18.

James Ferns, il giudice istruttore, non mostrò esitazioni in aula. Seguì in tutto e per tutto la linea del dottor Bird, e quasi non ascoltò le riserve di Corell che del resto non furono esposte con molta partecipazione, anche se qua e là c’era una certa eleganza nella formulazione. Dopo la telefonata della madre di Turing e il successivo incontro con Julie e la bambina, Corell si era sentito senza forze, e certamente non giovò il fatto che il giudice istruttore lo salutasse con le parole: «Perché Sandford non è venuto di persona?» Corell era considerato più o meno come l’aria, e diverse volte nel corso dell’udienza ebbe occasione di pensare: Sono delle nullità! Che ne sanno, realmente? In aula comunque – e in qualche modo la cosa gli dispiacque – non fu detto nulla che si potesse chiaramente ricondurre a ignoranza o irragionevolezza. La conclusione, suicidio, sembrò del tutto plausibile. Eppure la delusione pungeva, anche perché la procedura era stata quella di sempre. Non avrebbero almeno potuto fingere che il caso fosse speciale?

Dopo l’udienza, Ferns e Bird si misero a chiacchierare amabilmente come se Corell neanche ci fosse, e quando scoppiarono a ridere gli sembrò che stessero ridendo di lui, e inconsapevolmente strinse i pugni. Si sforzò di immaginare una possibile rivincita, un giorno, un giorno. James Ferns era un ometto sulla cinquantina con un’espressione vanitosa su un viso abbastanza bello, il cui centro era rappresentato da un paio di baffi sottili, molto curati, dall’aspetto un po’ militaresco. Occupava una posizione di spicco nel Rotary Club di Wilmslow, e qualche volta Corell l’aveva visto a Carnival Field con due grossi rottweiler.

Quando uscì nell’aria fresca della sera, Corell avrebbe voluto essere molto lontano. Indossava per la prima volta il vestito nuovo, quello di tweed, ma non si sentiva a suo agio. In qualche modo gli pareva di essere troppo elegante. Il vestito sembrava adatto a un uomo più degno di uno smarrito ispettore di polizia di Wilmslow, e lui si guardò intorno imbarazzato. Alcuni reporter stavano aspettando sulle scale del tribunale, non proprio una ressa, eppure il giudice istruttore si lisciò i baffi con una vanità che non cercò neppure di nascondere. Ferns amava i giornalisti. Loro però non ricambiavano quell’amore. Ferns si esprimeva in maniera ingarbugliata, probabilmente senza rendersene conto. Si gonfiava come un pavone, e la cosa era davvero spiacevole. Eppure Corell poteva capirlo. Anche lui si sentiva più importante quando i giornalisti si avvicinavano, ma a differenza di Ferns aveva il buon senso di non sorridere soddisfatto. Comunque, ebbe presto altro a cui pensare.

Due volti attirarono la sua attenzione, e uno era di Oscar Farley, i cui problemi con la schiena dovevano essersi aggravati. Si appoggiava a un bastone da passeggio, e questo rafforzava l’aria di urbana malinconia che lo caratterizzava e che agli occhi di Corell faceva apparire provinciale tutto ciò che lo circondava. Eppure non era Farley quello che lo aveva colpito maggiormente. Era l’altro uomo, che forse era del gruppo dei reporter. Il suo sguardo vagava come se volesse assorbire tutto, ma il suo corpo comunicava anche altro, faceva pensare che venisse da un altro mondo. Non era vestito in maniera costosa come Farley. Indossava pantaloni di cotone e una vecchia giacca di velluto a coste marrone, e non aveva cappello. Non sembrava avere molti anni più di Corell. Ma il dettaglio degno di nota in lui era rappresentato dagli occhi. Che erano penetranti, perché la loro forma era stretta e allungata, e perché irradiavano uno sguardo intenso che gli conferiva un’aria insolitamente attenta. Un libro grigio gli spuntava dalla tasca della giacca e, senza sapere perché, Corell si portò la mano al trilby, salutandolo come si fa tra colleghi. Ormai si erano tutti raccolti in un piccolo gruppo in cima alle scale del tribunale, e quando Ferns si schiarì la voce l’adunanza tacque. Un senso di attesa si diffuse nell’aria.

«Abbiamo stabilito che si tratta di suicidio» disse il giudice istruttore. «Di un atto volontario» aggiunse, come se esistessero altri tipi di suicidio.

«Su cosa si basa questa conclusione?» chiese un giovane reporter, e la domanda indusse Ferns a riferire in maniera piuttosto prolissa ciò che era stato rilevato in Adlington Road.

«Turing non poteva non conoscere gli effetti del cianuro. Non lo avrebbe mai usato distrattamente» intervenne Bird.

«E poi aveva anche i suoi motivi» aggiunse il giudice istruttore. «Aveva subito un processo umiliante.»

«Perché si è servito proprio di una mela?» chiese un reporter di mezza età con gli occhiali tondi, e a quel punto Corell avrebbe voluto dire qualcosa, quella era materia sua.

Ma gli mancò il coraggio di intervenire, perciò restò ad ascoltare, muto, mentre Bird spiegava che la mela probabilmente era servita a mitigare il gusto amaro del veleno. Corell pensò che sembrava una ricetta: Insaporite con del cianuro. Però usate una mela per eliminarne il gusto amaro. Intanto il giudice istruttore si era inoltrato in un complicato ragionamento volto a dimostrare che il suicidio poteva anche non essere stato pianificato da tempo. «Può benissimo essere stato dettato da un impulso improvviso» disse. «Non si può mai sapere quale sarà la prossima mossa di un uomo di quel tipo.»

«Perché no?» disse lo stesso reporter che aveva chiesto della mela.

«Mettiamola così. Non siamo tutti uguali. E una persona come Turing può facilmente diventare instabile, questo mi sento di sostenerlo. Può facilmente perdere la ragione. La vita ha alti e bassi, e sospetto, o meglio, ho motivo di credere che i suoi processi mentali fossero scombussolati in quel momento. Sì, capite dove voglio arrivare. Forse quell’idea disgraziata è arrivata all’improvviso. Forse stava per fare qualcosa di totalmente diverso, quando ha preso quella decisione» concluse Ferns, e scese il silenzio.

I reporter stavano annotando le sue parole, e nemmeno Corell sarebbe riuscito ad aggiungere qualcosa. Ma proprio in quell’attimo colse al volo uno sguardo dello sconosciuto in giacca di velluto a coste, e non era solo un’occhiata critica. Era uno sguardo che inceneriva e per Corell, che da subito avrebbe voluto farsi notare, divenne un motivo per intervenire.

«Ammetto che il signor giudice istruttore mi lascia impressionato» disse.

«Ah sì? E perché?»

Ferns sembrava sconcertato.

«Perché è stato capace di stabilire con rapidità e sicurezza che tipo fosse Alan Turing. Ma immagino che il giudizio si basi su uno studio approfondito della sua vita e delle sue attività scientifiche.»

«Be’, sì» azzardò Ferns.

«Tuttavia il signor giudice istruttore non ha chiarito di che tipo umano si trattasse» continuò Corell. «Di quello del professore, o dell’appassionato uomo di scienza, o addirittura dell’omosessuale guidato da impulsi e capricci? Ma vorrete scusarmi, io non sono nemmeno sicuro di quanti tipi umani esistano. L’unico che conosco davvero è quello di chi parla di cose che non capisce, e ne ho un esempio davanti agli occhi.»

Si sentì una risata, anche se Corell non poté stabilire da dove venisse.

«Ciò che volevo dire era...» attaccò Ferns, chiaramente scosso.

«Che non sappiamo nulla delle motivazioni di Turing, o almeno spero fosse questo ciò a cui si riferiva. Ci sono grandi lacune nella nostra ricostruzione della sua vita. Tutta questa indagine è stata portata avanti in maniera vergognosamente affrettata. Esprimersi sui pensieri di Turing nel suo ultimo giorno è solo avventato. Sono congetture» continuò Corell. Pensava al suo trionfo, alla risata che aveva sentito, ma quando levò lo sguardo si accorse che nessuno dei reporter stava prendendo appunti e che gli occhi del medico legale e del giudice istruttore luccicavano di collera.

Regnava un silenzio imbarazzante, come dopo un increscioso incidente, e la sensazione inebriante che per un istante l’aveva pervaso svanì di colpo, facendolo precipitare ancora una volta nel suo solito stato di inferiorità. Corell cercò con lo sguardo lo sconosciuto. Ma era nascosto dietro un uomo alto con i denti molto distanziati, e per un secondo o due Corell non seppe come comportarsi.

«Signori, questo è tutto» disse.

Le parole echeggiarono prive di peso. Non aveva titolo per interrompere una conferenza stampa, ma ormai il danno era fatto. Portò la mano al trilby e se ne andò, con la sensazione che la sua schiena apparisse pietosa, e che il suo culo ricordasse quello di una ragazza, e in un flash immaginò i commenti malevoli che sarebbero girati nel gruppetto. Eppure tenne la testa alta e cercò di mettere in campo tutti i meccanismi di difesa. Cosa mi importa di quei presuntuosi?

Ma la vergogna aumentava, e cominciò a chiedersi se Ferns potesse avere ragione, o se avesse davvero detto qualcosa di tanto stupido da giustificare la durezza del suo attacco. Forse che gli omosessuali non sono preda di impulsi e capricci? Si eccitano, e subito dopo sono distrutti dall’angoscia e dal rimorso. Il profilo psicologico era quello, Ferns aveva ragione. Lo stupido era Corell. Ma perché tutto ciò che faceva finiva sempre per essere un insuccesso? Si sentiva vuoto, privato di qualcosa, non solo di un mistero che aveva il profumo del grande mondo, ma anche... come dire... di un anelito. Adesso era tutto finito. Il caso era stato archiviato come un triste suicidio, e lui non è che avesse scoperto altro. Aveva la lettera ma ne sapeva quanto prima. Era quella la parte malinconica del suo lavoro. Nell’attimo in cui riusciva a entrare in un’esistenza doveva uscirne, ma di solito non era così difficile da accettare. Spesso provava un senso di stanchezza, di avvilimento, alla conclusione di un’indagine, ma questa volta era arrivata gente da Cheltenham, e si era parlato di spie e di politica.

Corell non poteva farci nulla. Doveva tornare al solito squallore, a chi insozzava il cortile della stazione di polizia. Cercò di pensare ad altro, a Julie e alla bambina, a ogni cosa possibile e immaginabile. Si lasciò inghiottire dalla cupezza, e ci volle un po’ prima che capisse che una voce maschile lo stava chiamando.

«Ehi! Un momento!»

Si girò lentamente e vide lo sconosciuto con gli occhi come fessure, e la cosa lo ridestò dai suoi lambiccamenti. Ma lo rese anche nervoso, più o meno come succedeva a scuola quando qualcuno di condizione sociale elevata si avvicinava inaspettatamente e gli sorrideva con simpatia. Ne era contento, ma avrebbe preferito evitare. Per fortuna l’uomo esordì con la battuta giusta.

«Magnifico commento!»

Corell si azzardò a esordire con un’onesta ammissione.

«Mi sento un idiota.»

«La maledizione di chi dice la verità.»

Chi dice la verità.

Era quasi eccessivo, e per rimanere con i piedi per terra Corell tese la mano e si presentò. L’uomo, che nonostante le parole gentili aveva in sé qualcosa di molto severo, si chiamava Fredric Krause ed era docente di logica a Cambridge, e amico di Turing, o almeno ammiratore. Era lì per onorare Alan.

«Onorare?»

«Se avesse conosciuto Alan, penserebbe anche lei che è davvero comico parlare di lui come di un tipo specifico.»

«In che senso?»

«In ogni senso! Per capirci: se c’è un’altra persona come lui voglio incontrarla subito!»

«Eh?»

«Se ho interpretato correttamente il suo pensiero, lei non è sicuro come gli altri che si sia trattato di un suicidio» continuò Krause.

«Abbastanza sicuro sì, però.»

«Ma...»

«Nessun ma. Ho solo la sensazione di sapere troppo poco di Turing.»

«Condivido la sua sensazione.»

«Davvero?»

L’uomo annuì, avanzò di un passo e in un attacco di paranoia Corell pensò che si stava avvicinando troppo. Ma scacciò il pensiero. Erano vicino a Grove Street e stavano solo camminando insieme. La ressa del pomeriggio si stava placando, e un po’ alla volta rallentarono anche loro. Krause lo pregò di raccontargli ciò che sapeva e Corell, mentre gli descriveva le condizioni in cui aveva trovato la casa, si sentì dotato di un’agilità mentale e di una capacità di esposizione più che discrete.

«Lei che idea si è fatto?» domandò alla fine. «Turing avrebbe potuto togliersi la vita?»

«Di nessuno lo si può affermare. Ma lui aveva subito cose infernali, e poi...»

Krause esitò, e Corell fece caso solo in quel momento a una caratteristica curiosa. Quando rifletteva gli tremavano le palpebre.

«Poi cosa?»

«Non è mai facile invecchiare per un matematico, o anche per un fisico. Noi siamo come gli sportivi, di solito. Raggiungiamo l’apice a vent’anni. Einstein era quasi vecchio quando ebbe il suo annus mirabilis, e aveva ventisei anni. Dopo di che ci rimane troppo tempo per volgere lo sguardo all’interno.»

«E non è una buona cosa?»

«Se ci guardiamo dentro con la stessa energia con cui esaminavamo un problema matematico, allora tutto va in modo terribilmente storto» rispose Krause, curiosamente allegro considerato ciò che aveva appena detto, e aggiunse che Alan era stato un idiota a trasferirsi in una roccaforte puritana.

«Non c’è niente di male in Wilmslow» chiarì, come se Corell potesse essersi offeso, «ma non potrebbe essere più distante dal King’s.»

«Sì, qui era costretto ad andare in Oxford Road» disse Corell.

«Dove?»

«È il luogo in cui gli uomini si rimorchiano a vicenda.»

«Ah, ecco.»

«Posso farle una domanda completamente diversa?» disse Corell.

«Lei è un poliziotto. Ovviamente può chiedere tutto quello che vuole.»

«Non si tratta di una questione relativa all’indagine.»

«Tanto meglio.»

«Un tempo ero bravo in matematica» continuò Corell, e si vergognò subito delle sue parole.

«Congratulazioni» disse Krause, e il commento poteva anche essere sarcastico, ma Corell scelse di non interpretarlo a quel modo.

«E mi diverte molto il paradosso del mentitore.»

«Ah, capisco!»

Krause sembrava incuriosito.

«Credevo che si trattasse solo di un divertente gioco di parole, poi però ho letto...» nel verbale d’interrogatorio, stava per dire, ma si rese conto che non sarebbe stato opportuno.

«Cosa?»

«Che il paradosso in realtà è un problema importante, fondamentale, che ha dato origine a un nuovo...»

Corell si interruppe, poi riprese.

«Sarei molto felice se lei volesse spiegarmelo.»

«Mio Dio! Lei mi stupisce e al tempo stesso mi rallegra» rispose Krause, aprendosi in un largo sorriso. «Il paradosso del mentitore? Santo cielo! Vuole veramente stare ad ascoltarmi? Potrebbe non liberarsi più di me.»

Si fermarono.

«Correrò il rischio.»

«Da dove devo cominciare?»

«Dall’inizio, per esempio.»

«Allora devo andare indietro nel tempo, e arrivare ai greci. I romani posso saltarli, non capivano niente. L’unico che ebbe a che fare con la matematica probabilmente fu quello che fece fuori Archimede. Mentre il paradosso del mentitore, nella sua versione originaria, si chiamava...»

«Conosco Epimenide.»

Ripresero a camminare.

«Bene, allora procediamo. Epimenide fu il primo. Ma in seguito il paradosso è ricomparso in moltissime varianti. Nel Quattrocento un filosofo francese scrisse: Tutte le frasi su questo foglio sono false. Bello, vero? Semplice, chiaro, ed eternamente contraddittorio. Se tutte le frasi sul foglio sono false, ovviamente anche quella dev’esserlo, ma allora è vera in quanto afferma esplicitamente di essere falsa, e però è sul foglio sul quale tutte le frasi sono false... Una volta Alan disse che si sarebbe dovuto usare il paradosso del mentitore per far saltare in aria i robot.»

«Cosa intendeva?»

«Un essere costituito unicamente da sistemi logici andrebbe in tilt meditando su una frase del genere. I suoi pensieri girerebbero in tondo fino al cortocircuito.»

«Ma il paradosso è davvero fondamentale?»

«Assolutamente sì. Fondamentale e centrale. Ha cambiato il nostro modo di vedere la logica, e anche di vedere il mondo. Ma Wittgenstein le avrebbe risposto che il paradosso è solo un vuoto nonsenso.»

«Invece...»

«No, Alan no. Lui e Wittgenstein ebbero numerosi scontri sull’argomento, a Cambridge.»

«Si frequentavano?»

«Non proprio» disse Krause. «Alan aveva amici più simpatici. E Wittgenstein non ha mai capito nulla di matematica. Ma subito prima della guerra io e Alan seguimmo il suo corso di logica, e allora...»

Krause si interruppe e sorrise, come se si trattasse di un caro ricordo. Un ventaglio di rughe si aprì sul suo viso che probabilmente non era poi così giovane, e lo sguardo, quel suo sguardo scuro e penetrante, si assottigliò ancora di più e a Corell, che si era fermato un momento, parve di veder passare il grande mondo. Wittgenstein era uno di quei personaggi che aveva sentito citare a tavola durante la sua infanzia, e il fatto che Turing avesse avuto numerosi scontri con il filosofo non lo affascinava quanto la mancanza di rispetto nel tono di Krause. Wittgenstein non ha mai capito nulla di matematica. In quelle parole c’era un’eco del modo regale con cui il padre valutava i grandi del mondo. Corell si rese conto che erano appena passati davanti allo Zest, che occupava il pianterreno di una bella casa di pietra imbiancata a calce. Benché fosse un classico pub irlandese, aveva la facciata dipinta di giallo e blu, e Corell esitando disse: «Posso offrile un bicchiere?»

Se ne pentì subito. Era come se Krause non avesse sentito.

«Un bicchiere?» ripeté poi.

Sembrava avere perso la sua patina di ironia. Si fece meditabondo, ma solo per poco. Poi s’illuminò e fece un gesto con la mano destra.

«Senz’altro» disse, e così entrarono.