14.
Il sole splendeva su Knutsford la mattina del 10 giugno 1954. Leonard Corell era seduto nel giardino sul retro, con una consunta vestaglia blu, e beveva tè Earl Grey mentre la radio trasmetteva Cole Porter quando Vicky, un po’ vacillante, uscì con la colazione.
«Servizio completo!»
«Ohi!» rispose lui con sincero entusiasmo, e il vassoio era veramente pieno: pane tostato, bacon, pomodori, fagioli in umido, crocchette di patate, funghi, uova e succo d’arancia.
Non avrebbe più avuto bisogno di mangiare fino a sera. Si aprì in un largo sorriso e disse qualcosa a proposito del pendolo che aveva fermato. Lei rispose che conosceva esattamente anche l’ora in cui il crimine era stato commesso, e gli chiese se poi fosse riuscito a dormire. Lui disse che sì, c’era riuscito, e che si sentiva riposato, e non era solo una bugia. Trovava infatti una sorta di requie nella sua stanchezza, un piacevole sfinimento che soffocava l’inquietudine. Soddisfatto, cominciò a leggere il Manchester Guardian che era sul vassoio, piegato con cura. Nessun articolo riusciva a catturarlo. Avrebbe preferito sprofondare in un libro, come Vicky, che stava leggendo The Hour Glass di Yeats, ma non aveva la forza di alzarsi per andare a prenderne uno. Quindi si accontentò di qualche notizia: la Bbc avrebbe trasmesso le notizie anche in televisione, la Camera dei Lord si stava chiedendo perché in Scozia le donne poliziotto dovessero abbandonare il lavoro quando si sposavano. Un collega a Douglas-Dundee aveva rubato centoventi sterline dalla cassaforte della stazione di polizia, e il suo avvocato aveva tentato di giustificarlo spiegando che frequentava gente appartenente a classi sociali superiori alla sua; Corell sorrise, anche se in realtà non avrebbe potuto importargliene di meno. Poi di colpo si sentì gelare.
A pagina 11, nella colonna di sinistra, c’era un articolo su Alan Turing. Non lungo. Poco più di un trafiletto. Ma trattava di qualcosa che lo riguardava, e in quei casi, in particolare le rare volte in cui era riportato il suo nome, il mondo si fermava per un istante e lui era colto dalla paura. Eppure gli piaceva comparire. Ogni parola su di lui che veniva pubblicata alimentava le sue fantasticherie ma, prima di capire a cosa si riferisse, Corell faceva sempre in tempo a sperimentare l’ansia di essere stato umiliato o messo in ridicolo. Diede una scorsa con occhi irrequieti e notò deluso che il suo nome non c’era, e che qualcun altro, probabilmente Block, aveva fornito un po’ di dati. L’articolo si intitolava Necrologio ed era molto benevolo. Cominciava così: Oggi si terrà un’udienza riguardante Alan Mathison Turing, dal 1948 docente di matematica presso l’università di Manchester, trovato cadavere nella sua casa in Adlington Road, Wilmslow, nel pomeriggio di martedì scorso.
Dopo una breve esposizione abbastanza corretta sulle circostanze della morte, continuava così: Turing è stato uno dei pionieri della calcolatrice elettronica nel nostro paese. Ha ideato l’elaboratore elettronico digitale. Nel periodo trascorso a Manchester, è stato uno degli scienziati che hanno lavorato al cosiddetto “cervello meccanico”, il Madm – Manchester’s Automatic Digital Machine – o Ace. Una sua macchina è in grado di risolvere in qualche settimana un problema di matematica superiore che i matematici studiavano dall’Ottocento. Con il professor F.C. Williams, sempre dell’università di Manchester, ha inventato due meccanismi che hanno contribuito a migliorare la memoria e la portata della macchina. In un articolo pubblicato sulla rivista Mind, è giunto alla conclusione che gli elaboratori elettronici digitali arriveranno a fare qualcosa di molto vicino al pensare. Ha anche discusso la possibilità di addestrare una macchina così come si educa un bambino.
Corell alzò lo sguardo dal giornale. L’articolo non gli piaceva. Era una mescolanza di congetture e abbellimenti, e non aggiungeva nulla a ciò che già sapeva. Educare una macchina come un bambino? Cos’era? Un ammiccamento rivolto al pubblico, era chiaro – escogitato dal giornalista oppure dallo stesso Turing –, ma senza spiegare cosa potesse significare. Si trattava sicuramente di pure e semplici fantasie. Forse, neppure l’autore dell’articolo capiva cosa stava scrivendo. Stando al verbale d’interrogatorio, Turing aveva detto a Murray di essere impegnato nella realizzazione di un cervello elettronico. Corell l’aveva presa per una bugia, una di quelle cose che gli eruditi affermano per sedurre o soggiogare. Anche nell’articolo però si citava un cervello meccanico. Ovviamente era un’espressione gergale, una frase che si voleva suonasse spettacolare, ma doveva pur riferirsi a qualcosa. A cosa? Una macchina digitale. Digitus, dito, contare sulle dita. Corell ricordava ancora un po’ di latino dagli anni della scuola.
«Lo sai cos’è un elaboratore elettronico digitale?» domandò a Vicky.
«Eh?»
«Lascia perdere.»
Mangiucchiò un po’ di bacon e di crocchette e bevve il tè che si era raffreddato, poi continuò a leggere. Turing aveva servito il ministero degli Esteri durante la guerra e aveva fatto parte dell’Accademia reale delle scienze. I suoi passatempi preferiti erano la corsa di fondo, gli scacchi e il giardinaggio. L’articolo si chiudeva con le parole: Correva per il Walton Athletic Club. Corell sbuffò. Come al Marlborough College. Se si voleva dimostrare che uno era in gamba, che rappresentava l’essenza del vero inglese, si diceva che era sportivo. Tutti i bravi ragazzi erano sportivi. Turing era un bravo ragazzo. Inoltre era morto, e i morti sono sempre bravi ragazzi sui giornali. Mai parlare male dei morti. De mortuis nihil nisi bene.
«Ipocriti» disse.
«Cosa?»
L’ipocrisia era uno degli argomenti preferiti di Vicky.
«Niente. Posso ritagliare un articolo?»
«Puoi ficcarti in tasca l’intero giornale, caro, ma mi farebbe piacere se smettessi di essere così criptico. Cos’ha di speciale l’articolo, per coinvolgerti così tanto?»
«Tratta del caso di cui mi sto occupando.»
«Ah, capisco. In tal caso insisto per poterlo leggere anch’io» disse lei, e istintivamente Leonard avrebbe voluto dire di no.
Non aveva alcun desiderio di riaprire la ferita del giorno prima e poi voleva avere il suo matematico tutto per sé. Inoltre non avrebbe saputo rispondere alle domande di Vicky. Ma ovviamente le passò il giornale e lei si tuffò impaziente nella lettura. Pareva straordinariamente rianimata.
«Sembra un racconto di Edgar Allan Poe» disse. «Educare una macchina, o cos’è che c’era scritto... Deliziosamente folle.»
«Spaventoso, piuttosto.»
«In ogni caso, mette in moto la mente. Doveva essere un libero pensatore, quell’uomo, non un noioso ingegnere come mi hai fatto intendere ieri.»
«Non credo di averlo fatto.»
«Forse sono io che mi confondo.»
«Quello che penso è che non avesse proprio tutte le rotelle al loro posto» continuò lui.
«Adesso mi sembri un po’ troppo duro.»
«Aveva ingannato...»
«Scrivono di lui con grande rispetto» lo interruppe lei.
«Come di tutti i morti.»
«Ha posto le basi teoriche di qualcosa, una sua macchina ha risolto un difficile problema. Non dev’essere stato un imbecille.»
«Scommetto che l’autore dell’articolo non ha capito quello che ha scritto.»
«Allora dimmi tu come stanno le cose.»
«Nemmeno io sono molto informato.»
«Non sarebbe bene che ti informassi un po’ di più, dato che ti occupi del caso?»
«Non rientra nei miei compiti!»
«Davvero?»
«È difficile che quelle macchine abbiano avuto a che fare con la sua morte» disse lui scontroso. Si riprese il giornale e staccò la pagina con l’articolo, ma nell’attimo stesso in cui lo fece si sentì antipatico, come se fosse stato smascherato. Poiché in mattinata doveva prendere l’autobus per Wilmslow e non voleva separarsi da zia Vicky di malumore, cercò di rimediare.
«Scoprirò tutto su quelle macchine e ti farò prontamente rapporto!»
«Non vedo l’ora.»