26.
Leonard era stato a Cambridge per la prima volta a metà degli anni Trenta, con il padre, ma non aveva molti ricordi di quella visita. Era comunque lo stesso periodo di adesso, fine giugno, e la gente sembrava essere in vacanza e rilassata. Nell’aria c’era un senso di attesa, e il padre era allegro e chiassoso come sempre a quei tempi.
Buon giorno, buon giorno! Che piacere! Salutava a destra e a sinistra. Elegante come sempre! Splendido libro! Grazie della lettera! Oh, che onore inatteso, mi inchino!
Irradiava energia, era il centro stesso della vita e ovviamente faceva tintinnare le chiavi, e di quando in quando si volgeva verso Leonard che si teneva stretto alla sua mano.
Tu con la tua bella testa studierai di sicuro qui, un giorno.
Quelle parole allungavano le strade acciottolate come una promessa, mentre loro acquistavano libri e cioccolato e osservavano i canottieri e parlavano di quello che lui avrebbe dovuto studiare a Cambridge. La matematica è interessante, papà? Certo che era interessante, ma sarebbe stato preferibile qualcos’altro. Il matematico non ha nessuno con cui parlare, al di fuori della sua cerchia. L’umanista invece può sempre intrattenere gli altri piacevolmente con quello che sa. Come te, papà? Il padre rispondeva di sì, e Leonard fantasticava che un giorno avrebbe camminato davanti a quegli edifici, pieno di racconti, e quando qualcuno avesse fatto qualche osservazione, magari anche assolutamente banale, lui avrebbe detto: Mi ricorda Ulisse che si sta avvicinando a Itaca... Ma così non era stato. Il padre l’aveva tradito. Aveva tradito se stesso.
Era come se la città lo portasse a capire. Ciò a cui per molti anni non aveva dedicato nemmeno un pensiero tornò, e Leonard ricordò come fosse stato costretto ad andarsene dal Marlborough College, o meglio, come avesse costretto se stesso ad allontanarsene. Che idiota era stato... Sì, Dio santo, non aveva nemmeno risposto alla lettera che Vicky gli aveva mandato. Ci aveva provato. Era vero. Ma non era mai riuscito a scrivere nulla. Era troppo profondamente immerso in quello stato catatonico. Anche gli insegnanti, che in precedenza lo avevano amato, ormai lo vedevano sempre più assente e distratto, e di sicuro i tentativi di trattenerlo non erano stati abbastanza insistenti proprio per quello. Che la madre non pagasse la retta lo sapeva da un po’, e se lei avesse ammesso che era quello il problema lui forse si sarebbe dato da fare per procurarsi un finanziamento. Ma la madre faceva appello alla sua coscienza. Non pretendeva che tornasse a casa, al contrario ripeteva: È ovvio, Leonard, che devi continuare gli studi.
Era solo che lei non ce la faceva a tirare avanti, la casa cadeva a pezzi e nessuno si occupava del giardino, e non c’era un’anima che andasse a trovarla. Era solo questo e quest’altro. La guerra, i vicini e la lunga camminata fino ai negozi, e soprattutto la solitudine. È difficile, difficile.
Fra le righe, le sue lettere erano una richiesta di aiuto che sconfinava nel ricatto, e lui si era piegato, non solo perché si sentiva in colpa. Stava soffocando. Vicky aveva scritto: Non smettere, assolutamente. Pagherò io la retta. Ma lui non aveva risposto. Aveva vuotato l’armadio e detto addio al Marlborough College e da allora era sempre rimasto lontano dal mondo dello studio, e solo adesso, lì a Cambridge, si rendeva conto di quanto male gli avesse fatto. Provava un desiderio fortissimo di appartenere a quella città, e non era impossibile che tutto quel viaggio fosse un tentativo di compensazione per ciò che aveva perso.
Grazie a Gandy, poté consultare gli scritti di Alan Turing nella biblioteca del King’s College ma, anche se ne era sinceramente contento, era dolorosamente consapevole che stava solo imitando i veri studiosi. Recitare quella parte lo divertiva – crederanno che io sia abituato a venire qui e a leggere testi a questo livello di astrazione – ma si faceva sempre più forte la sensazione di essere una sorta di ladro entrato in maniera truffaldina ed esposto al rischio di essere buttato fuori. Stranamente, una certa consolazione la trovò in quegli scritti.
Non era solo nella sua lettera che Turing aveva trattato la questione del teatro. Doveva essere affascinato dall’imitazione, dalla riproduzione di ciò che è umano. Corell affrontò l’articolo del quale gli aveva parlato Gandy, Computing Machinery and Intelligence, avendo appena finito di leggere con una certa fatica On Computable Numbers ed essendo quindi preparato a calcoli e simboli nuovi, ma l’articolo filò via liscio, pur con le sue stranezze. Turing non solo era convinto che le macchine un giorno avrebbero saputo pensare. Sperava che sarebbero diventate intelligenti quanto noi, e Corell lo trovava davvero singolare. Se le macchine possono raggiungerci, allora possono anche superarci, e questo scenario dovrebbe essere considerato spaventoso quanto quello di un attacco dallo spazio esterno. Ma Turing, proprio come aveva detto Gandy, si metteva dalla parte delle macchine. Era sbagliato discriminarle perché diverse. L’intelligenza non dipende dall’aspetto esteriore o dal sesso, o nel caso di una macchina dal materiale, ma dall’abilità nel recitare la propria parte. Turing aveva immaginato un gioco in cui una macchina avrebbe cercato di imitare un essere umano. Una persona avrebbe domandato ciò che voleva e avrebbe letto la risposta stampata su un foglio, e se non fosse riuscita a stabilire se aveva comunicato con un essere umano o con una macchina allora la macchina avrebbe dovuto essere considerata intelligente. Turing credeva che chi riesce a imitarci sa pensare.
Quale che fosse l’opinione di Corell, Turing si difendeva con eleganza da diverse obiezioni, per esempio quella che diceva che ciò che veramente ci distingue come esseri pensanti è che siamo coscienti, godiamo, soffriamo e siamo vivi. Era un’argomentazione che faceva acqua, scriveva, perché questo possiamo saperlo di noi stessi, non dei nostri simili. Quello che pensano o sentono loro lo giudichiamo solo dall’esterno, e sarebbe ingiusto pretendere di più da una macchina.
Quindi la domanda una macchina è in grado di pensare? doveva essere sostituita dalla domanda una macchina è in grado di imitare? e la risposta, scriveva, era che nel nuovo secolo le macchine sarebbero riuscite a farlo. Naturalmente si rendeva conto che poteva sembrare bizzarro, o perfino irragionevole, scambiare una macchina per un essere umano dopo una lunga conversazione. Ma noi siamo sempre impreparati di fronte alle novità, e comunque è scorretto pensare ai limiti delle macchine di oggi per tentare di prevedere ciò che saranno domani. Le cose cambiano. Quello che un lattante sa fare oggi non dice nulla di quello che saprà fare tra vent’anni.
Corell leggeva infervorato, e solo dopo un po’ si accorse che qualcuno lo stava guardando con insistenza. Nel corso della mattinata le persone erano andate e venute, avevano richiesto libri e documenti, si erano fermate per un’ora o due e poi erano scomparse – probabilmente molte frequentavano i corsi estivi – e Corell le aveva osservate con attenzione, ma del ragazzo seduto di fronte a lui non si era accorto. Era giovane, forse neanche ventenne, e doveva essere indiano, con quegli occhi scintillanti e divertiti. Il ragazzo indicò l’articolo che Corell aveva davanti.
«Forte, vero?» bisbigliò.
«Cosa?»
«Alan Turing. Io mi sono occupato di Gödel e di Church.»
«Ah, ecco» disse Corell, che cominciava a sentirsi a disagio.
Voleva evitare quella conversazione e non vide altra via d’uscita che fingersi infastidito e appellarsi al silenzio obbligatorio in quei locali. Il ragazzo annuì, un po’ deluso, e Corell ci rimase male. Ci teneva tanto a fare una buona impressione. Pur avendo ancora tempo, prese a pretesto l’accaduto per andarsene. Restituì i testi e scese le scale di pietra fino a raggiungere il cortile esterno, con un’espressione timida e scontrosa negli occhi. Suo padre era ben diverso! Guardava le altre persone, anche gli estranei, come se fosse un privilegio per loro incontrare un personaggio come lui. Ma a suo figlio aveva lasciato in eredità solo una minima parte di quell’autostima.
Corell, il cui aspetto non corrispondeva a come si sentiva – mostrava talvolta una determinazione eccezionale –, cominciò a sognare come avrebbe camminato per la città e alzato lo sguardo sulla King’s Chapel se avesse concepito qualcosa di totalmente nuovo, tipo un nuovo genere di macchina. Avrebbe tenuto alta la testa. Avrebbe sorriso di sfuggita a destra e a sinistra e assunto un’espressione meditabonda e un po’ severa. I grandi pensatori non avevano tutti un’aria severa?
Cominciò a piovere. Una pioggerellina leggera, all’inizio. Poi il cielo si aprì e Corell trovò rifugio in un androne. Quando poté uscire, affrettò il passo. In lontananza si sentì una tromba, probabilmente la stessa che aveva suonato mentre era con Gandy; le note malinconiche si mescolavano all’acqua nei canali di scolo e davano un tono alla città come la musica in un film, e lui pensò alla pioggia che era caduta su Adlington Road in quel famoso giorno, e a tante altre cose, mentre passava un autobus a due piani con il numero 109 e la scritta pubblicitaria Dulux nello spazio tra i finestrini. Il rombo del motore soffocò le note, che però presto riempirono di nuovo l’aria e lui s’incamminò nella loro direzione, passando davanti a case di pietra giallastre e ad alberi rigogliosi. Era nervoso. Non sarebbe stato un incontro piacevole quello con Julius Pippard, l’uomo che Robin Gandy gli aveva indicato trovando poi incomprensibile che lui avesse avuto il coraggio di mettersi in contatto con lui. Non era certo coerente con l’atteggiamento spaventato di un ragazzo che non osava guardare la gente negli occhi. Anche se... ebbro di sherry e della volontà di andare avanti, la sera prima aveva sfogliato la guida telefonica e trovato il numero. Non che fosse convinto di comporlo, ma lo aveva fatto, e dopo essersi ingarbugliato in una serie di bugie aveva capito di avere commesso un errore. Adesso comunque era in strada, anche se avrebbe fatto meglio a infischiarsene e a tornare in albergo. Invece proseguì.
Oltre la fermata dell’autobus vide la tromba; non aveva formulato il pensiero in maniera definitiva, tuttavia aveva interpretato quelle note come maschili, e immaginato che a suonarle fosse un poveraccio, un uomo abbandonato che esprimeva la sua solitudine. Invece, appoggiata contro un muro di mattoni c’era una giovane donna con un vestito celeste e i capelli tagliati corti come quelli di un ragazzo. Non doveva essere facile suonare per denaro sotto la pioggia, ma lei aveva un’espressione soddisfatta, quasi beffarda, che le conferiva un’aura di fierezza. Corell fece cadere nel basco sul marciapiede una moneta, che rimbalzò, e lui la recuperò e la mise nel basco e poi i loro occhi s’incontrarono. Fu solo un contatto fuggevole. Eppure il cuore gli si strinse e pensò a Julie. Un giorno avrebbe trovato il coraggio di invitarla. Mentre si allontanava, le note lo seguivano come una promessa, e perfino la pioggia sembrava diversa, e quando si affievolirono alle sue spalle ne avvertì la mancanza, come se una porta si fosse aperta e per un istante avesse lasciato entrare i suoni di una festa.
Svoltò in Emmanuel Street e passò davanti all’Emmanuel College. Erano le quattro e cinque. Mancavano venticinque minuti all’appuntamento con Pippard, e già intuiva che l’incontro non gli avrebbe procurato altro che problemi. Se le menzogne dette a Gandy erano state in un certo senso involontarie, la conseguenza di un equivoco, a Pippard invece aveva precisato, ingarbugliato nel disorientamento e nell’imbarazzo, che desiderava fargli alcune domande nell’ambito dell’indagine sulla morte di Alan Turing. Che enorme pazzia... Per tutto il giorno, Corell aveva pensato che avrebbe finito per seguire il proprio istinto e avrebbe disertato l’appuntamento, ma adesso era spinto avanti da una forza imperativa, e quasi con rabbia consultò la cartina. In quel momento stava entrando in Burleigh Street, non poteva essere lontano.
Burleigh Street era in buona parte una via commerciale, e Corell avrebbe potuto approfittarne per comprarsi un ombrello, o per bersi una tazza di tè. O, ancora meglio, per pentirsi e tornare indietro, ma si sentiva impaziente, come se l’appuntamento fosse un dente che doleva e che andava estratto al più presto, e affrettò il passo. L’indirizzo che aveva ricevuto era di un edificio di mattoni rossi, bello, fatta eccezione per il portone dipinto di bianco che appariva fuori luogo. Corell entrò in un ingresso buio, che gli parve minaccioso. Sentì con troppa chiarezza il rumore dei suoi passi e rabbrividì. Al secondo piano trovò la porta che cercava, esattamente come gli era stato spiegato, e sopra la buca delle lettere vide la targhetta con scritto Julius Pippard. Il nome suonava al tempo stesso sfuggente e duro, e lui valutò la possibilità di uscire nuovamente in strada e ritornare dopo un quarto d’ora, allo scoccare della mezza, ma no, gli pareva inevitabile, e un attimo dopo suonò il campanello. Tenne il dito sul pulsante e attese. Non accadde nulla, se non che la porta al piano di sopra si aprì, come se il campanello fosse collegato a quella, e forse Corell cedette a una sorta di nervosa sonnolenza poiché si spaventò quando alla fine sentì un rumore di passi veloci all’interno dell’appartamento. La debole luce che filtrava dalla buca delle lettere aveva una tonalità spettrale. La chiave girò nella serratura e davanti a lui comparve Julius Pippard, con una camicia a quadri rossi, e non c’era alcun dubbio che fosse seccato.
«È in anticipo» disse, e Corell riuscì a rispondere solo: «Pioveva.» Come se la pioggia c’entrasse in qualche modo.