31.

Corell aveva chiuso a chiave la porta dopo essere entrato barcollando nella camera, quella notte. Perciò non sarebbe bastato dire a voce alta: Avanti! Doveva andare ad aprire. Ma non ce la faceva nemmeno ad alzarsi. Si sentiva male, e tutto il corpo pareva gridare: Non muoverti! Eppure doveva riuscirci. Aveva bisogno anche di bere e di andare al gabinetto. Decise di fare un tentativo. Ma, Gesù santo, che fatica! Avvertiva una forte pressione contro il cranio e gli si annebbiava la vista.

«Arrivo! Arrivo!»

Con uno sforzo immane si mise in piedi e riuscì a mantenere l’equilibrio. Lo considerò un piccolo trionfo, e cominciò a muoversi verso la porta. In strada la vita era ripresa. Gli uccelli e le persone si andavano ridestando, e lui cercava di rallegrarsene ma la luce lo torturava.

«Chi è?» domandò.

Non afferrò la risposta. Lo sforzo di camminare esigeva tutta la sua concentrazione, e poi era convinto che fosse la cameriera, o il portiere, oppure un medico chiamato da uno dei due. Non gli passò per la mente che la cameriera non l’aveva visto in quelle condizioni. Se c’era qualcosa di cui era preoccupato, era come riuscire ad arrivare alla porta, un’impresa già abbastanza temeraria. Gli girava la testa. Pensò: Non ce la faccio. Ma non smise di lottare e scoprì con un certo sollievo che la chiave era nella toppa. Ma la serratura faceva resistenza e lui non aveva forza nelle mani. Su, avanti! Finalmente ci riuscì. Aprì, pronto ad accasciarsi teatralmente – voleva evidenziare le sue condizioni pietose –, ma fuori non c’era la cameriera e non c’erano altri membri del personale dell’albergo. Di fronte a lui si ergeva un personaggio del tutto diverso, che puzzava di sudore e di alcol.

*

Arthur Mulland aveva ricevuto un ordine: doveva fare in modo che il poliziotto rimanesse a Cambridge. Inoltre voleva precedere Farley e fornire la propria versione. Era ossessionato dall’idea di risolvere la situazione volgendola a proprio vantaggio e non smetteva di guardare il taccuino che teneva in mano, quasi fosse una carta vincente. Ma, mentre il cielo si oscurava e la gente intorno a lui era sempre più rapita, la sua baldanza scemava, e il poliziotto gli compariva davanti in tutte le forme possibili, perfino come qualcosa che ricordava un fantasma. Mulland si sentiva braccato. Il tempo pareva stringere sempre di più e a quel punto si precipitò verso l’albergo come se non ci fosse nessuna possibilità di ritorno. A lungo rimase inconsapevole di ciò che stava accadendo tutt’intorno. Fuori dall’Hotel Hamlet, un ragazzo, immobile, si teneva un pezzo di vetro annerito davanti agli occhi e diceva qualcosa di incomprensibile sulla pazzia.

«Prego?»

Che si stia riferendo a me?

«Signore! Stia attento! Non ha nulla attraverso cui guardare?»

«Non mi interessa guardare. Ma cosa diceva a proposito della pazzia?»

«Come? Ah sì... dicevo solo che capisco che un tempo la gente potesse mostrare segni di misticismo e di pazzia, assistendo a spettacoli del genere.»

«Già. Lei lavora all’albergo?»

Il ragazzo vi lavorava, e sì, un po’ controvoglia gli disse che avevano un Mr Corell fra gli ospiti e gli diede il numero della camera, e poco dopo Mulland percorreva il lungo corridoio. Bussò, mormorando a se stesso calma, calma, e non successe niente – non si sentiva nessun rumore di passi all’interno. Non ce la faceva più, ma a quel punto colse una voce e un movimento, e sentì il corpo tendersi, e istintivamente cominciò a contare alla rovescia, sei, cinque, quattro, come se si aspettasse un’esplosione, e alla fine la porta si aprì.

Il poliziotto era lo spettacolo più pietoso che avesse mai visto. Tremava, ed era curvo e tumefatto.

«No, no, la prego» sussurrò, portando le mani verso la testa, coperta da un cencio insanguinato, probabilmente una camicia, che gli arrivava alle spalle come una bizzarra acconciatura. Mulland chiuse la porta e avanzò, solo per dirgli qualcosa o dargli una mano, ma i suoi passi risultarono troppo rapidi e decisi e il poliziotto indietreggiò. Finì contro la parete e lentamente, come se avesse deciso di stendersi, scivolò sul pavimento. Era semplicemente straziante. Le ginocchia si avvicinarono al petto e le mani andarono a proteggere la testa. Mulland capì che doveva agire subito. Senza più muoversi, con un tono che anche alle sue orecchie suonò innaturale, disse: «Non voglio farle del male, voglio aiutarla. Ma deve capire...» Stava per precisare quanto fosse grave complottare con persone come Fredric Krause, ma gli parve inutile e invece si guardò intorno nella stanza. Vide una Bibbia rossa sul comodino e per terra una valigia aperta. Cercò di riordinare i pensieri e fra le altre cose decise che doveva cercare di mettere a letto il poliziotto. Poi si sarebbe seduto nell’angolo e avrebbe esaminato il taccuino da cima a fondo. Voleva essere ben preparato prima di parlare con Corell, ma in quel momento sentì dei passi nel corridoio. O no? Sì, i passi si stavano avvicinando. E portavano qualcosa di noto. Non è incredibile che pochi rumori prodotti da un pavimento possano fornire così tante notizie? Mulland fu immediatamente certo che si trattava di Farley – forse perché era nei suoi pensieri, e perché aveva sempre avuto un posto speciale nella sua vita. A lungo Mulland aveva ammirato Oscar Farley per la sua dignità e la sua indipendenza. Ma negli ultimi tempi quelle stesse virtù lo irritavano. Farley lo faceva sentire ignorante e limitato. E Mulland preferiva fare riferimento a superiori come Pippard, che pensavano e ragionavano come lui. Forse covava perfino una rabbia latente nei confronti di Farley. Quando sentì bussare alla porta, guardò disperato verso la finestra.

*

«Buon pomeriggio, Mr Farley.»

Non c’era nessuna sfumatura di benvenuto nelle parole, pronunciate con un tono gelido prima ancora che la porta fosse completamente aperta e quindi prima ancora che Mulland potesse vedere in faccia il nuovo arrivato. Eppure Farley si tranquillizzò; conosceva quella voce e considerava quella presenza un fatto positivo, nonostante tutto. Ma il sollievo durò solo un secondo. Mulland aveva un aspetto spaventoso. Lo sguardo era quello di un uomo braccato, ma anche... come dire... addolorato e smarrito, uno sguardo impossibile da interpretare. L’alito era rivoltante, saturo di alcol, e come se non bastasse Mulland agitava un taccuino che doveva essere della massima importanza.

«Guardi qui. Queste sono prove. Prove evidenti. Quest’uomo chiacchiera troppo, ed è una faccenda che dobbiamo prendere molto sul serio... Si tratta del nostro segreto più grande, del supersegreto, o sbaglio? Nemmeno io so granché, ma lui... lui ha parlato addirittura con degli stranieri» disse Mulland, completamente fuori di sé. Farley lo ascoltò con attenzione – gli sembrava di capire che la causa di tutta quell’agitazione fosse il taccuino –, poi però si irrigidì.

Sul pavimento era steso un uomo con il viso tumefatto e una camicia sporca di sangue intorno alla testa.

*

Quando riconobbe l’uomo che era entrato così perentoriamente nella sua stanza, Corell sperimentò un terrore tale da togliergli quasi il respiro e, nonostante fosse l’ultima cosa che desiderava, crollò sul pavimento come un mucchio di stracci. Era convinto che le avrebbe prese di nuovo, e tenne le mani sulla testa, aspettando che succedesse. Adesso... adesso mi prenderà a calci? Ma non successe nulla, e lui cominciò a sperare, e perfino a fantasticare, e passo dopo passo scivolò nell’incoscienza, in una terra di confine fra la veglia e il sonno. Inizialmente non avvertiva altro che il proprio malessere. Poi però divenne consapevole di qualcosa, un rumore, una presenza, di cui non si curò più di tanto, ma che lentamente lo riportò alla sua infanzia a Southport. Gli sembrava di sentire lo scricchiolio del pavimento di casa, ma no, non poteva essere. Ricordò a se stesso il pericolo, l’uomo con la voglia. Ma non servì. Perso il senso dell’orientamento, si lasciò portare via. Le allucinazioni presero il sopravvento e adesso, molto chiaramente, sentiva tintinnare le chiavi. Suo padre era veramente lì, e lui pensò: Era ora. Poi cercò di dire qualcosa.

*

Farley non riusciva ad accettarlo. Non capiva perché Mulland non gli avesse detto subito dell’uomo sul pavimento, e invece si fosse messo a vaneggiare su quel dannato taccuino. Che idiota... Farley si chinò e poggiò una mano sulla schiena dell’uomo, e in quel momento capì: era Corell. Sembrava molto malridotto. Guardò furibondo Mulland, che si limitò ad allargare le braccia. Allora si rivolse a Corell.

«Come sta? Riesce a parlare?»

«Ho trovato il guanto!»

«Cosa?»

«Era accanto alle rotaie. Ce l’ho ancora. Credo di averlo ancora» rispose Corell, e non era solo la mancanza di coerenza a rendere evidente che stava delirando.

Il tono era opaco e distaccato, e Farley pensò che bisognava stendere Corell sul letto e far venire un medico. Ma la sua schiena, dannazione, la schiena... Si girò verso Mulland e sibilò: «Mi dia una mano!» Mulland non obbedì prontamente, e Farley si irrigidì di nuovo, sopraffatto dall’inquietudine, ma riuscì ad allontanarla. Mulland intanto si era mosso. Sollevarono, o meglio, trascinarono Corell fino al letto e gli portarono un bicchiere d’acqua, e Farley levò via la camicia e cercò di esaminare la ferita sulla testa ma non vide altro che un ammasso di riccioli, sangue rappreso e terra.

«Su, su, adesso ci prenderemo cura di lei.»

«Io ho...» cominciò Corell.

«Chiami il portiere e chieda un medico» disse Farley, rivolto a Mulland.

Mulland non si mosse.

«Si sbrighi!»

Mulland andò verso il telefono ma si bloccò subito e rimase per qualche secondo piegato, come smarrito, al centro della stanza, gli occhi colmi di agitazione puntati sulla strada. Farley avrebbe voluto gridare: Cosa diavolo ha combinato? Ma si rese conto che doveva cercare di stabilire un contatto e ci provò con più mitezza.

«Capisco che dev’essere successo qualcosa di orribile. Ci penseremo con calma, e io esaminerò il taccuino. Deve contenere informazioni molto interessanti. Ma adesso dobbiamo riprendere il controllo della situazione, o no?»

Mulland annuì controvoglia ma ancora non alzava il ricevitore, e Farley si rivolse a Corell che era pallido in maniera inquietante. Gli occhi erano fessure sottili nelle guance gonfie.

«Vuole dell’altra acqua?»

«Chi è lei?»

«Mi chiamo Oscar Farley. Ci siamo visti alla stazione di polizia di Wilmslow.»

Il viso di Corell si illuminò.

Sorrideva come se avesse ritrovato un caro amico e anche questo poteva ovviamente essere visto come un sintomo del delirio – non erano più che conoscenti superficiali – ma Farley provò un certo sollievo. Forse non è poi così malridotto, pensò. Adesso risolvo questa faccenda. Adesso sistemo tutto. Ma non era il momento di cantare vittoria. Si voltò e scoprì che Mulland era di nuovo fuori di sé.

*

Farley aveva definito indegna la decisione di far sorvegliare Alan Turing. Ma avete un’idea di quello che ha fatto per noi?, aveva detto, e quelle parole erano riaffiorate nella mente sconvolta di Mulland. Fu come se tutta la sua antica ammirazione per Farley si mutasse in delusione e rabbia e, mentre Farley guardava lui con disgusto e sorrideva calorosamente al poliziotto, qualcos’altro si spezzò. Mulland si sentì escluso e respinto, e avrebbe voluto dire almeno una frase, seria, degna di considerazione, che inducesse Farley a comprendere che stava trattando con troppo riguardo un individuo pericoloso, forse addirittura un traditore, ma non riuscì a dire altro che: «Deve capire...»

«Di cosa sta parlando? Si può sapere cos’ha combinato?»

«Ci sono state... certe circostanze...»

«Sicuro. Voglio credere che sia andata così» lo interruppe Farley. «Ma sinceramente non ho nessuna voglia di stare ad ascoltarla, adesso. Anche se sono così stupido, così dannatamente ingenuo da prometterle che farò del mio meglio per salvarle la pelle.»

«Davvero?»

«Sì, perché siamo sulla stessa barca. Perché tutti e due siamo coinvolti in questo dannato pasticcio. In questa diffidenza che ci distruggerà. Ma ciò esige che lei se ne vada, immediatamente. Ha sentito? Lascerà questo posto con calma, ma senza alcun indugio.»

«E il taccuino? Non vuole sapere cosa contiene?»

«Me lo dia, e lo leggerò.»

«Ma...»

«Niente ma, me lo dia!»

*

Avrebbe dovuto ascoltare quel pazzo. Cercare di capire cosa fosse accaduto. Ma gli era impossibile pensare in modo lucido con Mulland presente. Il suo nervosismo gli faceva correre i brividi lungo la schiena perciò ripeté la richiesta e quell’ubriacone squilibrato ancora esitava. Alla fine annuì imbronciato e consegnò il taccuino.

«Bene. Molto bene. E adesso vada!»

«Promette?»

«Farò ciò che posso. Ma lei deve...»

«Pippard vuole che rimanga. Ha detto che il poliziotto dev’essere interrogato.»

«Gli telefoni, allora, e gli dica che è tutto sotto controllo. E che ci penserò io a interrogarlo. Ma adesso lei deve...»

«Andare via?»

«Sì!»

Mulland non si muoveva e dondolava avanti e indietro come se lo stessero tirando in direzioni diverse, e a un certo punto parve voler aggiungere qualcos’altro, poi però afferrò il cappello e si allontanò lentamente. Uscì a passi incerti, e Farley finalmente respirò. Tutto il suo corpo si rilassò. Aveva bisogno di un drink. Anzi, di tre o anche quattro drink, e di una lunga vacanza, e di un bravo ortopedico che gli sistemasse la schiena, invece doveva stringere i denti. Guardò Corell. Era davvero malconcio. Ma lo sguardo era più limpido adesso, e Farley si sedette e cominciò a sfogliare il taccuino. Gli appunti sparsi – anche se non li stava esaminando attentamente – sembravano essere semplici annotazioni riguardanti gli scritti di Alan Turing, e non contenevano nessun segreto.

«Non si dovrebbe promettere niente agli squilibrati» borbottò.

«No.»

«È stato lui a picchiarla?»

«Sì, lui.»

«Mi dispiace. Mi dispiace davvero. Se la sente di raccontare?»

Corell ci provò. Bevve ancora un po’ d’acqua e riferì degli incontri con Gandy e Pippard, e poi dell’aggressione. S’intuiva una forza drammatica nelle sue parole, ma la sofferenza era evidente, e Farley lo pregò di fare una pausa. Doveva chiamare un dottore? No, no! Corell voleva solo riposarsi un attimo. Chiuse gli occhi, e Farley si chiese se non fosse il caso di contattare Somerset, ma decise che prima avrebbe cercato di scoprire qualcosa di più – anche solo il fatto che Corell sapesse della violazione del cifrario era sconcertante. Tirò fuori il suo Yeats ma non riuscì a concentrarsi, e lentamente il tempo passò, mentre lui osservava Corell. C’è qualcosa di straordinario nel viso di chi dorme. Anche se è sfigurato dalle percosse ha un che di invidiabile, e quasi con imbarazzo Farley soffocò l’impulso di accarezzare il giovane sulla fronte. Fuori, una donna stava gridando. C’era qualcosa di attraente nella sua voce, come se quell’appello fosse diretto a lui in persona, e solo con un certo sforzo Farley riuscì a raccogliere i pensieri. Quando Corell si svegliò, gli sorrise con sincero piacere e gli porse il bicchiere.

«Sta meglio adesso?»

«Sì, credo di sì.»

«Vuole che le procuri qualcosa da mangiare?»

«Preferirei andare avanti. Voglio raccontare.»

«È sicuro?»

«Sicuro.»

«Allora mi perdoni se vado subito al dunque. Dovrebbe dirmi, ed è molto importante, chi le ha riferito che Turing lavorava con i codici cifrati.»

«Nessuno. Nessuno ha mai nemmeno accennato a qualcosa del genere.»

«E allora come può...» Farley si interruppe e cambiò formulazione. «Come le è venuta una simile idea?»

«In realtà, tutto ha avuto inizio con una domanda.»

«Una domanda?»

«Sì» continuò Corell, e raccontò di quando era rimasto seduto nella biblioteca di Wilmslow chiedendosi che vantaggio avrebbe potuto trarre l’Inghilterra dall’impiego di un campione di scacchi e di un genio matematico.

Prima debole e titubante, Corell si stava trasformando. Era sorprendente. Le parole si formavano in lui con una facilità straordinaria, e Farley fu colto da un senso di irrealtà. Per quanto cercasse di conservare un certo distacco, ne era stimolato, sì, veramente rianimato. Diceva a se stesso: No, no, questo suona troppo bene, al tempo stesso troppo semplice e troppo intelligente. Ne era catturato, e non commentava. Ascoltava soltanto, affascinato, mentre Corell spiegava di essersi fatto sempre più audace, spinto dalle proprie domande.

«Mi resi conto che Turing doveva aver sviluppato la sua macchina logica durante la guerra. In Computable Numbers è ancora una costruzione mentale, nient’altro, o no? Uno strumento logico, ma dopo... Al King’s lessi un po’ di cose sul suo Ace. Ha presente? Sì, è ovvio. Lo abbozzò per il National Physical Laboratory nel 1945 o nel 1946, ed era assai più complesso della macchina descritta in Computable Numbers. Il giovanotto ha imparato dell’altro durante la guerra, pensai, e cominciai a riflettere. Forse la macchina poteva avere un utilizzo bellico. Senza dubbio Turing aveva lavorato a qualcosa di molto segreto, i vostri atteggiamenti lo lasciavano intendere chiaramente, e la cosa mi aiutò. Mi chiesi cosa ci fosse di più segreto in una guerra. La pianificazione, pensai. Le strategie, i complotti e le oscene intese. Curiosamente, avevo appena ricevuto una radio da zia Vicky, e provai a immaginare gli ufficiali che inviavano importanti comunicazioni nell’etere: Radunate le truppe in quel punto. Bombardate quella città. Ora, io non sono un ingegnere. Non sono capace di gestire nemmeno il centralino alla stazione di polizia. Ma capisco che ciò che viene detto via radio viene detto a tutti. Forze inaudite dovevano essere state messe in campo per rendere inaccessibili quelle comunicazioni, e accessibili quelle del nemico. Non avevo la minima idea di come si potesse ottenere quel risultato. Ma leggendo gli articoli di Turing fui colpito da una sua affermazione: una macchina comprende meglio un sonetto composto da un’altra macchina. Mi parve strana, una macchina non capisce e non apprezza nulla, e supposi che Turing stesse parlando di un lontano futuro in cui sarebbe diventata intelligente. Poi considerai che già oggi una macchina è capita meglio da un’altra macchina che da noi. In fondo non siamo noi a trovare la persona che vogliamo chiamare. Sono i segnali elettrici. E sono le onde che ci permettono di ascoltare la radio. Così cominciai a pensare che qualsiasi cosa poteva essere poesia o musica per una macchina, pur essendo per noi incomprensibile come un linguaggio cifrato, e che una macchina come quelle di cui si occupava Turing doveva essere in grado di deformare il linguaggio. Turing stesso aveva scritto nel suo articolo pubblicato su Mind che la criptologia era un settore di applicazione particolarmente indicato. Così sono arrivato alla conclusione che Turing realizzava macchine che creavano o violavano codici cifrati. Macchine in grado di capire un’incomprensibile musica.»

Farley si strinse la fronte tra le mani. Macchine in grado di capire un’incomprensibile musica. Era pazzesco. Gli sembrava di sentir parlare Alan, anche se non era poi così strano. Corell si era dedicato agli scritti di Alan in quei giorni, ma era comunque una sensazione surreale. Farley ritrovava qualcosa di cui aveva avvertito la mancanza, e con una nitidezza sorprendente ricordò Bletchley Park, le baracche e le macchine che ticchettavano.