33.

La tensione incapsulata nel petto di Corell si era sciolta e, anche se sentiva ancora male, i dolori gli sembravano più sopportabili adesso, simili alle conseguenze di una lunga corsa o di un’onesta scazzottata. Di quando in quando provava addirittura piacere, era da un’eternità che non incontrava una persona capace di animarlo a quel modo: le parole erano tornate, quelle di un tempo, le frasi argute, le astrazioni, le alzate d’ingegno, le coloriture drammatiche e i trucchi per far durare l’effetto. Più un racconto è coinvolgente, più chi ascolta vuole conoscere i dettagli.

Tutto ciò che aveva sentito da bambino lo spingeva avanti. Ross e Anderson alla stazione di polizia gli facevano morire le parole in bocca, Oscar Farley invece le faceva vivere, permettendogli di esprimersi con sincerità, o con qualcosa che gli pareva tale. Così finì per avere l’impressione, come da bambino, che la storia si animasse di vita propria, in un contesto che all’inizio non c’era, con dettagli che non erano proprio falsità, semmai erano aggiunte ornamentali che la storia stessa sembrava richiedere, e lentamente scoprì ciò che in realtà aveva sempre saputo: a raccontarla, la vita diventa diversa, viene riformulata e assume nuovi punti di riferimento e di svolta. Nella sua storia mancava la conversazione con Krause, e avvenimenti che fino a poco prima parevano di poco conto avevano acquisito nuovi significati, eppure gli sembrava che tutto fosse noto, e gli sembrava di essere tornato indietro nel tempo fino a Southport ma anche di essere stato trasformato in una persona nuova e migliore. Ovviamente erano solo sciocchezze. Non c’era niente di cui rallegrarsi. Quello era un interrogatorio su dei segreti di stato, e Corell sapeva meglio della maggior parte delle persone che un metodo classico seguito negli interrogatori era quello di procurare un’illusione di benessere; nei pochi momenti di lucidità sospettava che tutto il calore che credeva di scorgere negli occhi di Farley fosse solo un banale trucco, un modo per indurlo a contraddirsi. Ma... si lasciò comunque ubriacare dal piacere della conversazione. Falsa o no, lo stava risanando e lentamente la presunzione cominciò a circolare nelle sue vene. Continuava a parlare introducendo nuove associazioni e nuovi scarti di pensiero, frasi rubate a Krause e Gandy, citazioni dagli scritti di Turing. Sapeva che stava andando oltre, ma rimase comunque sorpreso quando l’espressione sul viso di Farley improvvisamente si congelò.

*

Macchine in grado di capire un’incomprensibile musica.

Le parole di Corell avevano spinto Farley a ricordare Alan e Bletchley Park. Ma avevano anche ridestato la sua attenzione. Ora era di nuovo lucido e aveva ben presente la situazione, compreso quanto aveva sentito da Pippard. Provava tenerezza per il giovane poliziotto e si sentiva stimolato da lui, ma più il tempo passava più aumentava il timore di essersi lasciato influenzare dai propri sensi di colpa, dalla vulnerabilità che aveva letto negli occhi di Corell e più ancora dal suo talento. Lo aveva rianimato, come quando uno dei suoi studenti lo sorprendeva positivamente, e gli aveva perfino fatto pensare che Corell potesse essere un elemento da reclutare. Poi però si era concentrato sull’esposizione, sul piacere di raccontare, di alludere a testi letterari, e senza volerlo – non era solito criticare i figli per le colpe dei padri – gli era tornato in mente il padre del giovanotto: James Corell, il buffone che incantava con storie pazze e fantastiche, ma non necessariamente vere. Aveva forse davanti la seconda generazione dello stesso fenomeno? Non poteva saperlo. Ma provava una sensazione indefinita che ci fosse qualcosa di sbagliato. Continuava a difendere il poliziotto nei suoi pensieri, per esempio non credeva che sapesse, nemmeno in maniera approssimativa, tutto quello che Pippard si immaginava, e si rifiutava di credere che avesse venduto a qualcuno delle informazioni, lo riteneva impossibile. Il dannato vestito di cui aveva tanto parlato Pippard e che adesso era sconsolatamente insozzato l’aveva pagato la zia, e all’uomo dai lineamenti slavi e dall’aria brutale descritto da Mulland non aveva creduto neanche per un istante. Rimaneva convinto che la maggior parte del resoconto di Corell corrispondesse a verità. Ma... la sensazione che qualcosa non quadrasse, che tutto fosse anche troppo giusto, cresceva in lui, e d’improvviso ebbe un’illuminazione: la lettera. Come poteva essersene scordato? Era stata soprattutto quella a mettere in subbuglio Pippard.

«Pippard ha detto che lei ha letto una delle lettere di Turing.»

«Sì... è vero.»

«Di che genere di lettera si tratta?»

«Ce l’ho qui» disse Corell, indicando la tasca interna della giacca.

«A Wilmslow aveva negato di avere trovato altro.»

«Non sono riuscito a spiegarle quanto idiota sono stato? Avrei dovuto consegnarvi la lettera e non venire qui e non andare da Pippard.»

«Però l’ha fatto.»

«Questa storia mi ha spinto a fare cose che non avrei dovuto fare.»

«Aveva intuito che c’erano cose importanti di cui non era a conoscenza.»

«Non era solo quello, purtroppo. Si trattava più che altro di me stesso. Di vecchi, stupidi sogni. Volevo...»

«Posso vedere la lettera adesso?»

Sì, poteva. Corell gli tese alcuni fogli spiegazzati e prima ancora di iniziare a leggere Farley era già nervoso. Gli tremavano addirittura le mani, non capiva esattamente perché ma aveva paura di tutto, paura di essere stato indicato come il bastardo che aveva buttato Alan fuori dal Gchq, paura che lui nonostante tutto avesse svelato dei segreti di stato, paura che sommi sacerdoti come Pippard ricevessero acqua per il loro mulino. Perciò lesse la lettera molto rapidamente. Che tristezza! Faceva proprio male. Eppure era tranquillizzante. Un funzionario più ortodosso, un Pippard, avrebbe avuto di sicuro un’infinità di osservazioni da muovere. Era stata un’imprudenza da parte di Alan scrivere che aveva perso il suo incarico e che non poteva parlarne, per quanto l’avesse fatto in maniera oscura, ma la lettera non era una flagrante violazione delle prescrizioni di sicurezza; se c’era qualcuno che doveva vergognarsi, quello era Mulland insieme a chi l’aveva mandato. È così incapace di fingere naturalezza che mi innervosisce. Dove sono andati a pescarlo?

Già, dove?

Non avrebbe dovuto promettergli nulla. No, no, Mulland meritava di essere immediatamente cacciato dal Gchq – come lui, del resto.

Con un’espressione stanca Farley si guardò intorno nella stanza. Sul davanzale interno c’erano due bottiglie di birra, per terra una valigia con indumenti e libri e sul comodino due bicchieri e il taccuino, quello per cui Mulland aveva fatto tanto chiasso.

«Cosa ne pensa?» disse Corell.

«Della lettera? Mi mette tristezza. Era una brava persona, Turing. L’abbiamo trattato male.»

«Era un grande pensatore?»

«Senza dubbio» disse Farley con un’aria un po’ assente.

Prese il taccuino e si mise di nuovo a sfogliarlo, e solo vagamente, con la coda dell’occhio, notò che Corell si era illuminato quasi avesse sentito qualcosa di molto piacevole.

«Cosa lo rendeva tale?»

«Tale?»

«Un grande pensatore.»

«Lui...»

Farley notò lo stesso nome che aveva attirato l’attenzione di Mulland. Fredric Krause.

«È stato molto imprudente da parte sua trattenere la lettera» disse, evitando così di farsi coinvolgere in una discussione sulla grandezza di Alan.

«Pensa di fare rapporto ai miei superiori?»

«No. E lei?» disse Farley con un tono leggero di cui subito si pentì.

Non doveva essere così mite e debole. Doveva smetterla di lasciarsi accecare dalla simpatia per quel giovanotto, ora che aveva scoperto il nome di Fredric Krause nel taccuino. Fredric Krause. Farley sentì una stretta inquietante allo stomaco, non che avesse mai creduto che Krause fosse un individuo inaffidabile, ma era comparso davanti al tribunale a Wilmslow e poi era sparito. Poteva aver...? Farley si rifiutava di crederlo. No, no; eppure Krause si fissò nei suoi pensieri. Rivide quello che era successo una sera, a tarda ora, sotto una lampadina nuda nella baracca 8, e anche – con una nitidezza davvero singolare – Krause a Bletchley Park, seduto sul prato a discutere di lamette e calze con Alan. Il tono era così frivolo e insieme malizioso, come se veramente fossero molto intimi. Era successo subito prima che arrivassero i lingotti d’argento.