36.

Bletchley Park III

Farley avrebbe cercato più volte di ricordare se c’era stato un punto di svolta a Bletchley Park. Ma non ci sarebbe riuscito. Il trionfo, ben diverso da un goal in una partita di calcio, lo stavano raggiungendo gradualmente e ogni progresso portava con sé nuovi problemi, per cui non potevano mai compiacersene veramente, non in modo manifesto. Farley avrebbe ricordato più che altro la preoccupazione. E l’attesa, dei documenti confiscati al peschereccio armato tedesco e poi dei risultati del lavoro di analisi. E anche le lamentele e l’irritazione. Perché non succede niente? Cosa diavolo sta facendo Alan?

Non era facile. Era già un piccolo miracolo essere così avanti.

Quando ebbe in mano il materiale, il 12 marzo 1941, Alan capì subito che ne serviva di più. Il capitano del peschereccio ne aveva distrutto gran parte, ed era sicuramente corretto l’appunto mosso dall’ammiraglio Jack Tovey ai responsabili dell’operazione Claymore per non aver perquisito anche altre navi. Ma il senno di poi non avrebbe aiutato quelli della baracca 8, e Farley poteva solo rivolgere una preghiera a quel Dio nel quale non credeva e cercare di assicurare all’ammiraglio che Alan e i colleghi avrebbero fatto del loro meglio.

«Si dice che sia negligente.»

«Forse nella vita quotidiana, ma non quando si tratta di cose importanti. Se c’è qualcuno che può riuscirci, quello è Alan.»

«Ma abbiamo sentito dire...»

«Vedrete, funzionerà» lo interruppe Farley, sentendo sulla lingua un sapore insipido.

Voleva dare loro almeno una speranza. Rapporti tetri avrebbero prodotto solo cambi di programma idioti e nella baracca 8 avevano bisogno di serenità per lavorare. Erano tempi disperati. In ogni respiro, in ogni riga delle comunicazioni con Londra si avvertiva quanto fosse ansiosa l’attesa, e non era difficile comprendere perché. La flotta dei sottomarini tedeschi cresceva più in fretta che mai, e ora poteva utilizzare anche i porti della costa settentrionale della Francia.

A Bletchley Park, Farley ebbe una breve conversazione con un capitano di fregata, un certo Glyver.

«Com’è là fuori?»

«Come nuotare in mezzo agli squali.»

Era opinione comune che i violenti bombardamenti ai danni delle città dell’Inghilterra e gli attacchi continui contro le navi britanniche fossero le prove generali dell’invasione, e più di una volta Farley si sentì urlare frasi tipo: Per tutti i diavoli dell’inferno, non l’hanno ancora violato quel maledetto sistema?

Ma violare il sistema una volta per tutte non era possibile. Gli assetti di Enigma venivano cambiati ogni notte, e il mattino successivo loro dovevano ricominciare da capo. I progressi erano lenti. Richiedevano un’eternità di tempo, ogni tanto decifravano un messaggio ma sempre troppo tardi; la preoccupazione e l’irritazione non facevano che crescere. La gente lì fuori muore mentre loro si trastullano con la loro dannata matematica. Perché non succede mai niente? Eppure ne succedevano di cose. Per meccanizzare il calcolo delle probabilità Alan seguiva un metodo sempre più efficace. Aveva capito che esisteva una relazione geometrica fra i crib e il testo criptato, ed era diventato sempre più abile nell’alimentare le sue macchine con contraddizioni e paradossi. Inoltre lui e i colleghi erano riusciti a ricostruire le cosiddette tabelle bigram delle Enigma. Ormai decifravano un numero sempre maggiore di telegrammi, con soli tre giorni di ritardo. L’ultimo era dell’ammiraglio Dönitz, il regista dell’offensiva sottomarina tedesca.

Ordine dell’Ammiraglio ai Sottomarini. Scorte U69 e U107 in posizione 2.

Nessuno aveva idea di dove si trovasse la posizione 2. Rimanevano ancora innumerevoli problemi. Ma era un inizio. Dava una speranza. Migliorava la conoscenza del sistema e una sera, subito prima del coprifuoco, Farley sentì che era la volta buona. Seduto su una delle scomode sedie pieghevoli di legno nella stanza di tracciamento della baracca 4, stava analizzando con Pippard i profili dei nuovi arrivati. In quel periodo affluivano un sacco di nuovi collaboratori a Bletchley Park. Tutti erano tenuti a rispettare le disposizioni di sicurezza che prevedevano il carcere per chi avesse lasciato trapelare anche una sola parola. Ma i controlli venivano presi piuttosto alla leggera, per necessità. C’era bisogno di ogni persona in gamba che si potesse reperire. E poi i tempi erano tali per cui ci si fidava.

Tuttavia, l’idea di sicurezza era cambiata. Oltre alle persone con simpatie a sinistra, ora controllavano anche quelle con simpatie per i movimenti di estrema destra; fra le nuove reclute avrebbe potuto essercene qualcuna disposta a collaborare con i nazisti in caso di invasione. Come molti della falange di destra, Pippard non si trovava del tutto a suo agio dopo quel cambiamento di rotta. Era più interessato a tenere d’occhio devianti sessuali e altri elementi inaffidabili, che avrebbero potuto facilmente diventare vittime di ricatti se non addirittura traditori del loro paese per interesse personale.

«I cinici mi preoccupano più dei fanatici» disse.

Farley disse tranquillamente che gli pareva una corbelleria, ma non avendo molte altre frecce si rallegrò quando Birch entrò nella stanza e li interruppe.

Birch non aveva simpatia per Alan e Twinn e aveva attaccato più volte la loro stravagante matematica e aggiunto ogni possibile idiozia sotto la spinta dell’impazienza, ma non era così ottuso da non accettare di cambiare idea. E poi, si dicesse pure quel che si voleva di lui ma anche quando era brusco e accigliato era più divertente della maggior parte degli altri. Non passava mai inosservato. Anche in quel momento, con il suo impermeabile e il suo cappello di feltro strapazzato, catalizzò immediatamente l’attenzione.

«Guardate qui» disse, sventolando un messaggio decifrato e tradotto nella baracca 8. Farley glielo prese e lo lesse in tutta fretta per assicurarsi che non contenesse notizie spiacevoli.

Subito dopo, si aprì in un largo sorriso, come se gli avessero appena fatto uno scherzo insolitamente riuscito.

Da C in c Marina. La campagna sottomarina rende necessario limitare severamente il numero di chi è autorizzato a leggere le relative comunicazioni. Di nuovo, proibisco a tutti coloro che siano sprovvisti di ordine espresso dell’Ammiragliato di accedere alle frequenze Enigma dei sottomarini. Considererò ogni trasgressione come un atto criminale inteso a mettere a repentaglio la sicurezza nazionale.

«Cosa ne pensi?» disse Birch con un tono trionfale. «Ci siamo resi colpevoli di qualche trasgressione?»

«Così pare!»

«Perciò i tedeschi potrebbero arrabbiarsi con noi?»

«C’è questo rischio.»

Farley rise e gli sembrò che ne fosse passato di tempo, dall’ultima volta che l’aveva fatto. Non molti giorni più tardi, decifrarono un messaggio del Führer che si chiudeva con le parole: Sconfiggete l’Inghilterra! Non era una frase tranquillizzante, ma il solo fatto che fossero riusciti a leggerla rendeva meno credibile il suo avverarsi. Inoltre, decriptavano con un ritardo sempre minore, e presto cominciò a fare la differenza. Un altro passo in avanti lo fecero quando Alan e i colleghi scoprirono che per alcuni vecchi rapporti trasmessi dalle navi del servizio meteorologico tedesco al largo delle coste settentrionali dell’Islanda era stato utilizzato non il cifrario della marina ma un sistema più semplice. Questo portò a un ulteriore progresso nel lavoro di decriptazione, ma anche alla possibilità di studiare dei piani di azione. La marina britannica capì l’importanza di quei cifrari. Nel corso di una nuova operazione, assaltò le navi München e Lauenburg rifornendo Bletchley Park di nuovo materiale, e in maggio gli ufficiali dei servizi d’informazione della marina erano in grado di leggere le comunicazioni della marina tedesca come un libro aperto.

Era difficile esagerare la portata di quel risultato. La flotta britannica ora poteva contrattaccare. I convogli con gli approvvigionamenti per l’Inghilterra potevano sfuggire ai sottomarini tedeschi. In luglio, le perdite di carico scesero al di sotto delle centomila tonnellate, per la prima volta dal 1940. La vita appariva più luminosa e ovviamente giovò che i tedeschi trasferissero gran parte della loro flotta nel Mediterraneo, per non parlare del fatto che Hitler aveva rotto il patto Ribbentrop-Molotov ed era entrato in guerra anche con l’Unione Sovietica. L’invasione dell’Inghilterra non sembrava più così prossima e Farley immaginava che a Bletchley Park anche chi non sapeva nulla dei successi della baracca 8 si rendesse comunque conto che qualcosa era successo. L’atmosfera era più leggera e la stampa quotidiana riportava sempre meno notizie di inglesi annegati o morti per assideramento.

Non tutti i problemi erano svaniti, ovviamente. Violare il codice Enigma della marina era come iniziare una nuova partita di poker ogni mattina. Erano necessarie continue congetture e finte, e poi bisognava capire come comportarsi con le informazioni. Era chiaro che il materiale decriptato doveva essere utilizzato. Poteva salvare ogni giorno delle vite umane. Ma un eccesso di zelo avrebbe potuto portare i tedeschi a intuire che i cifrari erano stati violati e quindi a complicare nuovamente il sistema, e nell’arco di una notte i decriptatori si sarebbero ritrovati di nuovo al punto di partenza, e tutto sarebbe diventato di nuovo illeggibile e nero. Nessuno dei responsabili ignorava questo aspetto. Ogni successo rischiava di creare i presupposti per una nuova sconfitta, e già molte volte era stata presa la decisione di sacrificare uomini e mezzi per non lasciar intendere che le comunicazioni venivano lette. Erano state anche inscenate manovre fuorvianti per far credere che alcune informazioni fossero state ottenute con azioni di spionaggio di tipo tradizionale. Ma mai la situazione era stata tanto delicata, e la cautela tanto grande, il che causava una notevole frustrazione. Una sera, Farley stava percorrendo il lungo corridoio scricchiolante della baracca 8, lasciandosi avvolgere dal chiasso che arrivava attraverso le sottili pareti divisorie.

«Salve, Oscar!»

Alle sue spalle, da una delle porte, solo vagamente illuminato dalla luce della lampadina nuda appesa al soffitto, fece capolino Fredric Krause, l’uomo che tredici anni più tardi sarebbe stato fonte di tanta preoccupazione. Krause era una singolare combinazione di socievolezza e timidezza. Era più aperto e disponibile del suo amico Alan, ma anche lui aveva un tratto sfuggente. Si diceva che fosse soggetto alla sinestesia, che vedesse colori quando pensava a cifre, che i numeri formassero quadri caleidoscopici nella sua mente.

«Salve, Fredric» rispose Farley. «Come va?»

«Va.»

«Esausto?»

«Niente di grave. Posso chiederti una cosa?»

«Naturalmente.»

«Abbiamo attaccato i sottomarini a Bishop Rock?»

Farley conosceva la risposta a quella domanda. Ma avrebbe dovuto comunicargliela? Non sempre la verità era edificante, in particolare per quelli che faticavano giorno e notte e che erano ancora giovani ed entusiasti, perciò decise che avrebbe sussurrato qualcosa come: Ovvio che sì. Ma Krause parve leggergli nel pensiero.

«No» disse allora.

«Che ne è stato del nostro convoglio?»

«Abbiamo dovuto sacrificarlo. Mi dispiace, Fredric.»

«Che cavolo...» cominciò Krause, ma non completò la frase, non era necessario.

Si vedeva quanto fosse deluso, e Farley fu sul punto di mettergli una mano sulla spalla. Invece si limitò a dire: «È una guerra maledetta.» E lo credeva davvero. Avevano messo in guardia i comandanti delle navi da trasporto presenti nella zona, ma non era bastato, d’altra parte l’ammiragliato aveva negato l’invio di alcuni cacciatorpediniere che avrebbero potuto attaccare i sottomarini tedeschi. Temeva di avere già sfruttato eccessivamente le informazioni decifrate. Arrivavano segnali sempre più frequenti del fatto che i tedeschi cominciavano a essere sospettosi, perciò si era deciso di sacrificare il convoglio. Il male minore. Il cinismo della guerra.

Eppure ci si domandava se potesse bastare. Quell’estate, molti a Bletchley Park erano convinti che fosse solo questione di tempo, che prima o poi la notizia dei loro successi sarebbe arrivata al nemico, e ormai era evidente che anche il comando supremo tedesco si poneva delle domande. E come avrebbe potuto non farlo? Doveva pur esserci un motivo, se gli inglesi tutt’a un tratto erano diventati così abili da sfuggire ai suoi sottomarini.

Fortunatamente, la paranoia dei tedeschi andava nella direzione sbagliata. Avevano ancora la convinzione che il codice Enigma della marina fosse inviolabile, e non era una convinzione peregrina per chi non sapeva che l’Inghilterra poteva contare su un genio come Alan Turing. Quindi, anziché rendere il cifrario ancora più sofisticato, cominciarono a condannare a morte i loro ufficiali. L’Oic e l’Mi6 facevano quanto era in loro potere per contribuire a rafforzare tale erronea interpretazione. Diffondevano voci su spie infiltrate e la strategia sembrava vincente. Bletchley Park aveva un controllo stupefacente delle posizioni dei tedeschi in mare. L’ammiragliato sapeva quasi quanto i tedeschi dove si trovassero i sottomarini, e ogni giorno la stima nei confronti di Alan cresceva, almeno fra i pochi che erano informati.

Il lavoro fluiva così bene che la sua presenza non era più indispensabile e lui poteva dedicarsi sempre di più ai suoi passatempi; alla meccanizzazione del gioco degli scacchi, per esempio, e alle sue teorie sulla matematica nel regno vegetale. Era il suo mondo. Avendo le sue cose da fare, avrebbe potuto stare ovunque, su un’isola deserta o in un castello. Alan era uno dei pochi che non si lamentavano mai del vitto o della scarsità di permessi. Sembrava perfino felice, ma non era difficile capire che nubi oscure si stavano addensando già allora. Nessuno che fosse così diverso come Alan avrebbe potuto ottenere la fiducia di Churchill senza conseguenze.

Quello fu un vero dramma. Solo pochi iniziati sapevano che il primo ministro sarebbe andato a Bletchley Park a sostenere il morale degli uomini e a congratularsi per i successi ottenuti con il codice Enigma. Una visita del genere avrebbe suscitato solo entusiasmo, in condizioni normali. Invece finì per coincidere con un momento di forti malumori relativi alla scarsità di risorse. Farley trovava la cosa incomprensibile. Perché i criptoanalisti non ricevevano subito ciò che richiedevano? I responsabili sapevano bene quanto fosse decisivo il lavoro svolto nella baracca 8. Eppure non succedeva niente. Alan e i colleghi avevano bisogno di altri collaboratori, e di altre macchine, ma tutto procedeva a rilento e senza che si potesse determinare esattamente di chi fosse la colpa. La lentezza era insita nel sistema, e Alan non era un gran negoziatore. Non sapeva gestire i rapporti con la burocrazia e con le gerarchie, non accettava che ci fosse gente che parlava sempre e non agiva mai, e quasi con gioia aveva ceduto il ruolo di capo della baracca a Hugh Alexander.

Però non riuscì a liberarsi del tutto dalle responsabilità. Alan era la stella di Bletchley Park, e si diceva che poche cose affascinassero Winston Churchill più del lavoro di intelligence e in particolare dell’analisi criptologica; il primo ministro era perciò perfettamente al corrente di quello che Alan faceva. Per tutta la prima fase della guerra aveva letto ogni singola parola decifrata a Bletchley Park, ma quando il materiale cominciò ad arrivare in scatoloni e casse si arrese e si accontentò di una sintesi quotidiana.

Farley avrebbe ricordato a lungo l’attesa di quel 6 settembre del 1941; i pochi informati che aspettavano impazienti vicino alla guardiola e alle sbarre, e poi le automobili che arrivavano, ed entravano, e la portiera che si spalancava. C’è qualcosa di singolare nella fama e nel potere, o no? Un senso di umiliazione tormentava Farley. Trovava indecoroso essere influenzato a quel modo. Si sentiva schiacciato verso terra, come se la forza di gravità volesse costringerlo a inchinarsi, e per un attimo gli parve di cogliere toni da cinegiornale. A passi decisi il primo ministro ispeziona... Quando Churchill si mostrò, con il suo pancione e il suo gilet aderente, la scena pareva quasi irreale. Quell’uomo sembrava la caricatura di se stesso. Aveva perfino il sigaro. Si guardò intorno con un’aria accigliata e insieme divertita e disse qualcosa che Farley non riuscì ad afferrare ma che fece ridere tutti, lui incluso. Lo aveva fatto pur non avendo capito una parola. Tutti avevano difficoltà a stare fermi. Si affollavano intorno al primo ministro e salutavano nervosi, poi cominciarono a seguirlo in gruppo attraverso il prato, passando davanti alla marea di ausiliarie, segretarie, genieri, ricercatori, ragazze del Wrens, che dicevano trasalendo: Ma quello non è...? Un senso di solennità si propagò nell’aria e sconvolse come un incendio la tranquillità quotidiana. Le persone si fermavano e percepivano il proprio corpo. Farley invece si rilassò e riuscì a considerare più lucidamente la situazione. Era una delle prime giornate d’autunno, con qualche tocco di giallo sulle foglie. Le cornacchie che si libravano in cielo, i pettirossi becchettavano briciole di pane vicino alle scuderie, e tutt’intorno a lui si stava svolgendo un singolare spettacolo. Ognuna di quelle persone avrebbe voluto rispondere alle domande del primo ministro, e avere il privilegio di guardarlo negli occhi, eppure l’imbarazzo non faceva che crescere. Per non essere ridicolo come gli altri, Farley si teneva sullo sfondo, e osservava. Era come se lì a Bletchley Park avessero ricevuto una visita importante senza avere fatto in tempo a rassettare.

Pochi erano stati informati in anticipo, per motivi di sicurezza, per cui nessuno si era messo in ghingheri. Non che Farley pensasse che Churchill se ne curasse. Il primo ministro fumava il suo sigaro e spargeva il suo odore di alcol, in un atteggiamento di negligente determinazione. Ma il caos della baracca 8 preoccupava non poco il comandante Edmund Travis, che aveva assunto la direzione di Bletchley Park. Il primo ministro non riuscì nemmeno ad aprire la porta. Allora spinse con tutto il suo peso, ma doveva esserci qualcosa all’interno. Quando finalmente riuscì a entrare, inciampò su Alexander, che smistava trascrizioni seduto sul pavimento. Chissà perché una sedia non poteva andare bene. Ovviamente balzò in piedi di fronte al nuovo arrivato, ma non aveva alcuna possibilità di nascondere le carte sparse sul pavimento e i cestini traboccanti di altre carte con la severa stampigliatura Rifiuti confidenziali. Il primo ministro tuttavia si adattò rapidamente alla situazione e si aprì in un sorriso.

«Trova mai il tempo di giocare a scacchi?»

«Purtroppo no, signore.»

«Non è esattamente il momento di divertirsi, già. Che il diavolo se lo porti, quell’Hitler. Dove posso trovare il giovanotto delle macchine?»

«Intende il dottor Turing, signore?»

C’era chi avrebbe preferito che Churchill non lo avesse chiesto, o che Alan quel giorno non si fosse trovato lì. Ma ovviamente tutto il gruppo si avviò verso la stanza di Alan, e qualcuno formulò la tacita preghiera che fosse almeno presentabile, ma nel suo zelo impaziente Travis si dimenticò di bussare. Se ne pentì subito. Alan era stravaccato sulla sua sedia, e sferruzzava. Il bizzarro individuo, che non si radeva almeno da una settimana e che da altrettanto tempo non prendeva in mano un pettine, stava lavorando a qualcosa che pareva una lunga sciarpa blu, e perfino Churchill ebbe un attimo di sconcerto.

«Sembra stia venendo bene» disse poi, mentre Alan balzava in piedi, quasi terrorizzato.

«Eh? No... per niente... in realtà non... La pre...prego di scusarmi, signor primo ministro. Mi... mi aiuta a... pen...pensare» balbettò.

«Ah sì, davvero? Purtroppo la maglia non fa parte delle mie abilità manuali. Ma naturalmente comprendo. Le buone idee vengono quando si è impegnati in qualcosa di totalmente diverso, non è così? E dei suoi pensieri, dottor Turing, tutti noi abbiamo bisogno. Di questo sono pienamente consapevole. Per cui vada pure avanti, per carità, la sciarpa tornerà sicuramente utile.»

Tutti risero, ma alcuni erano chiaramente imbarazzati. Lavorare a maglia... Si può immaginare qualcosa di più ridicolo? «Un lavoro da donne» bisbigliò qualcuno. E poi, come se non bastasse, Alan non riusciva a guardare Churchill negli occhi. Parlava senza sosta della teoria della probabilità e vagava con lo sguardo sulle pareti. Non fu granché quell’incontro, come Pippard in seguito avrebbe sostenuto con tanta decisione. Eppure Farley colse un certo calore, o almeno un’attenzione nel primo ministro, che sembrava indicare un interesse sincero, sì, probabilmente Churchill era divertito. Finché un genio produce così notevoli risultati, il fatto che sia anche eccentrico è divertente, e Churchill probabilmente stava solo scherzando quando più tardi disse a Travis: «È vero che ti avevo detto di rivoltare fino all’ultima pietra per trovare soggetti fuori dall’ordinario, ma non mi aspettavo che mi avresti preso così alla lettera.»

Tuttavia, il commento preoccupò i meno dotati di fantasia, ed ebbe delle conseguenze.

Nella baracca 8 la mancanza di collaboratori e di risorse diventava sempre più acuta. Eppure si faceva molto poco per rimediare; forse per una sorta di avversione nei confronti di chi lavorava lì dentro, forse addirittura per invidia. Altrimenti quella mancanza di iniziativa sarebbe risultata incomprensibile. In ogni caso, la decriptazione del codice Enigma della marina finì per essere seriamente minacciata, e a metà ottobre Alan, Alexander e altri criptoanalisti scavalcarono la direzione e si rivolsero direttamente all’uomo che era andato a trovarli. Scrissero a Churchill che avevano disperata necessità di rinforzi e di altre macchine, e in men che non si dica ci fu un’ispezione e arrivarono ordini dall’alto. Churchill inviò al generale Ismay un memorandum urgente: Da sbrigare nella giornata di oggi! Faccia in modo che ottengano con assoluta priorità tutto ciò di cui hanno bisogno, e voglio un rapporto a cose concluse!

Da quel momento tutto andò meglio, ma gli antagonismi non sparirono, e all’orizzonte si stavano profilando nuovi problemi.

Il 2 febbraio 1942 i tedeschi aggiunsero un quarto riflessore rotante negli Enigma. I cifrari diventavano ventisei volte più complicati e la baracca 8 fu trasformata in una vera e propria fabbrica con centinaia di addetti, che in realtà dipendevano più dalle nuove macchine potenziate che da chi le aveva ideate. Alan fu trasferito nella residenza padronale e diventò uno stratega che veniva convocato solo quando sorgeva una difficoltà altrimenti insuperabile. Però non perse i suoi nemici, compreso Pippard, che non aveva digerito di essere stato scavalcato.

Un giorno, Farley sentì il colonnello Fillingham urlare qualcosa ad Alan, che era fermo davanti alla recinzione di filo spinato non lontano dall’ingresso. Era la primavera del 1942. Farley si preoccupò subito. Tenere Alan lontano dalle scocciature era diventato una questione di rilevanza nazionale. Poi però si tranquillizzò. Fillingham sbraitava anche solo per un’inezia, e Alan non pareva particolarmente turbato. Forse si trattava del suo disordinato aspetto esteriore. Fillingham era il responsabile della difesa civile in quella zona e sorprendentemente Alan aveva scelto di diventare una delle sue reclute per potersi difendere se i nazisti fossero andati a cercarlo.

«Di cosa si tratta?» chiese Farley.

Fillingham, un omone rubicondo, fece fatica a ricomporsi. Indignato, disse che il giovane Turing credeva di poter fare quello che voleva. Quando Farley chiese cosa intendesse, il colonnello precisò che non si era fatto vedere a nessuna delle parate della difesa civile, nonostante fosse tenuto a farlo secondo la legge militare.

«Ho cercato di spiegare al colonnello che io non sono soggetto a nessuna legge militare» disse Turing.

«Scusami, Alan, ma se fai parte della difesa civile purtroppo lo sei. Il colonnello ha tutti i diritti di darti degli ordini. Comunque, queste parate non saranno poi così impegnative, o mi sbaglio?» disse Farley in un tentativo di mediazione.

«Non saprei» rispose accigliato Fillingham.

«Dico sul serio, Oscar» continuò Alan. «Mi sono tutelato da situazioni del genere. Basta controllare il mio modulo di richiesta.»

«Il tuo cosa?»

Fecero come aveva detto, e Fillingham fu costretto a dare ragione ad Alan. Una delle domande era: È consapevole che sarà sottoposto alla legge militare? E Alan, dopo avere riflettuto molto attentamente, aveva risposto con un bel no. Non c’era motivo di accettare qualcosa che probabilmente non avrebbe procurato alcun vantaggio, spiegò. Fillingham non sembrava soddisfatto, ma da quel momento se ne infischiò di Alan, che poté risparmiarsi le parate della difesa civile. L’episodio si aggiunse ai racconti sul personaggio, e naturalmente arrivò anche all’orecchio di Pippard e dei suoi simili che si fecero una risata. Tuttavia era sempre più chiaro che il laccio intorno ad Alan si stava stringendo.

La situazione era delicata per tutti. Bletchley Park era senza alcun dubbio la fonte di informazioni più importante per il comando militare. Era il punto di riferimento per buona parte della strategia bellica britannica. E non solo era segreto quello che vi avveniva. Bletchley Park non esisteva proprio, ufficialmente. C’erano perfino generali e stretti collaboratori di Churchill che non ne sapevano niente, e per nascondere il tutto era stato creato un castello di menzogne circondato da una muraglia di fumo. Il peso dei segreti poggiava sulle spalle di pochi. Ma pochissimi erano esposti come Turing. Le tracce della sua mano erano dappertutto e, quando gli Stati Uniti entrarono in guerra e avviarono una loro attività criptologica, Alan lavorò anche per loro, e presto le sue macchine cominciarono a nascere a centinaia anche dall’altra parte dell’Atlantico. Così, aveva accesso anche ai segreti degli Stati Uniti, e la pressione su di lui cresceva di giorno in giorno. Era un ragno davvero troppo fragile al centro della rete, sul quale erano puntati troppi sguardi.

Quando fu decifrato un messaggio in cui Heinrich Himmler sbeffeggiava gli inglesi perché avevano inserito degli omosessuali nei servizi segreti, molti a Bletchley Park sorrisero soddisfatti. Se quella canaglia sapesse! Ma l’atteggiamento stava contagiando anche loro, e il fatto che Alan avesse rotto il fidanzamento con Joan Clarke di sicuro non aiutò.

Farley non avrebbe mai dimenticato il giorno in cui lo vide seduto davanti alla residenza padronale con uno dei suoi taccuini neri, all’apparenza indifferente alle scavatrici e agli operai che lavoravano nello spiazzo lì vicino. Aveva un’aria ostile, ma Farley sapeva che poteva anche non significare niente. Quando scriveva o calcolava, Alan aveva sempre quell’aspetto. Come un predatore, era pronto ad attaccare qualsiasi elemento disturbatore. Eppure, quel giorno stranamente sembrava disponibile a essere disturbato perciò Farley si azzardò a salutarlo, e per una volta il discorso non cadde sulla criptologia. Parlarono di Joan e, quando Farley chiese come mai la storia fosse finita, Alan citò le parole di Oscar Wilde dalla Ballata del carcere di Reading: «L’uomo uccide ciò che ama.»

L’uomo uccide ciò che ama. Per uno come Farley non erano solo parole note e risapute. Vi sentiva anche la ricercatezza dell’artista che nemmeno il carcere era riuscito a estirpare. Indubbiamente erano vere anche per altre situazioni, estranee alla poesia, ma in quella circostanza parevano essere solo una scusa. L’uomo uccide ciò che ama. Certo. Ma più ancora uccide ciò che deve. Farley immaginava il motivo della rottura, ma disse con un tono partecipe: «Capisco. Che peccato.»

Non sarebbe stato opportuno ficcare il naso, anche se tanti altri erano pronti a farlo. Pippard reinserì la vecchia annotazione nel fascicolo personale, e sottolineò la parola omosessuale con due tratti decisi di inchiostro nero. Alan, la stella di Bletchley Park, ormai era visto quasi solo come un problema. Mancò perfino il coraggio di ricompensarlo come meritava. Gli fu conferito solo un misero Obe, nient’altro.