38.
Cosa c’è di male nel ricevere un piccolo aiuto?
Quando Leonard, molti anni prima, era tornato a casa a Southport dopo aver abbandonato il Marlborough College, era arrivata la seconda batosta, e in realtà avrebbe dovuto trovarlo preparato. L’aveva vista arrivare. Ma la freddezza della madre lo aveva già segnato in modo irreparabile. Diceva mai una parola che lo riguardasse? No, era sempre presa da se stessa e dalla sua muta sofferenza. Paradossalmente sembrava che nel periodo più difficile della sua vita avesse perso la capacità di parlare di questioni serie, e la cosa peggiore di tutte era che pretendeva che lui stesse al gioco.
Doveva lamentarsi dei prezzi nei negozi, della carenza di generi alimentari, della fatica che la cura della casa comportava, e a volte anche della pessima situazione economica. Ma su tutto ciò che era veramente importante, o doloroso, doveva tacere. Qualsiasi accenno al fatto che anche lui soffriva la induceva a spremersi le meningi per cercare di cambiare argomento. Che ventaccio si è levato sul mare! Puoi lavarli tu i piatti, oggi? Mi sa che zia Vicky vuole tornare a trovarci!
Leonard protestava di rado. Più che altro, sognava una persona che potesse liberarlo e rendere la sua vita sopportabile, e probabilmente non esisteva candidato più adatto di Vicky. Ma Vicky irradiava un’energia, una capacità di prendere in mano ogni situazione che lo faceva sentire debole, fallito, così, invece di chiamare lì l’unica persona che avrebbe potuto dargli la sensazione di essere a casa, studiava piani di fuga. Il sogno di andarsene divenne la sua droga e la sua speranza. Parto, scappo, pensava di continuo, e alla fine non ce la fece più. Era autunno. La guerra era finita. I laburisti erano andati al potere. Sul Giappone erano state sganciate le bombe atomiche e la madre si era chiusa a chiave in camera. Se fosse stato un po’ più lucido, Leonard avrebbe capito che era malata. Il blocco psicologico era così profondo che si era lasciata il mondo alle spalle e si era ritirata in una realtà alternativa, dove rimaneva in attesa di qualcosa di grande e sconvolgente. Sii in ordine per quando verrà l’ora, era capace di dire, creando un’atmosfera folle dalla quale lui era convinto di poter essere contagiato. Spesso lo invadeva un’ira furibonda che lo portava a domandarsi: E io, allora? E io?
Non ne sarebbe mai andato fiero – gli succedeva per pochissime cose – ma non aveva resistito, quando aveva sentito i gemiti quasi di piacere della madre chiusa nella sua camera. Era stata una reazione fisica, o almeno così avrebbe sostenuto in seguito, un senso di soffocamento, l’odore aspro della pazzia lo stava avvelenando. Quella sera aveva buttato un po’ di indumenti e libri e una bottiglia di sherry in uno dei vecchi bauli del padre. Ancora non toccava alcol, ma voleva che il suo distacco fosse interpretato non come un atto di disperazione ma come il primo passo nella vita adulta.
Quando aveva visto la torre dell’orologio in Lord Street, a Manchester, era stato percorso da una scossa e aveva avvertito un senso crescente di ebbrezza, non solo per via dello sherry. Aveva tutto il mondo davanti a sé. Era indipendente, libero, e quella sensazione era durata per ore, finché non aveva vomitato a un angolo di Portland Street e i sensi di colpa e la nausea si erano mescolati a tutto il resto. La città era stata lacerata dalle bombe e si mostrava coperta di rovine. Una foschia fatta di ghiaia e carbone polverizzati si stendeva sopra le strade, e se non avesse saputo che l’Inghilterra aveva vinto la guerra non ci avrebbe creduto. A causa del razionamento dell’energia elettrica, non c’era più quasi nessuno in giro a quell’ora e dappertutto regnava l’apatia. Era come se Leonard continuasse a imbattersi nella sua stessa disperazione.
In quel periodo, un senso di sventura riempiva la sua vita. Abitava in ostelli o in centri di raccolta e spesso pativa la fame. Soffriva. Si vergognava. Come aveva potuto abbandonare sua madre? A salvarlo fu molto probabilmente un manifesto marroncino in Newton Street, o forse salvarlo è un po’ troppo. In ogni caso, quel manifesto era stato l’inizio di una certa apparenza di ordine. Possibilità di carriera nella polizia per uomini e donne con coraggio e carattere. Così c’era scritto. Le parole non lo avevano attratto più di tanto, ma qualcosa era scattato. Gli succedeva spesso. Un accenno a una professione qualsiasi poteva farlo sognare, fargli immaginare grandi cose.
Si era presentato, ed erano bastate poche formalità, un breve colloquio, la compilazione di un modulo. Dopo qualche giorno, prima ancora che se ne rendesse conto, lo avevano caricato su un pullman e portato a Warrington per tredici settimane di addestramento. Leonard aveva affrontato la faccenda come un gioco, una sorta di scappatella. Ma il tempo passava, e quella che avrebbe dovuto essere solo una parentesi stava diventando una vita, qualcosa di regolare.
In Cedar Street, non lontano dai locali dell’Esercito della Salvezza, si era procurato un piccolo appartamento che puzzava di gas e di muffa ed era totalmente privo di arredi e di tappezzeria. E in quell’appartamento aveva rivisto Vicky. Era successo in un giorno di primavera del 1947, anche se al di là della finestra nera di fuliggine avrebbe potuto esserci una stagione qualsiasi. Allora, Leonard aveva ventun anni. In una fotografia, in cui per la prima volta esibiva l’uniforme e il ridicolo elmetto, appariva disperato e denutrito. Avrebbe potuto essere un uomo di trentacinque anni appena tornato da una guerra, tuttavia lui vedeva lo stesso ragazzo di sempre, le poche volte che si guardava allo specchio. Non poteva immaginare cosa avrebbe visto qualcun altro dopo tutto quel tempo. Quando aveva sentito bussare alla porta, era steso sul letto, vestito di tutto punto.
«Leonard! Leonard! Ci sei? Per l’amor di Dio, apri!» gridava una donna là fuori, e lui riconosceva la voce, ma non riusciva a collocarla. Non aveva capito nemmeno quando la donna aveva gridato: «Sono Vicky, Leonard! Sono io, ti ho cercato dappertutto!»
Controvoglia, ancora confuso, era andato alla porta trascinando i piedi. Aveva aperto, e aveva fatto un balzo come davanti a un fantasma. Ma non era colpa di Vicky. Non era invecchiata. Era la solita zia, vivace, con i capelli corti, un prodigio di classe e dignità rispetto a tutte le persone a pezzi che gli era capitato d’incontrare. Lo aveva spaventato l’espressione che lei aveva assunto osservandolo.
«Leo, Leo, sei veramente tu? Come ti sei ridotto... E perché non hai più dato tue notizie? Se solo sapessi...» aveva mormorato Vicky, così sconvolta che Leonard non riusciva a comprendere. Lei allora gli aveva spiegato che l’aveva cercato dappertutto. Aveva parlato con tutti quelli che le erano venuti in mente e alla fine si era rivolta alla polizia di Manchester e grazie alla sua tenacia, o alla sua disperazione, era venuta a sapere che non c’era nessun Leonard Corell morto o ferito ma c’era un cadetto con quel nome. Cadetto, aveva ripetuto lei. E aveva aggiunto: Non può essere il mio Leo, assolutamente. Però era andata alla stazione di polizia di Newton Street ed era riuscita ad avere l’indirizzo. Così lo aveva ritrovato. Leonard non ne era entusiasta. Perché Vicky doveva preoccuparsi per lui a quel modo?
«Me la cavo benissimo da solo» aveva detto, ed era stato a quel punto che lei aveva perso la pazienza.
«Smettila! Perché mai dovresti cavartela da solo? Tu hai una famiglia, Leo. Tu hai me, io ti ho cercato dappertutto. Ho messo sottosopra l’intera Inghilterra. Ero preoccupata, credevo... Non guardarmi così! Pensi che sia qui per farti la predica? Volevo solo accertarmi che stessi bene. Che fossi vivo. Non lo capisci?»
«Lasciami in pace. Vattene.»
«Neanche per sogno! Dio santo, si può sapere cos’hai? Tua madre è malata, ma siamo riusciti a farla ricoverare in un istituto a Blackpool. Perciò non essere arrabbiato con me, e smettila immediatamente di punire te stesso, per l’amor di Dio!»
«Non lo sto facendo.»
«Guarda solo come sei ridotto!»
«Piantala!»
«Cosa c’è di male nel ricevere un piccolo aiuto?» aveva detto lei. «Proprio non capisci che sono stata seduta nel mio dannato appartamento a Londra per giorni e giorni sperando solo di poterti aiutare? Anch’io sono triste, Leo. Sono terribilmente triste per quello che è successo a James e a tutti voi, non dormo la notte. Sai quante volte ho cercato di venire da voi? Ogni singola volta mi è stato impedito, eppure mi vergogno come una ladra di non essere venuta lo stesso, e non sopporto l’idea che tu possa diventare come tuo padre. Non la sopporto proprio.»
«Non ho intenzione di togliermi la vita, se è questo che ti preoccupa.»
«No, tu non devi farlo. Non devi» aveva detto lei, completamente fuori di sé, e forse era stato allora, o forse più tardi, che i loro sguardi si erano incontrati in un istante di perfetto accordo.
Vicky aveva avuto bisogno di tempo per sgonfiare l’orgoglio di Leonard, ma dopo quell’incontro avevano ripreso a vedersi, di rado, e ancora più di rado lui aveva accettato di essere aiutato. Denaro, cene, vestiti. Ma ciò che lei avrebbe voluto dargli più di ogni altra cosa, ossia la possibilità di completare gli studi e di procurarsi una nuova occasione, lui lo rifiutò sempre. Testardamente continuava a rimanere nella polizia, forse proprio per punire se stesso, o perché non se la sentiva di rischiare. Era un idiota, molto semplicemente. E sembrava rendersene conto sempre di più. Ma un cambiamento sarebbe arrivato, di questo cercava di convincersi lì sull’automobile.
*
Un velo di nebbia si stendeva sulle strade e sui campi, e ormai non incontravano più molti altri veicoli. A un certo punto un uccello svolazzò davanti al parabrezza. Farley frenò bruscamente, e una fitta di dolore gli trafisse la schiena. Ma passò presto. Erano rimasti in silenzio per un po’, anche se lui avrebbe voluto continuare a parlare con Corell, perché gli piaceva, e perché non riusciva a liberarsi della sensazione di essersi lasciato sfuggire qualcosa, una circostanza, un dettaglio che avrebbe posto l’intera faccenda sotto una luce diversa.
«La storia di Alan sembra essere diventata una questione personale, per te» disse.
«Sì. Be’... forse.»
«Hai parlato con tua zia dell’indagine?»
«Perché me lo chiedi?»
«Mi sono fatto l’idea che sia una donna molto intelligente ed energica.»
«Può essere.»
«E pensavo... ma forse è troppo personale.»
«Chiedi pure.»
«Questo tuo coinvolgimento...»
«Sì?»
«È collegato in qualche modo al fatto che tua zia è omosessuale?»
«Lei è...?» disse Corell.
Poi si accasciò, senza lasciar intuire con una parola o con un gesto cosa stesse pensando. Si congelò in un sorriso che poteva significare qualsiasi cosa.
«Io ho sempre...» disse poi.
«Cosa?»
«Ho sempre...» ripeté, ma non andò oltre.
*
Il seguito avrebbe dovuto essere detestato gli omosessuali, ma Corell non riuscì a pronunciarlo, e non riuscì ad aggiungere altro. Un fiume di pensieri e di ricordi gli stava attraversando la mente: il corpo magro e rigido di Vicky che si appoggiava al bastone con la testa d’argento, i vivaci occhi castani che lo fissavano e la bocca che sorrideva beffarda, lei che gli rimboccava le coperte alla sera e gli serviva la colazione alla mattina. Quanta nostalgia! Guardava fuori dal finestrino, felice per ogni metro percorso perché lo portava più vicino a lei; più e più volte aveva pensato a come avrebbe raccontato a Vicky ciò che era successo a Cambridge, ma adesso... no. Era un errore, un’accusa senza alcun fondamento. Ne era certo.
Ma lo era davvero? Vicky pesava sempre le parole con tanta cura, avendo riguardo per la sua fragile autostima, facendo attenzione a non ferirlo, se si escludeva la conversazione su Turing... Corell era irritato, e si difendeva da quel pensiero come da una spaventosa minaccia, cercando argomenti a sfavore, qualsiasi cosa – la femminilità di Vicky, il suo amore per i bambini –, ma no, non serviva a nulla. Avrebbe dovuto capirlo molto prima. Quello che aveva detto Farley era vero. Mentre la nebbia si addensava sempre di più là fuori, tutti i pezzi del puzzle andavano al loro posto: le visite di Rose, l’assenza di uomini, i bruschi commenti su di loro e l’appassionata difesa degli omosessuali. Quelli che sono diversi di solito pensano in modo diverso.
Provò a cancellare tutto e a fantasticare invece di macchine meravigliose nate da strutture logiche, ma ottenne solo che i pensieri diventassero grotteschi. Ron e Greg fecero ritorno, Vicky e Rose si offrirono alla sua vista in posizioni orrende, Alan Turing gli si presentò con la schiuma intorno alla bocca in un letto stretto, da ragazzi, e gli tornò in mente la lettera: Era questo che la mia vita era destinata a diventare? Uno spettacolo per nasconderne un altro? Tutto era solo menzogna.
«Dannazione!»
«Prego?»
«No, niente.»
Non era mai niente. Ma Corell si sentiva tradito, e furibondo. Come aveva potuto, Vicky? L’automobile pareva stringersi intorno a lui. Pensò che aveva perduto non solo ciò a cui aveva anelato per tutto il pomeriggio ma anche l’unica persona sulla faccia della terra che gli volesse bene, e avrebbe voluto tirare un pugno al finestrino, ma rimase immobile cercando di controllare il respiro.
*
A causa della nebbia Farley guidava a velocità ridotta, per cui si avvicinarono a Knutsford che era già notte. Per lungo tempo non si erano detti granché. Farley, che aveva intuito il motivo del silenzio di Corell, si era scusato in tutti i modi per la propria goffaggine, ma Corell non sembrava voler tornare sull’argomento, e allora Farley si era messo a raccontare aneddoti fino ad arrivare a un passo da quei segreti militari, cosa che davvero non era da lui. Tanta era l’abitudine a tacere, che a volte mentiva anche se non era necessario. Diceva a sua moglie che era andato in Scozia mentre invece era andato a Stoccolma. Altri si vantavano senza limiti di ciò che avevano fatto in tempo di guerra. Quelli di Bletchley Park non potevano dire una sola parola, ma ormai era diventato parte del loro essere. La necessità di nascondere aveva tolto a Farley la spontaneità, e solo in rarissime occasioni, come ora che si trovava in compagnia di quel giovane poliziotto che di nuovo sembrava stare molto male, gli tornava la voglia di raccontare. Avrebbe voluto essere sincero per una volta, dire che l’idea di scavare nel passato di Alan era valida. C’era una vera storia sepolta lì, dietro tutto quel fumo. Alan aveva contribuito ad abbreviare la guerra, forse quanto lo stesso Churchill, e quelli che rivestivano posizioni di responsabilità l’avevano sorvegliato come stormi di falchi. Ma naturalmente non disse nulla.
«Credi che sia sveglia?»
«Vicky è una nottambula.»
*
La finestra della stanza al piano di sopra, dove Vicky era solita ritirarsi a leggere, era illuminata. Per il resto, la proprietà appariva stranamente immersa nel buio e minacciosa. Ci volle un po’ prima che Corell capisse che il lampione del giardino era rotto e che la nebbia, che conferiva un aspetto così spettrale alla via, avvolgeva anche la casa. Per la prima volta ebbe un’impressione di abbandono. Sembrava che ogni cosa al di là del cancello avesse visto tempi migliori e ora aspettasse solo di andare in rovina. Corell immaginò Vicky lassù, sovrana solitaria di un castello dimenticato e malsano. In una delle sue fantasticherie agrodolci si vide cacciato da quella casa, e costretto a vagabondare nella pallida luce dell’alba. Scese a fatica dall’automobile, e quando si raddrizzò sentì ondeggiare il marciapiede.
Barcollò ma riuscì a mantenere l’equilibrio, e insieme a Farley si avviò verso la porta. Una certa indifferenza si era impadronita di lui, ma nell’avvicinarsi alla casa fu oppresso dal silenzio. Quel genere di silenzio che prelude a qualcosa di doloroso, di esplosivo; tese l’orecchio per cogliere altri rumori che non fossero gli scricchiolii prodotti dai loro passi. In lontananza si sentiva il brontolio sempre più debole di un’automobile. Un animaletto fece frusciare un cespuglio. Suonare il campanello a quell’ora gli sembrava brutto, e si voltò verso Farley. Doveva chiedergli di accompagnarlo al suo appartamento, invece? Alla fine si decise e suonò, e subito arrivarono dall’interno un rumore di passi e il picchiettare del bastone sul pavimento. Corell avrebbe ricordato molte volte il rumore delle chiavi e l’attesa brevissima che gli sembrò invece così lunga e sgradevole prima che Vicky comparisse sulla porta. C’era qualcosa di strano nel suo viso, sembrava scossa. I suoi occhi di solito vivaci erano fissi e spaventati.
«Povero caro... Povero caro... Cos’è successo?»
«È stato aggredito e percosso» rispose Farley.
«Gesù santo. Ma perché?»
«È una storia lunga, ma devo riconoscere che parte della responsabilità è mia.»
«Cosa? Aggredito? È assolutamente pazzesco. Ma non state lì fuori. Entrate, su, tutti e due. Mio caro ragazzo, adesso mi occuperò io di te!» disse, e poi rivolgendosi a Farley aggiunse: «Forse sono fuori strada, ma è davvero lei?»
«In che senso?»
«Lo storico della letteratura, Farley. La sua conferenza su Yeats, lo scorso autunno, è stata adorabile. Ho anche il suo libro... ma cosa stava dicendo? Che lei ha... Mio Dio... non capisco. Non ci capisco niente.»
«Cercherò di spiegarle...»
«Lo credo! Santo cielo, Leo, devi andare subito a letto. Se davvero ha qualche responsabilità in tutto questo, Mr Farley, allora mi dia subito una mano. Non resti lì impalato. Mio Dio, cos’ha la sua schiena? Leo... Leo, perché non dici niente?»
«Credo che sia sotto shock» rispose Farley, e allora Corell sentì di voler dire qualcosa, ma lasciò perdere.
Come un bambino immusonito, rivolgeva a Vicky solo occhiatacce; era disposto a darle ragione soltanto sul fatto che voleva andare a letto, al piano di sopra, e lentamente cominciò a salire le scale, barcollando, con la testa che gli scoppiava. Arrivato in camera, si stese e chiuse gli occhi. Voleva fuggire, rifugiarsi nei suoi mondi interiori, nella dolcezza che tanto spesso aveva trovato compatendosi, ma si accorse con un certo fastidio che Vicky gli stava slacciando le scarpe. Poi gli accarezzò i capelli.
«Vuoi qualcosa?»
«No, niente.»
«Dobbiamo chiamare un dottore.»
«No» sibilò lui.
«Sei ammattito, Leo? Santo cielo, cosa sta succedendo?» disse Vicky, rivolgendosi a Farley che l’aveva seguita di sopra, e allora Corell aprì gli occhi.
Guardò Vicky. Era sconvolta e lui avrebbe dovuto urlarle qualcosa. Voleva che soffrisse anche lei, come lui, che provasse cosa significa essere stati traditi e avere capito che nessuna parola era vera e che tutto era solo menzogna e falsità, ma non si risolveva a urlare. La collera gli divampava nel petto e ogni muscolo del suo corpo si stava contraendo. Eppure nulla era totalmente privo di ambiguità.
Sentimenti opposti sembravano bloccarsi a vicenda e con una certa lucidità si chiese se potesse essere giusto attaccare Vicky proprio mentre lo stava accudendo con tanta premura. Sarebbe stato come ripagare una carezza con un ceffone. Vicky non aveva cattive intenzioni. Era solo... chiuse gli occhi e immaginò macchine capaci di fingere, e ricordò tutte le volte che Vicky l’aveva aiutato, e da qualche parte dentro di sé capì che forse gli omosessuali non gli piacevano e che però non sarebbe mai riuscito a disprezzare Vicky. Poteva anche essere che coltivasse una perversione, ma rimaneva la cosa più preziosa, così, in mancanza d’altro, Corell dichiarò senza mezzi termini che aveva voglia di una birra, preferibilmente una mild ale, e di un bicchierone di sherry.