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La cena, quando Pete, Bob e Chang poterono finalmente consumarla, venne trangugiata in fretta e in un’atmosfera eccitata. La signora Lydia si era coricata dopo la somministrazione di un calmante datole da Li, evidentemente cuoca e governante a un tempo. Dopo che i domestici furono rinviati alle loro occupazioni, con l’ordine di mantenere il più rigoroso silenzio sull’accaduto, i ragazzi tornarono nella sala da pranzo. Carlson, quando li raggiunse, appariva sconvolto.
– Ha visto il fantasma, signor Carlson? – chiese Pete. Carlson scosse il capo. – Salutata zia Lydia, l’ho vista dirigersi verso la sua camera, che era buia e dove è entrata da sola. Stavo ritornando sui miei passi quando l’ho sentita gridare. Mi sono voltato e attraverso la porta semiaperta ho visto accendersi la luce. Penso che avesse già accostato la mano all’interruttore e che vedendo… quel che ha visto, istintivamente abbia acceso la luce. Naturalmente, con la luce accesa non c’era più nulla da vedere e quindi io non ho visto nulla. Zia Lydia si teneva una mano sulla bocca, atterrita. Mi sono precipitato verso di lei e sono arrivato giusto in tempo per sorreggerla mentre sveniva; l’ho adagiata sul letto e le stavo massaggiando i polsi per farla rinvenire quando siete sopraggiunti voi.
Si passò una mano sulla fronte, con aria preoccupata. – I domestici parleranno, certamente. Domattina correrà su tutte le bocche che è stato visto il fantasma.
– È preoccupato perché probabilmente i giornali ne verranno a conoscenza e pubblicheranno la notizia? – chiese Bob.
– I giornali hanno già fatto tutto il danno possibile – rispose Carlson. – Ora temo l’effetto che la notizia potrà avere sui nostri operai. Zia Lydia vi ha già detto al telefono che anche la notte scorsa aveva visto lo spettro nella sua camera? – Bob e Pete annuirono. – Ebbene, anche due nostri domestici lo hanno visto, o almeno così hanno detto, nel cortile dov’erano seduti a chiacchierare. Sembravano impazziti per la paura. Speravo di convincerli che avevano creduto di vederlo, ma penso di non esserci riuscito perché stamane già circolava la voce che il fantasma si era trasferito qui da Rocky Beach. Tutti i nostri dipendenti spettegolavano su questo fatto.
– Pensi che lo spettro li terrorizzerà, zio Harold? – chiese Chang.
– Sì – scattò Carlson – quel fantasma sarà la nostra rovina! Ci rovinerà completamente! – Poi, come pentito dello scatto, la sua voce si fece più calma e riprese con garbo: – Ma ciò non riguarda i nostri ospiti. Forse a voi ragazzi piacerebbe vedere le perle che ho ricuperate ieri quando c’eravate anche voi? – Bob e Pete annuirono; avevano potuto dare al monile soltanto un’occhiata fuggevole nella stanza segreta di casa Green ed erano quindi un po’ curiosi.
Il signor Carlson li condusse attraverso il corridoio in un piccolo ufficio, dov’erano un grande scrittoio, scaffali d’archivio zeppi di cartelle, il telefono e, in un angolo, una grande cassaforte antiquata. S’inginocchiò davanti al forziere e formata la necessaria combinazione l’aperse. Subito dopo si volse e depose sullo scrittoio una scatoletta di cartone. Ne trasse una collana che posò sul piano verde del mobile, disponendola in bella mostra. Bob, Pete e Chang si chinarono ad ammirarla. Le perle erano grandi, ma di forma irregolare e di uno strano colore grigio opaco. Non somigliavano certo alle lucide perle rosate della madre di Bob.
– È proprio uno strano colore, in fatto di perle – osservò Pete.
– Ecco perché le chiamano Perle Fantasma – spiegò Carlson. – Credo che queste provengano da una piccola baia dell’Oceano Indiano e che ormai non se ne trovino più. In Oriente i ricchi nobili attribuivano loro grande valore e non me ne spiego la ragione, in quanto la forma non è perfetta e il colore non è molto attraente. Nondimeno il loro valore è altissimo. Sono sicuro che si potrebbero vendere a centomila dollari ed anche più.
– In tal caso, zio Harold – disse Chang – la zia Lydia potrebbe pagare tutti i debiti e salvare sia il vigneto che la cantina. Ormai le perle sono certamente di sua proprietà.
Il signor Carlson scosse il capo, dubbioso; – C’è una complicazione – obiettò. – Poiché Mathias Green regalò queste perle alla moglie cinese, ovviamente appartenevano a lei e secondo le leggi sulla successione ereditaria dovrebbero ora toccare al suo parente più prossimo.
– Ma la sua famiglia la ripudiò – osservò Chang, perplesso. – I suoi genitori dissero che non la consideravano più loro figlia. Inoltre, da quando ci sono state la rivoluzione e la guerra in Cina, la famiglia è scomparsa.
– Lo so – rispose Carlson, tergendosi il sudore della fronte – è proprio così. Ma ho ricevuto una lettera da un avvocato cinese di San Francisco il quale, asserendo che un suo cliente è discendente dalla sorella della sposa di Green, mi ammonisce a tenere al sicuro le perle perché vuole pretenderle. Questa faccenda andrà a finire in tribunale e ci vorranno probabilmente degli anni per accertare la proprietà della collana.
Chang corrugò la fronte e sembrò lì lì per dire qualcosa, quando si udirono dei passi affrettati nel corridoio e venne bussato con forza alla porta. – Avanti! – disse Carlson; la porta si aprì ed entrò un uomo robusto di mezza età, dalla carnagione scura e dallo sguardo penetrante. Parlò con affanno, ignorando completamente i ragazzi:
– Signor Carlson, il fantasma è apparso laggiù, nella sala di pigiatura numero uno. Lo hanno visto tre braccianti messicani addetti alla raccolta e sono stati presi dal panico. Farebbe meglio a venire.
– Oh, ma è terribile! Vengo immediatamente, Jensen – brontolò Carlson. Ripose in fretta la collana e chiuse la cassaforte. Poi, seguito dai tre ragazzi, si precipitò fuori dove li attendeva una jeep. Vi si arrampicarono e si sistemarono alla meglio, Bob in grembo a Pete.
Il veicolo partì con un rombo e a tutta velocità si lanciò nell’oscurità del viale. L’auto procedeva sobbalzando per la strada non asfaltata e i ragazzi non avrebbero visto nulla del paesaggio, anche se non fosse stato buio, attenti com’erano a tenersi aggrappati. Fortunatamente la corsa durò soltanto cinque minuti. Si fermarono davanti a un fabbricato basso che alla luce dei fari apparve di cemento armato e mattoni, di nuova costruzione. Scesero tutti e furono accolti dal forte odore dell’uva appena pigiata.
– Il signor Jensen è il capo dei contadini che coltivano e raccolgono l’uva – sussurrò Chang a Pete e Bob mentre scendevano.
Jensen spense i fari, giusto mentre un giovanotto alquanto male in arnese sbucava dall’oscurità che avvolgeva l'edificio. – Ebbene, Henry – lo investì concitatamente Jensen – hai visto niente da quando me ne sono andato? Il giovane rispose: – No, signor Jensen, niente, signore.
– Dove sono quei tre raccoglitori messicani? – chiese Jensen. Il giovane era ormai abbastanza vicino da potersi vedere che allargava le braccia. – Chissà – rispose – sono fuggiti appena ve ne siete andato. Correvano – ridacchiò – e non li ho mai visti correre prima d’ora. Probabilmente sono andati a Verdant – soggiunse, indicando un piccolo gruppo di luci dall’altro lato della valle – e saranno in qualche caffè a raccontare a tutti che hanno visto il fantasma.
– Proprio quello che non volevo – disse Jensen, adirato. – Avresti dovuto trattenerli.
– Ho cercato di farli ragionare – rispose il giovanotto – ma non hanno voluto ascoltarmi. La paura li aveva sconvolti.
– Ormai il male è fatto – commentò Carlson, abbattuto. – Ma perché quegli uomini erano quaggiù dopo il tramonto?
– Li avevo avvertiti di trovarsi qui, signore — rispose Jensen – perché sono quelli maggiormente responsabili di aver diffuso la notizia del fantasma, e desideravo dir loro di tenere la bocca chiusa se non volevano essere licenziati. Purtroppo sono arrivato in ritardo, e mentre mi aspettavano hanno immaginato di aver visto qualche cosa. Sono sicuro che si tratta solo di immaginazione, ma hanno tanto chiacchierato di fantasmi da convincersi di averne visto uno.
– Si tratti di fantasie o no – disse Carlson – il male è fatto. Per quanto ci speri poco, potreste andare al villaggio per cercare di tranquillizzarli.
– Sì, signore, ma debbo riportarla a casa, prima?
– Sì, e… – Carlson si batté una mano sulla fronte ed esclamò: – Buon Dio! Chang, ho chiuso la cassaforte dopo aver riposto le perle?
– Non so, non ho visto bene.
– Io vedevo meglio – disse Pete, sforzandosi di ricordare ciò che aveva effettivamente visto mentre erano nell’ufficio. – Lei ha messo dentro le perle, chiuso lo sportello del forziere e girato la maniglia…
– Sì, sì – interruppe Harold Carlson. – Ma ho rifatto la combinazione?
Pete sforzò intensamente la memoria, ma non si sentì del tutto sicuro. – No, signor Carlson – disse infine – non credo che l’abbia fatto.
– Temo di non aver fatto né l’una né l’altra cosa – si lamentò Carlson. – Sono venuto via lasciando la cassaforte aperta e le Perle Fantasma dentro! Presto, Jensen, mi porti subito a casa. Poi tornerà a rilevare i ragazzi.
– D’accordo. Ecco qui, Chang, prendi intanto la mia lampada – rispose Jensen porgendo a Chang una potente torcia. Quindi i due uomini balzarono nella jeep che partì con un rombo.
– Perbacco! – sbottò Bob nel silenzio che seguì. – Prima a casa, ora quaggiù. Ma perché siete tutti tanto preoccupati che la gente parli?
Inconsciamente i tre ragazzi si erano stretti l’uno all’altro nella silenziosa oscurità, rotta soltanto dal ronzio degli insetti.
– Perché siamo alla vendemmia – rispose Chang. – Ora l’uva viene a maturazione e dev’essere raccolta per portarla alla pigiatura. Ogni giorno matura nuova uva, e se non viene colta matura troppo per poter dare buon vino, o marcisce addirittura. Occorrono molti uomini per vendemmiare, ma poiché non è un lavoro che duri tutto l’anno dobbiamo assumere dei braccianti che vengono soltanto all’epoca del raccolto e poi vanno altrove. Alcuni sono messicani, alcuni americani, altri di origine orientale; tutta povera gente che lavora sodo ma è molto superstiziosa. Ora sono agitati, dacché apparvero per la prima volta nei giornali le vicende del fantasma verde di Rocky Beach, e sicuramente scapperanno pieni di paura se il fantasma è qui a Verdant Valley. Se abbandoneranno il lavoro non riusciremo a trovarne degli altri, i grappoli marciranno sulle viti, non si potrà pigiare l’uva e la vendemmia finirà in un disastro. Di conseguenza la Cantina Tre V subirà forti perdite e sono sicuro che la zia ne è preoccupata perché deve pagare molto denaro, ed ogni soldo conta.
– Perbacco, ecco la vera ragione – disse Pete. – E tutto perché si è cominciato a demolire la casa del tuo avo, cosicché il suo fantasma ha cominciato ad andare in giro.
– No! – ribatté Chang, con decisione. – Non credo che sia lo spirito del mio onorevole bisnonno; non vorrebbe fare del male alla sua stessa famiglia. Piuttosto credo che sia un altro spirito maligno che cerca di arrecarci danno. Bob avrebbe voluto credergli, ma non dimenticava di essere stato a casa Green e di aver visto lo spettro abbigliato con fluttuanti vesti da mandarino, quindi pensava che Chang avesse torto.
I tre ragazzi rimasero in silenzio per poco, pensando di dover decidere il da farsi. Il primo che parlò fu Bob: – Se il fantasma è stato visto qui dovremmo dare un’occhiata in giro per vedere se appare di nuovo.
– Bene… – disse Pete, pur con una certa riluttanza – penso che tu abbia ragione. Ma vorrei proprio che Jupe fosse qui.
– Il fantasma non ha fatto male a nessuno – osservò Chang. – Si è soltanto mostrato e non dobbiamo temerlo; se è l’onorevole spirito del mio avo non può avere cattive intenzioni. Tuttavia sono d’accordo con te, Bob: diamo un’occhiata allo stabilimento di pigiatura e vediamo se appare qualcosa.
Girarono lentamente intorno all’edificio, guidati da Chang che mostrava di conoscere bene il luogo e non accese la torcia perché, come disse, la luce non avrebbe permesso di scorgere lo spettro.
Aguzzarono lo sguardo, ma nel buio della notte non videro nulla fuorché la massa più scura dell’edificio. Intanto Chang spiegava ai due amici il funzionamento di un reparto pigiatura.
– Qui l’uva matura viene messa in grandi vasche; grandi pale rotanti la pigiano e n’estraggono il succo che finisce in una vasca di raccolta dalla quale viene pompato nei tini delle cantine. Queste sono vere caverne scavate nella vicina montagna, dove la temperatura e l’umidità rimangono costanti tutto l’anno.
Bob ascoltava ma un po’ distrattamente, cercando di non lasciarsi sfuggire alcun particolare che potesse aver rapporto col fantasma, ma compirono il giro dell’edificio senza aver scoperto nulla.
– Forse faremmo meglio ad entrare – suggerì infine Chang.
– Vi mostrerò le macchine e le vasche. È tutto nuovissimo. Questo edificio è stato costruito l’anno scorso, quando lo zio Harold ha acquistato nuovi macchinari. Però adesso c’è un monte di denaro da pagare, e perciò la mia onorevole zia si preoccupa. Teme di non poter fare fronte agli impegni.
In quel punto si videro rilucere i fari di una vettura e subito dopo la jeep si fermò accanto a loro.
– Saltate su, ragazzi! – disse Jensen. – Vi riporterò a casa. Prima, però, devo fare un giro nel villaggio per trovare quei tre addetti alla raccolta che pretendono di aver visto il fantasma. Devo far tenere loro la bocca chiusa e tentare di riparare al danno che hanno già procurato.
– Grazie, signor Jensen – disse Chang – ma possiamo andare a piedi; c’è soltanto poco più di un miglio. Ecco la sua torcia. Ormai la luna è alta nel cielo e possiamo agevolmente vedere la strada.
– Fate come volete – rispose l’uomo. – Spero soltanto che quei tre non abbiano messo la paura addosso a tutti gli altri, se no domattina se ne presenteranno al lavoro soltanto una dozzina.
La jeep corse giù per la valle verso un piccolo gruppo di luci che doveva essere il villaggio di cui Jensen parlava. I tre ragazzi, dal canto loro, si avviarono per la strada polverosa, sotto il chiaro della luna. Intorno a loro l’aria odorava di uva matura. Per un po’ Chang rimase silenzioso.
– Scusatemi – disse a un tratto. – Stavo proprio pensando a tutto il danno che questa faccenda del fantasma ci arrecherà. Sarà un vero disastro per la nostra azienda. Se tutti gli addetti alla raccolta abbandoneranno il lavoro, i grappoli marciranno e perderemo un sacco di denaro. Zia Lydia non potrà pagare le cambiali e Verdant Valley le sarà tolta. Ecco perché ero silenzioso; ero in pensiero per lei. So bene che cosa rappresentano per lei il vigneto e l’azienda. In fondo, come prima sua madre, anche zia Lydia ha dedicato la sua vita a impiantarli, e perderli ora significherebbe annientarla. Ci rimane tuttavia la speranza di assicurarci la proprietà delle Perle Fantasma, di provare che non appartengono a nessun altro, così si potrà venderle e realizzare la somma occorrente per far fronte ai debiti.
– Spero proprio che riusciate – augurò Pete. – Ma la tua opinione personale qual è, Chang? Credi veramente che sia il fantasma del tuo bisnonno quello che abbiamo visto ieri?
– Non so – rispose gravemente il ragazzo. – Non posso credere che lo spirito abbia voluto fare del male, sebbene da vivo il bisnonno fosse un uomo violento. In Cina ho imparato a non essere scettico riguardo agli spiriti, sia quelli benigni che quelli maligni. Credo che nel nostro caso si tratti di uno spirito malvagio e quindi escludo in modo assoluto che sia quello del bisnonno. Sì, dev’essere proprio uno spirito del male!
Frattanto erano giunti a casa; c’era qualche luce accesa ma tutto sembrava molto tranquillo. Salirono la scalinata ed entrarono.
Chang fu sorpreso di trovare la sala di soggiorno vuota.
– I domestici sono andati tutti a letto – osservò – ma sono sicuro che zio Harold è ancora alzato. Aveva detto che desiderava chiedervi qualcosa. Sarà probabilmente nel suo studio.
I tre giovani percorsero il corridoio che portava all’ufficio.
La porta era chiusa. Chang bussò, ma non ebbe alcuna risposta. Si udì invece uh lamento soffocato e un tonfo sordo. Allarmato, Chang spinse la porta, che non era chiusa a chiave. Entrarono tutti e tre e si fermarono impietriti. Harold Carlson era disteso sul pavimento, i polsi e le caviglie saldamente legati insieme dietro la schiena. Un sacco di carta scura gli copriva il capo fino alle spalle.
– Zio Harold! – gridò Chang e si precipitò verso di lui insieme a Bob e Pete. Gli tolsero il cappuccio di carta e Carlson li guardò con gli occhi sbarrati, cercando di parlare attraverso il grosso bavaglio che gli chiudeva la bocca.
– Non sforzarti di parlare, ora ti liberiamo – gli disse concitatamente Chang, che estrasse di tasca un temperino e tagliò il bavaglio, fatto con un fazzoletto a colori vivaci.
Poi, mentre Carlson faticosamente riprendeva fiato, gli liberò i polsi e le caviglie.
Lo zio si rizzò a sedere, massaggiandosi i polsi.
– Che è accaduto? – chiese Pete.
– Quando sono tornato a casa, sono venuto direttamente in ufficio, ma qui c’era chi mi aspettava nascosto dietro la porta. Mi ha assalito alle spalle e mi ha tenuto fermo mentre un altro m’imbavagliava e mi legava. Poi, gettatomi a terra, mi hanno legato insieme caviglie e polsi e mi hanno infilato il sacco di carta sulla testa. Ho udito lo scatto della cassaforte che si apriva… la cassaforte! – Colto da improvvisa ansietà si volse e si precipitò al grosso forziere di ferro.
Lo sportello era soltanto accostato; Carlson lo spalancò e frugò febbrilmente l’interno, ma quando ne ritirò le mani, queste erano vuote.
Le guardò con occhi sbarrati, le labbra tremanti e il viso terreo. – Le Perle Fantasma sono state rubate! – disse con un filo di voce.