Bersagli viventi
Alloggiamo in una topaia turca.
Stamani il letto appare disfatto nell'angolo della stanza scarsamente illuminata dai primi raggi del sole. Nella notte i lenzuoli si sono trasformati in vecchi stracci. Il cuscino, dalla federa timbrata coi numeri di un reparto geriatrico, oscilla sospeso, stile fazzoletto dopo l'uso, sullo schienale a stanghe di ferro. I panni, lavati ieri sera, restano appesi ad asciugare, striminziti spaventapasseri, sulla maniglia del finestrone dalle tendine strappate: manica lunga, rossa, costume nero dai lacci bianchi che sfilano entro il canale della cintura come funi di teleferica.
In terra due sandali, una punta contro l'altra, alterano la distensione del tappeto formando increspature di lana. Sul comò, la cui forma ricorda un tappo di bottiglia dal sughero deformato che il bambino di casa raccoglie negli istanti successivi al brindisi familiare, figurano, in ordine sparso, i seguenti oggetti: sveglia portatile, tonda e azzurra; lampada nera rivolta, con violenta torsione di gomito, verso il basso, a cercare una luminosità diffusa; il Nuovo Testamento, traduzione interconfessionale, lingua corrente, LDC-ABU, dalla brossura screpolata su entrambe le facce, aperto a metà; un biglietto ferroviario Wolfsberg-Graz con numerose bucature di verifica; conto del Wienerwald: 378 scellini, due birre grandi, due Schònbrunn, due strudel, firmato dalla cameriera Brigitte Kaufmann. Sulla parete bianca si ammirano tre riproduzioni di villaggi austriaci in lastra fosforescente.
Il treno compie un giro tortuoso aggirando i massicci alpini. Sankt Paul-Wolfsberg, primo cambio. Wolfsberg-Zeltweg, secondo cambio. Zeltweg-Bmck am Mur, terzo cambio.
La gente chiedeva acqua al cielo, le mani sulle grate. "Siete ottanta in un carro - aggiunse l'ufficiale tedesco. - Se qualcuno manca, sarete tutti fucilati, come cani... Scomparvero, le porte vennero richiuse. Eravamo in trappola, fino al collo. Il mondo era un carro ermeticamente chiuso." (Elie Wiesel) Il convoglio è in sosta. La palizzata divide in due una parola: Lager-Haus. Restiamo bloccati nella stazione molto più del necessario, almeno così a me pare, in attesa dello smistamento. Davanti ho un ragazzo sui diciassette anni dagli occhi di ghiaccio. Poco più in là, alcuni bambini stanno giocando con la mamma. Li ho seguiti dalla partenza, mentre i vagoni attraversavano un paesaggio che sembra costruito con la carta da regalo: fiumi, montagne, stazioni, controllori coi baffi, mucche al pascolo, quadranti d'orologi attaccati al frontone della chiesa. Tutto quello che si può immaginare, senza neppure averlo visto.
Penso a questo diciassettenne e a quei bambini, alla loro differenza d'età, così piccola, nell'arco di una vita, così grande, nel giro di pista che separa infanzia e adolescenza. Lord Russell, raccogliendo documenti di prima mano, fece un resoconto accurato dei delitti nazisti. Fra l'altro ci informa che per la scuola di tiro della Hitlerjugend si adoperavano anche bambini russi come bersagli viventi.
Si tratta di notizie provate da commissioni d'inchiesta. Mi figuro i ragazzi della Hitlerjugend, capelli lisci e biondi, occhi azzurri, stivali a metà polpaccio, fatti entrare a file di sei in qualche specie di cortile-poligono. Mitra in pugno, eseguivano gli ordini impartiti dagli ufficiali. Come se il ragazzo che ora ho di fronte premesse il grilletto contro quelli là in fondo. Ci saranno state urla gutturali. I bambini, ammassati al muro, qualcuno in ginocchio, altri in piedi, forse nemmeno capivano cosa stava per succedere. D'improvviso partiva la raffica. I più fortunati morivano subito. Gli altri erano finiti con la pistola da qualche comandante che indossava l'impermeabile di pelle divenuto famoso nei film del dopoguerra.
Per fare una cosa simile, è necessario essere guidati dall'istinto tribale che alla famiglia antepone la fratellanza. Giuseppe Dossetti, ricostruendo gli eccidi commessi nell'autunno del 1944 nell'Appennino emiliano, propende per il "delitto castale". I soldati, egli dice, erano spinti da un impulso trascinante che in particolare li dirigeva verso le "fonti della vita": donne e bambini.
Molti gerarchi nazisti, dallo stesso Hitler al suo più fidato propagandista Goebbels, quando si suicidarono, portarono con sé moglie e figli, secondo un costume di sapore brahmanico. Albert Speer raccontò che, nei giorni delle esecuzioni dei criminali di guerra nazisti, alcuni di loro, che avrebbero dovuto scontare pene solo detentive, fra i quali lui stesso, vennero chiamati a ripulire le stanze dov'erano appena state eseguite le condanne capitali. Speer notò che uno dei suoi vecchi camerati si mise sull'attenti alla vista del grumo scuro ancora sul pavimento, quasi che il sangue avesse richiamato in lui l'istinto del branco. Blut und Boden: non era stato questo lo slogan di Rosenberg?
Il ragazzo sonnecchia tranquillo. I bambini là dietro ogni tanto si sporgono verso di me facendo l'occhiolino. Plinio guarda il paesaggio: annota qualche appunto sul quaderno. Le cinghie dei nostri zaini pendono dal portabagagli. Il trenino potrebbe essere quello delle favole: in tinta accesa, traballante, col caratteristico segnale acustico prima delle stazioni.
Credevo anch'io che le caste fossero un prodotto della storia, qualcosa di acquisito nel corso dei secoli. Frithjof Schuon mi ha messo la classica pulce nell'orecchio. Basta leggere l'inizio di un suo studio per cominciare a dubitarne: "Come tutti gli istituti sacri, il sistema delle caste si regge sulla natura delle cose o, più precisamente, su un suo aspetto, dunque su una realtà che non può manifestarsi in determinate condizioni; la stessa considerazione vale per l'aspetto opposto, quello dell'uguaglianza degli uomini dinanzi a Dio".
Se ciò fosse vero, esisterebbe una tendenza fondamentale presente nella natura umana, una specifica percezione della realtà, a cui lo spirito castale farebbe riferimento. Mi pare indubbio che nel nazismo sia stato presente il mito di una Famiglia Reale, intoccabile, separata, pura, gerarchica, antiumanitarista, la cui essenza si trasmette per via ereditaria. Nella realtà storica questo mito è diventato "cameratismo" che, per usare le parole di Schuon, "nega al prossimo ogni mistero e persino ogni diritto al mistero: significa porsi sulpiano dell'animalità umana e ridurre il prossimo allo stesso livello, costringerlo a una piattezza soffocante e inumana".
Dalla torre dell'Orologio i tetti rossicci del nucleo antico di Graz mi hanno impressionato. Il fiume Mur, impervio e burrascoso anche nelle zone centrali della città, sembra conservare la scontrosità della stretta valle da cui proviene. Scendendo verso il Duomo, abbiamo fatto sosta davanti ai nomi dei morti della prima guerra mondiale, vittime degli italiani. Ho immaginato le case che li avevano visti crescere, in queste valli di laghi e montagne, le fiere dei paesi dove incontrarono le loro fidanzate, le probabili avventure trascorse con gli amici.
Rudolf Hòss s'arruolò sedicenne. L'armistizio lo colse a Damasco. Tornò in Germania a capo del suo plotone di trentenni, attraversando i Balcani. Dopo qualche tempo trascorso da reduce, pur sposato, non trovò di meglio che aggregarsi ai corpi di volontari che si andavano formando nella Prussia Orientale, gruppi di sbandati che rifiutavano il trattato di Versailles. Per lui i camerati erano tutto il mondo.
Penso alla frase che pronuncia un personaggio di Abraham B. Yehoshua in Il signor Mani. Il romanzo è composto di cinque dialoghi, il secondo dei quali ambientato a Creta, durante l'invasione tedesca. Il protagonista, un soldato della Wehrmacht, racconta l'avventura bellica che ha vissuto, aggregato a un battaglione di paracadutisti nell'isola di Icaro. Definisce i suoi commilitoni nel seguente modo: "Quei giovani lupi-di-branco che dal '36 in poi erano convinti che l'universo non fosse che un cortile di scuola elementare dove i ragazzi scendono all'ora della ricreazione, e da allora giocavano a calcio col globo terrestre e lo buttavano di qua e di là come se fosse una palla di stracci, quelli, che se li avessero mandati a prendere d'assalto il comando inglese a Calcutta, avrebbero eseguito l'ordine con la medesima cieca fiducia con cui hanno attaccato l'Olanda e la Polonia".
Queste righe riassumono il senso del nazismo, la sua atmosfera cripto-scolastica. Quando, poco oltre, lo stesso personaggio indica il vero oggetto del desiderio tedesco negli anni Trenta e Quaranta "uscire una volta per tutte dalla storia e non importa se dal davanti o dal didietro"), si avvicina molto al nocciolo della questione.
Le SS, in tutta la loro storia, dal corpo elitario dei primi tempi a quello raccogliticcio degli ultimi anni, rappresentarono la massima espressione dello spirito di casta nazista, nell'elaborazione di una favola razziale volutamente apodittica. Basti pensare al gruppo Werwolf ("Lupo mannaro"), costituito nell'autunno del 1944. Il comandante si chiamava Hans Prutzmann. Questi uomini avrebbero dovuto agire dietro le linee nemiche nella Germania occupata. Il 25 marzo 1945 un commando di "lupi mannari" assassinò il sindaco di Aquisgrana, Franz Oppenhoff, colpevole di aver messo la città a disposizione delle truppe alleate che l'avevano conquistata.
Il 16 novembre 1944, mentre i tank sovietici e angloamericani stringevano nella mortale tenaglia i resti dell'esercito tedesco, tre mesi prima che un tragico bombardamento trasformasse Dresda - secondo l'immagine del soldato americano Kurt Vonnegut -in un paesaggio lunare, nella città di Monaco alcuni magistrati trovarono il tempo di riunirsi sotto la presidenza del Ministerialdirektor Engert per discutere la necessità dell'eliminazione di individui particolarmente brutti, i quali avrebbero dovuto essere fotografati e incasellati nella "galleria di prigionieri asociali d'aspetto" Museum àusserlich asozialer Gefangener).
Tali gesti e propositi, a guerra ormai finita, assomigliano al movimento residuo che la coda di una lucertola è ancora in grado di compiere sotto gli occhi di chi l'ha spezzata. Il nazismo aveva legato il corpo allo Stato nel modo indissolubile in cui la psicanalisi ha identificato sesso e politica: alla fine della croce uncinata doveva corrispondere l'estinzione della patria. È questa la ragione per cui la nazione tedesca, come scrisse Karl Jaspers in quello straordinario atto di dolore che è ha colpa della Germania, è stata la prima a rigettare per principio le parole di Kant: "In guerra bisogna evitare le azioni che rendono impossibile ogni futura riconciliazione".