27.
Julius Pippard si guardò allo specchio in bagno e sorrise. Davvero non diventava meno attraente con gli anni, dagli occhi trasparivano ancora la sua intelligenza e il suo carattere forte. Certo, aveva anche lui i suoi difetti. Si irritava facilmente, si innervosiva, ma era capace di controllare i sentimenti. Era una delle chiavi del suo successo, no? Benché avesse mantenuto il domicilio a Cambridge e il legame con il Trinity College, la sua posizione al Gchq, il Government Communications Headquarters a Celtenham, era vitale per lui, e gli procurava la sensazione che il suo lavoro fosse importante, e non come poteva esserlo un trattato, un’azienda o un’università, ma nel senso di proteggere l’Inghilterra.
Pippard era entrato a far parte del Gchq, ex Government Code and Cypher School, ex Room 40, dislocato a Bletchley Park, nell’imminenza della guerra. Forse non era esattamente un Alan Turing, ma le traduzioni e le analisi del materiale criptato che svolgeva nella baracca 4 erano comunque di grande utilità e gli avevano fatto ottenere rapidamente un ruolo che gli calzava a pennello nell’importante sistema di controllo. Con il suo fiuto per le debolezze umane, scopriva rischi e pericoli dove altri non vedevano assolutamente nulla; prima che qualcuno si interessasse sul serio alle carenze caratteriali come possibile motivo di predisposizione alle perversioni sessuali, lui ne aveva già intuito l’importanza, diventando il re senza scettro della disciplina.
Dopo la fine della guerra aveva continuato a occuparsi della valutazione dell’affidabilità dei collaboratori – che con l’avvento della guerra fredda era diventata ancora più significativa – fino a quando gli era stato assegnato un incarico di responsabilità nell’ambito del progetto Venona relativo alle comunicazioni sovietiche a doppia criptazione. Il progetto era stato varato nel 1943 per volontà di Carter W. Clarke, direttore dei servizi d’informazione militari degli Stati Uniti, che a buon diritto non si fidava molto di Stalin – anche se Stalin a quell’epoca era un alleato. Il primo cifrario era stato violato nel dicembre del 1946, e in breve gli americani si erano resi conto che i russi avevano spiato i loro tentativi di realizzazione della bomba atomica a Los Alamos. Pippard non era ancora stato coinvolto, ma aveva trovato pochi vaghi accenni al progetto Venona sul Times – un modo non consueto di essere messo al corrente delle novità – e aveva fatto un balzo sulla sedia. Tuttavia né lui né altri del Gchq avevano preso la storia troppo sul serio. Eppure era qualcosa di grosso, forse la faccenda più grossa mai capitata. Pippard lo aveva capito poco dopo, quando il Gchq era stato incaricato di occuparsene e lui stesso era entrato nell’esclusiva cerchia di specialisti con potere decisionale che contribuivano a individuare chi dovesse essere iniziato al segreto. Dio solo sa se era sotto pressione. Se c’era un settore nel quale non ci si poteva permettere il minimo azzardo, era quello.
Nelle comunicazioni sovietiche ricorrevano dei nomi in codice che si supponeva corrispondessero a spie inglesi e americane che avevano lasciato trapelare informazioni anche sulla bomba atomica. C’erano Antenna e Liberal, in realtà una sola persona, identificata quando un incauto ufficiale del Kgb si era lasciato sfuggire che la moglie della persona in questione si chiamava Ethel, come Ethel Rosenberg, il che aveva portato alla cattura della donna e del marito Julius. E c’erano Charles e Rest – la spia Klaus Fuchs – e molti altri, come Pers, che non era ancora stato identificato, e Homer, o Gomer, a seconda della trascrizione dell’alfabeto cirillico. Durante la guerra, la spia che si nascondeva sotto quel nome in codice aveva inviato sei telegrammi al Kgb dall’ambasciata britannica a Washington e Pippard aveva cercato in tutti i modi di scoprire chi potesse essere. Lui e i colleghi avevano ricostruito il puzzle pezzo dopo pezzo. Seduti davanti ai loro elenchi di nomi continuavano a domandarsi: Può trattarsi di questo? Può trattarsi di quest’altro? Così – avrebbe mai potuto scordarlo? – erano riusciti ad accerchiare il colpevole, che alla fine era risultato essere niente meno che Donald Maclean, l’illustre diplomatico figlio del famoso politico liberale che portava lo stesso nome.
Avevano passato l’informazione all’Mi6, anche perché non avrebbero potuto fare diversamente, ma quegli idioti... Pippard non voleva neppure pensarci. L’Mi6 si era comportato in modo incredibilmente maldestro. Maclean era fuggito, insieme a Burgess, imbarcandosi su un traghetto e poi raggiungendo l’Unione Sovietica in automobile, e in quell’occasione Pippard si era convinto che il vero lavoro di intelligence lo facessero loro a Cheltenham. Chi aveva scovato Maclean e distrutto la sua rete?
Quel dannato branco di individui d’alto bordo dell’Mi6 era sicuramente infestato di spie o, se definirlo infestato era magari eccessivo, era comunque intaccato, altra spiegazione non poteva esserci considerate tutte le falle. E non prendevano nemmeno chissà quali provvedimenti al riguardo, anzi credevano che ci si potesse fidare di qualcuno solo perché veniva da Eton o da Oxford. Pippard era orgoglioso di aver spesso trascurato di informare l’Mi6. D’accordo, anche il Gchq aveva fatto degli errori. Ma lui non ne aveva colpa! Per esempio, aveva voluto impiegare la macchina di Manchester nel lavoro di decriptazione e perciò aveva contattato Alan Turing. Pippard era contrario. Sapeva da tempo che era omosessuale e libertino. Una sgualdrina al maschile, molto semplicemente.
«Non possiamo coinvolgerlo! Sappiamo come lavorano i russi!» aveva spiegato.
Ma aveva perso ai voti. Turing era ancora considerato un oracolo. E, effettivamente, era stato importante durante la guerra, ma le sue conoscenze non erano più indispensabili. Inoltre non aveva il necessario rispetto per i superiori e per le procedure, e feriva la gente con la sua franchezza – ed era brillante solo se il lavoro lo stimolava. Pippard lo aveva fatto notare, ma nessuno gli aveva dato ascolto, non allora. Solo in seguito era stato dimostrato che aveva ragione. Come il più delle volte. Turing era stato beccato, e la cosa ovviamente aveva destato grande allarme. Ma nemmeno allora avevano voluto dargli il benservito. Il vecchio Oscar Farley, quel rammollito, lo aveva difeso cocciutamente.
«Dobbiamo mettere alla porta Alan dopo tutto quello che ha fatto per noi?»
Come se Turing non avesse dato prove sufficienti della sua mancanza di giudizio e come se non ci fossero state chiare direttive sull’allontanamento degli omosessuali dall’organizzazione. I più, ovviamente, in linea di principio concordavano con Pippard. Ma c’era chi faceva notare che Turing era un caso speciale e ricordava questo e quest’altro e raccontava un’infinità di storie romanzate su Bletchley Park. A quel punto Pippard aveva urlato: «Volete che ci trascini tutti quanti alla rovina?» E, anche se di malavoglia, era stata presa la decisione di tagliare i ponti con Turing. Pippard, che non si tirava mai indietro di fronte a un incarico sgradevole, si era offerto di occuparsene, ma gli era stato preferito Oscar Farley. Bisognava trattare Turing con i guanti fino all’ultimo. E probabilmente Farley non era stato abbastanza chiaro. Così Turing aveva continuato a concedersi quei viaggi scabrosi in giro per l’Europa. Ma perché, in nome di Dio, non gli si proibiva di lasciare il paese, e perché non venivano considerate le sue vecchie avventure amorose? No, nulla era stato fatto a dovere, per cui nessuno avrebbe dovuto stupirsi del fatto che nuvole scure continuavano ad accumularsi anche dopo la morte di Turing. Per esempio, chi era questo poliziotto?
Non aveva il minimo diritto di andare a ficcare il naso. Una semplice telefonata alla stazione di polizia di Wilmslow aveva chiarito a Pippard che l’uomo era in permesso poiché una sua zia era in punto di morte a Knutsford. Invece lui era lì. La zia si era ripresa? Un ispettore che veniva da un buco come Wilmslow difficilmente avrebbe potuto fare grandi danni. Ma non si può mai sapere. Pippard ne aveva parlato con Robert Somerset, che aveva già avuto occasione di incontrare il tipo in questione e trovava che fosse un po’ strano, furbo come chi nasconde qualcosa.
«Allora vedrò di mettergli un po’ di paura» aveva ribattuto Pippard. «Di fargli capire che sta navigando in acque pericolose.»
Sì, avrebbe spiegato a quello stupido che si trattava di faccende serie. Gli avrebbe mostrato chi aveva il potere, e l’avrebbe costretto a spiattellare cosa bolliva in pentola. E magari la conversazione si sarebbe rivelata interessante. C’era solo un dettaglio... come era arrivato al suo nome il poliziotto, e come faceva a sapere che lui e Turing avevano lavorato insieme? Questo lo preoccupava un po’. Che ora era? Di lì a venti minuti il poliziotto sarebbe arrivato, e nell’attesa Pippard cominciò a scrivere una lettera contenente dei cauti inviti a una giovane donna dal seno molto prosperoso che aveva conosciuto a una conferenza ad Arlington, ma non ebbe il tempo di buttare giù granché. Qualcuno stava suonando alla porta.
*
A Corell non piacque l’occhiata che ricevette. E non gli piacque nemmeno l’appartamento. Non solo perché era impersonale e freddo. C’erano anche tracce di pedanteria che lo rendevano nervoso. Le matite sulla scrivania color mogano erano allineate in righe perfette e i mobili che mancavano sia di lucentezza che di carattere erano disposti secondo un’eccessiva simmetria. Sì, perfino i mozziconi di sigaretta nel posacenere appoggiato sul davanzale interno sembravano sistemati con cura. A una parete era appeso un quadro ordinario raffigurante una caccia alla volpe, che avrebbe potuto funzionare in scala ridotta e invece, essendo largo più di due metri, risultava grottesco.
«Che piacere ricevere una visita da Wilmslow!» disse Pippard con un’improvvisa affabilità.
«Wilmslow non è precisamente in capo al mondo.»
«Ma è un bel posto, o no?»
«Siamo famosi per i parrucchieri e i pub.»
«Molto pratico! Potete essere sia brilli sia belli!»
A parte il modo in cui prese un foglio dal tavolino, i movimenti di Pippard erano tranquilli. L’irritazione, così evidente sulla porta, sembrava totalmente sparita, ma l’insicurezza di Corell non per questo diminuì. Aveva la sensazione di stare vicino a una persona che controllava anche i battiti delle proprie ciglia. Solo con circospezione, come per assicurarsi che fosse permesso, Corell si accomodò su una sedia di legno grigiastra mentre Pippard andava a preparare il tè.
«Dunque i suoi superiori l’hanno mandata qui?» disse Pippard quando fece ritorno reggendo il vassoio.
Corell annuì.
«Posso domandarle perché?»
«Vogliamo raccogliere tutte le informazioni possibili.»
«Il caso non è stato chiuso?»
«Be’... sì... ma ci sono ancora degli aspetti poco chiari. Naturalmente non vogliamo trascurare niente.»
«Può essere più preciso in modo che io capisca un po’ meglio? Non sono addentro nel lavoro di polizia. Come vi muovete?»
Con poco – come se si fosse sistemato su una sedia di poco più alta o avesse lasciato indovinare un disprezzo quasi impercettibile nello sguardo – Pippard si era procurato un vantaggio schiacciante. Era un’arte. Senza che Corell potesse capire come ci era riuscito, Pippard aveva assunto il controllo della conversazione, e più si esprimeva in maniera cortese e condiscendente più sottolineava la sua superiorità. Corell si trovò in difficoltà a guardarlo negli occhi. Quando parlava, le sue parole suonavano vuote.
«Se vogliamo capire perché una persona è morta, dobbiamo sapere come è vissuta» disse.
«E perché lei è venuto da me?»
«Stiamo parlando con molte persone con cui Turing era in contatto.»
«E io sarei una di queste?»
«Non avete lavorato insieme durante la guerra?»
«Cosa l’ha indotta a pensarlo?»
Corell voleva andare via, lontano.
«Normale lavoro di polizia» rispose.
«Prego?»
Corell ripeté ciò che aveva detto, e avvertì fisicamente – come succede con un’ondata di nausea – che l’arroganza di Pippard stava crescendo.
«Sembra saperne più di me. Poiché è così informato, può anche raccontarmi di cosa ci occupavamo?»
«Di dati sensibili, e per questo...»
«Che genere di dati sensibili?»
«Codici cifrati. Avete violato i sistemi di comunicazione nazisti con l’aiuto di macchine che Alan Turing aveva creato» disse Corell, abbassando impacciato lo sguardo sulle mani. Sollevandolo, si aspettava di incontrare la stessa espressione arrogante, ma si trovò davanti qualcosa di totalmente diverso. Gli occhi di Pippard brillavano della concentrazione che si ha di fronte a un grande pericolo.
*
Cosa diavolo stava succedendo? Una persona, che lui aveva creduto essere un poliziotto rozzo e incolto, gli stava parlando apertamente dei segreti più gelosamente custoditi della guerra e, cosa ancora più singolare, quella persona, che lui aveva così ingenuamente creduto di poter strapazzare, adesso mostrava se non proprio sicurezza almeno una certa audacia, e non solo si esprimeva in maniera appropriata ma mostrava di conoscere molto bene il lavoro che si faceva a Bletchley Park, e forse anche il progetto Venona. Julius Pippard non era per niente tranquillizzato da quel comportamento spavaldo. Cominciava a temere che il poliziotto avesse uno scopo, un intento subdolo, sufficiente a far scattare la tagliola, e non gli venne in mente di tirare fuori il suo asso nella manica, la presunta zia moribonda.
*
Leonard Corell non conosceva neanche una minima frazione delle informazioni che aveva lasciato credere di possedere al suo interlocutore, ma l’insicurezza di Pippard gli aveva restituito forza e loquela, e se all’inizio aveva parlato spinto da una sorta di verbosità nervosa, come per tenere la testa fuori dall’acqua, presto acquistò anche sicurezza. Non lasciarsi calpestare, come invece gli succedeva con Ross alla stazione di polizia, lo faceva sentire libero. Aveva risposto per le rime e, pur essendo arrabbiato, non aveva perso le staffe.
«Ha l’aria un po’ preoccupata» disse. «Ma non ce n’è motivo. Sono consapevole di quanto la discrezione sia importante. Non discuterei mai di queste cose con qualcuno che non ne fosse già al corrente. Ma certamente capisce... no, come potrebbe... in ogni caso, io commetterei una grave omissione evitando di domandarle se la morte di Alan Turing può avere a che fare con quello di cui si è occupato durante la guerra. Ho capito che era una risorsa importante. Perché riusciva a pensare in maniera diversa.»
«Si sta spingendo verso acque profonde, mi creda.»
«Può darsi. Ma la cosa buffa è che ho passato delle ore al King’s a leggere i suoi scritti, e ho notato che lui stesso scriveva...»
«Cosa?» lo interruppe Pippard.
«... che è un fatto ben noto che le persone più affidabili raramente scoprono qualcosa di nuovo.»
«Dove vuole arrivare?»
«Turing lo scrisse in un testo in cui si domandava se le macchine potessero diventare intelligenti» continuò Corell. «Riteneva che un presupposto per arrivare a scoprire qualcosa fosse quello di avere la capacità di commettere errori, di sconfinare. Chi pensa sempre in maniera corretta non crea nulla. Chi segue solo le valutazioni correnti non può nemmeno essere considerato intelligente nel vero senso della parola. Per questo Turing voleva aggiungere un elemento di casualità nelle sue macchine, non avrebbero dovuto seguire in senso stretto una logica, un generatore di casualità avrebbe dovuto contribuire a determinare il loro funzionamento. Turing intendeva riprodurre il libero arbitrio, non perché credesse che il caso potesse bastare, ma perché la possibilità stessa di qualcosa di irrazionale e inaspettato gli pareva essere comunque un inizio.»
«Continuo a non capire dove voglia arrivare.»
«Voglio solamente dire che Turing credeva che il nostro cervello comprendesse un fattore di casualità. Ha presente la roulette russa? Di quando in quando facciamo delle pazzie. O più semplicemente delle stupidaggini. Ma questo è a volte necessario per progredire.»
«Venga al dunque!»
«Il dunque è che nemmeno il suo senso dell’ordine o la sua eccessiva paura di sbagliare hanno alcun effetto sulla sua libertà di pensiero. Turing era un altro tipo di persona, o sbaglio? Lui andava oltre i limiti tracciati. Era creativo. I suoi pensieri erano molto lontani da ciò che era convenzionale, e lo esponevano a rischi. E a errori. Forse verso la fine gli ronzava in testa qualcosa, che ne so.»
«Per la miseria, cosa sta cercando di dirmi?»
«Solo che mi sembra importante scoprire se prima di morire ha fatto qualcosa di insolito, o addirittura di rischioso, o se qualcun altro l’ha fatto, qualcosa che possa aver avuto come conseguenza quella decisione. In una lettera Turing descriveva...»
«In una lettera?»
«Be’, nella bozza di una lettera» rispose Corell, perdendo di colpo la sua sicurezza. Perché diavolo aveva parlato della lettera?
«E quella lettera ce l’ha lei?»
«No, si capisce.»
«E chi ce l’ha allora?»
«È alla stazione di polizia.»
«Se ho ben capito, lei ha incontrato Farley e Somerset» disse Pippard, di nuovo bellicoso.
«Be’... sì... Come fa a saperlo?»
«Sono bene informato» continuò Pippard.
«Questo non l’ho mai dubitato.»
«So perfino che Somerset le ha espressamente chiesto di consegnare tutto quello che aveva trovato nella casa.»
«E io l’ho fatto.»
«Evidentemente no!»
«Quella bozza non è nulla per cui...»
«Per cui cosa?»
«Per cui valga la pena agitarsi.»
«No? Dato che sono bene informato, come sta sua zia?»
Un profondo disagio si impadronì di Corell.
«Mia zia?»
«È guarita?»
«Non è mai...» stata malata, stava quasi per dire, ma subito si sentì gelare rendendosi conto di essere stato del tutto privo di giudizio. Andare a cercare quell’uomo e stuzzicarlo su quelli che di sicuro erano segreti di stato superava probabilmente ogni altra sciocchezza commessa in precedenza. Corell avrebbe voluto aggiungere qualcosa. Ma non riuscì a spiccicare neanche una sillaba. Era come paralizzato e perciò non si accorse che anche Pippard si stava comportando in modo strano.
*
Era stato colto da un senso di urgenza, nella sua mente quell’abbozzo di lettera era diventato un documento pericolosissimo finito nelle mani di un imbroglione e la cosa lo angustiava e lo costringeva ad arrovellarsi.
«La ringrazio molto per avermi dedicato il suo tempo, anche se evidentemente si è trattato di un mio errore. Adesso devo proprio andare» disse il poliziotto, riportando Pippard alla realtà.
Doveva costringerlo a rimanere?
«Prima però deve dirmi chi è venuto a conoscenza del contenuto della lettera.»
«È ovvio che abbiamo cercato di limitare il numero delle persone informate. Ma, come le dicevo, adesso devo andare.»
*
Corell si sentiva perduto, perciò sorrise. Quella smorfia convulsa era sempre stata uno dei suoi meccanismi di difesa, e come reazione a una lotta per il potere non era un trucco stupido. Pippard parve interpretarla come un segno di forza.
«Sembra soddisfatto.»
Cosa doveva rispondere? Cercò aiuto nell’astuzia.
«Avrebbe un ombrello da prestarmi?» In una situazione diversa sarebbe stato orgoglioso della battuta. Che straordinaria sfacciataggine. Era come scherzare ai piedi del patibolo, ma fece effetto. Pippard si limitò a borbottare qualcosa, e Corell cogliendo l’occasione al volo andò verso la porta.
«Le auguro una buona serata» disse, provando una strana sensazione di estraneità, e ottenne qualcosa in risposta.
Non capì cosa. Aprì la porta e scappò verso le scale, dove il buio pareva inseguirlo. Ma una volta in strada la pioggia lo rinfrescò e lui si incamminò verso la suonatrice di tromba. Gli pareva di sentirla già, ma quelle note dovevano essere risuonate solo nella sua fantasia perché quando arrivò non c’era più nessuna suonatrice di tromba, solo un marciapiede vuoto e bagnato, e la pioggia che lo frustava.