edile curule.
Per certi versi quello sarebbe stato l’anno della maggior gloria di Agrippa, che diede l’avvio a una massiccia opera di ristrutturazione del sistema di acque e di fogne della città. Fu portata a termine la ricostruzione dell’Aqua Marcia e l’Aqua Julia aumentò la portata d’acqua verso il Quirinale e il Viminale, che fino allora avevano attinto principalmente dalle sorgenti. Un lavoro magnifico, certo, ma insignificante paragonato all’impresa affrontata da Agrippa nelle fogne romane. Tre corsi d’acqua sotterranei avevano reso realizzabile un sistema di gallerie ad arco: c’erano tre uscite, una appena sotto il trigarium del Tevere, dove il fiume era limpido e pulito da poterci fare il bagno, una al porto di Roma, e una, la più colossale, dove la Cloaca Maxima fuoriusciva su un lato del ponte di legno. Qui l’apertura (un tempo era stata la foce del fiume Spinone) era abbastanza grande da permettere l’ingresso di una barca a remi. Tutta Roma osservava ammirata le spedizioni di Agrippa con la sua barca a remi, per fare una mappa del sistema, controllare dove fossero necessari consolidamenti o riparazioni lungo le pareti. Agrippa promise che non ci sarebbero più state fuoriuscite dalle fogne quando padre Tevere inondava. Inoltre, disse quell’uomo straordinario, non aveva intenzione di abbandonare la soprintendenza alle acque e alle fogne una volta terminato il mandato; per tutta la vita Marco Agrippa si sarebbe appostato come un cane nero fuori dai cancelli delle società dell’acqua e delle fogne, che per troppo tempo avevano tiranneggiato su Roma. Soltanto Ottaviano riusciva a raggiungere metà della sua popolarità. Dopo aver domato le società dell’acqua e delle fogne, Agrippa scacciò dalla città tutti i maghi, profeti, indovini e ciarlatani. Rispolverò i pesi e le misure standard e costrinse tutti i venditori a rispettarli, poi passò agli impresari edili. Per un po’ cercò di fissare l’altezza massima delle insulae a cento piedi, ma ben presto si rese conto che era un’impresa che andava al di là persino delle forze di Marco Agrippa. Ciò che poteva fare, e che fece, fu di assicurarsi che gli attacchi alle tubature dell’acqua avessero le dimensioni corrette; basta con l’abbondanza di acqua per i sofisticati appartamenti sul Palatino e l’Esquilino.
«Quello che mi sconvolge di più» disse Livia Drusilla al marito, «è il modo in cui Agrippa riesce a fare tutto questo continuando nel frattempo la campagna d’Illiria!
Fino a quest’anno credevo che il lavoratore più infaticabile di Roma fossi tu, ma per quanto ti ami, Cesare, devo ammettere che Agrippa fa più di te.» Ottaviano l’abbracciò e la baciò sulla fronte. «Non mi offendo, meum mel, perché so che è vero. Se Agrippa avesse una moglie altrettanto cara, non dovrebbe lavorare tanto. E invece, cerca ogni scusa plausibile per stare lontano da Attica.» «Hai ragione» osservò lei rattristata. «Che cosa possiamo farci?» «Niente.» «L’unica soluzione è il divorzio.» «Deve deciderlo lui.»
E poi il mondo di Livia Drusilla venne ribaltato in una maniera che né lei né Ottaviano si sarebbero aspettati. Tiberio Claudio Nerone morì all’improvviso a soli cinquant’anni. Fu il suo assistente a scoprirne il cadavere ancora seduto alla scrivania. Il testamento, aperto da Ottaviano, lasciava tutta l’eredità al primogenito, Tiberio, ma non precisava come andassero sistemati i figli. Il giovane Tiberio aveva solo otto anni; suo fratello Druso, nato subito dopo che la madre aveva sposato Ottaviano, ne aveva appena compiuti cinque.
«Mia cara, credo che dovremo prenderli con noi» disse Ottaviano a una Livia Drusilla in preda allo shock.
«No, Cesare!» esclamò lei. «Sono stati allevati nell’odio verso di te! E non amano neanche me, a quanto ricordo, non li vedo mai. Oh, no, ti prego, non farmi questo.
Non farlo a te stesso!» Ebbene, Ottaviano non si era mai fatto illusioni circa Livia Drusilla; per quanto proclamasse il contrario, non aveva il minimo senso materno. I suoi figli avrebbero potuto anche non esistere, non pensava mai a loro e quando qualcuno le chiedeva con che frequenza andava a trovarli, tirava fuori l’ingiunzione di Nerone: non era persona gradita. A volte Ottaviano si chiedeva se davvero si sforzasse di restare incinta di lui, ma la sua sterilità non lo addolorava. E poi la fortuna gli aveva dato i figli di Livia Drusilla! Se la piccola Giulia non fosse riuscita ad avere figli, il suo nome sarebbe stato comunque tramandato dagli eredi.
«Faremo così» dichiarò in un tono che la moglie sapeva essere definitivo. «Quei poveri bambini non hanno nessuno a parte, ma, direi cugini di grado assai remoto. I
Claudi Neroni e i Livi Drusi non sono famiglie fortunate. Tu sei la madre di questi bambini, la gente si aspetta che li prendi con te.»
«Non voglio, Cesare.» «Lo so. Ma è già stato fatto. Li ho mandati a chiamare e dovrebbero arrivare tra poco. Burgundino sta preparando l’appartamento per loro, un salotto, due alcove, uno studio e un giardino privato. Credo che si tratti della suite del giovane Ortensio.
Domani assumerò personalmente un pedagogo per loro, mentre Burgundino andrà a casa di Nerone a prendere le loro cose. Sono sicuro che ci sono dei giocattoli dai quali non vogliono separarsi, oltre a vestiti e libri. Tuttavia non voglio prendere il loro attuale pedagogo, per quanto siano molto attaccati a lui. Voglio che smettano di detestarci ed è più facile riuscirci sotto l’egida di uno sconosciuto.» «Perché non puoi mandarli con Scribonia e la piccola Giulia?» «Perché quella è una casa di donne, una specie alla quale loro non sono abituati.
Nerone non aveva nessuna donna in casa, neppure una lavandaia» spiegò Ottaviano.
Si avvicinò alla moglie per baciarla, ma lei si sottrasse. «Non essere sciocca, mia cara, te ne prego. Accetta il tuo destino con la grazia che si addice alla moglie di Cesare.» La sua mente cercava freneticamente di comprendere il comportamento di lui. Che straordinaria generosità, da parte di Ottaviano, di prendersi a cuore la sorte dei suoi figli! Perché era evidente che fosse così. E poi, dato che lo amava, e consapevole che il suo futuro dipendeva da lui, scrollò le spalle, sorrise e lo baciò di propria iniziativa.
«Suppongo che non dovrò vederli troppo spesso» disse.
«Quel tanto che è giusto per una brava madre romana. Quando sono via da Roma, mi aspetto che tu prenda il mio posto con loro.»
I bambini arrivarono, scontrosi e con gli occhi asciutti, a dimostrazione che non avevano ancora versato una lacrima per la perdita del padre. Nessuno dei due ricordava la madre, nessuno dei due aveva mai visto il patrigno, neppure al Foro; Nerone li aveva tenuti relegati in casa sotto stretta sorveglianza.
Tiberio aveva occhi e capelli castani, pelle olivastra e lineamenti regolari; era alto per la sua età, ma terribilmente esile. Come se, pensò Ottaviano, non facesse abbastanza esercizio fisico. Druso era adorabile; se conquistò subito il cuore di Ottaviano fu per la sua somiglianza con la madre, anche se i suoi occhi erano più azzurri. Una zazzera di riccioli neri, una bocca carnosa, zigomi alti. Come Tiberio era alto e magro, ma Nerone non li faceva mai correre, perché mettessero un po’ di muscoli su quelle ossa?
«Mi spiace per la morte del vostro tata» disse Ottaviano serio, sforzandosi di apparire sincero.
«A me no» replicò Tiberio.
«Nemmeno a me» confermò Druso.
«Questa è vostra madre» disse Ottaviano, spiazzato.
I due bambini si inchinarono, gli occhi vigili.
A Tiberio queste due persone sembravano amichevoli e serene, del tutto diverse da come se le era immaginate dopo gli anni trascorsi a sentire il padre parlarne con profondo disprezzo. Se Nerone fosse stato gentile e disponibile, i suoi sentimenti sarebbero penetrati nell’animo di questo ragazzino; invece gli erano parsi irreali.
Dolorante dopo le feroci percosse, nascondendo sia le lacrime sia il senso di ingiustizia, tante volte Tiberio si era augurato dal profondo del cuore di poter essere liberato dalla tirannia di quel padre terribile, che beveva troppo vino e aveva dimenticato di essere stato un ragazzo pure lui. Ora la liberazione era giunta, anche se, nelle poche ore trascorse dalla scoperta del cadavere di Nerone, Tiberio aveva temuto di finire dalla padella nella brace. Ma Ottaviano gli parve molto simpatico, forse per la sua inconcepibile gentilezza e quei grandi e sereni occhi grigi.
«Avrete delle stanze per voi» stava dicendo Ottaviano con un sorriso, «e anche uno stupendo giardino dove giocare. Ovviamente dovrete studiare, ma voglio che abbiate anche molto tempo libero per scorrazzare. Quando sarete più grandi, vi porterò in viaggio con me, è importante che visitiate il mondo. Vi va?» «Sì» rispose Tiberio.
«Hai la faccia cadente» disse Livia Drusilla, attirandolo a sé. «Ti capita mai di sorridere, Tiberio?» «No» rispose lui, inebriato dal suo profumo dolce e conquistato dalle sue accoglienti rotondità. Premette la testa contro i suoi seni e chiuse gli occhi, per sentirla meglio e aspirarne l’aroma floreale.
Era il momento di Druso, che fissava Ottaviano a occhi sgranati, come se fosse un’enorme statua d’oro. Accovacciandosi alla sua altezza, Ottaviano gli accarezzò la guancia, sospirò e ricacciò indietro le lacrime. «Caro, piccolo Druso» disse, poi si inginocchiò per abbracciare il bambino. «Sii felice con noi.» «Tocca a me, Cesare» disse Livia Drusilla, senza lasciare Tiberio. «Vieni, Druso, fatti abbracciare.» Ma Druso, avvinghiato a Ottaviano in cerca di affetto, non volle andare da lei.
Durante la cena, i nuovi genitori, un po’ stupefatti ma estremamente sollevati, scoprirono in parte i motivi che avevano permesso ai due ragazzi di sopravvivere a Nerone senza essere contagiati dal suo odio. Le confidenze furono candide ma spaventose; la loro era stata un’infanzia di fredda, impersonale e non sempre sopportabile indifferenza. Il loro pedagogo era il meno costoso sulla piazza così i due bambini non sapevano leggere e scrivere molto bene. Sebbene non li picchiasse direttamente, costui aveva l’ordine di riferire le loro offese al padre, che era ben lieto di usare il bastone. Più era ubriaco, più crudeli erano le percosse. Non avevano neppure un giocattolo, cosa che fece salire le lacrime agli occhi di Ottaviano; lui era stato sommerso di giochi dalla madre premurosa, aveva avuto il meglio del meglio a casa di Filippo.
Uomo freddo e distaccato che molti definivano di ghiaccio, Ottaviano aveva un lato più morbido, che emergeva tutte le volte che si trovava in compagnia di bambini.
Quando era a Roma non passava giorno che non riuscisse a trovare un momento per andare a trovare la piccola Giulia, una incantevole bambina che ora aveva sei anni. E sebbene non avesse mai rimpianto la mancanza di eredi maschi, il farlo sarebbe stato non romano, anelava la compagnia dei bambini, caratteristica che condivideva con sua sorella, nella cui camera spesso andava a far visita lo zio Cesare, che era divertente, buffo, pieno di idee per giochi sempre nuovi. Ora, osservando i figliocci durante la cena, Ottaviano si ripeté ancora una volta quanto fosse fortunato. Era evidente che Tiberio sarebbe diventato di Livia Drusilla, che pareva aver dimenticato completamente il fastidio verso il primogenito. Ah, ma il caro, piccolo Druso! Noi abbiamo noi stessi, pensò Ottaviano, sentendosi scoppiare di felicità.
Persino la cena in sé fu un prodigio per i due bambini, che mangiarono voracemente, dimostrando così che Nerone aveva razionato loro sia la quantità sia la qualità del cibo. Mentre Livia Drusilla li esortava a non rimpinzarsi, Ottaviano li spronava ad assaggiare un po’ di questo e un po’ di quello. Per fortuna gli occhi erano già a mezz’asta prima dell’arrivo dei dolci; Ottaviano prese in braccio Druso, mentre Burgundino sollevava Tiberio e insieme li portarono nei loro letti, sistemandoli amorevolmente su materassi di piume sotto coltri di piume; l’inverno era ancora molto rigido.
«Allora, come ti senti moglie mia?» domandò Ottaviano a Livia Drusilla mentre si preparavano per andare a letto.
Lei gli strinse la mano. «Molto meglio, oh, davvero molto meglio! Mi vergogno di non essere andata a trovarli più spesso, ma non mi sarei mai immaginata che l’odio di Nerone per noi non contaminasse i suoi figli. Come li trattava male! Cesare, sono patrizi! Avrebbe avuto la possibilità di trasformarli nei nostri implacabili nemici e invece, che cosa ha fatto? Li ha maltrattati fino a farsi odiare da loro. Non si è preoccupato del loro benessere, li ha fatti morire di fame, li ha ignorati. Sono molto contenta che sia morto e che noi possiamo occuparci di loro come si deve.» «Domani dovrò celebrare il suo funerale.» Lei si posò la mano di lui sul petto. «Oh, caro, me n’ero scordata. Suppongo che dovranno partecipare anche Tiberio e Druso?» «Temo proprio di sì. Pronuncerò l’elogio funebre dai rostri.» «Mi chiedo se Ottavia abbia delle toghe nere da bambino.» Ottaviano ridacchiò. «Credo di sì. Manderò Burgundino a chiedere in giro, comunque. Se lei non le avesse a disposizione, le comprerò al Porticus Margaritaria.» Lei gli si strusciò addosso e lo baciò sulla guancia. «Devi avere la fortuna di Giulio, Cesare. Chi avrebbe mai previsto che i nostri ragazzi sarebbero stati maturi per essere colti da noi? Oggi abbiamo guadagnato due importanti alleati alla nostra causa.»
Il giorno dopo le esequie, Ottaviano portò i ragazzi a conoscere i cugini. Ottavia, che aveva partecipato al funerale, era ansiosa di accoglierli in seno alla famiglia.
Ormai prossimo ai sedici anni e ufficialmente alla virilità, Caio Scribonio Curione avrebbe dovuto lasciare gli alloggi dei bambini e diventare un contubernalis. Rosso di capelli e con le lentiggini, aspirava a diventare il cadetto di Marco Antonio, ma Antonio lo aveva rifiutato. Così sarebbe stato assegnato ad Agrippa. Il maggiore dei figli che Antonio aveva avuto da Fulvia, Antillo, aveva undici anni ed era già smanioso di intraprendere la carriera militare. Il secondogenito, Iullo, aveva otto anni.
Erano due bei ragazzini. Antillo aveva ereditato i capelli rossicci del padre, Iullo era più nero come sua madre. Soltanto in una casa come quella di Ottavia, avevano potuto crescere così bene, perché erano entrambi impetuosi, avventurosi e bellicosi.
La mano gentile ma ferma di Ottavia li teneva a bada facendoli restare, come diceva lei con una risata, «membri della gens humana».
Sua figlia Marcella, invece, aveva tredici anni, era già sviluppata e prometteva di diventare una bellezza. Mora come il padre, aveva un carattere ben definito, sensuale, altezzoso e imperioso. Marcello aveva undici anni ed era un bel bambino moro. Lui e il suo coetaneo, Antillo, non si potevano vedere e litigavano in continuazione; non c’era niente che Ottavia potesse fare per placarli, e così, tutte le volte che Cesare era a Roma, era chiamato per distribuire bacchettate sul palmo della mano. In privato Ottaviano considerava Marcello il più simpatico tra i due, perché aveva un temperamento calmo e una mente più brillante di Antillo. Cellina, la figlia minore di Ottavia avuta da Marcello Minore, aveva otto anni; capelli biondi, occhi azzurri, molto graziosa, mostrava una notevole somiglianza con la piccola Giulia, frequentatrice assidua della casa, siccome Ottavia e Scribonia erano buone amiche.
Antonia, cinque anni, aveva una chioma biondo chiaro e occhi verdi, non si poteva considerare una bellezza, però, visto che aveva preso il naso e il mento di Antonio.
Aveva un carattere orgoglioso e superbo e considerava al di sotto del proprio livello il suo fidanzamento con il figlio di Enobarbo, Lucio. Di sicuro, la si sentiva lamentarsi spesso, c’era qualche partito migliore. La più giovane di tutti, Tonilla, aveva capelli d’ebano e occhi d’ambra, anche se per fortuna i suoi lineamenti erano più Giuli che Antoni. Stava rivelando un carattere risoluto, intelligente e acceso.
Iullo e Cellina erano coetanei di Tiberio, mentre Antonia e Druso avrebbero compiuto sei anni entro breve.
Nonostante gli screzi e i complotti che potevano nascere tra questi bambini quando Ottavia non era presente, erano comunque tutti beneducati e allegri. Fu subito chiaro che Druso preferiva la piccola Tonilla alla smorfiosa Antonia; la prese sotto la propria ala e la monopolizzò. Per Tiberio le cose erano più difficili, perché si rivelò essere un bambino timido, introverso e insicuro. La più gentile dei Marcelli, Cellina, fece subito amicizia con lui, forse intuendo le sue insicurezze, mentre Iullo, dopo aver scoperto che Tiberio non sapeva niente né di cavalli, né di duelli con spade giocattolo, né della storia delle guerre di Roma, prese a guardarlo con un certo disprezzo.
«Credete che vi piacerà tornare a trovare zia Ottavia?» domandò Ottaviano mentre riaccompagnava a casa i ragazzi passando per il Foro Romano, dove fu salutato e fermato ogni pochi passi da qualcuno ansioso di ottenere un favore o di rivelargli un pettegolezzo politico. I ragazzi erano storditi, non solo da questo loro primo viaggio dentro la città, ma anche dal seguito di Ottaviano: dodici littori e una guardia germanica. Nonostante le diatribe e le dicerie contro Ottaviano che il loro padre aveva blaterato nel corso degli anni, quell’unica passeggiata insieme a Ottaviano, dovevano imparare a chiamarlo Cesare, dimostrò loro chiaramente che era molto più importante di Nerone.
Il loro nuovo pedagogo era un liberto, nipote di Burgundino, e si chiamava Caio Giulio Cimbrico. Come tutti i discendenti dei burgundi, tanto amati dal divo Giulio, era altissimo e muscoloso e aveva una faccia tonda e chiara col naso camuso e occhi azzurro pallido. Adesso stava con loro, indicava questo e quello, tutte le cose che reputava degne dell’attenzione di due bambini. In lui c’era molto di simpatico e niente di temibile. Non solo li avrebbe istruiti in classe, ma avrebbe dato loro anche esercizi da fare in giardino e, col tempo, li avrebbe addestrati nella pratica militare in modo che, al compimento dei dodici anni, avrebbero potuto partecipare alle esercitazioni di Campo Marzio non del tutto impreparati.
«Credete che vi piacerà tornare a trovare zia Ottavia?» domandò Ottaviano una seconda volta.
«Sì, Cesare» rispose Tiberio.
«Oh, sì!» esclamò Druso.
«E credete che Cimbrico vi piacerà?» «Sì» risposero in coro.
«Non farti sopraffare dalla timidezza, Tiberio. Una volta che ti sarai abituato alla tua nuova vita, vedrai che scomparirà.» Ottaviano rivolse un sorriso complice al figlioccio. «Iullo è un bullo, ma appena avrai messo un po’ di muscoli su quelle ossa, lo batterai come niente.» Un pensiero molto confortante; Tiberio alzò gli occhi verso Ottaviano e gli rivolse il suo primo sorriso.
«Per quanto riguarda te, giovanotto» proseguì Ottaviano rivolto a Druso, «non vedo traccia di timidezza. Hai fatto molto bene a preferire Tonilla ad Antonia, ma spero che in futuro troverai qualcosa in comune anche con Marcello, sebbene sia un po’ più grande di te.» Livia Drusilla accolse i bambini con un bacio e li mandò a studiare con Cimbrico.
«Cesare, mi è venuta una splendida idea!» esclamò non appena furono rimasti soli.
«E cioè?» domandò lui circospetto.
«Una ricompensa per Marco Agrippa! Anzi, due, per la precisione.» «Agrippa non ama le ricompense, mia cara.» «Sì, sì, lo so. Eppure dovrebbe riceverle, serviranno a tenerlo legato a te negli anni a venire.» «Lui si sentirà sempre legato, perché è un sentimento che viene da ciò che è.» «Sì! Non sarebbe fantastico per lui, se sposasse Marcella?» «Lei ha tredici anni, Livia Drusilla.» «Tredici più simili a trenta. Tra quattro anni ne avrà diciassette, e sarà abbastanza grande per sposarsi. Sono sempre meno le famiglie famose che rispettano l’antica usanza di tenere le figlie a casa fino ai diciott’anni.» «Ci penserò.» «E poi c’è la figlia di Agrippa, Vipsania. So che quando il vecchio Attico morirà, le sue fortune passeranno ad Attica, ma ho sentito dire che, nel caso Attica morisse, il testamento del padre stabilisce che passi tutto ad Agrippa» spiegò Livia Drusilla con enfasi. «Questo rende la bambina estremamente adatta e visto che l’eredità di Tiberio è insignificante, penso che dovrebbe sposare Vipsania.» «Lui ha solo otto anni e lei nemmeno tre.» «Ma santo cielo, Cesare, smettila di essere così testardo! So benissimo quanti anni hanno, ma cresceranno e saranno abbastanza grandi da potersi sposare prima che tu possa dire Alammelech!» «Alammelech?» chiese lui con un mezzo sorriso.
«È un fiume della Filistea.» «Lo so, ma non sapevo che lo sapessi anche tu.» «Oh, ma vai a buttarti nel Tevere!»
Mentre l’esistenza domestica diventava sempre più piacevole per Ottaviano, le sue gesta pubbliche e politiche non gli recavano frutti degni di essere colti. Per quanto venissero diffuse voci e mormorate calunnie contro Marco Antonio, gli agenti di Ottaviano non riuscivano a dissuadere quei settecento senatori dall’idea che Marco Antonio fosse l’uomo da seguire. Essi erano sinceramente convinti che sarebbe tornato presto a Roma; anzi, doveva farlo, se non altro per celebrare un trionfo per le sue vittorie in Armenia. Nelle sue lettere da Artaxata si vantava di aver raccolto un bottino sontuoso, da statue di oro massiccio alte sei cubiti a ceste di monete d’oro dei Parti e letteralmente centinaia di talenti in lapislazzuli e cristalli di rocca. Avrebbe portato con sé la XIX legione, e aveva già chiesto a Ottaviano che gli trovasse delle terre dove potessero stabilirsi.
Se l’influsso di Antonio si fosse limitato al Senato, avrebbe potuto essere superato, ma tutta la Prima e la Seconda classe, molte migliaia di individui impegnati in attività affaristiche di vario genere, erano conquistati dall’abilità, integrità e genio militare di Antonio. A peggiorare le cose, i tributi confluivano nel Tesoro dello stato in misura crescente, i publicani incaricati di raccogliere le tasse e i plutocrati di ogni genere ronzavano intorno alla Provincia d’Asia e alla Bitinia come api su fiori traboccanti di nettare e adesso sembrava che ci sarebbe stato un bottino immenso da aggiungere al Tesoro. La statua d’oro massiccio di Anaitis sarebbe stato l’omaggio di Antonio al tempio di Giove Ottimo Massimo, ma la maggior parte degli altri manufatti e dei gioielli sarebbero stati venduti. Il generale, i suoi legati, le sue legioni avrebbero ricevuto la parte loro spettante di diritto, ma il resto sarebbe finito nel Tesoro.
Sebbene fossero passati anni dall’ultima volta che Antonio si era trattenuto a Roma più a lungo di qualche giorno, e comunque la sua ultima visita risaliva a quattro anni prima, la sua popolarità continuava a permanere tra la gente che contava. A quelle persone interessava l’Illiria? Niente affatto. Non offriva la promessa di attività commerciali e ai pochi che abitavano a Roma e avevano ville in Campania ed Etruria non importava un bel niente se Aquileia fosse stata rasa al suolo o Mediolanum spazzata via.
L’unico risultato positivo ottenuto da Ottaviano era stato di far conoscere il nome di Cleopatra in tutta Italia, dai ceti più alti a quelli più infimi. Di lei tutti credevano il peggio; il problema era che nessuno riusciva a convincerli che fosse lei a controllare Antonio. Se l’inimicizia tra Ottaviano e Antonio non fosse stata così nota a tutti, Ottaviano forse sarebbe riuscito ad affermare le proprie accuse, ma quanti amavano Antonio scartavano le affermazioni di Ottaviano come parte di questa rivalità.
Poi Caio Cornelio Gallo giunse a Roma. Per quanto fosse amico di Ottaviano, questo poeta impoverito con un’indole bellicosa, aveva implorato il perdono di Ottaviano ed era partito per servire come legato di Antonio, perdendosi per un soffio la ritirata da Fraaspa. Era rimasto ad aspettare in Siria, mentre Antonio beveva, passando il tempo a comporre belle odi liriche nello stile di Pindaro e a scrivere a Ottaviano. Lamentando il fatto che la sua borsa non fosse più pesante di prima, era rimasto in Siria finché Antonio non si era liberato del suo vizio e aveva marciato sull’Armenia. Il suo odio per Cleopatra era tenace e appassionato; nessuno si rallegrò più di lui quando lei tornò in Egitto lasciando Antonio a procedere da solo.
All’epoca del suo colloquio con l’ex amico Ottaviano, Gallo aveva trentaquattro anni ed era estremamente attraente, ma con un che di crudele che era più un accidente fisionomico che un tratto del carattere. Le sue elegie Amores lo avevano già reso famoso ed egli era molto intimo di Virgilio, con il quale condivideva parecchi aspetti razziali; erano entrambi galli cisalpini. Egli quindi non era un Cornelio patrizio.
«Spero che tu possa prestarmi un po’ di denaro, Cesare» disse, accettando il calice di vino che gli offriva Ottaviano. Un mesto sorriso increspò gli angoli dei suoi splendidi occhi grigi. «Non sto elemosinando» spiegò. «È solo che ho speso ciò che avevo per pagarmi il viaggio da Alessandria a Roma. Volevo arrivare in fretta, sapendo che l’inverno rallenterà l’arrivo delle notizie di ciò che è accaduto ad Alessandria.» Ottaviano corrugò la fronte. «Alessandria? Che cosa ci facevi lì?» «Cercavo di ottenere la mia parte legittima delle spoglie armene da Antonio e quell’arpia di Cleopatra» scrollò le spalle. «Non ci sono riuscito. Né ce la farà nessun altro.» «Stando alle ultime notizie che ho ricevuto» disse Ottaviano, «Antonio era impegnato in un viaggio nel sud della Siria, e questo non c’entra niente con Cleopatra.» «Era un diversivo» disse Gallo torvo. «Scommetto che a Roma nessuno sa che Antonio ha portato ogni sesterzio delle spoglie armene ad Alessandria. Qui è stato organizzato un trionfo per la delizia dei cittadini di Alessandria, e della loro regina, assisa su un piedistallo dorato alla congiunzione del viale Reale con quello Canopico.» Fece un respiro e bevve avidamente. «Dopo il trionfo, Antonio ha dedicato ogni cosa a Serapide, la sua parte, quella dei suoi legati, quella delle legioni e quella del Tesoro. Inoltre Cleopatra si è rifiutata di pagare la quota per l’esercito, ma Antonio è riuscito a convincerla che le truppe dovevano essere pagate e in fretta.
Le persone come me sono considerate così infime da non essere state nemmeno invitate ai pubblici spettacoli.» «Per tutti gli dèi!» esclamò Ottaviano sottovoce, profondamente scioccato. «Ha avuto la temerarietà di dare via ciò che non andava ceduto?» «Eccome. Alla fine sono sicuro che l’esercito verrà pagato, ma il Tesoro no. Sono corso ad Alessandria dopo il trionfo, ma quando Antonio ha celebrato quelle che Dellio ha definito le Donazioni, ho avvertito una tale brama di tornare a Roma che sono partito senza essere stato ricompensato.» «Le Donazioni?» «Oh, una meravigliosa cerimonia nel nuovo ginnasio. Agendo con l’autorità di un rappresentante di Roma, Antonio ha pubblicamente proclamato Tolomeo Cesare re dei re e sovrano del mondo! Cleopatra è stata nominata regina dei re e i tre figli avuti da Antonio hanno ricevuto la gran parte dell’Africa, il regno dei Parti, l’Anatolia, la Tracia, la Grecia, la Macedonia e tutte le isole all’estremità orientale del Mare Nostrum. Incredibile, vero?» Ottaviano era seduto immobile, gli occhi sgranati, la bocca semiaperta. «Inaudito!» «Forse, ma del tutto vero. È un fatto, Cesare, un fatto!» «Antonio ha offerto qualche spiegazione ai suoi legati?»
«Sì, e piuttosto curiosa. Ciò che sa Dellio va al di là delle mie conoscenze, lui occupa una posizione privilegiata. Al resto di noi, tutti legati giovani, è stato detto che aveva giurato di dare le spoglie a Cleopatra e che ne andava del suo onore.» «E l’onore di Roma?» «Non era da nessuna parte.» Nell’ora successiva Ottaviano ottenne da Gallo il racconto circostanziato degli avvenimenti, fatto con l’occhio meticoloso di chi vede il mondo da poeta. Il livello del vino della brocca calò sensibilmente, ma Ottaviano non se la prese, né rimpianse l’esorbitante somma che avrebbe concesso a Gallo per aver ottenuto queste informazioni prima di chiunque altro a Roma. Un colpo da maestro! Quell’anno l’inverno era stato precoce e molto lungo; non c’era da meravigliarsi che fosse passato tutto quel tempo. Il trionfo e le Donazioni si erano svolte in dicembre; ora era aprile. In ogni caso, lo avverti Gallo, aveva ragione di credere che Dellio avesse scritto a Poplicola informandolo di tutte le novità almeno due mesi prima, inviando il messaggio con una nave che era sopravvissuta.
Alla fine restava solo un’ultima stranezza da chiarire. Ottaviano si sporse in avanti, i gomiti sulla scrivania, il mento posato sulle mani. «Tolomeo Cesare è stato proclamato superiore a sua madre?» «Lo chiamano Cesarione. Sì, esatto.» «Perché?» «Quella donna stravede per lui! A paragone, i figli che ha avuto da Antonio non contano niente. Tutto è per Cesarione.» «Lui è figlio del mio divino padre, Gallo?» «Senza ombra di dubbio» rispose Gallo deciso. «È l’immagine del divo Giulio in tutto e per tutto. Non sono abbastanza vecchio da aver conosciuto il divo Giulio da giovane, ma Cesarione è identico a come immagino fosse il divo Giulio alla sua età.» «Che sarebbe?» «Tredici anni. Ne compirà quattordici a giugno.» Ottaviano si rilassò. «E ancora un fanciullo, allora.» «Oh, niente affatto! È già avanti nella pubertà, Cesare: voce profonda e aspetto da uomo. A quanto so, ha un intelletto profondo quanto precoce. Secondo Dellio lui e sua madre hanno qualche spettacolare divergenza d’opinione.» «Ah!» Ottaviano si alzò in piedi e protese un braccio verso Gallo, poi gli strinse la mano con forza e calore. «Non so dirti quanto ti sia grato per il tuo zelo, così lascerò che sia qualcosa di più tangibile a parlare per me. Il prossimo nundinum va’ alla banca di Oppio e lì troverai un bel regalo. Inoltre, adesso che sono custode delle proprietà del mio figliastro, posso offrirti in affitto la casa di Nerone per i prossimi dieci anni a una cifra simbolica.» «E il servizio nell’Illiria?» domandò ansioso il poeta guerriero.
«Puoi starne certo. Il bottino non è molto corposo, ma c’è qualche bella scaramuccia.» La porta si richiuse alle spalle di Caio Cornelio Gallo che camminava a qualche metro dal selciato mentre si avviava verso la casa di Virgilio; Ottaviano rimase in piedi al centro dello studio, cercando di riordinare la miniera di informazioni in una sequenza che gli permettesse di valutarle nel modo appropriato. Il fatto che Antonio avesse commesso una sciocchezza simile lo lasciava sbigottito, e sarebbe rimasto sempre l’aspetto più sbalorditivo di tutta la faccenda. Sospettava che non sarebbe mai riuscito a scoprirne il perché. Un voto? Non aveva senso! Non avendo mai creduto fino in fondo alla sua stessa propaganda, Ottaviano non sapeva quasi che cosa fare.
Quasi. Forse l’arpìa aveva drogato Antonio, anche se fino a quel momento Ottaviano era sempre stato scettico circa l’esistenza di pozioni in grado di sconvolgere i più basilari principi esistenziali. E che cosa c’era di più fondamentale di Roma per un romano? Antonio aveva gettato il bottino di Roma in grembo a Cleopatra, senza all’apparenza considerare neppure se sarebbe stato in grado di persuaderla a pagare al suo esercito le percentuali che gli spettavano. Si era dovuto prostrare in ginocchio, prima che lei consentisse di pagare almeno i soldati semplici? Oh, Antonio, Antonio!
Come hai potuto? Che cosa dirà mia sorella? Che terribile insulto!
Tuttavia, una cosa era più importante di tutto il resto messo insieme: Tolomeo Cesare. Cesarione. Per qualche motivo Cleopatra diventava più comprensibile nella sua predilezione verso il primogenito. Era stato uno shock venire a sapere che il ragazzo era identico al padre, persino nello sviluppo precoce e nell’intelligenza. Non ancora quattordicenne, gli mancavano meno di cinque anni all’audacia, all’acume cesareo. Nessuno meglio di Ottaviano sapeva quale effetto poteva avere il sangue giulio. Lui stesso dopo tutto si era lanciato alla conquista del potere a diciotto anni. E ci era riuscito! Questo ragazzo aveva così tanti vantaggi, era già abituato a maneggiare il potere, era abbastanza determinato da scontrarsi con la madre, senza dubbio conosceva il latino alla perfezione come lei, e quindi era capace di ingannare Roma facendole credere di essere genuinamente romano.
Quando Ottaviano aprì la porta dello studio per andare a cercare Livia Drusilla, era sicuro delle proprie priorità. Da ragazza perspicace qual era, lei andò dritta al cuore della questione.
«Qualunque cosa tu faccia, Cesare, non puoi permettere che l’Italia o Roma metta gli occhi su questo ragazzo!» esclamò a mani giunte. «Lui annuncia guai.» «Sono d’accordo con te, ma come posso impedirlo?» «In tutti i modi possibili. Prima di tutto, tenendo Antonio in Oriente finché il tuo predominio a Roma non sia definitivamente consolidato. Perché se lui viene qui, si porterà dietro Cesarione. È una mossa logica. Se la madre è tanto attaccata al figlio, non si opporrà a restare in Egitto da sola. È suo figlio a essere re dei re. Oh, tutti i senatori e i cavalieri di Antonio resteranno esterrefatti alla vista del figlio naturale del divo Giulio! Il fatto che sia un meticcio e per giunta neppure cittadino romano non li fermerà, lo sai tu e lo so anch’io. Per questo devi fare in modo che Antonio rimanga in Oriente, a qualunque costo.» «Bene, il trionfo e le Donazioni di Alessandria sono un buon inizio. È stata una fortuna per me avere un testimone inattaccabile in Cornelio Gallo.» Lei lo guardò ansiosa. «Ma ti resterà leale? Due anni fa ti ha abbandonato in favore di Antonio.» «Colpa dell’ambizione e della povertà. È tornato indietro indignato e io l’ho pagato bene. Può occupare la casa di Nerone, un’altra ricompensa extra. Credo che sappia dove si trova il pane migliore.» «Ovviamente informerai il Senato.»
«Certo.» «E incaricherai Mecenate e i tuoi agenti di dire a tutta l’Italia ciò che ha fatto Antonio?» «Naturalmente. La mia macchina dei pettegolezzi ridurrà in polvere la regina Cleopatra.» «E il ragazzo? Esiste un modo per screditarlo?» «Oppio si reca spesso ad Alessandria. Il fatto che Cleopatra si rifiuti di riceverlo non è altrettanto risaputo. Gli farò scrivere un libello su Cesarione, in cui afferma che non somiglia affatto al mio divino padre.» «E che in realtà è il figlio di una schiava egiziana.» Lui rise. «Forse dovrei farlo scrivere a te.» «Lo farei, se fossi mai stata ad Alessandria.» Strinse le mani intorno al braccio di Ottaviano e lo scrollò. «Oh, Cesare, non abbiamo mai corso un pericolo cosi grande.» «Non tormentare la tua bella testolina, mia cara. Sono io il figlio del divo Cesare.
Non ce ne saranno altri.»
La notizia del trionfo e delle Donazioni scosse tutta Roma; inizialmente furono pochi a crederci, ma a poco a poco altri come Cornelio Gallo fecero ritorno di persona oppure inviarono lettere a lungo ritardate a causa dei mari invernali. Trecento dei senatori di Antonio lasciarono i suoi ranghi per assumere una posizione neutrale, mentre le invettive e le accuse scuotevano il Senato dalle fondamenta. Anche centinaia di cavalieri lo abbandonarono. Ma non abbastanza. Mai abbastanza.
Se Ottaviano avesse fatto di Antonio il bersaglio della propria campagna, avrebbe potuto ottenere una vittoria maggiore, ma era troppo scaltro. Lui mirava alla regina Cleopatra, perché aveva visto chiaramente qual era la strada da percorrere: se doveva scoppiare una guerra, come sembrava inevitabile, non sarebbe stata una guerra contro Marco Antonio. Sarebbe stata una guerra contro un nemico esterno: l’Egitto.
Si era augurato spesso di trovare una persona come Cleopatra, per annientare Antonio senza dare a vedere che il suo vero bersaglio fosse Antonio. Adesso, accettando le spoglie di Roma e costringendo Antonio a incoronare lei e i suoi figli sovrani del mondo, Cleopatra era perfetta per essere dichiarata nemica di Roma.
«Ma non basta» disse lui sconfortato ad Agrippa.
«Penso che sia il primo smottamento di quella che alla fine sarà una frana di tali proporzioni da annientare l’Egitto intero» lo consolò Agrippa. «Porta pazienza, Cesare! Ce la farai.»
Gneo Domizio Enobarbo e Caio Sosio arrivarono a Roma in giugno; entrambi sarebbero diventati consoli l’anno successivo, un vero colpo di fortuna per Antonio, al quale erano fedeli. Sebbene tutti sapessero che le elezioni erano truccate, entrambi i candidati sfoggiarono le loro tuniche appositamente sbiancate per andare in giro a sollecitare voti.
Il primo gesto di Enobarbo fu di leggere ad alta voce davanti al Senato una lettera di Marco Antonio, e lo fece a porte aperte, perché era essenziale che la maggior parte possibile dei frequentatori del Foro sentisse ciò che scriveva Antonio.
Considerato l’autore, era una lettera molto lunga e questo indusse Ottaviano (e altri, alcuni non necessariamente suoi simpatizzanti) a pensare che Antonio fosse stato aiutato. Ovviamente doveva essere letta per intero, il che significava che molti si sarebbero appisolati. Siccome Enobarbo in passato aveva sonnecchiato lui stesso e quindi era ben consapevole di questa tendenza, decise di correre ai ripari. Aveva letto la lettera diverse volte per conto suo e si era segnato i passaggi cruciali che dovevano essere ascoltati da persone ben sveglie. Per questo leggeva con voce monotona tutte le parti insignificanti (una grande pecca di questa lettera) tautologiche, e passava a un tono perentorio e squillante nei punti fondamentali, scotendo l’assemblea con la sua voce tonante e mantenendo un volume assordante fino al termine di ogni passaggio.
Poi tornava a leggere con intonazione monocorde, permettendo ai presenti di schiacciare un altro pisolino. Sia gli Antoni sia gli Ottaviani erano così grati a Enobarbo per questa sua tecnica, che quel giorno si guadagnò molti amici.
Ottaviano occupava il suo scranno d’avorio davanti al piedistallo dei magistrati curuli e cercava di tenersi sveglio, anche se, quando tutto il Senato dormicchiava, si abbandonava anche lui a qualche istante di riposo. L’edificio era piuttosto privo di ricambio d’aria, a meno che non soffiasse un forte vento dai lucernari che si aprivano in alto sulle pareti dell’aula, ma quel giorno era una giornata senza vento: era inizio estate. Tuttavia, restare sveglio non gli risultava difficile; aveva un piano in mente e il russare di sottofondo non gli impediva di riflettere. Trovò particolarmente interessante l’incipit della lettera destinata a diventare famosa.
«L’Oriente» scriveva Antonio (o Cleopatra?), «è fondamentalmente estraneo al mos maiorum romano, pertanto non può essere compreso dai romani. La nostra civiltà è la più avanzata del mondo; eleggiamo liberamente i magistrati che ci governano e per evitare che un magistrato possa iniziare a reputarsi indispensabile, la durata massima dell’incarico è di un anno. Soltanto nei momenti di grave pericolo interno ricorriamo a un governo più prolungato, dittatoriale, come in questo momento dove abbiamo tre, vi chiedo scusa, padri coscritti, due, triumviri a sorvegliare le attività di consoli, pretori, edili e questori, se non dei tribuni della plebe. Viviamo rispettando la legge, la cui applicazione è formale e imparziale…» Risolini di scherno si levarono da tutti gli scranni; Enobarbo attese che la confusione si placasse, poi riprese la lettura come se niente fosse.
«…e illuminata nelle sue pene. Non imprigioniamo per nessun crimine. Le offese minori sono regolate da ammende appropriate, quelle maggiori, fino al tradimento, con la confisca dei beni e l’esilio a una precisa distanza da Roma.» Enobarbo delineò accuratamente il sistema penale, i tipi di cittadini, la divisione del potere romano in esecutivo e legislativo, e il ruolo delle donne nella società romana.
«Padri coscritti, vi ho appena delineato il mos maiorum e in sostanza il modo romano di vedere il mondo» proseguì. «Immaginatevi dunque, se ci riuscite, un governatore romano con potere proconsolare, che scende in qualche provincia orientale, come la Cilicia, la Siria, o il Ponto. Egli presume che la provincia abbia una mentalità romana, e quando dispensa la giustizia o emana degli editti, pensa romano.
Ma, ruggì Enobarbo, l’Oriente non è romano! Non pensa romano! Per esempio, soltanto a Roma succede che i poveri vengano sfamati a spese dello stato. I poveri nell’Est sono visti come una seccatura, da lasciar morire di fame, se non possono comperarsi il pane. Uomini e donne vengono rinchiusi in orrende prigioni, a volte per offese che un romano considererebbe degne al massimo di una insignificante ammenda. Chi detiene il potere fa ciò che vuole, perché le leggi sono scarse e quando ci sono spesso vengono applicate in maniera diversa, a seconda dello status economico o sociale dell’accusato…» «Lo stesso succede a Roma!» esclamò Messala Corvino. «Marco Caco della Suburra paga un talento di ammenda per essersi vestito da donna e aver adescato i clienti fuori dalla Venus Erucina, mentre Lucio Cornelio Patrizio la passa liscia, e non solo!» Il Senato fu scosso dalle risate; Enobarbo attese, incapace di reprimere il proprio divertimento.
«Le esecuzioni sono normali. Le donne non hanno né cittadinanza né denaro. Non possono ereditare e ciò che guadagnano va messo a nome del marito. Non possono divorziare, mentre gli uomini sì. Le cariche ufficiali possono essere assegnate per elezione, ma più sovente sono distribuite per sorteggio e, ancora più spesso, per diritto di nascita. Le tasse vengono riscosse in maniera molto diversa da Roma e ogni luogo ha il suo sistema di riscossione preferito.» Ottaviano sentì cadere le palpebre; era evidente che Antonio (o Cleopatra) intendeva scendere nei dettagli. La quantità di gente che russava aumentò ed Enobarbo cominciò a cantilenare.
«Roma non può dettar legge in Oriente!» tuonò Enobarbo. «Il governo deve passare per i re clienti! Che cosa è meglio, padri coscritti? Un governatore romano che applica la legge romana a gente che non la capisce, muove guerre che non recano benefici alle popolazioni locali e arricchisce se stesso, oppure un re cliente che applica leggi capite dal suo popolo e che non ha nessun diritto di andare in guerra?
Ciò che Roma vuole dall’Oriente sono i tributi, puri e semplici. Più volte è stato dimostrato senza ombra di dubbio che è più facile ottenere tributi per mezzo di un recliente che con un governatore romano. I re clienti sanno come spremere la loro gente, i re clienti non provocano ribellioni.» Altra cantilena; Ottaviano sbadigliò, gli occhi acquosi, e decise di fare qualche esercizio mentale pensando a come macchiare la reputazione della regina Cleopatra.
Era assorbito in tali riflessioni quando Enobarbo ricominciò a tuonare.
«È idiota cercare di installare guarnigioni in Oriente con truppe romane! Esse si naturalizzano, padri coscritti! Guardate che cosa è successo alle quattro legioni di Gabiniani lasciati a guardia di Alessandria in nome del suo re, Tolomeo Auleto!
Quando il defunto Marco Calpurnio Bibulo le richiamò in servizio in Siria, esse rifiutarono di ubbidire. I suoi due figli maggiori, protetti soltanto dai littori, provarono a insistere. Con il risultato che i Gabiniani li uccisero, i figli di un governatore romano! La regina Cleopatra si è comportata in modo esemplare, facendo giustiziare i colpevoli e rimandando in Siria tutte e quattro le legioni…» «Sai che roba!» esclamò Mecenate sprezzante. «Quattro legioni hanno un totale di duecentoquaranta centurioni. Come ha già indicato Marco Antonio, i centurioni sono gli ufficiali delle legioni. Si dice che il divo Giulio piangesse la morte di un centurione ma non quella di un legato. E Cleopatra che cosa ha fatto? Ebbene, ha fatto saltare le teste dei dieci centurioni più incompetenti, ma le altre duecentotrenta non sono mai state inviate in Siria! Se le è tenute in Egitto per rinforzare il proprio esercito!» «È una menzogna» gridò Poplicola. «Ritira quello che hai detto, pallone impomatato!» «Ordine» ammonì Ottaviano con voce severa.
L’aula tornò in silenzio.
«Alcuni luoghi sono romanizzati o ellenizzati abbastanza da accettare il governo diretto di Roma e da essere sorvegliati da truppe romane. Sono la Macedonia, compresa la Grecia e la zona costiera della Tracia, la Bitinia e la Provincia d’Asia.
Nessun altro. Nessun altro. La Cilicia non ha mai funzionato come provincia, né la Siria è stata tale da Pompeo Magno. Ma noi non abbiamo provato a incorporare in province luoghi come la Cappadocia o la Galazia, né dovremmo farlo! Quando il Ponto era governato come parte della Bitinia, gestirlo era un gioco da ragazzi. Quante volte durante il suo incarico, un governatore di Bitinia si recava nel Ponto? Una, due al massimo!» Eccoci, pensò Ottaviano drizzandosi a sedere. Stiamo per ascoltare le giustificazioni di Antonio per le proprie azioni.
«Non voglio scusarmi per le mie disposizioni in Oriente» disse Enobarbo come portavoce di Antonio, «perché sono disposizioni giuste. Ho riconsegnato nelle mani di nuovi re clienti alcuni degli ex possedimenti diretti di Roma e ho rinforzato il potere dei re clienti che avevano sempre regnato. Prima di terminare il mio attuale Triumvirato, voglio completare la mia opera, cedendo tutta l’Anatolia, con eccezione della Provincia d’Asia e della Bitinia, a re clienti, insieme anche all’Asia siriana.
Saranno governate da uomini capaci di comprovata integrità ed estremamente fedeli a Roma, loro sovrana.» Enobarbo fece un profondo respiro, poi proseguì. «L’Egitto» disse con una pausa a effetto, «è appannaggio di Roma più di qualsiasi altro regno orientale. Con questo intendo che è cugino stretto di Roma, troppo intrecciato al destino di Roma per rappresentare un pericolo. L’Egitto non ha esercito permanente, e non ha velleità di conquista. I territori da me ceduti all’Egitto in nome di Roma sono meglio governati dall’Egitto, visto che tutti in passato sono appartenuti per secoli all’Egitto. Finché il re Tolomeo Cesare e la regina Cleopatra saranno impegnati a introdurre governi stabili in quei luoghi, non verseranno alcun tributo a Roma, ma i tributi ricominceranno ad affluire di sicuro in futuro.» «Che consolazione» osservò Messala Corvino.
E adesso la perorazione, pensò Ottaviano. Sarà breve, una richiesta. Enobarbo sa leggere bene, ma una lettera non può sostituire un discorso fatto di persona.
Soprattutto da un oratore abile come Antonio.
«Tutto ciò che Roma vuole dall’Oriente» tuonò Enobarbo, «sono commerci e tributi. E io assicurerò entrambi.» Tornò a sedersi tra gli applausi e le esclamazioni di giubilo, anche se i trecento che avevano abbandonato Antonio dopo il trionfo e le Donazioni di Alessandria non manifestarono alcuna partecipazione. Antonio li aveva definitivamente persi con l’ultima parte della sua lettera, che tutti gli autentici romani giudicavano come prova dell’influenza esercitata su di lui da Cleopatra. Non ci voleva molta immaginazione per dedurre che ciò che restava dell’Anatolia e dell’Asia siriana sarebbe finito nelle mani di quel meraviglioso appannaggio, quel cugino intimo, l’Egitto.
Ottaviano si alzò, gettandosi con la mano sinistra il lembo della toga sopra la spalla sinistra, e si spostò fino a intercettare il raggio di sole che filtrava da una piccola apertura nel tetto. Esso colpì la sua chioma, facendola brillare, e man mano che si spostava, Ottaviano lo seguiva. Nessuno a parte Agrippa sapeva che era stato lui stesso a ordinare di praticare quel foro.
«Che documento stupefacente» disse dopo aver espletato i saluti di rito. «Marco Antonio, favolosa autorità in Oriente! Un indigeno, verrebbe da dire. E in sostanza potrebbe anche essere così, visto quanto gli piace stare sdraiato su divani a ingoiare acini, solidi e liquidi, guardare danzatrici succintamente vestite e in genere seguire tutto ciò che è egiziano. Ma forse potrei sbagliarmi, perché io non sono un’autorità in Oriente. Hmm, vediamo… Quanti anni sono passati da Filippi, battaglia dopo la quale Antonio partì per l’Oriente? Nove anni, più o meno… Da allora ha compiuto tre brevi viaggi in Italia, durante due dei quali ha toccato anche Roma. Soltanto una volta rimase a Roma per un periodo di tempo più lungo. È successo quattro anni fa, dopo Tarentum, ve ne ricorderete di sicuro anche voi, padri coscritti! Durante il viaggio di ritorno in Oriente, abbandonò mia sorella, sua moglie, a Corcira. Lei era incinta, ma toccò al buon Caio Fonteio fare in modo che tornasse a casa. Molto bene, nove anni rendono davvero Marco Antonio un esperto dell’Oriente, devo riconoscerlo. Per quattro anni ha mantenuto la moglie romana a casa mentre teneva la sua altra moglie, la Regina delle Bestie, tanto vicina a sé da non riuscire a esistere a lungo senza di lei. Lei occupa un posto privilegiato nella schiera di re clienti di Antonio, perché se non altro ha dimostrato forza e determinazione. Suvvia, non posso dire altrettanto degli altri re clienti, una penosa combriccola. Aminta l’impiegato, Tarcondimoto il brigante, Erode il crudele, il genero di Antonio, Pitodoro il viscido greco, Cleone il brigante, Polemone il sicofante, Archelao Sisene il figlio della sua amante. Oh, potrei andare avanti all’infinito!» «Vedi di andartene e basta invece, Ottaviano!» esclamò Poplicola.
«Cesare! Io sono Cesare! Si, proprio una penosa combriccola. È vero che hanno cominciato ad affluire i tributi almeno dalla Provincia d’Asia, dalla Bitinia e dalla Siria romana, ma dov’è il tributo dei patetici re clienti di Antonio? In particolare quella gemma preziosa, la Regina delle Bestie? Viene da pensare che preferisca spendere il suo denaro in pozioni da somministrare ad Antonio, perché non riesco a immaginare che Antonio in possesso di tutte le sue facoltà cederebbe le spoglie di Roma come dono all’Egitto. Né che darebbe il mondo intero al figlio della Regina delle Bestie e un patetico schiavo.» Nessuno intervenne; Ottaviano fece una pausa, si collocò sotto la luce e aspettò paziente un’osservazione che non venne. Avanti, allora, doveva parlare delle legioni e offrire la propria soluzione al problema della «naturalizzazione», far ruotare da una provincia all’altra le legioni in servizio nelle guarnigioni.
«Non voglio trasformare questa giornata in una vera e propria tortura, cari colleghi senatori, quindi concluderò dicendo che se le legioni di Marco Antonio, le sue legioni!, si sono naturalizzate, perché si aspetta da me che trovi loro terre dove stabilirsi qui in Italia? Mi verrebbe da pensare che sarebbero più felici se Antonio trovasse loro delle terre in Siria. Oppure in Egitto, dove lui sembra intenzionato a stabilirsi definitivamente.» Per la prima volta da quando aveva fatto il suo ingresso in Senato dieci anni prima, Ottaviano fu sommerso da un applauso scrosciante; persino alcuni dei quattrocento fedelissimi di Antonio batterono le mani, mentre i suoi simpatizzanti e i trecento neutrali si alzarono in piedi per acclamarlo. E nessuno, neppure Enobarbo, osò fischiare o criticarlo. Sarebbe stato troppo rischioso.
Uscì dall’aula a braccetto con Caio Fonteio, che era diventato suffect consul alle calende di maggio; aveva rimesso la sua carica di console il secondo giorno di gennaio, come aveva fatto Antonio l’anno precedente. Ci sarebbero stati altri suffect consulae, ma Fonteio avrebbe mantenuto l’incarico fino al termine dell’anno, come segnale onorifico. Il consolato si era trasformato in un dono del Triumvirato.
Come se avesse letto nel pensiero di Ottaviano, Fonteio sospirò e disse: «È un peccato che ogni anno ci siano così tanti consoli di questi tempi. Te lo vedi Cicerone che abdica per lasciare il suo posto a un altro?».
«Oppure il divo Giulio, tanto per restare in tema» concordò Ottaviano con un sogghigno. «Sono d’accordo, nonostante la mia stessa abdicazione. Ma permettere a un numero sempre maggiore di persone di diventare consoli distoglie l’attenzione da un Triumvirato a lungo termine.» «Se non altro non ti potranno accusare di essere avido di potere.» «Finché resterò triumviro, avrò il potere.» «Che cosa farai quando il Triumvirato si concluderà?» «Cosa che avverrà alla fine di quest’anno. Ecco, farò qualcosa che non credo Antonio farà, smetterò di usare il titolo e sposterò la mia sedia curule in prima fila.
La mia auctoritas e dignitas sono così inattaccabili che non soffrirò per la mancanza del titolo.» Lanciò un’occhiata sorniona a Fonteio. «Dove sei diretto?» «Andrò a trovare Ottavia» rispose disinvolto Fonteio.
«Allora ti accompagno, se non ti dispiace.» «Ne sono lusingato, Cesare.» Il loro cammino nel Foro fu rallentato dalla solita folla di Ottaviano, ma quando egli fece cenno ai ventiquattro littori che lui e Fonteio dovevano procedere a tutti i costi, le guardie del corpo germaniche serrarono i ranghi davanti e dietro e la camminata proseguì a passo più rapido.
Mentre oltrepassavano la sede del Rex Sacrorum sulla Velia, Caio Fonteio parlò di nuovo. «Cesare, pensi che Antonio farà mai ritorno a Roma?» «Tu pensa a Ottavia» rispose Ottaviano, ben consapevole dei sentimenti di Fonteio per la sorella.
«Sì, lo faccio, ma non è soltanto lei. Non si rende conto che sta perdendo sempre più terreno? Ho saputo che alcuni senatori si sono sentiti male fisicamente alla notizia del trionfo e delle Donazioni di Alessandria.» «Non è più l’Antonio di un tempo, tutto qui.» «Credi davvero a ciò che dici circa l’influenza che Cleopatra esercita su di lui?» «Ti confesso che era cominciata come montatura politica, ma è stato come se il desiderio fosse padre del pensiero. È difficile accettare il suo comportamento, se si esclude una profonda influenza da parte di Cleopatra. Ma ti assicuro che non riesco a capire da dove derivi tale ascendente. Sono un pragmatico e tendo a scartare stratagemmi come droghe e simili.» Sorrise. «Tuttavia, siccome non sono un’autorità in Oriente, forse simili pozioni esistono per davvero.» «Tutto è cominciato durante il suo ultimo viaggio, se non prima» disse Fonteio.
«Una notte tempestosa a Corcira si è confidato con me, la sua solitudine, il suo disorientamento, la sua convinzione di non avere più la fortuna dalla sua. Credo che Cleopatra fosse nei suoi pensieri già da allora, ma non in maniera pericolosa.» Sbuffò sprezzante. «Un bel capolavoro, quella regina d’Egitto! Non mi è mai piaciuta. Ma del resto nemmeno io le sono mai andato a genio. I romani la chiamano arpìa, ma secondo me è più simile a una sirena, ha una voce estremamente suadente. Irretisce i sensi, induce le persone a credere a tutto ciò che dice.» «Interessante» disse Ottaviano pensieroso. «Sai che sono state coniate delle monete con la loro effige su entrambe le facce?» «Insieme?» «Sì, insieme.» «Allora è del tutto perduto.» «Lo penso anch’io. Ma come faccio a convincere quei senatori svampiti? Ho bisogno di prove, Fonteio, mi servono prove!»