32.
Bletchley Park I
Il 23 febbraio 1941, Oscar Farley scendeva verso la baracca 8 camminando lungo il muro di mattoni grigi. Era un pomeriggio freddo, e la baracca, nella leggera foschia, appariva squallida e insignificante con il suo tetto catramato. Come tante altre volte, Farley imprecò per le biciclette abbandonate davanti alla porta. Fu costretto a scavalcarle per entrare nel lungo corridoio.
Era uno di quei giorni in cui la vanità della guerra faceva dolere le articolazioni e la testa. Da quando Parigi era caduta, nella tarda primavera dell’anno prima, Farley soffriva di incubi e brutti presentimenti. Spesso immaginava i tedeschi invadere il suolo inglese come sciami di cavallette, e ovviamente beveva troppo, e dormiva male, perché il letto era corto per i suoi centonovantasei centimetri e perché la preoccupazione non lo abbandonava mai. La baracca 8 odorava di calcio e creosoto. All’interno si sentivano i suoni prodotti da telefoni e telescriventi e lo scricchiolio dei pavimenti di legno sotto i piedi in movimento. Il capo della baracca aveva un ufficio tutto suo, più o meno un bugigattolo, e per qualche motivo Farley fece un respiro profondo prima di bussare. A quei tempi Alan lo rendeva nervoso. Ovviamente era ridicolo. Alan era balbuziente e aveva difficoltà a guardare le persone negli occhi, e Farley non era solo più vecchio di lui e suo superiore. Era anche infinitamente più disinvolto e sicuro di sé. Ma... come poteva spiegarlo? Alan sembrava rivolto a un mondo interiore parallelo, e in sua compagnia Farley si sentiva inadeguato, o addirittura trasparente, e spesso si domandava: A cosa starà pensando? Cosa starà succedendo dietro quegli occhi azzurri?
Alan non era nel suo ufficio. Ma Farley s’imbatté in Joan Clarke, che gli disse che era al lago a giocare a scacchi con Jack Good.
«A giocare a scacchi?» ripeté Farley quasi indignato, pur sapendo di essere ingiusto.
Alan non era uno che se la svignasse, ma quelle parole comunicavano un tale senso di spensieratezza che Farley provò una sorta di invidia. Anche se ne avesse avuto il tempo, non avrebbe avuto la serenità per dedicarsi agli scacchi, ma Joan, che doveva aver notato la sua reazione, aggiunse che Alan non stava esattamente giocando, voleva solo riflettere sulla possibilità di farlo in un altro modo.
«Vuole meccanizzare il processo. Credo che sogni di insegnare a una macchina a giocare.»
«È proprio un giovanotto ingegnoso» commentò Farley.
«Direi di sì.»
«Dovresti solo dargli una sistemata.»
«Ci sto lavorando.»
Farley non trovò Alan al lago, ma la cosa non lo stupì. Non era la giornata adatta per stare all’aperto. C’era ancora ghiaccio sul lago e Farley lasciò scorrere lo sguardo, osservando stupito cosa era stato fatto negli ultimi due anni. Quando erano arrivati lì, nella primavera del 1939, Bletchley Park era un tranquillo luogo di campagna con i suoi olmi e i suoi tassi. Non che gli piacesse particolarmente. La mancanza di stile previttoriana lo irritava e spesso era turbato dalla sensazione che tutto stesse morendo e che anche la residenza padronale avesse vissuto il suo massimo splendore in un’altra era, migliore. Ma nel 1939 non aveva avuto bisogno di sforzarsi per sentire il canto degli uccelli, e perfino i guizzi dei pesci nel lago. Adesso invece non c’erano più nemmeno gli alberi, che erano stati abbattuti. Il luogo tranquillo di un tempo era diventato un’area industriale. Ovunque nascevano nuove case e baracche, e al posto dei rumori della natura si sentivano quelli delle macchine. Farley avrebbe voluto andarsene. Era fortunato, lo sapeva. Non doveva sparare né esporsi al fuoco nemico, e non era neppure tenuto a fare il saluto militare, e a volte aveva la sensazione che la vita di Cambridge si fosse semplicemente trasferita lì. Si respirava curiosità intellettuale. E poi si giocava a rounders e a cricket. E c’erano le donne, un sacco di donne giovani e carine, non ultima la sua Bridget, la statuaria, magnifica Bridget che solo lui poteva far sembrare piccola, per non parlare di tutte quelle belle menti arrivate dall’università. Non c’era motivo di preoccuparsi per il livello della conversazione.
Eppure la vita a Bletchley Park era diventata un pesante fardello, e di sicuro si sarebbe stupito se gli avessero detto che un giorno ne avrebbe avuto nostalgia. Mai e poi mai era stato così sfinito, così esausto. La stanchezza gli pulsava contro le tempie e ultimamente aveva notato che non capiva più così bene i ragionamenti astratti. Aveva perso il suo acume, e bastava quello a giustificare il nervosismo che provava in presenza di Alan. Per la prima volta in vita sua Farley aveva cominciato a rifugiarsi nella solitudine. Gli sembrava che quello fosse il momento peggiore della sua esistenza, e oggettivamente era anche vero. Hitler aveva stretto un patto con Stalin e controllava il continente. Gli yankee non parevano interessati a intervenire, e l’Inghilterra stava per perdere la battaglia per il controllo dell’Atlantico. Karl Dönitz, che allora era solo viceammiraglio, conduceva la guerra sottomarina mietendo sempre più successi, e ogni settimana veniva affondato un numero sempre più alto di navi britanniche. Ormai la media era di una sessantina al mese. Non serviva a niente avere la migliore flotta del mondo ma non sapere dove fosse il nemico. L’Inghilterra stava per essere separata dal resto del mondo, e se c’era qualcuno che capiva cosa avrebbe significato un successo della cricca della baracca 8 alle prese con il tentativo di violare il codice Enigma della marina tedesca, quello era Farley. Le navi britanniche non sarebbero più state costrette a navigare alla cieca. Avrebbero avuto la possibilità di difendersi e di contrattaccare. Avrebbe dovuto nutrire una cauta speranza, o almeno vedere uno spiraglio di luce nella disperazione. La notizia appena arrivata era una delle più promettenti degli ultimi mesi, ma non voleva crederci. Aveva sempre pensato che il cifrario della marina fosse inviolabile, e che non avrebbero mai sperimentato l’immenso privilegio di conoscere i piani dei tedeschi e le loro posizioni in mare. Per molto tempo non erano nemmeno riusciti a capire quali comunicazioni arrivassero dai sottomarini e quali dalla terraferma. Tutto era incomprensibile e, anche se in seguito avevano violato il codice dell’aviazione, quello della marina era molto più complesso. Non offriva nessun appiglio. Il pessimismo non era certo una virtù in una guerra, ma poteva essere fondato, e Farley sapeva che quasi tutti la pensavano come lui. Lo stesso comandante Denniston, il direttore lì a Bletchley Park, continuava a ripetere: Non va. Dobbiamo trovare altre vie.
Ma non tutti gli avevano dato ascolto. Alan non l’aveva fatto. Non lo faceva con nessuno. Era una sua peculiarità. Lui si distingueva. Il suo carattere comprendeva anche qualcosa di indefinito, un’esigenza di indipendenza che a volte si spingeva così in là da diventare un limite. Anche quando obbediva agli ordini, dava l’impressione di seguire la sua agenda interna, e questa tranquilla autonomia, che gli impediva di dare qualcosa per scontato, metteva a disagio molti. Alcuni, come Julius Pippard, avevano cominciato a sostenere che Turing non fosse affidabile, e che producesse risultati utili solo se stimolato. Era ingiusto, ma anche parzialmente vero. Il compito doveva essere difficile perché lui si impegnasse, per cui definire inviolabili i cifrari della marina tedesca era stato un colpo di genio. Era proprio il tipo di sfida di cui Turing aveva bisogno. Solo quando aveva la possibilità di pensare in termini nuovi e di mettere in dubbio l’ovvio si metteva in moto, ma era passato del tempo prima che Farley riuscisse a capirlo davvero. Nessuno sapeva come comportarsi con Alan all’inizio, tanto meno le donne. Bridget diceva sempre che non le era chiaro se Alan avesse paura di lei o fosse solo disinteressato. Quando passo, si mette sempre a borbottare, aveva detto una volta.
Per questo tutta la storia con Joan Clarke risultava così strana. Farley pensava che Alan fosse l’ultima persona al mondo che si sarebbe fidanzata, ma aveva inserito con piacere l’informazione nel suo fascicolo personale, sperando che potesse mettere fine alle chiacchiere che già allora circolavano. Probabilmente, Alan non aveva intuito che lui si occupava dei contatti con i servizi d’informazione della marina, Oic e Nid, in quanto ufficiale di collegamento, ma anche dei controlli sui collaboratori lì a Bletchley Park; e questo aveva contribuito a far nascere e crescere la loro amicizia. Alloggiavano entrambi al Crown’s Inn, a Shenley Brook, pochi chilometri a nord di Bletchley. La locanda era molto semplice, in mattoni rossi, con una macelleria e un pub al pianterreno. La locandiera, Mrs Ramshaw, era grande e grossa e aveva una risata che poteva essere sia cordiale sia crudele. Capitava che si lamentasse di tutti quei giovanotti che erano comparsi nei dintorni e che non sembravano fare il loro dovere per l’Inghilterra. A Farley dava fastidio. Alan non se ne curava minimamente. Lui viveva nel suo universo personale, e a differenza di Farley non si sforzava di essere benvoluto.
L’arma di Farley era il fascino, ma né quello, né l’autorevolezza, né il carisma facevano presa su Alan, almeno non quando si trattava di cose serie. Non accettava che fosse calato dall’alto niente che avesse importanza. Solo chi era competente poteva influenzarlo, e questo lo rendeva spesso inflessibile. Ma Farley aveva trovato il codice di accesso. Se metteva da parte le chiacchiere e andava direttamente al nocciolo della questione, parlandone con passione ma in maniera sintetica, riusciva a stanare un Alan allegro e scherzoso, e a sentire la sua risata a strappi che ripuliva così velocemente l’aria da ogni tensione. Ciò che era sempre più trascurato era il suo aspetto esteriore. Alan era incredibilmente trasandato, si vestiva come capitava, usava una corda al posto della cintura e lasciava le camicie sbottonate e fuori dai pantaloni. E a volte non si vestiva proprio, infilava la vestaglia sopra il pigiama e partiva a razzo sulla sua bicicletta, chiuso nel suo mondo. La vita quotidiana sembrava non riguardarlo. Sulle unghie aveva delle antiestetiche protuberanze. Si mordicchiava le mani, che erano rosse e infiammate, e sempre sporche di inchiostro, e potevano far credere che soffrisse di una nevrosi incurabile. Eppure Alan era allegro, allegro come può esserlo un giovane matematico totalmente assorbito da ciò che più ama sulla terra, le cifre e le strutture logiche. In ogni caso, era un dono mandato da Dio per Bletchley Park e per l’Inghilterra.
La macchina per la produzione di scritture segrete utilizzata dai nazisti, chiamata Enigma e inventata da Arthur Scherbius, era costituita da diversi elementi: una tastiera per inserire le lettere del testo, i dischi scambiatori, detti anche rotori, per cifrarle, i riflettori e un visore che illuminandosi indicava la lettera da inserire nel criptogramma. Non era solo incredibilmente complessa. Era anche flessibile. La sua complessità poteva facilmente essere rinforzata. Quando i polacchi avevano violato il sistema – cosa che era stata considerata un miracolo –, i tedeschi avevano aumentato da sei a dieci i circuiti degli scambiatori e le chiavi possibili erano improvvisamente diventate centocinquantanove milioni di trilioni, o quel che era il numero centocinquantanove seguito da ventuno zeri. Farley aveva detto a Bridget che pareva un sussurro dall’inferno dell’infinito.
«Riesci a capire cosa si può fare?» aveva chiesto ad Alan.
Alan lo aveva intuito.
«Solo una macchina può sconfiggerne un’altra» aveva detto un giorno mentre attraversava il prato diretto alla baracca rossa un tempo utilizzata per conservare le mele e le prugne e che adesso era diventata un pensatoio per strategie globali.
«Eh?» aveva risposto Farley.
«Provo a esprimermi in un altro modo. Se una macchina crea una melodia, chi avrà la massima capacità di apprezzarla?»
«Non ne ho idea» aveva detto Farley. «Forse un poveraccio che non se ne intende di musica.»
«Un’altra macchina, Oscar. Una macchina con le stesse preferenze» aveva detto Alan, come se parlasse di tutt’altro tipo di preferenze, aprendosi nel suo strano sorriso che era al tempo stesso contemplativo e provocatorio.
Dopo di che era scomparso nel labirinto di siepi di tasso che presto sarebbe stato distrutto. A posteriori, Farley aveva capito che il balzo in avanti era cominciato lì. Lui ovviamente sapeva già allora che i polacchi, guidati da Marian Rejewski, avevano costruito apparecchiature elettromeccaniche in grado di adeguarsi ai nuovi assetti di Enigma. Le chiamavano Bombe, probabilmente per via del rumore che producevano, o perché Rejewski aveva concepito l’idea gustandosi una bomba di gelato in un caffè di Varsavia. Quelle macchine erano state una significativa concausa dei successi dei polacchi. Ma non erano più utilizzabili, non da quando i tedeschi avevano aumentato il numero dei circuiti degli scambiatori. A Bletchley Park si cercava di realizzare qualcosa che fosse molto più avanzato, una macchina che capisse la cacofonia modernista di Enigma, ed era evidente che Alan stava riflettendo su quello. Dio solo sapeva quanto bisogno ci fosse del suo aiuto.
Nell’autunno e nell’inverno del 1939, tutto ciò che avevano intercettato delle comunicazioni tedesche era rimasto un cumulo di insulsaggini, una serie di combinazioni di lettere senza un disegno o un senso. L’atmosfera da Klondike era stata sostituita da una disperazione strisciante, e spesso si aveva la sensazione di essere circondati da un’incomprensibile malvagità. Farley aveva ceduto al pessimismo e di quando in quando si ubriacava oltre misura. Di giorno lavorava duro ma non riusciva a respingere i pensieri sgradevoli; in qualche modo sapeva che la storia d’amore con Bridget gli faceva bene ma anche male, e gli succedeva sempre più spesso di pensare a sua moglie a Londra, dopo di che non riusciva più a trovare piacere lì a Bletchley Park.
Alan invece sembrava stregato. Era insolito che un astro nascente di Cambridge diventato fellow a soli ventun anni si mettesse in testa di costruire una macchina, ma Farley aveva capito subito che Alan era la persona giusta per quel compito. Il suo grande sogno era quello di meccanizzare il pensiero, di materializzare la logica. Farley aveva studiato matematica per un paio d’anni, poi era passato a scienze politiche, poi era approdato a storia della letteratura inglese appassionandosi a Yeats e James, ma gli era chiaro, anche se aveva dimenticato quasi tutto, che Alan aveva un rapporto molto speciale con la sua materia. Era come se i numeri nei suoi pensieri urlassero il loro bisogno di diventare carne e ossa. Farley sapeva che prima della guerra Alan aveva scritto un saggio su un’ipotetica macchina capace di ricevere istruzioni da una striscia di carta, più o meno come una pianola, e di affrontare ticchettando ogni sorta di problema matematico. Quella macchina era solo una risposta teorica a uno specifico interrogativo logico, e nessuno si era mai preso la briga di costruirla. Ma Alan sognava di realizzare qualcosa di simile; non altrettanto avanzato e versatile, certo, solo un cugino più semplice in grado di agganciare un altro dispositivo, di comprenderne la musica. E a Bletchley Park avrebbe potuto farlo.
Senza avere cognizione del tempo e dello spazio, Alan stava chino per ore sulle Enigma confiscate e scarabocchiava i suoi appunti in un taccuino. Era sempre più sporco e arruffato e alcuni ovviamente ne erano infastiditi. Non potrebbe almeno lavarsi? Ma i più, Farley incluso, erano abituati a quell’atteggiamento bohémien tipico di Cambridge e lo lasciavano fare. Alan era diventato un artista. Lo chiamavano il Professore e sì, in un certo senso era già un mito.
Probabilmente però Alan non fu mai così strano come molti in seguito vollero descriverlo. A Bletchley Park tendevano tutti a romanzare, o a fare la caricatura dei colleghi, anche per rendere la vita un po’ più eccitante; ma gli aneddoti su di lui avevano anche un altro scopo, quello di renderlo più gestibile. Era più facile accettare il suo straordinario talento riducendolo a un originale, una mosca bianca con delle strane abitudini innestate in un carattere veramente singolare.
Farley ricordava bene con quanta rapidità era stato capace di abbracciare la complessità labirintica dei cifrari. Già nel gennaio del 1940, aveva presentato i suoi disegni. Farley non l’avrebbe mai dimenticato. Quante speranze, e quante aspettative! Alan aveva progettato una Enigma al contrario, un’antitesi, aveva detto qualcuno, qualcosa in grado di capire la musica di Enigma, aveva aggiunto Farley, ricevendo qualche occhiata stupita.
Altri erano scettici. Sinceramente, non mi aspetto nulla, aveva commentato Pippard, e la situazione non era migliorata quando nella baracca rossa che profumava ancora di frutta aveva fatto il suo ingresso Alan. Sembrava a dir poco squinternato. Indossava una lunga camicia di flanella che ricordava un vestito, e sul suo viso non si riusciva quasi a distinguere la barba lunga dalla sporcizia. Aveva posato sul tavolo rossiccio un taccuino, e aveva cominciato a indicarlo come se a quel modo tutto dovesse diventare più chiaro. Il testo, un centinaio di pagine sciatte, illeggibili, scritte a mano, era pieno di correzioni e macchie di inchiostro. I disegni erano spaventosamente difficili da interpretare, e qua e là si erano levati dei bisbigli. Cos’era quella roba? Prima che Alan avesse il tempo di dire una sola parola, Frank Birch, il capo dei servizi d’informazione della marina, della baracca 4, si era avvicinato e aveva passato un dito sul taccuino, come per controllare quanta polvere avesse accumulato. Prima della guerra, Birch aveva lasciato il King’s College a Cambridge e tentato la fortuna sui palcoscenici teatrali. Conosceva bene l’arte di attirare l’attenzione.
«Questa dunque sarebbe la soluzione ai nostri problemi?» Aveva esordito così, e se il tono non era proprio beffardo l’intento era evidentemente sarcastico, e non contribuiva ad accrescere il senso di fiducia.
«Probabilmente sì» aveva risposto Turing.
«Probabilmente?» aveva ripetuto Birch in maniera teatrale e, anche se il suo scopo di sicuro era più l’intrattenimento che la critica, nella baracca si era diffusa un’impazienza che avrebbe potuto svilupparsi in qualsiasi direzione, e Farley ricordava di aver guardato le mani arrossate di Alan, che sfogliava il taccuino come se all’ultimo momento avesse scoperto di avere scordato qualcosa di determinante.
La riunione nella baracca della frutta era il culmine di un lungo periodo di duro lavoro per tutti, per cui non era strano che l’atmosfera fosse tesa. Due di loro avevano detto apertamente che era vergognoso permettere ad Alan di lavorare da solo al progetto, considerato ciò che era in gioco, e forse perfino Alan aveva avvertito una certa ostilità, pur non curandosi di queste cose. Non parlava con il solito entusiasmo fanciullesco. Balbettava, e pochi riuscivano a seguire il suo ragionamento. Gli ingegneri pretendevano di continuo che precisasse le sue affermazioni.
Lui rispondeva mordicchiandosi il dorso della mano con un’espressione assente.
Poi però era accaduto qualcosa. Uno degli ingegneri aveva esclamato: «Sì, certo, dannazione!» E Alan aveva ritrovato la sua sicurezza. Aveva riso, perfino. «Esatto, esatto, non è pazzesco?» aveva replicato, e una fiducia carica di speranza si era diffusa nella baracca, perché la macchina di Alan, pur nella sua complessità, possedeva una semplicità seducente che lentamente si fissava nei presenti. Tre Enigma sarebbero state collegate fra loro per escludere la possibilità di alternative di assetto negli scambiatori e individuare le contraddizioni nel sistema di cifratura. Alan aveva parlato con particolare fervore proprio della capacità della contraddizione di svelare se stessa, e per un attimo si era anche perso lungo un binario morto. Farley ricordava che aveva citato il filosofo Wittgenstein senza chiarire perché. Poi però aveva ritrovato il filo. Raggiunto il giusto assetto in tutte le macchine, il circuito elettrico si sarebbe chiuso e si sarebbe accesa una lampadina. Il problema era solo che non potevano usare quel mastodonte se non trovavano i crib, frammenti di testo interpretati in base a considerazioni non criptoanalitiche, parole o frasi il cui significato si evinceva dal contesto. Avevano bisogno di decifrare un piccolo pezzo di testo per poter decifrare il resto con l’aiuto della macchina, e questo poteva sembrare ridicolo: dover violare il cifrario per poterlo violare. Ma Alan aveva colto meglio di chiunque altro il valore dei vecchi testi decriptati dai polacchi. Non insegnavano niente di utile sulle Enigma. Tuttavia mostravano, per esempio, che la parola Wetter, tempo atmosferico, era sempre allo stesso posto nelle previsioni delle sei del mattino, e che le comunicazioni da porti o fortezze dove succedeva poco iniziavano spesso con le parole Non ho niente da riferire.
L’analisi di questi schemi avrebbe permesso di ricavare i crib necessari, e Farley a volte pensava che era bello che proprio una persona disordinata come Alan avesse trovato una via d’accesso in ciò che era fin troppo ordinato e monotono. Nella tendenza a formalizzare, a esprimersi in maniera sempre uguale, aveva individuato il tallone d’Achille dei tedeschi. Con una macchina fatta di logica e la convinzione che tutti noi sviluppiamo abitudini e schemi ripetitivi, era partito all’attacco. Dopo di che tutto andò molto in fretta. Già nel marzo del 1940 la macchina era pronta: i disegni di Alan erano incredibilmente diventati un mostro color bronzo di due metri per due che produceva lo stesso rumore di duecento donnette sferruzzanti, e che palesemente esigeva una certa cautela. Ruth, una degli operatori che dovevano imparare a usarla, continuava a prendersi la scossa, e almeno due delle sue camicette erano coperte di macchie di olio.
La macchina aveva i suoi difetti, ma Farley non ne era stupito.
«Credevate che sarebbe andata al primo colpo?» aveva detto una sera, dopo che era scoppiata un’accesa discussione non solo sull’apparecchiatura ma anche sulla fiducia nei confronti di Alan.
Eppure era bastato che Gordon Welchman, il matematico di Cambridge che era diventato il capo della baracca 6, ne aumentasse notevolmente la capacità con pochi semplici accorgimenti, per esempio l’aggiunta di un sistema a circuito elettrico denominato scambiatore diagonale, perché, nella primavera dello stesso anno, i decriptatori della baracca 6 riuscissero a violare i cifrari dell’aviazione e dell’artiglieria tedesche. Le loro comunicazioni segrete venivano lette come un libro aperto, ed era pazzesco. Pazzesco ed entusiasmante, i ministeri dell’Aviazione e della Guerra potevano disporre di informazioni importantissime relative non solo all’invasione della Norvegia e della Danimarca ma anche ai raid aerei sull’Inghilterra. Spesso il comando sapeva in anticipo ora e luogo dell’attacco, e non di rado anche quanti velivoli avessero perso i tedeschi e con quanta rapidità li avrebbero sostituiti. Le macchine di Alan erano mostri mandati dal cielo all’Inghilterra; se ne costruivano in continuazione, e a ognuno veniva dato un nome, Agnes, Eureka, Otto. Farley cominciava ad amare il loro rumore sferzante – il battito del cuore della logica, come lo chiamava Welchman – e non era certo il solo. Da Londra arrivavano sfilze di congratulazioni per quegli oracoli, e a volte Farley si chiedeva che effetto facesse ad Alan. Lui non era certo un libro aperto. Era impossibile capire perché a volte non ce la facesse a incrociare gli sguardi altrui e a volte invece sorridesse come Monna Lisa. Non aveva un’espressione trionfale, ma poteva dipendere dal fatto che era molto impegnato. Gli assetti di Enigma venivano cambiati ogni giorno, a mezzanotte, e lui con i colleghi doveva mappare i comportamenti degli operatori tedeschi e sfruttare la loro pigrizia; non sempre, infatti, erano imprevedibili quando decidevano le chiavi di criptazione, magari sceglievano lettere che erano sulla stessa riga o sulla stessa diagonale del pannello degli strumenti. Il calcolo delle probabilità faceva parte del lavoro.
A un certo punto Alan era stato trasferito nella baracca 8, con l’incarico di violare l’assai più difficile codice Enigma della marina, ma il comando temeva che finisse per logorarsi e aveva chiesto a Farley di tenerlo d’occhio.
Ma non era così semplice. A differenza degli operatori tedeschi, Alan non era affatto abitudinario. A volte dormiva fino a tardi, a volte usciva all’alba. Un giorno – uno degli ultimi trascorsi da Farley al Crown’s Inn – Alan era seduto al tavolo della colazione con davanti il New Statesman. Già da lontano si vedeva che doveva essergli successo qualcosa. Gli occhi erano rossi e gonfi, come quelli di chi ha pianto tutta la notte, e Farley aveva deciso di non disturbarlo. Una mossa stupida. Se Alan era in crisi, avrebbe dovuto tendergli una mano. Ma c’era qualcosa, in quelle lacrime, che incuteva rispetto. Come quando, da piccolo, Farley vedeva piangere suo padre. Gli pareva di assistere a uno spettacolo proibito. In ogni caso, quella era l’ultima informazione al mondo che la direzione di Bletchley Park voleva ricevere. Alan era il vitello d’oro. Se era scombussolato, automaticamente lo era anche tutta Bletchley Park. Alcuni elementi però contrastavano con gli occhi rossi; per esempio, Alan stava cercando di risolvere un cruciverba sul giornale. Farley aveva detto, con tutta la dolcezza che conosceva: «Ciao, Alan. C’è qualcosa che posso fare per te?»
«Ciao, Oscar. Non ti avevo visto. Dicevi?»
«Posso aiutarti in qualche modo?»
«Sei molto gentile. Ma la mia lista dei desideri è troppo lunga, temo. Vorrei una bicicletta nuova e cibo migliore, e la pace, si capisce, e dei cruciverba più difficili. Tu stavi pensando a qualcosa di particolare?»
Farley aveva risposto di no e si era ritirato, sconcertato. Un quarto d’ora più tardi stava camminando lungo la strada sterrata in direzione di Bletchley, e i suoi pensieri erano concentrati sulla moglie, che tradiva, e sul suo grande dolore per non aver avuto figli. Tutt’a un tratto aveva sentito un rumore alle sue spalle, un ticchettio che si mescolava allo scricchiolio della ghiaia. Era un rumore che aveva imparato a riconoscere: Alan sulla sua vecchia bicicletta con quella catena impossibile. Quando si era voltato, si era trovato davanti qualcosa di molto bizzarro. Alan indossava un aggeggio che pareva una maschera antigas. Farley aveva annusato l’aria in un istante di panico, ma Alan aveva subito agitato allegro la mano; sarebbe passato del tempo prima che Farley capisse che la maschera era la protezione che Alan usava contro l’allergia, e che le lacrime non erano altro che il prodotto di una brutta febbre da fieno.
Intanto diventava sempre più necessario violare anche il cifrario della marina, e le pressioni da Londra si facevano sempre più disperate.
Violate quel maledetto cifrario!
Ma i tedeschi dedicavano molta attenzione alla marina. Capivano cosa avrebbe significato avere il sopravvento nella battaglia per il controllo dell’Atlantico, e il sistema era inattaccabile. Alan si era immerso nello studio delle probabilità, nella complessa valutazione di prove concrete ed elementi occasionali, e poi, seguendo il metodo della reductio ad absurdum, aveva sviluppato ulteriormente la possibilità di trarre conclusioni dalle contraddizioni. «Utilizzo il paradosso del mentitore come un grimaldello» aveva spiegato, e in effetti era un passo avanti, però non bastava. Sembrava necessario impadronirsi dei cifrari dei sottomarini. Ma come fare?
Farley discuteva continuamente con l’Mi6 e l’Oic senza arrivare da nessuna parte, e l’atmosfera non faceva che peggiorare. Birch se la prendeva sempre più spesso con tutto e con tutti nelle sue scenate teatrali, niente più del solito lamentarsi di cui ognuno aveva bisogno per tirare avanti e che lui aveva sviluppato come un’arte. «Dobbiamo violare quel dannato cifrario!» aveva sbraitato in un’occasione. Ma un giorno era successo qualcosa di sgradevole. Era presente anche Pippard, che si occupava della sicurezza e aveva una capacità infallibile di adeguarsi in tutto e per tutto alla linea ufficiale. Non che non fosse intelligente o che mancasse di iniziativa e di indipendenza, ma aveva una sensibilità molto accentuata per gli ordini, le decisioni e anche i desideri inespressi del potere. I punti di vista che esprimeva erano quelli che stavano per prendere piede, e quel giorno, mentre Birch continuava a ripetere che Alan non aveva senso pratico ed era trascurato, perdeva le cose, non faceva mai quello che gli era stato chiesto e si occupava solo delle sue dannatissime teorie, lui aveva aggiunto con la sua pronuncia blesa: «Inoltre è un finocchio.»
«Che fesseria stai dicendo?» aveva sibilato Farley.
Anche Farley sapeva delle voci che circolavano, e sapeva che nel fascicolo personale di Alan era stato scritto probabilmente omosessuale, ma aveva personalmente cancellato l’informazione quando era stato ufficializzato il fidanzamento con Joan Clarke, e in ogni caso non gli faceva né caldo né freddo, in fondo veniva anche lui dal King’s College. Un omosessuale non gli dava più fastidio di uno che beveva dalla bottiglia. Aveva cercato di cambiare argomento, ma Pippard aveva insistito, dicendo di avere parlato con un tizio che aveva sentito che Alan aveva cercato di sedurre Jack Grover al lago, e aveva concluso che Alan forse si era lasciato dominare dalla libidine e perciò aveva perso la concentrazione. Mio Dio, aveva pensato Farley, chi non si lascia dominare dalla libidine?
Poi aveva mandato all’inferno Pippard, cosa che non avrebbe certamente migliorato i loro rapporti.
Da quel giorno, il pensiero che Pippard e altri calunniatori potessero fare in modo che Alan fosse bollato come un rischio per la sicurezza aveva costituito un motivo di grande preoccupazione per Farley, e avrebbe dovuto essere così per tutti loro. L’omosessualità non era ancora considerata chissà quale dramma, ma quelle erano settimane disperate e l’isteria cresceva di giorno in giorno. Nel continente e sul mare Hitler rafforzava il suo potere e il codice Enigma della marina era ancora inviolato. Rimaneva una sola speranza, un piano folle elaborato a Londra, al Nid, da Ian Fleming, il giovane assistente del direttore, John Godfrey. Farley conosceva Fleming superficialmente. Era stato amico del fratello Peter, che aveva scritto l’eccellente diario di viaggio News from Tartary. Ian Fleming non sembrava altrettanto solido, ma con Farley aveva un buon rapporto. Erano entrambi bibliofili e soffrivano delle stesse nevrosi, un tocco di ipocondria e il bisogno di essere considerati uomini di mondo. Ian era tormentato da terribili cefalee che imputava a un frammento di rame che gli era rimasto nel naso dopo un incidente sportivo a Eton, ma era pieno di fantasia e di iniziativa, indiscutibilmente, anche se si dava delle arie e raccontava frottole. Stando al piano di Fleming – l’operazione Ruthless –, gli inglesi si sarebbero procurati un bombardiere tedesco in grado di volare, con l’aiuto del ministero dell’Aviazione, e un equipaggio di cinque elementi tosti, tra cui un pilota e uno in grado di parlare un tedesco fluente. Gli uomini dell’equipaggio, vestiti con uniformi identiche a quelle della Luftwaffe e truccati in modo da sembrare feriti, sarebbero partiti per andare a precipitare nella Manica. Avrebbero lanciato un sos in tedesco, e poi avrebbero aspettato di essere recuperati da una nave tedesca. Farley guardava con scetticismo al piano. Erano tante le cose che potevano andare storte, in particolare quando l’equipaggio, a bordo della nave, avrebbe cominciato a recitare la commedia in attesa del momento giusto per fare fuori i tedeschi e impadronirsi dei cifrari.
Tuttavia, lui e Alan e anche Peter Twinn della baracca 8 si lasciarono convincere; forse perché non avevano molto altro o perché non avevano mai sperimentato la tendenza all’esagerazione di Fleming che avrebbe dovuto scrivere romanzi o qualcosa del genere e invece, nel settembre del 1940, andò a Dover per dare inizio ai preparativi. Il bombardiere, uno Heinkel, era già stato procurato e l’equipaggio reclutato, una squadra assolutamente fenomenale, sono tentato di aggregarmi, aveva detto Fleming, e Farley ci aveva creduto, anche se si chiedeva quanti soldati inglesi parlassero un tedesco privo di accento.
In quel periodo i controlli di sicurezza a Bletchley Park erano stati rafforzati. Nessuno doveva sapere una sola parola oltre l’indispensabile. Nessuno doveva avere anche solo un’idea di quello che facevano i colleghi delle altre baracche. E Alan, con tutto quello di cui era a conoscenza, cominciò a essere considerato un serio rischio, mentre dietro le quinte Pippard lavorava alla sua campagna denigratoria. Cosa lo spingeva? Farley non capiva, ma notava che Pippard portava sempre più gente dalla sua parte, e che l’atmosfera ne risultava avvelenata. E soffriva con Alan. Avrebbe dovuto riuscire in un’impresa impossibile per chiudere la bocca a chi lo criticava. Ma il codice Enigma della marina rimaneva impenetrabile, e nemmeno da Fleming arrivavano notizie positive. Domani. O forse dopodomani. Tranquilli, sistemerò questa cosa. Così scriveva. Ma non succedeva niente, e i giorni passavano. Si era pensato di aspettare la fine del mese, quando le navi tedesche avrebbero ricevuto i cifrari aggiornati. Ma anche la fine del mese era passata senza novità. I telegrammi di Fleming diventavano sempre più vaghi e sfuggenti, e Farley e Alan non avevano più bisogno di parlare. Si capivano con un’occhiata: Niente nemmeno oggi!
La sera del 16 ottobre 1940 Farley, in piedi nella sua stanza accanto alla biblioteca della residenza padronale, guardava fuori, verso il lago e le baracche, quando un giovanotto era arrivato con un telegramma di John Godfrey da Londra: Operazione Ruthless rimandata a tempo indeterminato. Avrebbe potuto benissimo esserci scritto annullata per sempre. Era il colpo di grazia. Farley aveva provato una fitta di delusione e di vergogna, e aveva tirato un calcio al cestino della carta. Doveva capirlo subito. Il piano era solo un cumulo di idiozie, nient’altro. Ma era stata la reazione di Alan, quando gli aveva comunicato la notizia, a preoccuparlo veramente.
«Non ce la faremo mai» aveva detto, con un pessimismo che non era per nulla da lui.