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Bob guardò interrogativamente Jupiter, che annuì con il capo in segno di approvazione.

– Ma certo, signora Green – diceva Bob. – Penso che Pete e io potremmo venire. Beninteso, se le nostre famiglie sono d’accordo.

– Oh, sono davvero felice – si udì sospirare con sollievo la signora Green. – Naturalmente ho già parlato con i vostri genitori e le vostre mamme hanno acconsentito. Verdant Valley è un luogo tranquillo, e vi troverete anche il mio pronipote Charles Chang Green che vi terrà compagnia. Ha trascorso quasi tutta la sua vita in Cina.

Il colloquio si protrasse ancora un po’ per prendere gli ultimi accordi: Bob e Pete sarebbero partiti con l’aereo delle 18 per San Francisco e lei li avrebbe attesi all’aeroporto per condurli in automobile a Verdant Valley.

– Perbacco! – esclamò Bob. – Vuole sapere del fantasma dai testimoni oculari e così noi potremo farci un bel viaggetto. Ma – rifletté subito dopo – non ti ha invitato, Jupe! Questi, sebbene fosse alquanto deluso, faceva del suo meglio per non dimostrarlo. – È perché non ho visto il fantasma – ribatté. – Voi sì, invece. Ad ogni modo non potrei venire perché gli zii debbono recarsi a San Diego con l’autocarro per ritirare una partita di residuati della marina, e quindi io dovrò rimanere qui ad occuparmi dell’azienda.

– La cosa non mi va – obiettò Pete. – Noi formiamo una compagnia unita e non mi piace andare in qualche posto senza di te, Jupe. Specialmente – soggiunse – se ci sarà in giro un fantasma!

Jupiter si mordicchiava pensosamente un labbro. – Forse può essere un’occasione fortunata – disse. – Se il fantasma è stato visto a Verdant Valley, voi due potrete svolgere laggiù indagini per conto del comandante Reynolds. Nel frattempo, io seguirò qui tutte le possibili tracce; l’importanza di una squadra d’investigatori sta proprio nel fatto di poter seguire due e anche tre diverse piste contemporaneamente.

I ragazzi lasciarono cadere il discorso. Dopo tutto, Jupe aveva detto delle cose sensate. Bob e Pete si recarono subito a casa per prepararsi e trovarono le valigie già approntate dalle rispettive madri.

Ciascuno dei due vi aggiunse tuttavia la propria lampada tascabile e un pezzo di gesso colorato, verde per Bob e blu per Pete, atto a tracciare il segno dei Tre Investigatori in caso di necessità.

L’idea del segno, un punto interrogativo, era stata di Jupiter. Ciascuno dei tre amici era così in grado, in caso di necessità, di lasciare una traccia del proprio passaggio, in modo che gli altri potessero raggiungerlo. L’espediente si era rivelato di grande utilità in parecchie occasioni.

Il signor Andrews e Jupe accompagnarono Bob e Pete in automobile al moderno aeroporto internazionale.

– Telefonami qualsiasi novità – raccomandò Jupiter a Bob. – Abbiamo denaro sufficiente per pagare le comunicazioni. Se il fantasma è realmente là, escogiterò qualcosa per raggiungervi.

Da ultimo il signor Andrews disse al figlio: – Comportati bene, Robert. Sarò lieto se potrai riferire alla signora Green qualcosa che le riesca utile, sebbene debba ammettere che tutta la faccenda mi appare enigmatica. Anche il padre di Pete è d’avviso che ci sia sotto molto di più di quanto non sembri. La signora Green gode di ottima reputazione e il suo vigneto è ben noto perché ottimamente condotto. C’è anche una cantina dove producono il vino; mi pare che la chiamino la cantina dei Tre V. Hanno anche dei cavalli, mi ha detto la signora, quindi potrete cavalcare con suo nipote e divertirvi con lui. Poco dopo i due ragazzi erano sul grande reattore in volo verso nord. Il viaggio durò soltanto un’ora, tempo speso dai due nel consumare il pranzo e nell’osservare la terra che fuggiva sotto di loro, e puntualmente l’aereo cominciò a scendere per atterrare all’aeroporto di San Francisco.

Quivi trovarono ad attenderli un ragazzo della statura di Pete, ma di spalle più larghe, che andò loro incontro a salutarli. Il giovane era di bell’aspetto, nell’insieme un tipico americano, fatta eccezione per il taglio un po’ orientale degli occhi. Si presentò come Charles Green, meglio noto come Chang. Precisò di essere per un buon quarto cinese, essendo vissuto quasi sempre a Hong Kong, e quindi li aiutò a ritirare il bagaglio. Quando ebbero riavute le valigie, li condusse dall’altro lato di una strada affollata fino a un grande parcheggio, dove era in attesa una giardinetta. Al volante stava un giovanotto messicano.

– Pedro, ecco i nuovi ospiti, Pete Crenshaw e Bob Andrews. Andiamo direttamente a Verdant Valley; poiché hanno già pranzato in aereo non occorre che ci fermiamo.

– Bene, signor Chang – rispose Pedro. Caricò i bagagli, li sistemò e prese posto al volante. I tre ragazzi sedettero sul sedile posteriore per stare accanto e poter parlare comodamente. Pedro mise in moto e partirono.

Durante il tragitto Pete e Bob cercarono di parlare, di fare domande e di guardarsi intorno ad un tempo. Ma con loro disappunto non attraversarono il centro di San Francisco, bensì ne costeggiarono la periferia fino a trovarsi in una zona collinosa, quasi in aperta campagna.

– Ci stiamo recando a Verdant Valley, dove la mia onorevole zia dirige la cantina Tre V – spiegò Chang. – In realtà sono io il vero padrone del vigneto e della cantina, ma non potrei neppure sognarmi di toglierli a lei.

A tale dichiarazione, Pete e Bob lo guardarono con maggiore interesse, attendendosi delle spiegazioni, cosa che Chang fece mentre proseguivano il viaggio. Appresero così che Chang era pronipote del vecchio Mathias Green, in quanto questi aveva sposato soltanto in seconde nozze la principessa cinese dei cui resti i ragazzi avevano agevolato la scoperta. La prima moglie lo aveva seguito in tutti i suoi viaggi ed era morta di febbre infettiva durante un viaggio in Oriente lasciandogli un figlioletto, Elija. Incapace di accudire al bimbo, Mathias lo aveva affidato a una scuola missionaria americana di Hong Kong perché fosse allevato ed educato. Ciò era avvenuto poco prima che Green avesse noie con le autorità per essersi impossessato della collana delle Perle Fantasma. Sposata una bella e giovane principessa cinese era salpato in tutta fretta per l’America, lasciando il figlioletto solo a Hong Kong. Il padre non aveva mai mandato a riprendere il ragazzo, che un giorno diventò il dottor Elija Green, medico missionario americano, e sposò una cinese. Quando entrambi morirono di febbre gialla il loro figlio Thomas fu a sua volta allevato nella Scuola Missionaria. Thomas, padre di Chang, non aveva saputo nulla dei parenti americani perché suo padre si era sempre rifiutato di parlare di Mathias. Anche Thomas aveva trascorso tutta la vita in Cina come medico. Aveva sposato la figlia di un missionario inglese e la loro vita era stata molto felice finché, in uno straripamento del Fiume Giallo, la loro barca si era rovesciata ed erano annegati. A questo punto il giovane s’interruppe e Bob e Pete si avvidero della sua intensa commozione. – Quelli erano brutti tempi in Cina – riprese Chang. – Io ero appena un neonato e fui salvato da una famiglia cinese presso la quale vissi per molti anni. Ma quando vennero a sapere che la mia vita era in pericolo perché ero americano, fuggirono con me a Hong Kong per essere al sicuro. Allora io non conoscevo il mio vero nome e per qualche anno fui educato in una scuola missionaria, proprio come mio padre e mio nonno. Quando dissi a un insegnante che ricordavo i nomi di battesimo di mio padre e mia madre, si fecero ricerche nei vecchi registri e si scoprì che il mio vero cognome era Green. Il maestro si mise in contatto con zia Lydia qui in America ed ella mi mandò a prendere. D’allora sono sempre rimasto con lei. È stata molto buona con me e il mio più grande desiderio è quello di aiutarla, perché ora è molto sconvolta. Anche zio Harold cerca di aiutarla, ma la vedo preoccupatissima. Ora, con questa apparizione fantastica del mio trisavolo, tutto è peggiorato. Non so spiegarvi ogni cosa, ora, anche perché c’è ancora molto che non capisco, ma potrete vedere voi stessi.

Bob stava per rivolgergli una domanda, ma gli sfuggì di mente quel che voleva chiedere. Avevano passato una giornata eccitante, il viaggio era stato emozionante ed ora il rapido movimento dell’auto lo cullava. Chiuse gli occhi e s’addormentò. Si svegliò di soprassalto quando si fermarono. Erano davanti a una grande vecchia costruzione di pietra e legno sita in uno spiazzo a ridosso della montagna. Evidentemente si trovavano in una lunga e stretta vallata, che non si riusciva a vedere molto bene perché già avvolta dal crepuscolo, ma riuscì comunque a individuare lunghe strisce di terreno coltivato certamente a vigneto. – Su, svegliati – gli disse Pete. – Siamo arrivati. Bob soffocò uno sbadiglio mentre si svegliava completamente e usciva dalla vettura.

Chang fece strada su per una lunga scalinata di legno fino al portico della vecchia casa. – Questa è casa Verdant – spiegò. – Verdant, com’è noto, significa verde, nel senso di verdeggiante, e mia zia scelse questo nome per il vigneto e la casa dato che il nostro cognome è Green, ossia verde. Ora la conoscerete; so che è ansiosa di vedervi. Entrarono in un vasto atrio rivestito di legno rosso. Una signora alta, distinta, dall’aspetto un poco gracile, uscì da una stanza e li salutò: – Buona sera, ragazzi, sono lieta che siate qui. Avete fatto buon viaggio? Avutane rassicurante conferma li condusse in sala da pranzo. – Penso che abbiate fame – disse la signora – anche se probabilmente avete già mangiato. I ragazzi hanno sempre fame, perciò vi lascerò qui con Chang a mangiare qualcosa e a conoscervi reciprocamente. Parleremo domani. Oggi ho avuto una giornata molto movimentata e desidero andare a letto perché sono stanca. Batté un colpo su un piccolo gong di bronzo e un’anziana cinese entrò nella stanza. – Ora puoi servire la cena, Li – disse la signora Green – probabilmente Chang mangerà volentieri un’altra volta.

– Tutti ragazzi avere fame ogni ora del giorno – sentenziò la piccola grinzosa cinese. – Io nutrirò bene – e uscì dalla stanza con aria affaccendata.

In quel punto entrò un signore, nel quale Bob e Pete riconobbero Harold Carlson, che avevano incontrato la vigilia a Rocky Beach quando era stato rinvenuto lo scheletro nella stanza segreta.

Carlson sembrava preoccupato. – Salve, ragazzi – disse con voce chiara e simpatica. – Non avrei mai pensato, quando c’incontrammo ieri in così strane circostanze, che ci saremmo ritrovati qui. Ma… – fece una pausa scuotendo il capo – francamente non so cosa fare. – Sospirò. – E neppure gli altri lo sanno.

– Buona notte, ragazzi – salutò la signora Green – vado a dormire. Harold, vuoi accompagnarmi?

– Certamente, zia Lydia. – Prese con delicatezza il braccio della signora, uscì con lei dalla stanza e salì per la scala.

Chang accese le luci. – Si fa buio d’improvviso, qui nella valle – osservò. – Fuori è ormai notte. Ora mangiamo e intanto cercherò di raccontarvi qualcos’altro della nostra famiglia. Vorreste farmi delle domande?

– Non essere tempo per chiacchierare, chiacchierare! – esclamò la domestica cinese, spingendo nella stanza un carrello di servizio. – Ora ragazzi dovere mangiare per diventare grossi uomini. Venite a sedere. – Posò sul tavolo un piatto colmo di arrosto freddo, poi del pane, sottaceti, una insalata di patate ed altre portate. Bob si rese conto all’improvviso di essere tremendamente affamato; gli sembrava che fosse trascorso molto tempo da quando aveva pranzato sull’aereo, anche perché si era trattato di un pasto leggero.

Si avvicinò con gli altri al tavolo, ma la cena dovette essere rimandata. Proprio quando stavano per sedersi udirono un grido acuto provenire dal piano superiore. Seguì un silenzio sinistro.

– È stata zia Lydia! – gridò Chang, scattando. – C’è qualcosa che non va! – Si precipitò per la scala; Bob e Pete automaticamente lo seguirono, così come Li e altri domestici sbucati da chissà dove. Chang fece strada per la scala e poi in un corridoio, in fondo al quale una porta era spalancata. La luce era accesa e poterono vedere Harold Carlson, chino sul letto dove giaceva Lydia Green, mentre le massaggiava i polsi e le parlava rincuorandola.

– Zia Lydia – diceva – zia Lydia, riesci a sentirmi? – Quando vide fra gli accorsi Li, ordinò: – Portate i sali della signora!

La vecchia cinese corse nel bagno e ne tornò con una bottiglietta. Mentre gli altri si assiepavano alla porta, tenne la bottiglia aperta sotto il naso della signora, che poco dopo rabbrividì leggermente e aprì gli occhi.

– Sono stata sciocca, nevvero? Sono svenuta? Sì, ho gridato e sono svenuta. È la prima volta in vita mia che svengo.

– Ma che cosa è accaduto, zia Lydia? – chiese con ansia Chang. – Perché hai gridato?

– Ho visto di nuovo il fantasma – rispose la signora, cercando di ridare fermezza alla sua voce. – Dopo aver augurato la buona notte ad Harold, sono entrata nella mia stanza e, proprio un attimo prima di accendere la luce, ho guardato verso quella nicchia – e indicò una piccola cavità della parete, accanto alla finestra. – Il fantasma era là, l’ho visto benissimo. Mi guardava con occhi terribili e ardenti. Indossava una veste verde, proprio come soleva lo zio Mathias, e sono sicura che era lui, sebbene il viso fosse una macchia indistinta ad eccezione degli occhi. – La sua voce finì in un sussurro. – È arrabbiato con me, lo so. Vedete, molti anni fa mia madre gli promise che, dopo la sua morte, la casa di Rocky Beach sarebbe stata chiusa e nessuno l’avrebbe più riaperta. Giurò che né la casa né il terreno circostante sarebbero stati venduti o toccati in alcun modo. E io ho infranto quella promessa, ho disposto perché la casa fosse venduta, e ora il corpo della sposa di zio Mathias è stato disturbato… e lui è adirato con me.