Le perle ai porci

 

Sveglia tardiva e immediata risoluzione di recarci a piedi fino al castello di Hochosterwitz, situato a circa quaranta chilometri da Klagenfurt, verso nord. La scelta è balzana, considerando l'ora calda e l'acido lattico non ancora assorbito dai muscoli. Il sole sta scalando i picchi maggiori. Ci allontaniamo dalla città percorrendo marciapiedi semivuoti dove la frenesia urbana sembra sgranarsi.

In una delle ultime rivenditorie acquisto, facendo la fila in mezzo a grasse matrone col volto arrossato dalla coupcrose, una T-shirt grigio ferro perché dopo nemmeno mezz'ora di cammino sono già inzuppato di sudore: prevedo che potrà servirmi un indumento asciutto quando sarò al castello. Il fatto che, comunque vada, ci arriverò non lo metto in discussione. Le signore comprano mutande elastiche. I loro grandiosi avambracci cellulitici ripiegati sulla borsetta in falso coccodrillo, come provvisori moncherini, mi mettono allegria.

Klagenfurt finisce all'improvviso dopo un incrocio. Come da Villach a Velden, da un momento all'altro ci ritroviamo sulla strada, seguendo l'ininterrotta striscia di vernice che costeggia il ciglio sinistro.

Mi sento subito tecnicamente innaturale nella naturalezza assoluta: un crostaceo privo di guscio. In tali condizioni, il cappelletto blu a falda tesa diventa indispensabile. Capisco di aver commesso un grave errore a lasciare le braccia nude. Il sole comincia a battere implacabile.

Mentre cammino mi torna in mente la testimonianza dell'autiere Hòfer. Il 29 e 30 settembre 1941 nello strapiombo di Baby-Yar furono uccisi 33.771 ebrei: "C'erano solo due tiratori che eseguivano le fucilazioni. Uno agiva a un capo del burrone, il secondo all'altro capo. Vidi che i tiratori stavano in piedi sui cadaveri appena ammucchiati, mentre lì uccidevano uno dietro l'altro. Appena un ebreo era stato ucciso, il tiratore, camminando sui corpi dei fucilati, andava verso il prossimo che intanto si era disteso e lo uccideva. Si procedeva come su un nastro trasportatore, senza differenza fra uomini, donne o bambini. Questi ultimi venivano lasciati con le mamme e uccisi con loro". (Ernst Klee, 1990) Facciamo quattordici chilometri fino a Pischeldorf attraversando la calura: è come lavorare dentro una caldaia a vapore. L'idea dell'Austria quale paese alpino di ghiacci e nevi pare inventata da una specie di folletto della nostra infanzia. Il nastro asfaltato compie lunghissime curve in mezzo alla piana con brevi saliscendi: visto dall'aereo credo assomigli a un elastico rotto. Le auto sono abbastanza rare. Procediamo in modo costante di tabernacolo in tabernacolo: quasi a ogni rientranza della strada i santini dipinti delle Madonne e dei frati scandiscono i rettilinei proponendo a noi pellegrini di rovesciare in senso nuovo il circostante horror luminoso.

Elena Efimovna Borodianskaia-Knych, con sua figlia di quattro anni, fu condotta a Baby-Yar al tramonto. Giunta in prossimità della fossa, vide le centinaia di corpi nudi appena mitragliati. Elena gettò la bambina in quella massa di cadaveri lasciandosi cadere insieme a lei. Qualche secondo dopo, altri corpi cominciarono a pioverle addosso. Poi il silenzio. La donna conquistò lo spazio sufficiente a respirare. I fucilati continuavano a piombare nello strapiombo. Un quarto d'ora dopo Elena sentì che un soldato tedesco era sceso nella fossa: con la baionetta finiva gli agonizzanti. Per quanto incredibile possa sembrare, questa donna si salvò: senza farsi vedere, risalì attraverso i corpi sanguinanti con la bambina fra le braccia. Durante la notte raggiunse il villaggio di Baby-Yar: restò nascosta in una cava per quattro notti, fin quando non raggiunse un'amica che la protesse sino alla liberazione. (Testimonianza raccolta da Lev Ozerov, in Ehrenbourg Ilya & Grossman Vassili, Le livre noir).

A un Gasthof mangiamo un pezzo di torta ciascuno. Non è stato facile spiegare quale gusto desiderassimo. Per scegliere il dolce sono andato in cucina e l'ho indicato col dito alla cameriera. Al tavolo accanto al nostro vengono a sedersi due allegre e rumorose famigliole. Le donne sono impagliate nella precoce maternità. Gli uomini ci guardano con invidia, come farebbe la controfigura nei confronti dell'attore che si appresta a sostituire prima di un'azione pericolosa.

O sono io a immaginarlo? Rispetto a loro, mi sento privilegiato; vivo l'antica distanza fra uomo contemplativo e uomo d'azione: un fossato erboso impossibile da scavalcare.

Nei Lager gli intellettuali erano i primi a morire. Il fatto di conoscere in anticipo l'innata crudeltà umana indeboliva la loro reazione psicologica di fronte ai soprusi che subivano.

"Ai lati della Via Appia erano state poste file di schiavi crocifissi, e laggiù a Birkenau si diffondeva l'odore dei cadaveri bruciati. Non eravamo i Grasso, ma gli Spartaco della situazione, tutto qui. " (Jean Améry, 1987) : Beviamo té freddo in busta rigida prima di rimetterci sulla carreggiata, raganelle ai bordi dello stagno. Sono le due del pomeriggio. I muscoli dolgono. Il sole è uno schiacciasassi. Ci rendiamo conto che non riusciremo mai a raggiungere il castello con le sole nostre forze. Alla fermata dell'autobus, in mezzo alla campagna, consultiamo gli orari della tabella: il prossimo dovrebbe passare fra un paio d'ore, ammesso che ci sia, essendo oggi sabato. Le indecifrabili scritte in calce non lasciano presagire nulla di buono.

Plinio allunga il dito nel segno dell'autostop. Alla terza automobile si ferma un ragazzo dai capelli biondi molto lunghi sulle spalle, la tuta da operaio, il volto mangiato dall'acne. Ci porta fino allo snodo di Brucki. Siedo davanti con la borraccia d'acqua in mezzo alle gambe. L'auto dovrebbe essere una vecchia Opel Corsa GT. Il ragazzo guida come un suo celebre connazionale, Niki Lauda, provocando in curva il caratteristico rumore dei pneumatici sulla pista. Le chiavi sono legate a un piccolo teschio. Se non fosse stato per lui non avremmo mai raggiunto il castello. O lo avremmo raggiunto, ma saremmo stati a pezzi il giorno successivo. Come Napoleone, anch'io non voglio schierare la Guardia a mille chilometri dal vero obiettivo.

Ma qual è il vero obiettivo? Auschwitz? Perché Auschwitz? Solo perché mia madre ha rischiato di finirci? Oppure perché, da un paio d'anni, leggo quasi soltanto libri sui campi di concentramento? E perché li ho letti? Perché ho letto Levi, Antelme, Borowski, Semprun, Todorov, Herling, Sereny, Solzenicyn, Bauman, Bettelheim, Marrus, Sinjavskij, Salamov, Améry, Wiesel e tutti gli altri?

Voglio studiare il sadismo? Durante l'invasione nazista dell'Urss, dietro le linee della Wehrmacht operavano alcuni reparti speciali: gli Einsatzgruppen. I comandanti di queste unità (inizialmente Stahlecker, Nebe, Rasch e Ohlendorf), erano spesso  persone colte, fra i trenta e i quarant'anni. Mi sono  concentrato sulle loro biografie come il chimico sul microscopio. Quella di Ohlendorf ha qualcosa di misterioso: ottenne la laurea in giurisprudenza dopo aver studiato nelle università di Lipsia, Gòttingen e  Pavia. Verso la fine degli anni Trenta divenne un esperto economista. Poi, apparentemente senza motivo, , il salto nel vuoto.

Ernst Biberstein, comandante dell'Einsatzkommando 6, alle dipendenze di uno dei quattro Einsatzgruppen, era stato un teologo protestante. Al processo di Norimberga definì l'assassinio di massa una legittima azione punitiva da parte dello Stato. Qualcuno ebbe la macabra arguzia di chiedergli se aveva mai celebrato funzioni religiose per le sue vittime. Biberstein rispose che non si dovevano "gettare le perle ai porci" (Ernst Klee, 1991).

Questi reggimenti si spostavano in piccoli drappelli sulla linea del fronte, entrando nelle città insieme alle avanguardie dell'esercito tedesco. Un ragazzo di dodici anni, David Rubinowicz, descrisse con incredibile forza espressiva nel suo quaderno, ritrovato dopo la fine della guerra, la tensione di un villaggio polacco di fronte alla presenza di tali truppe. Gli Einsatzgruppen non dovevano scontrarsi con il nemico. Essi mitragliarono a sangue freddo migliaia di ebrei davanti a enormi buche. Non tutti erano cadaveri quando la terra cadeva su di loro: molti morivano per soffocamento.

Le cosiddette "eliminazioni caotiche", come le chiama Leon Poliakov, oppure le "operazioni mobili di massacro", secondo l'espressione di Raul Hilberg, più ancora che le camere a gas, rappresentano il buco nero del secolo. La gassificazione evitava l'incontro diretto fra carnefice e vittima, invece il tiro alla nuca lo rendeva inevitabile. Del resto, i rastrellamenti dei ghetti polacchi implicavano la fucilazione sul posto di vecchi, donne e bambini. Come Elena Efimovna Borodianskaia-Knych, migliaia di persone furono condotte nelle foreste dove, obbligate a saltare nelle fosse prima di essere colpite, venivano uccise. Accanto agli Einsatzgruppen, esistevano anche reparti di ausiliari delle SS reclutati nei campi di prigionia sovietici, soprannominati "Hiwi", i quali si occupavano solo di esecuzioni sommarie.

Il ragazzo ci sgancia a Bruckl: in seguito ricorrerà nei nostri discorsi con il nome di Cireneo. Proseguiamo a piedi verso Hochosterwitz. Il cartello indica ancora sette chilometri. Il sole è sempre cocente: potrebbe essere Tangeri o Tripoli. Infilo la maglietta nuova nel braccio destro e quella di Plinio (il quale resta con la camicia dalle maniche lunghe) nel braccio sinistro, come un gladiatore da fumetti. Continuiamo a camminare lungo i tornanti.

Sebbene perfino gli Hiwi avessero necessità di ingenti quantità di alcol per eseguire i loro compiti, non bisogna credere che le atrocità fossero prerogativa di criminali e disperati. Al contrario, capitò che incombenze di questo tipo venissero sbrigate da individui assolutamente ordinari.

Christopher R. Browning ha preso in esame un battaglione di riservisti della Polizia tedesca, il 101, i quali dal 1942 al 1943 fucilarono almeno 38.000 persone, deportandone circa 45.000 nel famigerato campo di sterminio di Treblinka. Gli uomini che componevano il battaglione 101, a partire dal comandante maggiore Trapp, non erano gli esaltati che potremmo supporre. Non più giovani, cresciuti quindi nella Germania prenazista, avevano un passato ben lontano da quello delle SS.

Di fronte al massacro qualcuno si tirò indietro immediatamente. Altri riuscirono a svicolare per vie traverse in fasi successive. Ma la grande maggioranza, superando lo choc della prima volta, partecipò attivamente alle fucilazioni che avvenivano puntando le baionette dei fucili sulla nuca del prigioniero.

Il racconto è documentato su base storica, in quanto utilizza i verbali degli interrogatori di un processo avvenuto ad Amburgo negli anni Sessanta.

Dietro una curva appare il castello: sembra che Walt Disney ne restasse così affascinato da prenderlo a modello per un suo cartone animato. Sullo sperone roccioso, guglie e torrette pendono su di noi. Non esistono linee di autobus. Ci fermiamo nella pianura assolata. Giunti alle pendici, iniziamo la scalata. Con brevi e ripidi tornanti siamo in prossimità dell'ingresso.

Sdegnamo l'ascensore mozzafiato che collega il parcheggio alla cima. Conquistiamo la vetta attraversando le quattordici porte. Basta un'occhiata alla sala d'armi, poi ci mettiamo a sedere. Appena si raffreddano, i muscoli delle cosce diventano lame d'acciaio e impediscono di camminare. Occorre riprendere lentamente. Non guardiamo quasi niente. L'importante è essere giunti sin qui. Nel piazzale sottostante siamo la pattuglia perduta. Una coppia di italiani con il cane si sta avviando alla sua Land Rover. Torniamo indietro con loro.

Faccio una specie di elenco dei principali tentativi che sono stati compiuti per spiegare il massacro su scala industriale avvenuto cinquant'anni fa: la tesi di Theodor Adorno su certe caratteristiche psichiche tipiche di individui autoritari; quella di John Steiner ed Ervin Staub sulla presenza di elementi violenti nello stesso sentimento umano, seppure a uno stato "dormiente"; quella di Zygmunt Bauman (suffragata dagli esperimenti di prigionia forzata a cura di Philip Zimbardo) sul condizionamento sociale preminente; quella di Stanley Milgram sull'obbedienza all'autorità, senza dimenticare la meditazione di Primo Levi sulla cosiddetta "zona grigia" che unisce vittima e carnefice.

Nessuno di questi ragionamenti può stare da solo, ma tutti contribuiscono alla verità. Browning alla fine mette l'accento sullo specialismo e il senso di distacco dall'altro che domina la moderna organizzazione industriale. Non è detto che l'istinto del branco non possa riemergere, sotto mentite spoglie, nell'epoca informatica.

La Land Rover ci lascia vicino alla stazione ferroviaria, accanto al museo dedicato a Robert Musil.

E poi mi chiedo: è un caso che proprio Franz Kafka - ebreo di lingua tedesca - per primo abbia intuito la mostruosità del piccolo burocrate?