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Torniamo a Rocky Beach dove da un’ora Jupiter Jones sedeva meditabondo, mordicchiandosi un labbro, nel soggiorno del villino di zio Titus. A un tratto si alzò bruscamente e gridò a pieni polmoni un richiamo. Poi, rosso in viso per lo sforzo, si rimise a sedere e aspettò. Un momento dopo, all’esterno si udì un rumore di passi affrettati. La porta fu aperta con violenza e Konrad, il robusto e biondo lavorante del deposito, si affacciò con aria interrogativa. Hans, suo fratello, era a San Diego con Titus Jones. Gli occhi di Konrad fissavano meravigliati Jupe. – Che cosa è stato quel grido di poco fa? – chiese ansiosamente.

– Ero io – rispose Jupiter – e vuol dire che mi hai sentito.

– Ci puoi scommettere – ribatté Konrad con enfasi. – La tua finestra è aperta, e anche la mia… Ho pensato che ti fossi seduto su un chiodo o ti fossi schiacciato un dito o qualcosa di simile.

Jupiter si volse a guardare la finestra dietro di sé. Era aperta. Sul suo viso passò un’ombra di disappunto.

– Stai tranquillo. Tutto va bene. Soltanto, non ricordavo che la finestra fosse aperta.

– Ma perché hai gridato? – insisté Konrad.

– Mi allenavo a urlare – ribatté Jupe.

– Sei sicuro di sentirti bene? – domandò Konrad. – O stai male o che altro accade?

– Sto benissimo – lo rassicurò Jupe – e puoi tornare a casa. Non urlerò più per stanotte.

– Va bene – concluse Konrad. – Però mi hai spaventato.

– Chiuse la porta e rientrò nella casetta che divideva con il fratello Hans, a circa una cinquantina di metri dietro quella degli Jones.

Jupe rimase seduto, mentre il suo cervello lavorava alacremente. Gli urgeva nella mente un’idea, un’idea sul Fantasma Verde, ma non riusciva a concretarla. Sospirò e per il momento vi rinunciò; ormai era ora di andare a letto. Si decise ad alzarsi per salire al piano superiore, chiedendosi che stessero facendo Bob e Pete a Verdant Valley. Quasi in risposta ai suoi pensieri squillò il telefono. Era una chiamata di Bob, e Jupe si affrettò a mettersi in linea.

– Che è accaduto? – chiese con impazienza. – Avete visto il fantasma?

– No, ma l’ha visto la signora Green – rispose Bob, eccitato. – Non riusciresti mai a indovinare che cosa è successo!

– Sei troppo eccitato – lo interruppe Jupiter – quindi fammi il piacere di raccontarmi gli avvenimenti con calma e nell’esatto ordine di successione. Non trascurare il minimo particolare.

Non era certo cosa facile per Bob, che avrebbe voluto dire subito del furto delle Perle Fantasma. Tuttavia, poiché Jupe lo aveva abituato a coordinare i fatti tenendo conto di ogni minuzia, si rassegnò a cominciare dall’incontro con Chang Green snocciolando tutto ciò che riuscì a ricordare, proprio nel modo in cui si era svolto. E alla fine, con grande sollievo, poté parlare delle perle e del come erano state rubate.

– Hmmm – commentò Jupe non appena Bob si fermò a riprender fiato. – Questo è uno sviluppo inaspettato. Che cosa sta accadendo? Sono state fatte indagini?

– Il signor Carlson ha mandato a chiamare lo sceriffo del luogo – rispose Bob – ma il signor Bixby è parecchio anziano e pare che non sappia quali pesci prendere. Poi, siccome la casa non fa parte di nessuna città, non si sa a quale polizia rivolgersi. Non rimane quindi che lo sceriffo Bixby, con un aiutante il quale non fa che ripetere ogni momento: “Voglio essere dannato se…”. Nondimeno lo sceriffo ha una sua teoria. Pensa che si tratti di lestofanti venuti dalla città per rubare le perle, invogliati da tutta la pubblicità che ne hanno fatto i giornali. E che quando hanno visto il signor Carlson arrivare in gran fretta si siano nascosti per poi fuggire dal portico laterale attraverso una finestra. Secondo lui si erano già impossessati delle perle e stavano cercando qualche altro oggetto di valore, quando vennero disturbati dall’inatteso ritorno. Ad ogni modo, quando Carlson entrò nella stanza, lo aggredirono, lo imbavagliarono e gli infilarono un sacchetto di carta marrone sulla testa affinché non potesse vedere. Tutto quel che Carlson ha saputo dire è che uno degli assalitori era piuttosto basso ma forzuto. Lo sceriffo ritiene che ormai i ladri saranno già a mezza strada per San Francisco, e intende telefonare alla polizia della città, ma non crede di ottenerne molto.

Jupiter si mordicchiò un labbro. L’ipotesi dello sceriffo appariva senza dubbio sensata. Con tutta la pubblicità fatta riguardo alle Perle Fantasma, sarebbe stato forse più sorprendente che qualche ladro cittadino “non” avesse colto l’occasione per fare un buon colpo. Sfortuna aveva voluto che Carlson, sovreccitato, avesse lasciato il forziere aperto, così da rendere più facile l’impresa. Eppure Jupiter non poteva fare a meno di chiedersi se per caso non vi fosse un rapporto tra il Fantasma Verde e il furto della collana. Non riusciva a supporre quale, ma se lo chiedeva ostinatamente.

– Tu e Pete tenete gli occhi bene aperti – raccomandò infine a Bob. – Vorrei proprio essere con voi, ma debbo rimanere a Rocky Beach perché zio Titus e zia Mathilda rimarranno assenti almeno per un altro giorno. Telefonami se accade qualcosa di nuovo. – A questo punto riattaccò. Era tentato di rimanere alzato per riflettere su quanto Bob gli aveva riferito, ma fu sopraffatto dalla sonnolenza. Coricatosi, sprofondò in un carosello di sogni, in uno dei quali continuava a udire una voce che gli sembrava nota, pur non riuscendo a identificarla. E la mattina seguente non riusciva a ricordare nulla dei sogni fatti. Jupiter sperava di avere una giornata tranquilla al deposito, per aver tempo e modo di ripensare a quel che Bob gli aveva raccontato la sera prima. Invece, come sovente accade, proprio quella fu una giornata molto movimentata; Jupe doveva occuparsi di tutto e, sebbene avesse l’aiuto di Konrad, non poté disporre di un minuto libero per starsene solo a pensare. Finalmente verso le cinque il lavoro diminuì e il ragazzo prese una fulminea decisione. Gli era venuta un’idea, un’idea importante. – Konrad – disse al suo robusto aiutante – pensa tu a tutto, ora, e chiudi alle sei. Devo fare alcune indagini.

– Va bene, Jupe; farò del mio meglio.

Jupiter inforcò la bicicletta e sfrecciò attraverso la città dirigendosi alla zona boschiva vicina a un piccolo corso d’acqua, dove si trovava casa Green. Quando imboccò il sentiero che conduceva alla casa vide che una vettura della polizia vi era parcheggiata davanti. Un poliziotto in uniforme si sporse dal finestrino; era uno degli agenti che la mattina precedente avevano partecipato al sopralluogo.

Quando vide il ragazzo lo apostrofò seccamente:

– Tira dritto, figliolo; è tutto il giorno che tengo alla larga curiosi e cacciatori di ricordi!

– C’è stata molta gente, qui? – domandò Jupiter.

– Da quando è apparso lo spettro è stata una processione continua; abbiamo dovuto sorvegliare continuamente la casa per impedire che i collezionisti di cimeli la demolissero completamente. Ma ora fila via, sono stanco di scacciare gente!

– Non sono venuto qui per i ricordini – protestò Jupiter.

– Non ricorda che ieri ero qui con il comandante Reynolds quando è stata scoperta la stanza segreta?

Il poliziotto lo squadrò attentamente. – Ma sì! – disse. – Ora rammento, effettivamente sei venuto con il capo. Jupe trasse di tasca un biglietto da visita e glielo porse. Il cartoncino dell’agenzia portava scritto:

 

I TRE INVESTIGATORI

indagini di qualsiasi tipo

? ? ?

Investigatore capo: Jupiter Jones

Secondo investigatore: Peter Crenshaw

Ricerche e documentazioni: Bob Andrews

 

Il poliziotto accennò un sogghigno, ma si riprese. In realtà, il ragazzo era arrivato nella macchina del capo, il giorno precedente.

– Fai indagini, eh? – chiese. – Stai investigando per conto del capo?

– Sto svolgendo un’indagine che certamente lo interesserà, se la mia idea è buona – rispose Jupiter. Espose al poliziotto ciò che intendeva fare e l’agente approvò: – Mi sembra proprio giusto, vai pure avanti!

Jupe percorse il sentiero che portava alla casa, osservandola con attenzione. Era una costruzione solida e l’ala che era stata in parte demolita metteva in mostra i muri molto spessi. Entrò e non perse tempo a cercare altre stanze segrete o simili trucchi, giacché il comandante Reynolds aveva assicurato che lo stabile era stato frugato da cima a fondo. Andò invece diritto verso il piano superiore, ma sull’ultimo gradino della scala si fermò, si volse verso il piano terreno e urlò. Attese circa un minuto poi discese al piano inferiore e gridò nuovamente. Dopo di che, uscì e si avvicinò al poliziotto in attesa.

– Ebbene – gli domandò – mi ha sentito?

– Ho sentito un paio di strilli – rispose l’agente – uno molto debole e uno un po’ più forte. Ma la porta era chiusa.

– Era chiusa anche la sera nella quale apparve il fantasma

– osservò Jupiter. Guardandosi ostinatamente intorno, vide all’angolo della casa un gruppo di cespugli fioriti. – Ascolti ancora, fra un momento – raccomandò all’agente, affrettandosi verso i cespugli. Si appostò dietro uno di essi e gridò di nuovo, con forza. Quando si avvicinò alla vettura della polizia, l’agente disse: – Stavolta l’ho sentito benissimo, forte e chiaro. Ma, dimmi un po’, che cosa stai cercando di provare?

– Cerco di dedurre dove si trovava il fantasma quando ha urlato. Stando al mio esperimento, doveva trovarsi all’esterno della casa; se fosse stato nell’interno avrebbe dovuto possedere un paio di polmoni davvero ultrapotenti.

– Per la verità, non so se i fantasmi abbiano o no i polmoni – obiettò sorridendo il poliziotto. Ma Jupiter non rise: – Invece, è proprio questo il punto – ribatté gravemente, e si avviò verso la sua bicicletta. Ma il poliziotto lo richiamò.

– Dimmi, che ci stanno a fare quei punti interrogativi sul vostro biglietto di visita?

– Il punto di domanda – spiegò Jupe con molta serietà

– è il nostro simbolo, il marchio della nostra agenzia. Simboleggia i misteri insoluti, gli enigmi senza risposta e quelli che ne richiedono una. – E lasciando il poliziotto stupefatto, montò in bicicletta e partì. Tuttavia, dopo aver percorso non molta strada, si fermò oltre il confine della proprietà Green, in un sobborgo moderno dalle case linde e graziose. Aveva con sé un ritaglio del giornale locale che pubblicava nomi e indirizzi dei quattro uomini che avevano deposto alla polizia di aver visto il fantasma e udito le grida quella sera in cui anche Bob e Pete si trovavano nella casa.

Scelse l’indirizzo dell’abitazione più lontana dai Green e vi giunse proprio mentre un’automobile si accostava al vialetto. Ne scese un uomo. Era appunto uno dei quattro, il signor Charles Davis, che rispose di buon grado alle domande di Jupiter. Precisò che lui e un vicino, dimorante dall’altro lato della strada, stavano seduti a conversare nel cortiletto, fumando e parlando di baseball, quando due uomini che passavano di lì li chiamarono. Davis non li conosceva, ma pensò che abitassero anch’essi nel quartiere nuovo. I due avevano suggerito di andare a vedere la vecchia casa Green, al chiaro di luna, prima che venisse demolita. Uno dei nuovi venuti, dalla voce molto profonda, era stato tanto persuasivo che Davis e il vicino si erano uniti a loro. Anzi Davis aveva preso dall’autorimessa due lampade tascabili e ne aveva prestata una all’amico. Poi i quattro uomini si erano incamminati verso casa Green. Strada facendo avevano incontrato altri due abitanti del nuovo quartiere e il tizio dalla voce profonda aveva invitato anche loro ad unirsi al gruppo, dicendo che gli sembrava una cosa originale andare a visitare una presunta dimora di fantasmi prima che fosse demolita. E aveva aggiunto ridendo che forse sarebbero riusciti a vedere uno spettro.

– Disse proprio che avreste potuto vedere il fantasma?

– domandò Jupiter, e il signor Davis annuì. – Se non proprio con queste parole – aggiunse – nondimeno espresse questo concetto. E in verità, da come si svolsero i fatti, la nostra curiosità non andò delusa. Ad ogni modo, il mio parere è che tutta la faccenda fosse alquanto strana.

– Non conoscevate i primi due uomini? – domandò Jupe.

– Mi pareva di averne già visto uno – rispose il signor Davis. – L’altro invece mi era del tutto sconosciuto, ma credevo che abitassero nel nostro quartiere. Molti di noi non conoscono bene i vicini, anche perché in massima parte abitiamo qui da un anno soltanto.

– Quanti eravate quando raggiungeste la casa? – insistè Jupiter.

– Sei – rispose il signor Davis – sebbene qualcuno abbia detto che eravamo sette. So che eravamo sei quando imboccammo il sentiero che porta alla casa, ma naturalmente qualcuno avrebbe potuto seguirci per curiosità. Poi udimmo l’urlo e cominciammo la ricerca nell’interno, quindi nessuno pensò di contare quanti fossimo. Tra l’altro, c’era molto buio. Quando venimmo via ci separammo: io, il mio amico e i nostri due vicini decidemmo d’informare la polizia. Non so che cosa abbiano fatto gli altri, ma suppongo che non abbiano voluto pubblicità.

In quel momento un piccolo fox-terrier a pelo ruvido schizzò attraverso il cortile e saltellò attorno alle gambe del signor Davis per dargli un festoso benvenuto. – Giù, piccolo, giù! – rise l’uomo accarezzando il cagnolino, che si lasciò cadere sul prato e vi si distese, ansimando, ad osservare il padrone.

Jupiter ricordò, dal racconto di Bob, che uno degli uomini in casa Green aveva un cane, e volle sincerarsi se fosse quello.

Certamente – rispose Davis. – C’era anche Domino; la sera lo porto sempre a fare una passeggiatina, e anche quella volta venne con me.

Jupiter guardò fissamente il cane e incontrò lo sguardo dell’animale. Ansante e a bocca aperta, sembrava che il cane ridesse furbescamente, quasi fosse a conoscenza di qualcosa che Jupiter ignorava. Il ragazzo aggrottò la fronte; un’idea cercava nuovamente d’insinuarsi nella sua mente, ma non gli riusciva di definirla. Fece qualche altra domanda ma il signor Davis non potè aggiungere nulla di nuovo, quindi Jupe lo ringraziò e rimontò in bicicletta. Tornò a casa pian piano, continuando ostinatamente a rimuginare nella mente. Quando giunse al deposito, i cancelli principali erano chiusi, il sole stava tramontando e soltanto allora si rese conto di quanto tempo aveva speso in cerca d’informazioni. Trovò Konrad nella sua casetta, tranquillamente occupato a fumare la pipa.

– Ciao, Jupe – lo salutò Konrad. – Ma che hai? Sei tanto pensoso che sembra ti si debba rompere il capo!

– Konrad – disse Jupe senza rilevare l’osservazione – iersera mi hai udito gridare…

– Altro che se ti ho udito. Non avertene a male, ma sembravi proprio un maialino sgozzato!

– Cercavo di imitare il meglio possibile l’urlo di un ferito

– spiegò Jupiter. – Ma mi avresti sentito se la mia finestra e la tua non fossero state aperte?

– Non credo. Ma a che cosa vuoi arrivare? Il viso di Jupe si fece improvvisamente rosso per l’eccitazione. L’urlo che tutti avevano udito… e il cane! Il cane che sembrava volergli dire qualcosa… Ricordò a un tratto che in un racconto di Sherlock Holmes c’era un cane che aveva rivelato molte cose al celebre investigatore proprio col non fare nulla. Fece dietrofront e tornò precipitosamente alla sua abitazione.

D’improvviso le idee che gli affollavano la mente cominciarono a prendere forma e ad assumere un significato. Se il poliziotto di fazione non era stato in grado di udirlo quando aveva gridato dall’interno di casa Green e con la porta chiusa, dall’esterno… sì, l’aveva udito chiaramente! Ciò era molto significativo.

Non appena fu rientrato in casa, Jupiter tirò fuori il registratore e si preparò a riascoltare la registrazione dell’urlo e dei brani di conversazione che Bob aveva incisi. Ascoltò tutto, dall’inizio alla fine, poi rimase immobile a riflettere per alcuni minuti. Ricordava esattamente anche ciò che Bob gli aveva telefonato la sera precedente. Tutto quadrava, doveva quadrare!

L’urlo… il fatto che nessuno fosse sicuro se nella casa ci fossero sei uomini oppure sette… e il cane! Ora sapeva che cosa avrebbe potuto dirgli il cane se avesse avuto la parola!

V’erano molte altre cose che ancora ignorava, ma era sicuro di conoscerne già molte.

La stanza era buia ma non si curò di accendere la luce nemmeno quando afferrò il telefono e chiese una comunicazione urgente con Bob Andrews a Verdant Valley. Quando, dopo una certa attesa, ebbe la comunicazione, fu la signora Green che rispose.

– Jupiter Jones? L’amico di Bob? – chiese, e sembrò che la voce fosse tremante.

– Sì, signora Green, volevo parlare con Bob. Credo di avere un’idea e…

Ma subito la voce di lei lo interruppe: – Bob non è qui

– disse, evidentemente turbata – nemmeno l’amico Pete e neanche Chang, il mio pronipote. Tutti e tre sono scomparsi… scomparsi!