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Il giorno seguente la sua telefonata a Jupiter, Bob, con Pete e Chang, stava visitando Verdant Valley a cavallo. Nessuno dei tre ragazzi poteva minimamente prevedere le emozioni e i pericoli che li attendevano quella mattina. Avevano deciso una visita alle cave che venivano usate per invecchiare il vino ricavato dalle uve di Verdant Valley. Quelle cave, come spiegò Chang, erano in realtà vecchie miniere, per gran parte scavate molto tempo addietro nell’alta costa del monte, a ponente della valle. In linea di massima i ragazzi avevano progettato di rimanere fuori tutta la giornata. Non potevano indagare sul furto delle perle giacché, se la tesi dello sceriffo Bixby era esatta, i ladri venuti dalla città e il prezioso bottino molto probabilmente erano già a San Francisco. Inoltre la casa pullulava di cronisti, attirati dalle notizie dell’apparizione fantastica e del furto. E la signora Lydia, che avevano potuto vedere soltanto per un attimo, ancora stravolta e stanca, aveva raccomandato loro di non lasciar comprendere ai giornalisti che Bob e Pete erano i due ragazzi che avevano assistito alla prima apparizione dello spettro nella casa di Rocky Beach. Temeva che, se i giornalisti l’avessero saputo, ne avrebbero approfittato per sciorinare nuovi e più sensazionali articoli, speculando sul fantasma e sulla ragione per la quale i ragazzi erano venuti a Verdant. Tanto, aveva soggiunto, tutte quelle storie avrebbero causato egualmente troppi danni. Perciò Bob, Pete e Chang, dopo aver fatto colazione, erano sgusciati silenziosamente nella scuderia e avevano sellato i tre cavalli. Naturalmente fu Chang che provvide quasi a tutto poiché Bob e Pete, in fatto di cavalli, avevano soltanto la limitata esperienza di coloro che occasionalmente hanno visitato qualche podere. Quindi, agganciate alle cinture le torce elettriche da usare più tardi per esplorare le cave, o le miniere, cavalcarono lentamente attraverso i campi, tra le viti a spalliera su cui rossi grappoli stavano venendo a rapida maturazione sotto il sole caldo. Chang era visibilmente triste. – Dovrebbero essere almeno un centinaio gli uomini per raccogliere i grappoli, ora – disse. – E molti autocarri per trasportare l’uva allo stabilimento di pigiatura. Invece, guardate… non si vedono che una dozzina di persone e un solo autocarro. Gli altri hanno abbandonato tutto per la paura del fantasma. Se andiamo avanti a questo modo zia Lydia e i vigneti saranno rovinati. Non riuscirà mai a pagare le cambiali, che scadranno molto presto. I due amici non sapevano come consolarlo, ma Bob cercò di mostrarsi ottimista: – Il nostro socio Jupiter Jones in questo stesso momento sta indagando sul mistero, laggiù a Rocky Beach. Jupe è davvero in gamba e se riesce a risolvere il mistero, placando il fantasma, i contadini dovrebbero ritornare.

– Ma soltanto se ciò avverrà molto presto – replicò Chang – altrimenti gli addetti alla raccolta se ne andranno altrove. Pensa che stamattina la vecchia Li mi ha incolpato di portare sfortuna a Verdant Valley, dicendo che me la sono portata con me quando sono venuto da Hong Kong un anno e mezzo fa, e che dovrei ritornarvi.

– Che sciocchezze! – esclamò Bob. – Perché mai dovresti portare sfortuna?

Chang scosse il capo, sconsolato. – Non lo so, ma è vero che da quando sono qui c’è stata tutta una serie di avversità: barili di vino andati a male, botti che perdevano, macchinari che si sono guastati più volte… non è andato niente per il verso giusto.

– Non vedo come ti si potrebbe imputare tutto ciò – osservò Pete.

– Pure, forse è vero – disse Chang. – Forse se tornassi a Hong Kong il fantasma verrebbe con me e la fortuna arriderebbe di nuovo a Verdant Valley. Se fossi sicuro di questo me ne andrei domani stesso. Per nessuna ragione vorrei causare guai e portare sfortuna alla mia onorevole zia!

Chang era tanto avvilito che Bob decise di cambiare argomento. – Tu chiami zia la signora Green e zio il signor Carlson – gli disse – ma non sono stato ancora capace di capire bene il rapporto di parentela che vi lega. Il vecchio Mathias Green, tuo nonno –

– Il mio bisnonno – corresse Chang. – In realtà la signora Green è una mia prozia, ma io la chiamo zia per affettuosa gentilezza. Lo zio Harold è un suo lontano cugino; non conosco esattamente il grado di parentela ma chiamo anche lui zio per la stessa ragione. Noi siamo gli unici membri di questo ramo della famiglia. Pete guardava dinanzi a sé per la lunga e stretta valle circondata da ogni lato di creste montuose. Vi erano vigne a perdita d’occhio.

– Cosicché questo posto è tutto tuo, Chang? – chiese con interesse. – Intendo dire, come unico discendente diretto del vecchio Mathias.

– Oh no, no – rispose il ragazzo – in teoria sarebbe così, ma in realtà appartiene a zia Lydia. Sua madre creò tutto questo e zia Lydia ha lavorato un’intera vita per conservarlo. Vuole donarlo a me, ma non lo permetterò. Perciò dice che me lo lascerà per testamento, ma ho già deciso che allora ne donerò una metà allo zio Harold. Anche lui, come zia Lydia, ha continuato a lavorare sodo per far prosperare l’azienda. Ma se tutto andrà perduto perché non si possono pagare i debiti, non rimarrà niente a nessuno. Una jeep avanzava verso di loro sulla strada polverosa. Si fecero da parte per lasciarla passare. Chang cavalcava un grosso puledro nero di nome Ebano, pieno di vita e di vivacità, che andava trattenuto con polso fermo; Pete montava una giovane cavalla, Nelly, da controllare strettamente; Bob era in sella a una cavalla più anziana, chiamata “Sedia a dondolo” per il suo passo tranquillo e il suo carattere placido. La jeep si fermò e il signor Jensen si sporse. – Ehi, Chang! – chiamò. – Suppongo che abbiate visto quanti pochi uomini abbiamo stamattina. – Il ragazzo annuì. – lersera quei furfanti hanno fatto bene la loro opera – continuò Jensen – ogni volta che raccontavano di aver visto il fantasma lo descrivevano più grande e minaccioso, sicché alla fine sputava addirittura fuoco e fiamme. Hanno terrorizzato tutti i raccoglitori ancor prima che facesse giorno! Ho mandato a cercare altri braccianti, ma temo che non verrà nessuno. Ora vado a riferire alla signora Green – soggiunse, scuotendo il capo. – Ma la faccenda non si presenta bene. La vettura partì con un rombo. I ragazzi misero nuovamente al passo i cavalli e Chang si sforzò di cacciare l’umor nero. – Quel che non si può evitare non si può evitare – concluse. – Noi non possiamo fare proprio nulla, perciò cerchiamo di divertirci.

Cavalcarono per tutta la lunghezza della valle, sostando ogni tanto quando Chang mostrava loro gli altri stabilimenti di pigiatura. Era passato da poco mezzogiorno quando cominciarono ad avere caldo e fame. Avevano portato panini e borracce, e c’era anche avena per i cavalli nelle bisacce.

– Conosco un posto dove potremo stare freschi e comodi – disse Chang.

Oltrepassarono un vecchio edificio a suo tempo adibito alla pigiatura, ma ora usato soltanto nei momenti di necessità. Cavalcarono ancora per qualche centinaio di metri finché furono all’ombra dei monti che limitavano la valle, ad occidente. Accanto a uno spuntone di roccia trovarono un piccolo spiazzo ombreggiato, dove scesero, legarono i cavalli e diedero loro l’avena. Quindi Chang condusse gli amici dall’altro lato dello spuntone, e si trovarono davanti una porta massiccia, aperta nella parete rocciosa della cresta.

– Questa è un’entrata delle cantine d’invecchiamento, o miniere, come vi ho detto – disse Chang spingendo a fatica la porta, dietro la quale era buio pesto. – Esploreremo dopo mangiato – aggiunse, manovrando un interruttore all’interno della porta, ma la luce non si accese.

Acciderba! – esclamò. – I generatori di corrente non sono in funzione. Qui, vedete, dobbiamo produrre noi stessi l’energia elettrica, ma i generatori vengono messi in funzione soltanto quando si lavora all’interno. Non importa, potremo servirci delle torce. – Così dicendo prese la sua, l’accese e ne proiettò il fascio di luce in avanti. Pete e Bob videro un lungo corridoio tagliato nella roccia e travi di legno che sostenevano la volta. Su ciascun lato del corridoio vi era una lunga fila di barili; nel mezzo correvano due stretti binari su uno dei quali era fermo a pochi passi un vagoncino.

– Quei grossi barili possono essere collocati su questi vagoncini e portati fin qui all’ingresso della cava – spiegò Chang, – Se dobbiamo spedire un barile non abbiamo che da caricarlo su un autocarro in attesa davanti all’ingresso. In tal modo, sebbene pesanti, i barili si possono maneggiare abbastanza facilmente. Ora direi di sederci qui, accanto alla porta, così potremo mangiare e staremo comodi per un po’ – concluse Chang.

Pete e Bob accettarono di buon grado e, sedutisi accanto a lui, cominciarono a consumare la colazione. La deliziosa frescura dall’interno faceva dimenticare il gran caldo pomeridiano che, poco distante, opprimeva ogni cosa. Mentre mangiavano i loro sguardi spaziavano comodamente sulla valle fino al vecchio stabilimento di pigiatura, mentre chi avesse guardato nella loro direzione non avrebbe potuto scorgerli nell’ingresso della cava. Dopo aver mangiato, si trattennero un po’ a chiacchierare e a godersi il fresco; Chang raccontava episodi di Hong Kong, dove aveva vissuto fra molta gente, a differenza della vita tranquilla che conduceva ora a Verdant Valley. À un tratto i ragazzi videro alcune vecchie automobili fermarsi a poche centinaia di metri dallo stabilimento. Ne discesero sei uomini robusti e muscolosi che si riunirono in gruppo, come per aspettare qualcosa. Chang s’interruppe e li guardò accigliato. – Mi domando in quale raccolta siano occupati in questo momento, proprio oggi che avremmo bisogno di tutti gli uomini disponibili. Un attimo dopo sopraggiunse la jeep di Jensen, che ne discese ed entrò nello stabilimento. Gli uomini lo seguirono e richiusero la porta.

– Suppongo che il signor Jensen andrà a controllare o riparare le macchine – mormorò Chang – dato che oggi l’impianto non è in funzione. Ad ogni modo è affar suo. In verità quell’uomo non mi piace molto, ma debbo riconoscere che sa come si deve trattare con i contadini, anche se talvolta è piuttosto rude.

Ciò detto, Chang chiese a Bob e Pete: – Volete visitare la cantina d’invecchiamento?

I due acconsentirono e sganciarono le torce dalle cinture. Ma, mentre si alzava, Pete scivolò, aprì istintivamente la mano per cercare un appoggio; la torcia gli sfuggì di mano e cadde sulla roccia con un tintinnio di vetri infranti. Raccoltala vide che la lente e la lampadina si erano rotte.

– Che sciocco! – esclamò Pete, risentito verso se stesso.

– Adesso sono senza lampada.

– Potremo arrangiarci con due – disse Chang – o, meglio, posso procurarmene una – proseguì guardando la jeep parcheggiata fuori dello stabilimento. – La prendo a prestito dal signor Jensen, quella che mi ha dato iersera e che tiene di solito nella cassetta degli attrezzi durante il giorno. Gliela restituiremo prima del tramonto; prendo il cavallo e vado e torno.

Ma Pete obiettò che era stato lui a rompere la lampada e quindi gli toccava di provvedere alla sostituzione. A buon conto Chang volle dargli un biglietto da lasciare nella cassetta per avvertire Jensen del prelievo e promettergli la restituzione in serata. – Quando è occupato non ama essere interrotto – aggiunse – ma d’altro canto anche la lampada è di zia Lydia e non potrà dispiacergli che la si usi noi per un poco.

Pete montò a cavallo e al trotto si avviò allo stabilimento; qualche minuto dopo si affiancava alla jeep. Ma il cavallo era piuttosto vivace e Pete dovè dargli uno strattone per evitare di essere sbalzato di sella. Con la mano libera aprì la cassetta e d’acchito non vide la lampada fra il guazzabuglio di attrezzi; poi la scorse, seminascosta in un angolo, la prese e l’infilò alla cintura. Era una torcia elettrica di tipo antiquato, protetta da un fodero di fibra ma priva dell’anello per appenderla al gancio della cintura. Deposto nella cassetta aperta il bigliettino di Chang, in modo che Jensen potesse facilmente vederlo, rimontò a cavallo, non senza difficoltà, per fare ritorno alla cava. Ma non aveva percorso che un centinaio di metri quando udì una voce che gridava qualcosa. Si volse. Jensen era accanto alla sua jeep e sbraitava gesticolando verso di lui. Pete alzò la torcia, poi additò la vettura, per indicare che vi avrebbe trovato la debita spiegazione, e continuò il suo cammino. Un attimo dopo l’uomo balzò nella jeep e lanciò la macchina attraverso i campi all’inseguimento di Pete.

Gli operai, che erano usciti dall’edificio, si raggrupparono ora per vedere ciò che accadeva. Pete comprese che Jensen lo invitava a fermarsi e, pur chiedendosi con stupore il perché di tanta eccitazione, tirò le redini del cavallo, che si faceva sempre più irrequieto.

– Fermati, fermati, bellezza mia – disse con dolcezza, ma l’animale, innervosito dall’avvicinarsi della macchina, continuava a fare le bizze. Improvvisamente l’auto si arrestò e Jensen ne schizzò letteralmente fuori, prendendo a rincorrere Pete.

– Tu, ladruncolo – gridava – ti concerò per le feste! T’insegnerò io a… – Il resto della frase si perdette nell’aria. Quando l’uomo si avvicinò, il nervoso cavallo fece un balzo e poi, prima che Pete potesse assestarsi bene in sella, scattò come una freccia: cominciò una corsa a velocità pazzesca attraverso il vigneto, piegò verso il pendio della montagna e non ci fu verso di fermarlo. Pete, stringendo le ginocchia, si afferrò disperatamente al pomo della sella per evitare una rovinosa caduta.