28.
Il mattino successivo, Leonard Corell era steso sul letto nella stanza dell’albergo in Drummer Street e seguiva le righe della tappezzeria gialla come se i suoi occhi si fossero persi in un labirinto, e solo verso l’ora di pranzo ebbe la forza di alzarsi, ma non partì come aveva stabilito. Lasciò lì il bagaglio e uscì nella città brulicante di gente. Era una bella giornata. Era il giorno che precedeva la grande eclissi; c’erano aquiloni nel cielo e coppie di innamorati per le strade, ma ciò non lo rendeva più allegro. Si sentiva escluso dalla vita della gente, e pensò ad Alan Turing, mentre arrivava in fondo alla strada. Non aveva voglia di andare più in là, e certamente sarebbe stato saggio fare ritorno a casa, tuttavia...
Come guidato da forze estranee, si diresse alla biblioteca del King’s College, e lì lesse ancora una volta On Computable Numbers e Systems of Logic Based on Ordinals, un saggio del quale non riusciva a capire granché. Godeva del raschiare delle penne e del frusciare delle pagine girate, e anche dei colpi di tosse imbarazzati, ma il disagio non lo abbandonava. Nemmeno le fantasticherie, per quanto attraenti, riuscivano a scacciare i timori che lo perseguitavano. Immaginava le conversazioni di Ross e Hamersley con Pippard, e le ipotesi di licenziamento o quanto meno di ammonimento, ma si vedeva anche nei panni di un povero ubriacone di Wilmslow che gettava bottiglie vuote e altra immondizia nel cortile della stazione di polizia, e pensava alla morte, la morte con le sembianze di una mela avvelenata, di una pentola su un fornello e di un treno che sfrecciava nella notte. Comprò otto bottiglie di Mackeson’s Milk Stout, tornò in albergo e se le scolò, con il risultato di trasformare l’inquietudine in commiserazione. La sua vita era desolante!
Non solo aveva rinunciato all’amore. Aveva anche voltato le spalle ai pochi amici. Quelli che aveva erano spariti, non tutti in una volta, gradualmente, quasi non se n’era reso conto. Il declino era avvenuto in maniera così strisciante che non l’aveva percepito, e in realtà non aveva veramente vissuto, si era solo trascinato avanti tristemente, e adesso che per una volta si era lanciato in qualcosa tutto andava storto.
Accese la radio. Una voce parlava di un colpo di stato in Guatemala. Spense e restò un attimo immobile al centro della stanza, ondeggiando, quasi ubriaco, poi cominciò a camminare, di qua e di là, passando davanti al letto, al lavamani e all’attaccapanni. Era così esaltato che cominciò a fantasticare che la gente lo vedesse dalla strada e lo credesse pronto a prendere una decisione determinante, oppure a fare una grande scoperta... Perciò lei conosce Turing? Indagai sulla sua morte. E in un certo senso quello fu il punto di partenza della mia carriera. Una storia davvero triste, lui era omosessuale, ma molto intelligente, aveva posto le basi dell’elaboratore elettronico programmabile, una macchina che... ah sì, la conosce? Certo, se n’è parlato molto. Ma allora sa anche che io stesso contribuii con alcune migliorie. Le concepii leggendo un trattato di Turing al King’s College. Era il giugno del 1954, un’estate orribilmente piovosa. Se la ricorda? Bannister aveva abbattuto il muro invalicabile dei quattro minuti sul miglio. A fine mese ci fu un’eclissi solare... ah, la osservò anche lei? Interessante, sì. Io avevo appena incontrato Pippard, il nome di sicuro non le dirà nulla, era un personaggio insignificante e molto sgradevole, un cafone, i suoi sforzi scientifici erano stati un fallimento... sì, forse suona un po’ troppo duro. E io non voglio prendere a calci uno che è già a terra. Ma Pippard cercò di mettermi i bastoni fra le ruote. Parlò con i miei superiori e scatenò un pandemonio. Dovrei essergli riconoscente, per merito suo lasciai la polizia... sono d’accordo con lei, è un buon lavoro, onesto, ma non mi offriva stimoli sufficienti. Sì, le cose sono molto cambiate, adesso non ce la faccio a occuparmi di tutto. Grazie, grazie... mi fa piacere sentire che apprezza. Le auguro di avere fortuna, ma ricordi che non si ottiene nulla gratis in questa vita, una volta io stesso ero in preda alla disperazione, andavo avanti e indietro in una stanza d’albergo e sognavo che...
Bloccò quei pensieri e uscì senza sapere dove andare. Nel pub di fronte, quello giallo e blu, David Whitfield cantava dal juke-box cara mia, why must we say goodbye, e Corell guardò il cielo. Adesso era nuvoloso e faceva freddo ed era già quasi sera, ma lui si sentiva di umore migliore e per un attimo dimenticò perfino la sua paranoia, un’ironia della sorte, perché se fosse entrato nel pub avrebbe visto un uomo robusto con una voglia sulla fronte, un certo Arthur Mulland, impiegato di basso livello al Gchq, che in quel momento si alzò e gli si mise alle calcagna lungo St. Andrew Street, dove in lontananza svettava la chiesa cattolica romana.
Corell non avrebbe avuto nemmeno bisogno di prestare un’attenzione eccessiva poiché, proprio come Turing aveva scritto nella lettera, Mulland si confondeva malamente tra la folla. Con il fisico robusto e l’andatura traballante attirava troppo l’attenzione, e come se non bastasse se ne infischiava di rimanere nell’ombra. Gli anni l’avevano reso stanco e incauto. D’altra parte, le istruzioni erano state poco chiare: Vedi cos’ha in ballo. Non ci credeva molto. Ma quelli erano tempi in cui tutto andava controllato e lui eseguiva gli ordini, anche se non li condivideva fino in fondo, in questo somigliando a Corell. Continuarono a camminare, entrambi colmi di pensieri ribelli; nessuno dei due aveva dormito bene o era completamente sobrio. Mulland era sposato e aveva tre figli, ma si sentiva solo come Corell, e non capiva perché negli ultimi tempi il suo umore fosse diventato così instabile e fragile. Forse l’alcol giocava un certo ruolo. La dipendenza andava e veniva, guariva e tornava a galla, facendo alternativamente saltare e acquietare i nervi. Ormai era un esperto in materia. Con competenza, parlava dei rimedi che occorrevano per i diversi mali spirituali. A parte questo, era ignaro di tutto ciò che accadeva nelle sue circonvoluzioni cerebrali, e quei pedinamenti servivano solo a peggiorare la situazione. Le attese fuori da portoni e finestre lo rodevano, e alimentavano la sua rabbia nei confronti delle persone che stava sorvegliando. Mai avrebbe dimenticato le occhiate arroganti che gli erano state rivolte dall’omosessuale di Wilmslow. Per quello non gli garbava che quel poliziotto si fosse messo a scavare proprio in quella storia, o qualsiasi altra cosa stesse facendo. Mulland guardò l’ora. Erano le sei e mezza. Il poliziotto poteva essere o non essere losco, ma di sicuro indossava un abito troppo costoso, e adesso stava entrando in un pub, il Regal. Mulland si fermò fuori, e bevve un goccio dalla sua fiaschetta argentata.
*
Corell ordinò una lager della stessa marca straniera che aveva chiesto Krause a Wilmslow, e mentre la beveva gli tornarono in mente alcune immagini di Adlington Road, non solo esterne. Ricordò i pensieri indecenti che lo avevano assalito in quella casa, e la figura del padre, e le fantasie sul treno notturno, e rivide Turing, morto, nel suo letto angusto, con la schiuma intorno alla bocca, e d’improvviso lo trovò strano. Alan Turing aveva pensato, e poi aveva smesso di farlo. Un mondo era scomparso... Nell’articolo su Mind, Turing aveva scritto che la coscienza si trova da qualche parte nel nostro cervello. Ma come facciamo a trovarla? Come può qualcosa localizzare se stesso? Come può un enigma risolvere se stesso? Come può il paradosso del mentitore liberarsi del proprio stesso paradosso?
Corell chiuse gli occhi e cercò di individuare il punto in cui, nel suo cervello, prendevano forma i pensieri – gli pareva che potesse essere sopra la nuca – ma smise subito, erano solo sciocchezze; senza aver finito di bere, pagò e si affrettò a uscire. Pioveva di nuovo. Da che parte doveva andare? Decise di girovagare e basta, ma dopo qualche metro si fermò. C’era qualcuno, dietro di lui? No, doveva essersi sbagliato. Non c’era nessuno, e non c’era nessun posto in cui andare, nessun vicolo, nessun portone nel quale infilarsi alla chetichella. È solo immaginazione, pensò. Ed era vero. Arthur Mulland si trovava a una ventina di metri, nascosto da un gruppo di turisti fermi davanti alla chiesa di St. Andrew, ma ovviamente era anche falso. Corell si mosse, e accelerò il passo. In King’s Parade salutò alcuni studenti, solo per prova, e loro ricambiarono il saluto, poi cercò di elaborare qualche pensiero positivo, tipo Ecco Leonard Corell, che cammina immerso nella contemplazione del paradosso della coscienza, ma non ci riuscì più di tanto, e tornò a voltarsi, in preda al disagio. Così scorse Arthur Mulland. L’uomo adesso era vicino, e Corell fece una riflessione, tipo Che uomo grande e grosso! Ma non ha i pantaloni un po’ troppo corti? Il pensiero però svanì e anche se aveva notato la voglia sulla fronte non la collegò a quella della lettera, e perché avrebbe dovuto? Era da un pezzo che non pensava più al tizio che vi era descritto. Inoltre la voglia non somigliava affatto a un sigma. Era una normale macchia rossa della quale Arthur da ragazzo si era molto vergognato.
Solo dopo aver superato da un pezzo la trentina aveva smesso di portare una lunga, vistosissima frangia, e non per sua scelta. Un principio di calvizie aveva reso impossibile quell’acconciatura, e con il passare degli anni aveva contribuito a sviluppare una certa avversione per gli uomini con folte capigliature. Il poliziotto aveva una folta capigliatura. Era giovane e ben vestito. Le donne gli lanciavano occhiate curiose, e Mulland, che non riceveva nemmeno uno sguardo benevolo, decise di farsi un altro goccetto. Ma la fiaschetta era vuota, e pioveva. Pioveva sempre, quando doveva lavorare all’aperto. Guardò storto il poliziotto, fermo davanti all’ingresso della King’s Chapel. Aveva un’aria meditabonda.
Si sentivano musica d’organo e un coro che cantava. Corell era attirato dal calore, dalla luce e dal profumo d’incenso ma, come un ateo convinto in lotta contro un impulso religioso, svoltò verso il fiume e passò su un ponte sospeso, e più o meno in quel momento cominciò a essere percorso dai brividi. Poteva essere colpa della pioggia, o dell’alcol, o perfino di un presentimento, in ogni caso diresse i suoi passi verso un sentiero poco frequentato, anche se avrebbe avuto bisogno di gente intorno a sé. Ma non era per nulla logico che dovesse essere pestato. Non capitava nemmeno alle spie più conosciute in Inghilterra, perciò perché avrebbe dovuto succedere a un semplice poliziotto che aveva messo insieme qualche informazione? Non c’era proprio nessun motivo, nessuno oltre il fatto che Mulland era irritato con quel poliziotto e con la vita in generale, perché si sentiva offeso. Di nuovo era costretto a tenere d’occhio uno di quegli individui inaffidabili che non avevano rispetto per i segreti del paese, e si ricordò dell’agitazione a Cheltenham per alcune sospette falle nel sistema, e questo conferì in qualche modo legittimità alla sua collera.
Un gatto dalla folta pelliccia arancione passò rapidamente, suscitando pensieri opposti in Corell e in Mulland. Quest’ultimo gli avrebbe mollato un calcio se ci fosse arrivato, mentre il poliziotto non solo voleva accarezzarlo sul dorso, voleva anche stringerlo a sé come un orsacchiotto consolatore, e intanto passò davanti a una panchina e a un grande albero e in quell’attimo un rametto si spezzò dietro di lui. Un brivido lo attraversò da capo a piedi. Ebbe paura. Eppure non si voltò, non allora. Andò avanti. Quali rumori si sentivano? La pioggia, ovviamente, il vento tra le foglie, e poi i passi. Adesso erano proprio alle sue spalle e, considerata la lentezza con cui stava camminando, avrebbero dovuto superarlo. Di sicuro non era niente di cui preoccuparsi. Ma... la pesantezza di quei passi e il respiro che sembrava eccessivamente forzato per un’andatura così lenta accrebbero la paura. Avrebbe dovuto voltarsi? Non gliene fu dato il tempo. I passi dietro di lui accelerarono, e mentre si voltava per la seconda volta vide Mulland, sempre inconsapevole che la voglia potesse essere un indizio, un collegamento con un altro contesto. L’unica percezione veramente chiara di Corell fu che stava per finire nei guai.
Eppure non era intenzione di Mulland fare del male a qualcuno. Si era assicurato che fossero soli, e si era chiesto se non fosse il caso di iniziare una conversazione, andando contro le istruzioni ricevute, ma alzare le mani? Mai! Gli avrebbe procurato grossi problemi, eppure qualcosa nel viso di Corell, il terrore nei suoi occhi, i lineamenti delicati, la sua giovinezza rafforzata dalla paura, e le parole non ho soldi lo provocarono. Quell’idiota credeva che volesse derubarlo?
«Sono un poliziotto» disse Corell.
«Certo, un grazioso poliziotto.»
«Eh?»
«Che se ne va in giro facendo acqua da tutte le parti.»
«Di cosa diavolo sta parlando?»
Corell non capiva proprio. Gli tornò subito in mente l’incontro con Pippard, ma qualcosa gli impediva di collegarlo al pazzoide che aveva davanti. L’uomo sembrava davvero troppo grezzo per avere a che fare con il mondo della matematica; aveva l’aspetto di un criminale, e questo fece crescere ancora di più la paura. D’altra parte, Mulland si sentiva sminuito. Aveva notato l’espressione di Corell, e quando gli si accostò, esalando un alito fetido, vide anche una smorfia di disgusto e terrore insieme, e fu allora che accadde. Il cervello di Arthur Mulland si scollegò. L’energumeno diede uno spintone al poliziotto e il poliziotto barcollò, allora l’energumeno gli diede un altro spintone, più forte del primo.
Corell riuscì a malapena a mantenere l’equilibrio, tuttavia, mentre vacillava, riuscì a cogliere una serie di dettagli; l’uomo aveva un occhio più grande dell’altro, i denti gialli e il doppio mento, ma soprattutto aveva una voglia sulla fronte, che gli procurò un senso di déjà-vu. Ancora non la collegò alla lettera, questo no, ma si fece più attento.
Come un calciatore che fa una serie di finte, scattò di qua e di là e appena trovò un varco sfrecciò via, ma all’altezza di una pietra che si sarebbe tinta del suo sangue Mulland lo raggiunse, vagamente consapevole della follia e perfino della ridicola assurdità del suo comportamento. Eppure ormai non c’era più speranza che risparmiasse Corell. In quello stato di eccitazione, Mulland riteneva di avere davanti a sé una minaccia, un reale rischio per la sicurezza nazionale, e per un istante fu come se Turing e Corell si confondessero nei suoi pensieri esasperando la sua collera. Agguantò Corell e lo trascinò giù sull’erba, sempre più abbrutito dalla rabbia e dalla goffaggine.
Sì, già a quel punto era evidente che l’irragionevolezza della situazione era diventata una parte della sua pericolosità. Non lontano dalla King’s Chapel in cui si stava svolgendo una funzione, il padre di famiglia Arthur Mulland si rotolava fra i cespugli come uno scolaretto impegnato in una zuffa, e quando, nel faticoso tentativo di mettere Corell con le spalle a terra, scoprì di essersi sporcato i pantaloni s’infuriò ancora di più, non perché gli importasse dei pantaloni, ma perché quelle macchie verdi gli ricordavano l’emarginazione subita durante l’infanzia. Con gli anni era diventato sempre più imprevedibile, ma proprio per quello era ossessionato dall’esigenza di mantenere un contegno dignitoso, e vedendo che non ci riusciva esplose. S’infuriò come non mai.
Tutte le delusioni, tutte le falle nella sua autostima, tutti gli impulsi e i richiami al dovere che si facevano concorrenza si fusero in un’energia puramente distruttiva, e lui cominciò a colpire e colpire, a mano aperta mentre ancora conservava un po’ di buon senso, poi con i pugni. Quando Corell gli sputò in faccia, lui gli sbatté la testa contro la pietra, in qualche modo consapevole che stava facendo a pezzi non solo quell’uomo ma anche la sua stessa vita, e in realtà era strano che potesse accanirsi così a lungo. Non si trovavano molto lontano dal fiume e dal sentiero, ma la pioggia aiutava. C’era poca gente in giro. La città era immersa nel silenzio. Le chiome degli alberi si piegavano e da qualche parte brontolava il temporale. L’unico elemento stupefacente del quadro sonoro erano due giovani voci femminili che cantavano l’Ave Maria di Schubert. Per Corell erano voci celestiali da un mondo che si stava spegnendo, per Mulland solo un vago motivo di fastidio, e in effetti non erano voci educate, e nemmeno serie. C’era dell’ironia in quel canto ma, quando Mulland tornò in sé e con crescente stupore guardò le sue mani rozze e il sangue che colava tra i riccioli scuri del poliziotto, le voci diventarono una sveglia, un canto di sirena proveniente da un mondo buono.
Cosa aveva combinato?
Il sangue parve abbandonare anche il suo, di corpo, resistette all’impulso di stendersi per terra accanto al poliziotto, avrebbe voluto pregare o prendersi a pugni, ma non fece niente, nient’altro che ansimare pesantemente. Aver colpito con tanta durezza e velocità lo aveva esaurito, e inconsapevolmente tese l’orecchio per cogliere ancora quel canto. Non ci riuscì e, anche se prima ne era stato infastidito, adesso ne sentiva la mancanza. Ovviamente aveva paura che qualcuno li scoprisse; ma al tempo stesso avvertiva un intenso desiderio di compagnia, e pensò, senza sapere perché, a una piccola, graziosa scatoletta di ebano che aveva trovato in una viuzza ad Ankara, e che ogni tanto gli piaceva accarezzare con le punte delle dita, ma neanche quello gli diede conforto.
Allora si alzò e si allontanò nel buio.