12
Bob e Chang si trovavano in una stanza dalle solide pareti intonacate, priva di finestre e con una sola porta solidamente sbarrata. I vestiti dei due ragazzi erano in condizioni pietose, per tutto quello strisciare carponi nelle gallerie della miniera. Tuttavia buona parte dello sporco era stato spazzolato via, e i due si erano anche lavati ed avevano mangiato un cibo cinese completamente nuovo per Bob, ma delizioso al palato. La fame aveva impedito loro di parlare molto, fino a quel momento; ma ora erano sazi e si stavano riposando.
– Mi domando dove siamo – disse Bob, che a stomaco pieno non era più tanto preoccupato come qualche ora prima.
– Siamo in una stanza sotterranea di una grande città, probabilmente San Francisco – rispose Chang.
– Che cosa te lo fa credere? – domandò Bob. – Siamo stati sempre bendati e potremmo trovarci in qualsiasi posto.
– Ho sentito vibrare il pavimento a causa del passaggio di pesanti autocarri, e gli autocarri significano una grande città. Poi domestici cinesi ci hanno condotti qui e ci hanno dato da mangiare. E San Francisco ha il più grande quartiere cinese degli Stati Uniti. Dobbiamo essere nella stanza segreta della casa di qualche ricco cinese. Bob scosse il capo, dubbioso: – Ne sei convinto?
– Il cibo era cucinato egregiamente, in perfetto stile cinese, da un cuoco molto abile. E soltanto una persona molto ricca può permettersi un cuoco del genere – osservò Chang.
– Tu e Jupiter Jones andreste molto lontano insieme – osservò Bob. – Vorrei che tu abitassi a Rocky Beach e ti associassi alla nostra agenzia investigativa.
– Mi piacerebbe sicuramente – disse Chang, pensoso. – Verdant Valley è tanto solitaria! Quando ero a Hong Kong avevo sempre molta gente intorno, molti ragazzi con i quali giocare e conversare. Ma fra poco sarò un uomo e dovrò prendermi cura del vigneto e della cantina della mia onorevole zia, come lei desidera… – e pensoso soggiunse: – … se tuttavia mi permetteranno di farlo.
I discorsi dei ragazzi furono interrotti dal rumore della porta che si apriva; un anziano cinese, che indossava le vesti tradizionali, entrò. – Venite! – disse.
– Venire dove? – chiese Chang, con molta dignità.
– Forse un topo chiede dove sta andando quando gli artigli dell’aquila lo afferrano? – replicò l’uomo. – Su, avanti, venite!
Con un’alzata di spalle Chang si avviò alla porta e Bob, tenendosi più dritto che poteva, lo seguì. Percorsero un corridoio e il cinese li fece entrare in un piccolo ascensore, che salì diversi piani prima di fermarsi davanti a una porta rossa. L’uomo aprì la porta dell’ascensore, la porta rossa e spinse avanti Bob.
– Entra – gli disse – e di’ la verità altrimenti l’aquila ti mangerà.
I due giovani si trovarono in una sala circolare dalle pareti letteralmente tappezzate di drappi rossi sui quali erano ricamate con fili d’oro scene meravigliose: templi cinesi, draghi e salici che sembravano ondeggiare sotto l’alito del vento.
– State ammirando i miei arazzi? – risuonò una voce sottile ma chiara, di persona anziana. – Hanno cinquecento anni.
I due amici aguzzarono lo sguardo verso il fondo della sala, e si avvidero di non essere soli; un vecchio sedeva in una grande poltrona di legno nero scolpito, fra una montagna di morbidi cuscini. Indossava ampie vesti fluenti come quelle degli antichi imperatori cinesi, vesti che Bob aveva viste soltanto nelle illustrazioni di libri. Il cinese aveva il viso piccolo e giallo come una pera secca, e li guardava attraverso occhiali dalla montatura d’oro. – Venite avanti e sedetevi, voi ragazzini che mi avete causato un sacco di fastidi – disse. Bob e Chang attraversarono la sala camminando su tappeti tanto spessi da sembrare di affondarvi.
Videro due sgabelli, evidentemente messi lì perché loro li occupassero, e sedettero guardando interrogativamente il vecchio.
– Potete chiamarmi signor Won – disse il vecchio cinese.
– Ho cento e sette anni.
Bob non stentò a credergli; era certamente l’uomo dall’aspetto più vecchio che avesse mai visto, eppure non sembrava affatto debole.
Il signor Won guardò a lungo Chang, poi gli rivolse queste parole:
– Piccolo grillo, il sangue della mia nazione scorre anche nelle tue vene; intendo parlare della vecchia Cina e non di quella d’oggi. La tua famiglia ha avuto sempre molto a che fare con la vecchia Cina. Il tuo bisnonno si portò via una delle nostre principesse per sposarla, e di ciò non parlerò. Le donne seguono il loro cuore. Ma il tuo bisnonno portò via un’altra cosa o riuscì a corrompere un funzionario che la rubasse per conto suo, il che non cambia. Una collana di perle! – Ora il signor Won cominciava a mostrare segni di eccitazione. – Una collana di perle di valore incalcolabile, e per più di cinquantanni non si è mai saputo dove fosse andata a finire. Ora finalmente quella collana è riapparsa e io debbo averla!
– Si sporse leggermente in avanti e la voce si fece più forte. – Capite questo, topolini? Io devo ad ogni costo avere le perle!
Bob si sentiva oltremodo nervoso ben sapendo che essi non potevano dare le perle al signor Won. Si domandò che cosa provasse Chang.
Questi parlò coraggiosamente: – Oh, venerabile – disse
– noi non abbiamo le perle, che ora sono in possesso di una persona forte e coraggiosa che è fuggita per restituirle a mia zia. Lasciateci tornare da lei e cercherò di persuaderla a vendervele; ammesso che la lettera scrittale da qualcuno che sostiene di essere un parente della sposa di mio nonno non sia vera.
– Non è vera – affermò Won. – Fu mandata da un altro, che io conosco, per confondere le cose, poiché anche lui desidera comprare le perle. Io sono ricco ma costui è più ricco di me. Le comprerà lui, a meno che non riesca ad averle prima io. Perciò debbo assolutamente averle.
Chang chinò il capo. – Noi siamo due topolini indifesi – disse – ma quelli che ci hanno catturato non sono riusciti a prendere il nostro amico; egli ha le perle. È coraggioso e riuscirà a porsi in salvo.
– Hanno lavorato male! – proruppe il signor Won, tambureggiando con le dita sul bracciolo della poltrona. – L’hanno lasciato scappare e la pagheranno!
– L’avevano quasi preso – replicò Chang. – Avendo indovinato il mio piano ci attendevano in silenzio dall’altra parte della gola quando prima io, e il mio amico poi, riuscimmo a passare attraverso la stretta fenditura. Poi sentii rotolare un sasso, accesi la mia torcia, vidi qualcuno e gridai un avvertimento al mio amico proprio mentre Jensen e i suoi ci afferravano. Così lui potè fuggire; la gola era troppo stretta perché potessero inseguirlo.
– Hanno lavorato male! – insisté il signor Won. – Quando ieri Jensen mi telefonò per dirmi che aveva le perle e che me le avrebbe portate questa sera, lo avvertii di non commettere errori. Ora…
Qui s’interruppe; un suono argentino veniva da un punto imprecisato. Won infilò una mano sotto i cuscini della poltrona e con sorpresa di Bob la ritrasse con un apparecchio telefonico. Sollevò il ricevitore e ascoltò; dopo un attimo lo ripose.
– Ci sono nuovi sviluppi – disse – aspettiamo! Attesero in un silenzio che a Bob sembrava diventare sempre più assoluto, sebbene sapesse che era soltanto effetto dei suoi nervi. Che cosa stava per accadere? La giornata era stata così piena di sorprese che ormai nulla poteva più impressionarli.
Nondimeno, ciò che accadde poco dopo era l’ultima cosa che potessero aspettarsi. Si aprì la porta: sporco e in disordine, pallido ma ancora ribelle, Pete Crenshaw entrò nella stanza.