34.
Bletchley Park II
Le difficoltà della guerra non sembravano toccare Alan. Aveva una capacità di concentrazione eccezionale, e si curava molto poco delle circostanze esterne. Ma a posteriori, dopo che i suoi nemici invidiosi avevano avuto la loro miserevole rivincita, Farley si era domandato se la disperazione non fosse riuscita a insinuarsi anche in Alan. Ovviamente lui nascondeva tutto dietro battute da burlone. Non era uno che si lamentasse apertamente. E sparava non poche stranezze.
«Se arriveranno i tedeschi, farò il venditore ambulante di lamette da barba. Ne acquisterò un intero assortimento.»
«Idea stupida. Ti arresterebbero subito per commercio di armi improprie. Dovresti puntare sulle calze da donna» aveva detto Krause che era seduto accanto a lui sul prato.
«Sulle calze da uomo, semmai!»
«E perché non su calze da donna per uomini? Potrebbe diventare una moda simpatica. Göring potrebbe comprarne un paio anche per sé.»
Alan si era illuminato e con Krause si era messo a elaborare piani senza senso su quello che avrebbe fatto in un’Inghilterra nazista. Non era facile distinguere i discorsi seri dalle stupidaggini pure e semplici, con lui. Farley non ci riusciva.
All’epoca, Turing aveva acquistato dei lingotti d’argento per duecentocinquanta sterline. Erano arrivati a Bletchley con il treno ed erano stati accolti in maniera solenne. L’intera faccenda era alquanto incomprensibile, ma presto era emerso che Alan sperava di vivere grazie a quell’investimento.
«A che scopo hai acquistato quell’argento?» gli aveva chiesto Farley.
«Alla stesso scopo di qualsiasi capitalista. Diventare ricco.»
Il denaro era l’ultima cosa a cui Alan fosse interessato. Ma era capace di elaborare teorie su tutto, e probabilmente aveva sentito dire che l’argento e l’oro erano aumentati di valore più di ogni altra cosa durante il precedente conflitto. Avrebbe sotterrato i suoi lingotti nel bosco. Li avrebbe lasciati lì a fruttare, come semi nella terra. In banca non poteva tenerli. I tedeschi prima o poi avrebbero vuotato tutte le cassette di sicurezza.
«Vuoi venire anche tu?» aveva chiesto.
Farley non voleva. Non aveva tempo. Eppure aveva detto di sì. Aveva il compito di sorvegliare la loro gallina dalle uova d’oro, perciò lui e Alan erano partiti alla volta dei boschi di Shenley con l’argento caricato su un vecchio carretto per il trasporto del latte. Avevano superato Shenley Park, una bella casa da tè e due frutteti prima di arrivare a una radura con una secolare sofora del Giappone. Come posto non era granché. Il terreno era accidentato e pietroso, e nella radura arrivava poca luce. Eppure la sofora conferiva all’insieme una certa cupa solennità e, poiché non avevano più voglia di tirare il carretto, Alan aveva deciso che poteva andare. Farley aveva obiettato che sarebbe stato difficile ritornarci. I punti di riferimento erano troppo pochi, a parte la sofora, che però non sarebbe rimasta lì in eterno. Il tronco era già tarlato. Ma Alan trovava che il posto andasse bene. Non voleva rendere la cosa troppo facile, e poi era dell’idea che la sofora sarebbe sopravvissuta a entrambi. Era circa l’una di un pomeriggio bello ma piuttosto freddo, e in mezzo all’erba zampettava un coleottero nero insolitamente grosso. Guarda..., aveva detto Alan, sinceramente affascinato, con l’aria di non avere nessuna fretta di cominciare a scavare. Poi si era seduto sul carretto.
«Dunque non vuoi rendere la cosa troppo facile» aveva commentato Farley.
«Non voglio cosa?»
«Hai appena detto...»
«Ah sì... Un tesoro senza la relativa caccia al tesoro non è interessante. Non ho nessuna voglia di seppellire il mio argento appena fuori casa. Ho bisogno di una piccola sfida. Dovresti capirlo, Oscar, tu che parli sempre del racconto, del valore del racconto. Cosa sarebbe il tesoro di Montecristo senza la storia di Dantès? Solo una vuota volgarità, o no?»
«Io potrei accontentarmi del tesoro.»
«Ma concorderai sul fatto che il vero piacere sta nella caccia. Il mistero è sempre più grande della sua soluzione.»
«Purché tu non stia parlando dei cifrari della marina.»
«No, no!»
«Meglio così!»
«Non rivoltarla contro di me, furfante. Sto solo cercando di dire che il mistero ha una qualità che la soluzione gli toglie, per quanto raffinata sia. La risposta, in un certo senso, ruba il desiderio alla domanda.»
«Sono d’accordo. E anche Yeats fa un po’ lo stesso ragionamento. Se c’è qualcosa di divino, è contenuto nella domanda e non nella risposta. Fra parentesi, era davvero deliziosa la formulazione. Il mistero è sempre più grande della sua soluzione. Può essere per questo che trovo sempre che i romanzi polizieschi siano divertenti all’inizio e noiosi e prevedibili alla fine?»
«È vero. Si crea un anticlimax terrificante. Non riesco a capire come faccia Wittgenstein ad apprezzarli.»
«I polizieschi?»
«Li divora. È perfino abbonato allo Street & Smith’s Detective Story Magazine. Ne ha la casa piena. Veramente ridicolo. Non sopporta Gödel, ma quella roba... il suo libro preferito è Rendezvous with Fear, di un certo Norbert Davis. L’ho comprato per capire come fosse, e non posso certo dire che mi sia piaciuto, comunque il protagonista è identico a Wittgenstein.»
«In che senso?»
«Non crede molto alla logica. Piuttosto, coglie l’occasione giusta e arriva dritto alla soluzione. Segue l’intuito, mira al punto debole.»
«Tu non sei così.»
«Io credo nella logica» aveva detto Alan ridendo.
Farley non aveva capito cosa ci fosse di tanto divertente.
«Per me la logica è magia pura, come dice Welchman. Magia pura! Non ho mai pensato che sia un equipaggiamento ingombrante, come sostiene Wittgenstein. Piuttosto sono convinto che ci aiuterà ad arrivare lontano, a raggiungere qualcosa di simile a questa radura.»
«Ma allora è il ragionamento stesso, la ricerca in sé che ti affascina.»
«Io cerco risposte, come qualsiasi altra persona, e odio quelli come i devoti che capitolano di fronte alle cose difficili da capire, ma credo che la fatica della ricerca aumenti il valore di ciò che troveremo. Sì, è ovvio. Neppure Wittgenstein vorrebbe un poliziesco che finisse a pagina 19. Preferirebbe aspettare e sudare. Il grado di difficoltà della caccia ha un suo peso e dà valore al tesoro. Forse non diventerò ricco con questi lingotti, anche se li metto sotto terra e preparo una mappa del tesoro criptata. Ma qualcosa succede nel momento in cui li nascondo. Aggiungo loro un valore immateriale.»
«Acquistano una storia.»
«Esatto, e noi due ne diventiamo parte. Inoltre...»
«Cosa?»
«Inoltre, il valore di una cosa può essere definito anche da un elemento iniziale. Voglio dire, chi nella prima parte della vita ha fatto certe esperienze forse riesce ad apprezzare più facilmente certi tesori. Supponi, per esempio, che uno abbia perso qualcosa di molto prezioso...» aveva detto Alan, dopo di che si era ingarbugliato.
Si era messo a balbettare, ma era comunque chiaro che stava parlando di sé, almeno in parte. Era lui che aveva perso qualcosa. Aveva perso un amico che si chiamava Christopher Morcom e frequentava con lui la scuola privata di Sherborne. All’epoca, Alan venerava la terra che Christopher calpestava.
«In sua compagnia tutto diventava più ricco e più bello. Prima di conoscere Christopher ero un disastro a scuola. Il responsabile del mio convitto diceva che i miei erano i compiti più sciatti e stupidi che avesse mai esaminato.»
«Tu eri il ragazzo dei numeri.»
«Nemmeno in matematica ero particolarmente bravo. Il rettore aveva scritto ai miei genitori che ero un asociale, e che probabilmente non sarei riuscito a passare l’anno. Ero solo. Non legavo con nessuno. Hai notato che ho difficoltà a guardare la gente negli occhi? A quei tempi era anche peggio. Poi però vidi Christopher, e non riuscii più a staccargli gli occhi di dosso. Aveva un anno più di me, ed era così bello e delicato da far male. Solo le sue mani... capisci, Oscar? Io ero goffo e timido, Christopher era la stella della scuola. Riceveva borse di studio e premi, e io non avrei mai trovato il coraggio di avvicinarmi se non avesse avuto anche lui la passione dei numeri. Adorava la matematica e le scienze, e aveva degli occhi straordinari, non solo perché erano belli. Aveva una vista eccezionale. Era capace di individuare Venere in pieno giorno senza bisogno del binocolo. Volevo diventare come lui. Christopher possedeva un binocolo astronomico, e anch’io avrei voluto averne uno. Per il mio diciassettesimo compleanno ricevetti un telescopio e il libro di Eddington sulle costellazioni. Io e Christopher eravamo stregati dalla volta celeste. Visitammo un osservatorio e ci procurammo un mappamondo astronomico. In quel periodo doveva comparire in cielo una cometa, e noi trascorrevamo le serate a cercarla, e io provavo una tensione così forte che doveva dipendere da qualcosa di diverso dalla cometa. Sapevamo esattamente dove si sarebbe mostrata, fra Equuleus e Delphinus. Eravamo immensamente speranzosi e restavamo immobili per ore. Ma non riuscimmo mai ad ammirarla insieme. La vedemmo ognuno per conto proprio. Un giorno d’inverno, un coro di ragazzi visitò la nostra scuola e si esibì. Io non rimasi particolarmente colpito, non era niente di speciale, proprio no, ma, mentre lo ascoltavo e intanto guardavo Christopher, avvertii delle fitte e pensai che io e Christopher... non so come spiegarlo... Mi spaventai. Quella sera non riuscivo ad addormentarmi. Mi giravo e rigiravo nel letto e a un certo punto guardai il cielo. C’era la luna piena. Ero completamente sveglio. Ma evidentemente più tardi mi addormentai. Alle tre di notte mi svegliai e sentii la campana dell’abbazia battere le ore. Dopo un momento mi alzai e andai alla finestra. Ero rimasto affacciato per molte notti cercando la cometa, invece quella notte fissai il convitto di Christopher e fui colto da un’angoscia spaventosa. Non sarò mai capace di spiegarlo. Christopher non era a scuola il giorno dopo, e neanche quello dopo ancora, e io andai a informarmi dal responsabile del mio convitto ma ricevetti solo risposte evasive. Qualche giorno più tardi un insegnante mi avvicinò e io gli lessi subito in faccia che era successo qualcosa. Preparati al peggio, mi disse. Christopher è morto.»
«Cos’era accaduto?» aveva chiesto Farley.
«Da bambino aveva bevuto del latte infetto che gli aveva procurato delle lesioni interne. Non me ne aveva mai parlato. Non mi diceva niente che potesse angustiarmi o mettermi in imbarazzo. Ma quella notte, mentre io fissavo la luna, lui si era sentito male. E non ce l’aveva fatta. Era morto in un ospedale di Londra. Un momento prima era con me e un momento dopo... Fu un dolore terribile, che mi costrinse a pensare che Christopher in qualche modo continuasse a vivere. La religione però non faceva per me. Non riusciva a offrirmi alcun conforto, no, io non avevo altro che la mia scienza, e nella mia confusione di adolescente misi insieme una teoria. Presi qualche pensiero dalla fisica quantistica, e creai un sogno in cui Christopher era ancora vivo. Era una cosa che facevano in molti, all’epoca. Sai anche tu, Oscar, che, da quando le osservazioni della fisica quantistica sull’imprevedibilità delle particelle sono diventate di dominio pubblico, ogni scrupoloso impiegato le ha utilizzate per spiegare la vita e il libero arbitrio. Io non sopporto più le mode scientifiche, la gente che si butta sulle idee più recenti e cerca di applicarle alla propria vita. Ma un pensiero mi è rimasto dentro: ciò che chiamiamo anima non può essere qualcosa di totalmente diverso dal corpo, o dall’universo. Siamo parte della stessa stella esplosa, anche ciò che è animato dev’essere regolato da leggi, come ciò che è inanimato. Deve esistere una qualche struttura, una qualche logica.»
«E tu la stai cercando?»
«Ci provo.»
«E tutto ha avuto inizio con la morte di Christopher Morcom?»
«Chi sa davvero quando le cose cominciano?»
«Io so che il tempo comincia a peggiorare. Dovremmo avviarci.»
Alan aveva preso una pala dal carretto del latte e aveva scavato una buca nel terreno pietroso. Con una sorta di beffarda serietà aveva calato dentro l’argento e aveva alzato gli occhi verso le chiome degli alberi e il cielo. Poi aveva sistemato l’erba sopra la buca, come se si trattasse di una tomba.
«Possa tu riposare in pace» aveva detto Farley.
«Fino al giorno in cui ti risveglierò» aveva detto Alan.
Dopo che il piano di Ian Fleming era finito al macero, non era arrivata nessuna buona notizia, e la guerra sembrava ormai perduta. L’Europa era in mano ai nazisti, e ancora nessuno immaginava che Hitler avrebbe puntato verso est contro l’Unione Sovietica, sua alleata, aprendo un nuovo fronte, e anziché farsi aiutare dai giapponesi li avrebbe lasciati inseguire la stessa follia e trascinare gli Stati Uniti nel conflitto. Certo era che senza i cifrari sarebbe stato impossibile violare il codice Enigma della marina e riprendere il controllo dell’Atlantico.
L’inverno era stato freddo e non era successo nulla. Ma ora era arrivata la notizia che l’operazione Claymore sembrava aver avuto successo. Cinque cacciatorpediniere britannici al largo della costa settentrionale della Norvegia dovevano mettere le mani su delle apparecchiature tedesche. Poco dopo le sei di mattina del 4 marzo, uno, il Somali, aveva avvistato fra le nebbie un peschereccio armato tedesco, il Krebs, non lontano da Svolvær, e aveva aperto il fuoco. Non si sapeva di preciso cosa fosse successo, ma gli inglesi avevano presto avuto ragione dei tedeschi, e in una normale azione di guerra sarebbe stato sufficiente, ma in questo caso non si era nemmeno a metà dell’opera. Farley sapeva che la maggior parte dei capitani in situazioni analoghe sceglieva di affondare la nave nemica, uno dei motivi per cui a Bletchley Park era arrivato così poco materiale riguardante i cifrari. Neppure questo capitano avrebbe voluto assaltare il peschereccio. Ma un segnalatore, un certo tenente Warmington, aveva insistito e alla fine il capitano si era arreso e l’equipaggio era andato all’arrembaggio con le armi spianate. Non si sapeva bene cosa fosse successo, comunque il capitano tedesco aveva fatto in tempo a distruggere parte del materiale custodito nella sua cabina. Warmington tuttavia era riuscito a confiscare due documenti, Innere Einstellung - Äussere Einstellung e Steckerverbindung, che sembravano promettenti. Parevano essere relativi alle chiavi degli assetti. Sarebbero arrivati a Bletchley Park di lì a qualche giorno, e forse avrebbero consentito di fare un importante passo avanti. Oppure avrebbero procurato l’ennesima delusione.
Farley, dopo averlo cercato al lago, raggiunse la residenza padronale e chiese di Alan. Twinn gli rispose di provare in mensa. Farley non ne aveva nessuna voglia. Evitava la mensa se non doveva mangiare. Ma ovviamente ci andò, e fu avvolto da un orribile tanfo di cavolo, pesce bollito e qualcosa che ricordava la crema alla vaniglia. Alan effettivamente era lì, stava mangiucchiando una patata smunta avvolta da uno strato di grasso rappreso, giallo, e da lontano dava l’impressione di dormire a occhi aperti. Lo sguardo aveva qualcosa di vitreo. Le guance erano grigie. Sembrava sfinito, allontanava stancamente con la mano il fumo di sigaretta che gli arrivava addosso da due direzioni. Farley dovette ammettere che forse aveva ragione chi diceva che si stava logorando.
Però, quando lo avvicinò e gli spiegò che forse avevano trovato le chiavi degli assetti, a quel viso sfatto successe qualcosa di straordinario. Non solo acquistò colore. Ringiovanì. Cominciò a brillare, proprio come a Shenley, e Farley si sentì in dovere di fare in modo che una cupa lucidità mettesse la sordina alla notizia.
«Purtroppo, temo che la maggior parte della documentazione sia andata perduta.»
Non voleva che Alan sperasse troppo. Gli pareva che fosse in uno stato di eccitazione nervosa che in un niente, alla minima delusione, avrebbe potuto trasformarsi in apatia o in un crollo. Solo in seguito si sarebbe reso conto che quello era stato il momento in cui Alan si era avviato verso il suo grande trionfo, il successo che li avrebbe aiutati a vincere quella guerra disgraziata.